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LE CONFESSIONI (Jean Jacques Rousseau)

PARTE PRIMA

Ecco il solo ritratto d'uomo, dipinto esattamente al naturale e assolutamente fedele al vero, che esiste e che mai probabilmente esisterà. Chiunque voi siate, che la mia sorte o la mia fiducia hanno reso arbitro di queste pagine, io vi scongiuro, per le mie sventure per le vostre viscere, e a nome dell'intiera specie umana, di non annientare un'opera utile e unica, un'opera che può servire come prima pietra di paragone per quello studio degli uomini che è ancora certamente da cominciare, e di non privare l'onore della mia memoria dell'unico sicuro documento sul mio carattere che non sia stato sfigurato dai miei avversari. E foste infine voi stessi uno dei miei implacabili nemici, desistete dall'esserlo verso le mie ceneri, e non perpetuate la vostra ingiustizia crudele sino al tempo in cui né voi né io esisteremo più, affinché possiate almeno una volta offrirvi la nobile prova d'essere stato generoso e buono quando avreste potuto essere malefico e vendicativo, ammesso che il male inflitto a un uomo che non ne ha mai fatto e voluto fare, possa assumere il nome di vendetta.

J.-J. Rousseau

LIBRO PRIMO

intus et in cute

Mi inoltro in un'impresa senza precedenti, l'esecuzione della quale non troverà imitatori. Intendo mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della sua natura; e quest'uomo sarò io.

Io solo. Sento il mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quanti ho incontrati; oso credere di non essere fatto come nessuno di quanti esistono. Se pure non valgo di più, quanto meno sono diverso. Se la natura abbia fatto bene o male a spezzare lo stampo nel quale mi ha formato, si potrà giudicare soltanto dopo avermi letto.

La tromba del giudizio finale suoni pure, quando vorrà: con questo libro fra le mani mi presenterò al giudice supremo. Dirò fermamente: «Qui è ciò che ho fatto, ciò che ho pensato, ciò che sono stato. Ho detto il bene e il male con identica franchezza. Nulla ho taciuto di cattivo e nulla ho aggiunto di buono, e se mi è occorso di usare, qua e là, qualche trascurabile ornamento, l'ho fatto esclusivamente per colmare i vuoti della mia debole memoria; ho potuto supporre vero quanto sapevo che avrebbe potuto esserlo, mai ciò che sapevo falso. Mi sono mostrato così come fui, spregevole e vile, quando lo sono stato, buono, generoso, sublime quando lo sono stato: ho disvelato il mio intimo così come tu stesso l'hai visto. Essere esterno, raduna intorno a me la folla innumerevole dei miei simili; ascoltino le mie confessioni, piangano sulle mie indegnità, arrossiscano delle mie miserie. Scopra ciascuno di essi a sua volta, con la stessa sincerità, il suo cuore ai piedi del tuo trono; e poi che uno solo osi dirti: «Io fui migliore di quell'uomo.»

Sono nato a Ginevra nel 1712, da Isaac Rousseau, cittadino, e da Suzanne Bernard, cittadina. La spartizione fra quindici figli di un patrimonio assai mediocre avendo ridotto pressoché a nulla la parte di mio padre, questi non disponeva per sopravvivere che del suo mestiere d'orologiaio, nel quale era in verità abilissimo. Mia madre, figlia del ministro del culto Bernard, era più ricca; non le mancavano saggezza e beltà: mio padre era riuscito ad ottenerla non senza difficoltà. I loro amori erano iniziati quasi con le loro esistenze: già all'età fra gli otto e i nove anni passeggiavano insieme sulla Treille tutte le sere; a dieci anni non potevano più staccarsi. La simpatia, l'accordo delle anime rafforzò il sentimento nato dall'abitudine. Entrambi, nati teneri e sensibili, non aspettavano che il momento di trovare in un altro le medesime disposizioni, o piuttosto quel momento attendeva loro, e ciascuno dei due riversò il proprio cuore nel primo che s'aprì a riceverlo. Il destino, che sembrava opporsi alla loro passione, non fece che accenderla. Il giovane innamorato, non potendo ottenere la sua eletta, si struggeva di dolore; lei gli consigliò di viaggiare per dimenticarla. Egli viaggiò inutilmente, e tornò più innamorato che mai. Ritrovò l'amata tenera e fedele. Dopo tale prova, non restava che amarsi tutta la vita. Lo giurarono, e il cielo benedisse il giuramento.

Gabriel Bernard, fratello di mia madre, s'innamorò di una sorella di mio padre; ma costei consentì a sposarlo solo a condizione che suo fratello ne sposasse la sorella. L'amore risolse tutto, e i due matrimoni vennero celebrati nello stesso giorno. Perciò mio zio materno era marito di mia zia paterna, e i loro figli furono doppiamente miei cugini primi. Ne nacque uno da entrambe le coppie in capo a un anno; poi bisognò di nuovo separarsi.

Mio zio Bernard era ingegnere: andò a prestare servizio nell'Impero e in Ungheria agli ordini del principe Eugenio. Si distinse nell'assedio e alla battaglia di Belgrado. Mio padre, dopo la nascita del mio unico fratello, partì per Costantinopoli, dov'era stato chiamato, e divenne orologiaio del Serraglio. Durante la sua assenza, la bellezza di mia madre, la sua intelligenza, le sue doti le attirarono varie attenzioni. Il signore della Closure, residente di Francia, fu tra i più zelanti ad offrigliene. La sua passione doveva essere dawero viva, se lo vidi trent'anni più tardi commuoversi ancora parlando di lei. Mia madre possedeva per difendersi qualcosa di più forte della pura virtù: amava teneramente suo marito; lo sollocitò a ritornare: egli lasciò tutto e venne a casa. Il triste frutto di questo ritorno fui io. Dieci mesi più tardi, venni al mondo debole e malaticcio; costai a mia madre la vita e la mia nascita fu la prima delle mie sventure.

Non ho mai saputo come mio padre sopportò quella perdita, ma so che non se ne consolò mai. Credeva di rivederla in me, senza poter dimenticare che io gliel'avevo tolta; non mi abbracciò mai senza che io avvertissi dai suoi sospiri, dalle sue strette convulse, che un rimpianto amaro si mescolava alle sue carezze; e che perciò erano anche più tenere. Quando mi diceva: «Jean-Jacques, parliamo di tua madre», io gli dicevo: «Ebbene, padre mio, ora dunque piangeremo» e già questa parola bastava a strappargli le lacrime. «Ah,» gemeva, «rendimela, consolami di lei, colma il vuoto che mi ha lasciato nell'anima. Ti amerei così se tu non fossi che mio figlio?» Quarant'anni dopo averla perduta, morì tra le braccia di una seconda moglie, ma col nome della prima sulle labbra, e la sua immagine in fondo al cuore.

Tali furono gli autori dei miei giorni. Di tutti i doni che il cielo aveva loro profusi, un cuore sensibile è l'unico che mi trasmisero; ma se esso aveva fatto la loro felicità, per me fu la fonte di tutte le mie sventure.

Ero nato quasi morente; non speravano di conservarmi in vita. Portai il germe di un male che gli anni hanno aggravato, e che ora non mi concede qualche momento di tregua se non per farmi soffrire più crudelmente in un'altra maniera. Una sorella di mio padre, ragazza amabile e saggia, mi prese tanto a cuore da salvarmi. Nel momento in cui scrivo queste pagine, ella vive ancora assistendo, all'età di ottant'anni, un marito più giovane, ma consumato dal bere. Cara zia, vi perdono di avermi fatto sopravvivere, e mi addolora non potervi rendere, alla fine della vostra vita, le tenere cure che mi avete prodigato all'inizio della mia. Mi è rimasta anche la mia balia Jacqueline, sana e robusta. Le mani che mi aprirono gli occhi alla mia nascita potranno chiuderli alla mia morte.

Sentii prima di pensare: è il destino comune all'umanità. Ne feci prova più di chiunque altro. Non so nulla di quanto feci fino a cinque o sei anni; ignoro come imparai a leggere; ricordo soltanto le mie prime letture e l'effetto che ebbero su di me: è il tempo cui faccio risalire senza interruzioni la coscienza di me stesso.

Mia madre aveva lasciato dei romanzi. Ci mettemmo a leggerli dopo cena, mio padre ed io. All'inizio, si trattava solo di esercitarmi alla lettura con qualche libro divertente; ma l'interesse divenne ben presto così vivo che leggevamo alternandoci senza sosta, e in questa occupazione trascorrevamo le notti. Non potevamo staccarcene che a libro finito. Qualche volta mio padre, sentendo le rondini del mattino, diceva tutto vergognoso: «Andiamo a letto, sono più bambino di te.» Acquistai in breve tempo, con questo pericoloso metodo, non soltanto una facilità estrema alla lettura e a capire me stesso, ma un'intelligenza delle passioni unica per la mia età. Ancora non avevo idea alcuna delle cose, e già conoscevo tutti i sentimenti. Non avevo concepito nulla, avevo sentito tutto. I turbamenti confusi che provavo uno dopo l'altro non influivano affatto sulla ragione, che ancora non avevo; ma me ne foggiarono una di tempra diversa, e mi dettero della vita umana nozioni bizzarre e romanzesche, dalle quali esperienza e riflessione non hanno mai potuto del tutto guarirmi.

I romanzi finirono con l'estate del 1719. L'inverno seguente, ci fu ben altro. Esaurita la biblioteca di mia madre, ricorremmo alla parte di quella di suo padre che era toccata a noi. Fortunatamente, vi si trovavano buoni libri; né poteva essere altrimenti, poiché si trattava di una biblioteca raccolta bensì da un ministro del culto, e anche dotto, come la moda voleva allora, ma uomo di gusto e d'ingegno. La Storia della Chiesa e dell'lmpero di Le Sueur; il Discorso sulla Storia universale di Bossuet; gli Uomini illustri di Plutarco; la Storia di Venezia di Nani; le Metamorfosi di Ovidio; la Bruyère; i Mondi di Fontenelle, i suoi Dialoghi dei Morti e alcuni tomi di Molière furono trasportati nel laboratorio di mio padre, e io glieli leggevo ogni giorno, mentre lui lavorava. Vi presi un gusto raro e forse unico per quell'età. Soprattutto Plutarco divenne la mia lettura favorita. Il piacere che provavo continuando a rileggerlo mi guarì un po'dai romanzi; e ben presto preferii Agesilao, Bruto, Aristide e Orondate, Artamene e Giuba.

Da queste letture appassionanti, dalle conversazioni che esse occasionavano fra mio padre e me, si formò quello spirito libero e repubblicano, quel carattere indomito e fiero intollerante d'ogni giogo e d'ogni schiavitù, che mi ha tormentato per tutta la vita nelle situazioni meno proprie a dargli slancio. Continuamente assorto in Roma e Atene vivendo per così dire con i loro grandi uomini, nato io stesso cittadino d'una repubblica, e figlio d'un padre la cui passione più forte era l'amore di patria, mi infiammavo al suo esempio, mi credevo greco o romano, diventavo il personaggio di cui leggevo la biografia: il racconto degli episodi di costanza e di coraggio che mi avevano colpito mi rendevano gli occhi scintillanti e più forte la voce. Un giorno che raccontavo a tavola l'avventura di Scevola, si spaventarono tutti vedendomi avanzare e mettere la mano sopra il braciere per rappresentare il suo gesto.

Avevo un fratello di sette anni maggiore di me. Imparava il mestiere di mio padre. L'estremo affetto che nutrivano per me faceva sì che venisse un po' trascurato, e non è cosa che possa approvare. La sua educazione risentì di tale trascuratezza. Prese la via del libertinaggio, ancor prima di avere l'età adatta a un vero libertino. Lo misero a fare l'apprendista presso un altro padrone, ma anche là seguitò con le sue scappatelle come già dalla casa paterna. Non lo vedevo quasi mai, appena posso dire d'averlo conosciuto; eppure non lo amavo per questo meno teneramente, ed egli mi voleva bene quanto un piccolo scapestrato può amare qualcosa. Mi ricordo d'una volta che mio padre lo castigava severamente, e con ira, e io mi gettai impetuosamente tra loro due, abbracciandolo stretto. Lo riparai così col mio corpo, ricevendo su di me le percosse che gli venivano inferte, e tanto mi òstinai in questo atteggiamento che mio padre dovette fargli grazia, disarmato dai miei strilli e dalle mie lacrime, e per non malmenare me più di lui. Mio fratello finì poi così male che fuggì e scomparve del tutto. Qualche tempo dopo, si seppe che era in Germania. Non scrisse una sola volta. Da allora non avemmo più sue notizie, ed ecco come sono rimasto figlio unico.

Se quel povero ragazzo fu allevato con trascuratezza, altrettanto non toccò a suo fratello, e i figli dei re non potrebbero essere curati con maggior zelo di quanto lo fui io nei miei primi anni, idolatrato da tutti coloro che mi circondavano e, caso molto più raro, trattato sempre da bambino amato, mai da bambino viziato. Non una volta, fino alla mia sortita dalla casa paterna, mi fu consentito di correre solo per strada con gli altri ragazzi; mai dovettero reprimere o soddisfare in me qualcuno di quei capricci bizzarri che vengono attribuiti alla natura, e che nascono tutti solo dall'educazione. Avevo i difetti della mia età; ero chiacchierone, goloso, qualche volta bugiardo. Avrò magari rubato frutta, dolci, roba da mangiare; mai però presi gusto a fare del male, dei danni, a incolpare gli altri, a tormentare povere bestie. Ricordo tuttavia di aver orinato una volta nella pentola di una nostra vicina, la signora Clot, mentre era alla predica. Confesso anche che il ricordo mi fa ancora ridere, perché la signora Clot, tutto sommato una brava persona, era di certo la vecchia più bisbetica che abbia mai conosciuto. Ecco la breve e veridica storia di tutti i miei misfatti infantili.

Come avrei potuto divenire cattivo, non avendo sotto gli occhi che esempi di dolcezza, e intorno a me la migliore gente del mondo? Mio padre, mia zia, la mia bambinaia, i miei parenti, i nostri amici, i nostri vicini, il mondo che mi circondava, se è vero che non obbediva a me, nondimeno mi voleva bene, e io altrettanto l'amavo.

Le mie volontà erano così poco eccitate e contrariate, che non mi veniva in mente neppure di averne. Posso giurare che, finchè non mi fu imposta la soggezione a un padrone, non ho saputo che cosa fosse un capriccio. Tolto il tempo che trascorrevo a leggere o a scrivere presso mio padre, e quello in cui la bambinaia mi conduceva a passeggio, stavo sempre con la zia a guardarla ricamare, a sentirla cantare, seduto o in piedi accanto a lei, ed ero contento. La sua gaiezza, la sua dolcezza, la sua piacevole fisionomia, mi lasciarono impressioni così profonde che ne vedo ancora l'espressione, lo sguardo, l'atteggiamento; mi ricordo le sue piccole frasi carezzevoli, saprei dire com'era vestita e pettinata, senza dimenticare le due crocchie che i suoi capelli neri le facevano sulle tempie, secondo la moda d'allora.

Sono convinto di dovere a lei il gusto, o meglio, la passione per la musica, che solo più tardi si è pienamente sviluppata in me. Conosceva una straordinaria quantità di arie e di canzoni che cantava con un dolce filo di voce. La serenità d'animo di quella eccellente ragazza allontanava da lei e da quanto le stava intorno l'inquietudine e la tristezza. Il fascino che il suo canto esercitava su di me fu tale che non soltanto molte delle sue canzoni mi sono sempre rimaste nella memoria, ma ancora oggi che l'ho perduta me ne tornano alla mente altre che, completamente dimenticate dopo l'infanzia, si ravvivano a mano a mano che invecchio, con un incanto inesprimibile. Chi direbbe che io, vecchio brontolone, tormentato da preoccupazioni e da affanni, mi sorprenda qualche volta a piangere come un bambino canticchiando quelle ariette con una voce già spezzata e tremolante? Ce n'è soprattutto una la cui aria mi è tornata in mente per intiero, mentre la seconda metà delle parole si è costantemente rifiutata a tutti i miei sforzi di ricordarla, sebbene me ne tornino confusamente le rime. Ecco l'inizio e quanto ho potuto ricordare del resto:

Tircis, je n'ose

Ecouter ton chalumeau

Sous l'ormeau;

Car on en cause

Déjà dans notre hameau.

. . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . .un berger

. . . . . . . .s'engager

. . . . . .sans danger

Et toujours l'épine est sous la rose.

Cerco dove sia il commovente fascino che il mio cuore sente in questa canzone: è un capriccio del quale non so rendermi conto; ma mi è assolutamente impossibile cantarla fino in fondo senza che le lacrime mi fermino. Mi sono riproposto cento volte di scrivere a Parigi per far cercare il resto delle parole, posto che qualcuno le ricordi ancora. Ma sono quasi certo che il piacere che provo a rammentare quest'aria svanirebbe in parte, se avessi la prova che altri l'hanno cantata, oltre alla mia povera zia Suzon.

Tali furono i primi affetti del mio ingresso alla vita: cominciava così a formarsi o a svelarsi in me questo cuore a un tempo così fiero e così tenero, questo carattere femmineo eppure indomito, che, oscillando sempre tra debolezza e coraggio, tra mollezza e virtù, mi ha posto sino all'ultimo in contraddizione con me stesso, e ha fatto sì che l'astinenza e la voluttà, il piacere e la saggozza mi siano parimenti sfuggiti.

Questa sorta di educazione fu interrotta da un incidente le cui conseguenze hanno influito sul resto della mia vita. Mio padre ebbe una lite con un certo signor Gautier, capitano in Francia e imparentato con qualcuno del Consiglio. Questo Gautier, personaggio insolente e vile, ne uscì col naso sanguinante, e per vendicarsi accusò mio padre di aver messo mano alla spada in piena città. Mio padre, che volevano mandare in prigione, si ostinava a pretendere che, secondo la legge, si incarcerasse anche l'accusatore. Non avendo potuto ottenerlo, preferì lasciare Ginevra, ed espatriare per il resto della vita, piuttosto che cedere su un punto in cui onore e libertà gli apparivano compromessi.

Restai sotto la tutela di mio zio Bernard, allora addetto alle fortificazioni di Ginevra. Sua figlia maggiore era morta, ma aveva un altro figlio della mia stessa età. Fummo entrambi mandati a Bossey, in pensione presso il ministro del culto Lambercier, per impararvi, insieme con il latino, tutta la paccottiglia che l'accompagna sotto il nome di educazione.

Due anni trascorsi al villaggio addolcirono un po' la mia asperità romana, e mi ricondussero alla condizione di fanciullo. A Ginevra, dove nulla mi era imposto, amavo applicarmi e leggere; era quasi il mio unico divertimento; a Bossey, il lavoro mi fece apprezzare i giochi che riuscivano ad alleggerirlo. La campagna era per me così nuova che non potevo stancarmi di goderne. Me ne prese una passione così viva che non si è mai potuta spegnere. Il ricordo dei giorni felici che vi trascorsi m'ha fatto rimpiangere quel soggiorno e i suoi piaceri in ogni età, fino a quella che mi ci ha ricondotto. Il signor Lambercier era un uomo di molto buon senso, che, senza trascurare la nostra educazione, non ci soffocava di obblighi eccessivi. Prova ne sia che, malgrado la mia avversione per ogni disagio, non ho mai ricordato con disgusto le mie ore di studio, e che, se pure non ho appreso gran che dal suo insegnamento, ciò che ho imparato l'ho imparato facilmente, e non ne ho dimenticato nulla.

La semplicità della vita campestre mi arricchì di un bene inestimabile, aprendo il mio cuore all'amicizia. Sino a quel momento non avevo conosciuto che sentimenti elevati, ma immaginari. L'abitudine di vivere insieme in una condizione di pace mi unì teneramente a mio cugino Bernard. In poco tempo ebbi per lui sentimenti più affettuosi di quelli nutriti per mio fratello, che non si sono mai più cancellati. Era un ragazzone assai magro e smilzo, mite d'animo quanto fragile di corpo, e non abusava della predilezione che avevano in casa per lui, come figlio del mio tutore. I nostri studi, i nostri svaghi, i nostri gusti erano gli stessi: eravamo soli, della stessa età, ciascuno di noi aveva bisogno di un compagno; separarci era, in qualche modo, annientarci. Quantunque avessimo scarse occasioni di metterlo alla prova, il nostro reciproco attaccamento era fortissimo, e non solo non potevamo vivere un istante separati, ma non riuscivamo neppure a immaginare d'esserlo mai. Facili entrambi a cedere alle carezze, compiacenti quando non si voleva costringerci, ci trovavamo sempre d'accordo su tutto. Se, grazie al favore di chi ci educava, egli aveva qualche ascendente su di me alla loro presenza, quando restavamo soli ne avevo su di lui che ristabiliva l'equilibrio. Nello studio, gli suggerivo la lezione quando esitava; quando avevo finito il mio tema, lo aiutavo a fare il suo, e nei nostri svaghi il mio gusto più vivace gli serviva sempre da guida. I nostri caratteri si accordavano insomma così bene, e l'amicizia che ci univa era tanto sincera, che, nei cinque anni e più che fummo pressoché inseparabili, così a Bossey come a Ginevra, spesso ci azzuffammo, lo confesso, ma non ci fu mai bisogno di separarci, mai una lite durò più d'un quarto d'ora e neppure una sola volta ci accusammo l'un l'altro. Queste considerazioni saranno, se si vuole, puerili, ma ne scaturisce un esempio forse unico da quando esistono ragazzi.

Il modo in cui vivevo a Bossey mi conveniva talmente che solo il fatto di non durare più a lungo gli vietò di fissare definitivamente il mio carattere. I sentimenti teneri, affettuosi, pacifici, ne costituivano il fondo. Credo che mai un individuo della nostra specie ebbe per natura meno vanità di me. Mi elevavo impetuosamente a moti sublimi, ma ripiombavo subito nel mio languore. Essere amato da quanti m'awicinavano era il mio più vivo desiderio. Ero dolce, mio cugino lo era; e coloro che ci educavano del pari. Durante due intieri anni non fui né testimone né vittima d'un sentimento violento. Tutto nel mio cuore nutriva le disposizioni ricevute dalla natura. Non conoscevo nulla di più affascinante che veder tutti contenti di me e d'ogni cosa. Mi ricorderò sempre che al tempio, rispondendo al catechismo, nulla mi turbava di più, se m'accadeva di esitare, come scorgere sul viso della signorina Lambercier segni d'inquietudine e di pena. Questo solo già mi affliggeva, più della vergogna di sbagliare in pubblico, che pur mi addolorava estremamente; poichè, poco sensibile alle lodi, lo fui sempre molto alla vergogna, e posso qui dire che il timore dei rimproveri della signorina Lambercier mi angosciava meno del timore di rattristarla.

Nondimeno, ella non mancava all'occorrenza di severità, al pari di suo fratello; ma poiché questa severità, quasi sempre giusta, non era mai astiosa, me ne affliggevo, ma non mi ribellavo. Mi rincresceva più deludere che venire punito, e un segno di malcontento m'era più crudele di un castigo corporale. È per me imbarazzante spiegarmi meglio, ma necessario. Come si cambierebbe metodo, con i giovani, se si cogliessero più lucidamente le conseguenze lontane di quello che senza discernimento e spesso indiscretamente viene sistematicamente impiegato! La grande lezione che si può trarre da un esempio tanto comune quanto funesto mi convince a riferirlo.

Come nutriva per noi l'affetto di una madre, la signorina Lambercier ne esercitava anche l'autorità, che la spingeva talvolta fino al punto di infliggerci il castigo che si dà ai bambini, quando l'avevamo meritato. Per molto tempo si limitò alla minaccia, e questa minaccia di un castigo per me del tutto nuovo mi spaventava moltissimo; ma poi che l'ebbi subito, lo trovai meno terribile, in realtà, di quanto me l'ero aspettato, e ancora più strano è come quel castigo mi affezionasse anche più a colei che me l'aveva inflitto. Occorreva veramente tutta la schiettezza di questo affetto e tutta la mia naturale dolcezza, per impedirmi di cercare di meritarmi nuovamente un trattamento del genere: perché avevo trovato nel dolore, nella vergogna stessa, una mescolanza di sensualità che mi aveva lasciato più desiderio che timore di subirlo una volta ancora dalla stessa mano. È pur vero che, insinuandosi senza dubbio in tutto questo qualche precoce istinto del sesso, il medesimo castigo non mi sarebbe affatto parso piacevole, se a infliggermelo fosse stato il fratello di lei. Ma, dato il suo umore, una tale sostituzione non era da temersi; e se mi astenevo dal meritare il castigo, era soltanto per la paura di scontentare la signorina Lambercier. Tale è in me, difatti, L'impero della benevolenza, anche di quella scaturita dai sensi, ch'essa impose sempre loro la legge del mio cuore.

La recidiva, che allontanavo senza temerla, arrivò senza mia colpa, vale a dire senza ch'io lo volessi, e ne approfittai, posso dire, in tranquillità di coscienza. Ma quella seconda volta fu anche l'ultima: la signorina Lambercier, essendosi indubbiamente resa conto, da qualche indizio, che il castigo non otteneva il suo scopo, dichiarò di rinunciarvi e che la affaticava troppo. Avevamo dormito fino a quel momento nella sua camera, e d'inverno, qualche volta, perfino nel suo stesso letto. Due giorni dopo ci sistemarono in un'altra stanza; e da quel momento godetti il privilegio, al quale avrei volentieri rinunciato, d'essere trattato da lei come un ragazzo maturo.

Chi crederebbe che quel castigo da bambino, ricevuto a otto anni per mano d'una donna di trenta, abbia potuto determinare i miei gusti, i miei desideri, le mie passioni, la mia personalità per il resto della vita, e precisamente nel senso opposto a quello che sarebbe dovuto derivarne naturalmente? Nel momento stesso in cui i miei sensi si accesero, i miei desideri cedettero a un tale inganno che, limitati a quanto avevano provato, non s'indirizzarono alla ricerca d'altre motivazioni. Con un sangue che ardeva di sensualità pressoché dalla nascita, mi conservai puro da ogni sozzura fino all'età in cui si sviluppano i temperamenti più freddi e più tardivi. A lungo tormentato senza scoprirne il motivo, divoravo con occhi ardenti le belle donne; la mia immaginazione me le richiamava senza tregua, esclusivamente per farle agire a modo mio, e per farne altrettante signorine Lambercier.

Anche dopo l'età del celibato, quel gusto bizzarro, sempre persistente e spinto fino alla depravazione, fino alla follia, mi ha conservati onesti i costumi che sembrerebbe dovesse invece minacciare. Se mai educazione fu modesta e casta, tale fu certamente quella che ricevetti io. Le mie tre zie non solo erano persone d'esemplare onestà, d'una riservatezza da gran tempo perduta alle donne. Mio padre, personaggio gaudente ma con la galanteria dei tempi antichi, non tenne mai, con le donne che più gli piacevano, discorsi di cui una vergine avrebbe potuto arrossire, e mai quanto nella mia famiglia e alla mia presenza si è scrupolosamente osservato il rispetto dovuto ai fanciulli. Né trovai meno scrupolo su questi argomenti in casa del signor Lambercier, e un'ottima domestica fu messa alla porta per una parola un po'sboccata che le era sfuggita in presenza nostra. Non soltanto non ebbi fino all'adolescenza alcuna idea precisa sull'unione dei sessi, ma quest'idea confusa non mi si presentò mai se non nella forma di un'immagine odiosa e di disgusto. Nutrivo per le donne pubbliche un orrore che mai si è cancellato, non potevo vedere un dissoluto senza sdegno, persino senza timore; e l'avversione che portavo alla dissolutezza giungeva a tal punto da quando, andando un giorno al Petit Sacconex per un viottolo incassato, vidi ai due lati certi anfratti nel terreno dove mi dissero che quella gente soleva accoppiarsi. Ciò che avevo visto degli accoppiamenti canini mi tornava sempre alla mente, pensando agli altri, e il solo ricordo bastava a nausearmi.

Questi pregiudizi dell'educazione, atti di per sé a ritardare le prime esplosioni di un temperamento infiammabile, furono aiutati, come ho detto, dalla diversione che subirono in me i primi stimoli della sensualità. Non sapendo immaginare che il tipo di sensazioni già provate, malgrado certe effervescenze di sangue assai moleste, i miei desideri sapevano indirizzarsi solo verso quel genere di voluttà che mi era nota, senza mai spingersi fino a quella che m'era stata resa odiosa e che era pure all'altra tanto vicina, senza che ne avessi ii minimo sospetto. Nelle mie sciocche fantasie, nei miei erotici furori, negli atti stravaganti ai quali qualche volta essi mi spingevano, ricorrevo con l'immaginazione all'aiuto dell'altro sesso, senza mai pensare che si offrisse a un uso diverso da quello che ardevo di ricavarne.

Non solo, dunque, pur con un temperamento straordinariamente acceso, lascivo e precoce, superai la pubertà senza desiderare né conoscere piaceri dei sensi diversi da quelli cui la signorina Lambercier mi aveva, in tutta innocenza, iniziato; ma quando finalmente il passare degli anni fece di me un uomo, fu ancora quel che doveva perdermi a preservarmi. Il mio vecchio vizio di ragazzo, anziché svanire, si fuse a tal punto con l'altro che non riuscii mai a disgiungerlo dai desideri che accendevano i miei sensi, e questa follia, congiunta alla mia naturale timidezza, mi ha reso sempre assai poco intraprendente con le donne, non osando dir tutto né potendo osar tutto, poiché il genere di godimento di cui l'altro non era per me che il termine estremo, non può essere strappato da chi lo desideri, né indovinato da colei che può accordarlo. Ho trascorso così la mia vita a bramare e a tacere accanto alle persone che più amavo. Non osando mai confessare il mio gusto, lo accarezzavo se non altro con rapporti che me ne conservavano l'idea. Essere alle ginocchia di un'amante imperiosa, obbedire ai suoi ordini, doverle chiedere perdono, erano per me gioie dolcissime, e più la mia vivace immaginazione m'infuocava il sangue, più assumevo l'aria di un amante intimidito. Si capisce che un modo simile di fare all'amore non porta a progressi rapidissimi, e non risulta troppo pericoloso per la virtù di quelle donne che ne costituiscono l'oggetto. Ho dunque posseduto pochissime donne, ma non ho mancato di godere molto, a modo mio, vale a dire con l'immaginazione. Ecco come i miei sensi, in accordo con la mia indole timida e con il mio spirito romanzesco, mi hanno conservato sentimenti puri e costumi onesti, malgrado quei gusti che forse, con una maggiore sfrontatezza, mi avrebbero tuffato nelle più brutali pratiche voluttuose.

Ho fatto il primo e più penoso passo nel labirinto oscuro e fangoso delle mie confessioni. Non costa di più a dirsi ciò che è delittuoso, ma quanto appare ridicolo e vergognoso. D'ora in poi mi sento sicuro di me: dopo quanto ho osato dire, nulla può più fermarmi. Si giudicherà quanto mi siano costate simili confessioni considerando che, durante tutta la mia vita, travolto talora accanto alle donne che amavo dai furori di una passione che mi toglieva la tacoltà di vedere, di udire, fuori di me e preda d'un tremito convulso in tutto il corpo, mai ho potuto risolvermi a dichiarare la mia follia e ad implorare da loro nella più confidente intimità, il solo favore che mancasse agli altri. Questo mi accadde una sola volta nell'infanzia, con una fanciulla della mia età; e fu lei ad avanzarmi la prima proposta.

Risalendo così alle prime tracce del mio essere sensibile, trovo elementi che, pur apparendo talvolta incompatibili, non mancarono di fondersi per produrre con forza un effetto uniforme e semplice, mentre altri ne trovo che, identici in apparenza, produssero, col concorso di talune circostanze, combinazioni così differenti da non immaginare mai che esistesse alcun rapporto tra loro. Chi crederebbe, per esempio, che uno degli stimoli più vigorosi del mio animo sia scaturito dalla sorgente stessa dalla quale scorsero nel mio sangue lussuria e mollezza? Senza abbandonare l'argomento fin qui trattato, se ne vedrà sortire un'impressione ben diversa.

Stavo studiando un giorno la mia lezione, solo nella camera attigua alla cucina. La domestica aveva messo ad asciugare alla piastra del caminetto i pettini della signorina Lambercier. Quando tornò a riprenderli, ne trovò uno con tutta una parte dei denti spezzata. Con chi prendersela per il danno? Nessuno tranne me era entrato nella stanza. Mi interrogano; nego d'aver toccato il pettine. Il signore e la signorina Lambercier, concordi, mi esortano, mi sollecitano, mi minacciano; io persisto caparbiamente; ma la convinzione era troppo radicata e l'ebbe vinta su tutte le mie proteste, benché fosse la prima volta che mi trovavano tanta audacia nel mentire. La cosa venne presa sul serio, e meritava d'esserlo. La cattiveria, la menzogna, l'ostinazione, parvero egualmente degne di punizione; ma per questa volta non venne inflitta dalla signorina Lambercier. Scrissero allo zio Bernard, ed egli venne. Il mio povero cugino era accusato di un'altra malefatta, non meno grave; fummo coinvolti nella medesima esecuzione. Fu terribile. Se, cercando il rimedio nel male stesso, avessero voluto spegnere per sempre i miei sensi depravati, non avrebbero potuto agire per il meglio. Così, mi lasciarono tranquillo a lungo.

Non riuscirono a strapparmi la confessione che esigevano. Riafferrato a più riprese e ridotto in uno stato penoso, fui irremovibile. Avrei sopportato la morte, e vi ero risoluto. La violenza stessa dovette infine cedere alla diabolica caparbietà di un ragazzo, poiché non definirono altrimenti la mia costanza. Uscii finalmente da quella prova crudele in pezzi, ma trionfante.

Sono ormai passati quasi cinquant'anni da quella avventura, e non ho più paura oggi d'essere punito di nuovo per lo stesso fatto. Ebbene, dichiaro a cospetto del cielo che ero innocente; non avevo né spezzato né toccato il pettine, non m'ero avvicinato alla piastra, e non mi era passato neppure per la mente. Non chiedetemi come il guasto sia avvenuto: non lo so e non riesco a rendermene conto; di certo so che ero innocente.

Immaginate un carattere timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomabile nelle passioni; un ragazzo sempre guidato dalla voce della ragione, sempre trattato con dolcezza, equità, compiacenza, che nemmeno aveva idea dell'ingiustizia, e che per la prima volta ne subisce una così terribile, e proprio da quelle persone che egli ama e rispetta di più. Che capovolgimento di idee! Che scompiglio di sentimenti! Quale sommovimento nel suo cuore, nella sua mente, in tutto il suo piccolo essere intelligente e morale! Immaginate tutto ciò, se vi è possibile, ripeto, perché, quanto a me, non mi sento capace di spiegare, di seguire la minima traccia di quello che accadeva allora in me.

Non ero ancora abbastanza ragionevole per rendermi conto di come le apparenze mi condannassero, e mettermi nei panni degli altri. Mi attenevo al mio punto di vista, e mi colpiva solo il rigore di un castigo intollerabile per una colpa che non avevo commesso. Il dolore fisico, per quanto vivo, lo sentivo poco; sentivo solo l'indignazione, la collera, la disperazione. Mio cugino, per un caso più o meno simile, e che era stato punito per una colpa involontaria come per un atto premeditato, era preda del furore sul mio esempio, e s'innalzava, per così dire, al mio unisono. Entrambi nello stesso letto, ci abbracciavamo in convulsi trasporti, ci soffocavamo, e quando i nostri giovani cuori, un po' sollevati, potevano sfogare la loro collera, ci drizzavamo a sedere e ci mettevamo a gridare insieme cento volte con tutte le nostre forze: «Carnifex, carnifex, carnifex!»

Sento ancora, mentre scrivo, il polso accelerare: quei momenti mi saranno davanti sempre, vivessi centomila anni. Quel primo sentimento della violenza e dell'ingiustizia è rimasto così profondamente impresso nel mio animo, che ogni idea che vi si connetta mi riporta la mia prima commozione, e quel sentimento, che nella sua origine riguarda me, ha preso in sé tale consistenza, e s'è talmente distaccato da qualsiasi personale interesse, che il mio cuore si infiamma allo spettacolo o al racconto di ogni azione ingiusta, qua lunque sia l'oggetto e dovunque sia commessa, come se l'effetto ricadesse su di me. Quando leggo delle crudeltà di un feroce tiranno, delle sottili perfidie di un prete briccone, correrei volentieri a pugnalare quei miserabili, dovessi cento volte soccombere. Più volte mi son messo in un bagno di sudore per inseguire di corsa oppure a sassate un gallo, una vacca, un cane, un animale che avevo visto tormentarne un altro unicamente perché si sentiva il più forte. Questo impulso può essere in me connaturato, e credo lo sia; ma il ricordo profondo della prima ingiustizia patita vi fu troppo a lungo e troppo fortemente legato per non averlo vieppiù rafforzato.

Ebbe così termine la serenità della mia vita infantile. Da quel momento cessai di godere una felicità pura, e ancora oggi sento che il ricordo degli incanti della mia infanzia si arresta là. Restammo a Bossey per qualche mese ancora. Vi fummo come ci viene rappresentato il primo uomo ancora nel paradiso terrestre ma che ha cessato ormai di goderne. La situazione era apparentemente la stessa, ma, in effetti, il modo d'essere era tutt'altro. L'affetto, il rispetto, l'intimità, la fiducia, non legavano più gli allievi ai maestri; non li guardavamo più come dei che leggevano nei nostri cuori: ci vergognavamo meno di far male e ci preoccupavamo di più d'essere accusati; cominciavamo a fingere, a ribellarci, a mentire. Tutti i vizi della nostra età corrompevano la nostra innocenza, e imbruttivano i nostri giochi. Persino la campagna smarrì ai nostri occhi quell'attrattiva di dolcezza e di semplicità che va dritta al cuore. Ci pareva deserta e cupa, come coperta d'un velo che ce ne nascondeva le bellezze. Smettemmo di coltivare i nostri giardinetti, le nostre erbe, i nostri fiori. Non andavamo più a grattare leggermente la terra per gridare di gioia quando scoprivamo il germe del grano che avevamo seminato. Ci disgustammo di quella vita; essi si disgustarono di noi; mio zio venne a riprenderci, e ci separammo dal signore e dalla signorina Lambercier, sazi gli uni degli altri, lasciandoci senza grande rimpianto.

Quasi trent'anni trascorsero dalla mia partenza da Bossey senza che quel soggiorno mi tornasse alla memoria in modo piacevole attraverso ricordi un po' concatenati; ma da quando, superata la maturità, declino verso la vecchiaia, sento che quegli stessi ricordi rinascono, mentre altri svaniscono, e si imprimono nella mia memoria con tratti nei quali fascino e forza aumentano di giorno in giorno; come se, sentendomi già sfuggire la vita, cercassi di riafferrarla alle sue origini. Ogni minimo evento di quell'epoca mi seduce solo perché le appartiene. Mi ricordo tutte le circostanze dei luoghi, delle persone, delle ore. Vedo la domestica o il famiglio sfaccendare nella stanza, una rondine irrompere dalla finestra, una mosca posarmisi sulla mano mentre recitavo la lezione; vedo tutta la disposizione della stanza dove stavamo; lo studio del signor Lambercier a destra, una stampa raffigurante tutti i papi, un barometro, un grande calendario, alcune piante di lampone che, da un giardino altissimo nel quale la casa si incassava sul retro, giungevano a ombreggiare la finestra e a volte penetravano all'interno. So bene che il lettore non ha bisogno di sapere tante cose, ma sono io che ho bisogno di dirgliele. Perché non oso raccontargli anche tutti i più minuti episodi di quell'età felice, che ancora mi fanno trasalire di gioia quando me li ricordo! Cinque o sei, soprattutto... Veniamo a patti: vi faccio grazia dei cinque; ma ne voglio riferire uno, uno solo, purché me lo si lasci raccontare il più a lungo possibile, per prolungare il mio piacere.

Se non cercassi che il vostro piacere, potrei scegliere l'episodio del deretano della signorina Lambercier che, per un malaugurato capitombolo in fondo al prato, fu messo in piena mostra davanti al re di Sardegna, al suo passaggio: ma quello del noce del terrazzo è più divertente per me che ne fui attore, mentre del capitombolo non fui che spettatore. E confesso che non trovai la minima parola per divertirmi di un incidente che, per quanto comico in sé, mi impensieriva per una persona che amavo come una madre, e forse più.

O voi, lettori curiosi della grande storia del noce del terrazzo, ascoltatene l'orribile tragedia, e astenetevi dal fremere, se ne siete capaci!

C'era, oltre la porta del cortile, un terrazzo, a sinistra entrando, dove spesso andavamo a sederci nel pomeriggio ma che non aveva un filo d'ombra. Per dargliene, il signor Lambercier vi fece piantare un noce. L'albero fu collocato con solennità: i due alunni furono i padrini; e, mentre si colmava la buca, noi reggevamo l'albero ciascuno con una mano cantando inni trionfali. Per annaffiarlo, si preparò una specie di bacino tutt'attorno al piede. Ogni giorno, spettatori entusiasti dell'annaffiatura, mio cugino ed io ci rafforzavamo nella persuasione naturalissima ch'era più bello piantare un albero su un terrazzo che un vessillo sulla breccia, e decidemmo di procurarci quella gloria senza spartirla con alcuno.

A questo scopo andammo a tagliare il germoglio di un giovane salice, e lo piantammo sul terrazzo, a otto o dieci piedi dall'augusto noce. Non dimenticammo di scavare una fossetta anche intorno al nostro albero: la difficoltà stava nel trovare di che riempirla, perché l'acqua veniva da lontano e non ci lasciavano andare a prenderla. Tuttavia era assolutamente indispensabile per il nostro salice. Ricorremmo a espedienti d'ogni sorta per fornirgliene durante qualche giorno, e vi riuscimmo così bene che lo vedemmo germogliare e buttar fogliette di cui d'ora in ora misuravamo la crescita, persuasi che, quantunque non s'innalzasse più d'un piede da terra, non avrebbe tardato a darci ombra.

Siccome il nostro albero, occupandoci totalmente, ci rendeva incapaci d'ogni applicazione, d'ogni studio, presi come in un delirio, e non riuscendo a capire che cosa avessimo, ci lasciavano meno liberi di prima, vedemmo approssimarsi l'istante fatale in cui l'acqua ci sarebbe mancata e ci consumavamo d'angoscia nel timore che il nostro albero perisse di siccità. Infine la necessità, madre dell'iniziativa, ci ispirò una trovata per salvare l'albero e noi da sicura morte: fu di scavare sotto terra un canaletto che dirottasse segretamente fino al salice una parte dell'acqua destinata ad innaffiare il noce. L'impresa, eseguita con ardore, non riuscì tuttavia di primo acchito. Avevamo sfruttato così male la pendenza, che l'acqua non scorreva affatto; la terra franava e bloccava il canaletto, l'imbocco si ostruiva di rifiuti, tutto andava a rovescio. Nulla valse a scoraggiarci: Omnia vincit labor improbus. Scavammo più in profondità la terra e il nostro bacino, per favorire scorrimento all'acqua; tagliammo qualche fondo di scatola in strette listerelle, alcune delle quali sistemate in fila di piatto e altre piazzate ad angolo ai due lati di esse, formarono un canaletto triangolare per il nostro condotto. All'imbocco piantammo pezzetti di legno sottili, distanziati in modo che formando una sorta di griglia o di bocchetta trattenevano il limo e i sassolini senza bloccare il flusso dell'acqua. Ricoprimmo scrupolosamente la nostra opera con terriccio ben pressato e il giorno che tutto fu pronto attendemmo con patemi di paura e di speranza l'ora dell'annaffiatura. Dopo secoli d'attesa, l'ora finalmente giunse; anche il signor Lambercier venne come il solito ad assistere all'operazione, durante la quale ce ne stavamo entrambi dietro di lui per nascondergli il nostro albero, al quale fortunatamente volgeva le spalle.

S'era appena finito di versare il primo secchio d'acqua, che cominciammo a vederla scorrere nel nostro bacino. A quella vista, la prudenza ci abbandonò; cominciammo a lanciare grida di gioia che fecero voltare il signor Lambercier, e fu peccato perché aveva preso un gran gusto a vedere quant'era buona la terra del noce e come assorbiva avidamente la sua acqua. Scosso dal vederla dividersi fra due bacini, lancia a sua volta un urlo, guarda, scopre la bricconata, si fa portare rapidamente una zappa, dà un colpo, fa volare due o tre schegge delle nostre listerelle, e gridando a squarciagola «Un acquedotto! Un acquedotto!» mena colpi spietati da ogni parte, ciascuno dei quali ci affonda nel cuore. In un batter d'occhio legnetti, condotto, bacino, salice, tutto andò distrutto, tutto sconvolto, senza che venisse proferita, durante quella terribile impresa, nessun'altra parola fuorché l'esclamazione che non si stancava di ripetere: «Un acquedotto,» gridava fracassando tutto, «un acquedotto! Un acquedotto!»

Si penserà che l'avventura si concludesse al peggio per i piccoli architetti. Ma si sbaglierebbe: tutto finì lì. Il signor Lambercier non ci rivolse una parola di rimprovero, non ci guardò neppure a viso duro, e non ne parlò più; l'udimmo persino ridere poco dopo a piena gola con sua sorella, poiché la risata del signor Lambercier si sentiva di lontano, e cosa ancora più strana, passato il primo sgomento, nemmeno noi ci sentimmo troppo afflitti. Piantammo altrove un altro albero, e rievocammo spesso la catastrofe del primo, ripetendo fra noi con enfasi: «Un acquedotto! Un acquedotto!» Fino a quel momento avevo provato, a intervalli, qualche accesso d'orgoglio quand'ero Aristide o Bruto. Fu questo il mio primo moto ben dichiarato di vanità. Esser riusciti a costruire con le nostre mani un acquedotto, aver messo un germoglio in concorrenza con un grande albero, mi pareva il grado supremo della gloria. A dieci anni giudicavo meglio io di Cesare a trenta.

L'esperienza di quel noce e la piccola storia che vi è connessa mi sono così bene rimaste impresse o tornate alla memoria, che uno dei miei più gradevoli progetti durante il mio viaggio a Ginevra, nel 1754, era di recarmi a Bossey e rivedervi i monumenti dei miei giochi d'infanzia, soprattutto il diletto noce che allora doveva avere ormai un buon terzo di secolo. Fui così costantemente assillato, tanto poco padrone di me stesso, che non riuscii a trovare il momento di soddisfare quel desiderio. Non direi che un'occasione del genere possa mai ripresentarsi, per me. Ma persa la speranza, non ho perduto il desiderio, e sono quasi sicuro che se, tornando in quei cari luoghi, ritrovassi il mio caro noce ancora vivo, lo bagnerei con le mie lacrime. |[continua]|

|[LIBRO PRIMO, 2]|

Tornato a Ginevra, trascorsi due o tre anni in casa di mio zio, aspettando che decidessero che cosa si sarebbe fatto di me. Siccome mio zio destinava suo figlio al Genio, gli fece imparare un po' di disegno e gli insegnava gli Elementi di Euclide. Imparavo tutto ciò standogli vicino, e vi presi gusto, soprattutto al disegno. Discutevano frattanto se farmi orologiaio, procuratore o ministro del culto. Mi sarebbe piaciuto diventare ministro, perché mi pareva bellissimo tener sermoni. Ma la piccola rendita dell'eredità di mia madre, da spartire tra me e mio fratello, non mi bastava per proseguire gli studi. Poiché l'età in cui ero non imponeva una scelta troppo immediata, continuavo ad aspettare in casa dello zio, pressappoco perdendo il mio tempo, e non mancando di pagare, come era giusto, una pensione piuttosto salata.

Mio zio, un gaudente come mio padre, non sapeva come lui assoggettarsi ai propri doveri, e si prendeva ben poca cura di noi. Mia zia era una devota un po'pietista, più propensa a cantar salmi che a vegliare sulla nostra educazione. Ci lasciavano una libertà quasi assoluta, della quale mai abusammo. Sempre inseparabili, bastavamo l'uno all'altro, e non essendo tentati di frequentare i monelli della nostra età, non prendemmo nessuna delle abitudini libertine che l'ozio poteva ispirarci. Ho persino torto di supporci oziosi, poiché mai lo fummo meno, e c'era di buono che i divertimenti ai quali successivamente ci si appassionava, ci tenevano occupati insieme in casa, senza che ci sfiorasse neppure la tentazione di scendere per strada. Costruivamo gabbie, flauti, volani, tamburi, case, cerbottane, balestre.

Guastavamo gli arnesi del mio buon vecchio nonno, per fare orologi a sua imitazione. Avevamo una spiccata preferenza per imbrattar fogli, disegnare, acquarellare, miniare, sprecar colori. Arrivò a Ginevra un ciarlatano italiano, un certo Gambacorta; andammo a vederlo una volta e poi non volemmo più tornarci: ma aveva delle marionette, e ci mettemmo a costruire marionette; le sue marionette recitavano specie di commedie, e noi componemmo commedie per le nostre. Non disponendo dello strumento per alterare la voce, imitavamo con la gola quella di Pulcinella per allestire quelle incantevoli commedie che i nostri poveri bravi parenti pazientemente si sorbivano. Ma un giorno, dopo che zio Bernard ebbe letto in famiglia un suo meraviglioso sermone, piantammo le commedie e ci mettemmo a comporre sermoni. Questi dettagli non sono molto interessanti, lo ammetto; ma dimostrano fing a che punto la nostra prima educazione fosse stata ben diretta, se, quasi padroni del nostro tempo e di noi, in età tanto tenera, fossimo così poco tentati d'abusarne. Sentivamo così poco il bisogno di farci dei compagni, che ne trascurammo fino l'occasione. Quando si andava a passeggio, guardavamo passando i loro giochi, senza desiderio, senza nemmeno pensare a prendervi parte. L'amicizia colmava così appieno i nostri cuori, che ci bastava stare insieme perché i gusti più semplici si trasformassero in delizie.

A forza di vederci sempre insieme, fummo notati; tanto più che mio cugino era assai grande e io piuttosto piccolo, il che componeva una coppia abbastanza buffa. La sua figura lunga e sottile, il suo visetto di pera cotta, la sua aria molle, la sua andatura ciondolante, stuzzicavano i ragazzi a prenderlo in giro.

Nel dialetto del paese gli affibbiarono il nomignolo di Barna Bredanna e non potevamo uscire in strada senza sentirci tutt'attorno Barna Bredanna. Lui sopportava più tranquillamente di me. Io mi arrabbiai, volli battermi; giusto quel che cercavano i bricconcelli. Picchiai e fui picchiato. Il mio povero cugino mi aiutava come poteva; ma era debole, con un cazzotto lo stendevano. Allora mi infuriavo. Ma per quanto di ceffoni ne incassassi parecchi, non ce l'avevano con me, ma con Barna Bredanna. Se non che, reagendo con la mia collera, aggravai le cose al punto che non ci azzardavamo più ad uscire se non nelle ore in cui erano a scuola, per paura d'essere seguiti con urla di scherno.

Eccomi già nel ruolo di raddrizzatore di torti. Per essere un paladino in piena regola, non mi mancava che la dama: ne ebbi due. Di tanto in tanto andavo a trovare mio padre a Nyon, cittadina del cantone di Vaud, dove s'era stabilito. Mio padre era molto benvoluto, e la benevolenza si rifletteva sul figlio. Nei brevi soggiorni a casa sua, facevano a gara per festeggiarmi. Una certa signora di Vulson, soprattutto, mi gratificava di mille carezze e, per di più, sua figlia mi scelse come suo cavaliere. Si capisce che cosa può essere un cavaliere di undici anni per una ragazza di ventidue. Ma queste furbacchione sono tutte così disposte a mettere in mostra i bambolotti per nascondere i grandi, o per tentarli con lo spettacolo di un gioco che sanno rendere attraente! Per parte mia, non cogliendo alcuna discordanza tra lei e me, presi la cosa sul serio, mi abbandonai di tutto cuore, o meglio, di tutta testa, giacché solo con questa ero innamorato, quantunque alla follia, anche se i miei trasporti, le mie agitazioni, i miei furori animavano scenette da morir dal ridere.

Conosco due tipi di amore nettamente distinti, realissimi, e che quasi nulla hanno in comune, benché entrambi vivissimi e diversi dalla affettuosa amicizia. Il corso della mia vita si è sempre diviso tra questi due amori di natura così diversa, e li ho persino provati contemporaneamente; perché, ad esempio, al tempo di cui parlo, mentre mi impossessavo della signorina di Vulson così pubblicamente e tirannicamente da non tollerare che nessun uomo l'avvicinasse, intrattenevo con una piccola signorina Goton rapidi ma vivaci convegni, nei quali ella si degnava di farmi da maestra di scuola, ed era tutto; ma questo tutto, che veramente era tutto per me, mi appariva come la massima felicità e, sentendo già il valore del mistero, per quanto non sapessi usarne che infantilmente, ricambiavo alla signorina di Vulson, che non s'accorgeva di nulla, la pena che si dava nel servirsi di me per schermare altri amori. Ma, con mio grande rincrescimento, il mio segreto fu scoperto, o meno ben protetto dalla mia maestrina che da me, perché non tardarono a separarci, e qualche tempo dopo, di ritorno a Ginevra, passando da Coutance, udii delle ragazzine che mi apostrofavano a mezza voce, dicendo: «Goton tic-tac Rousseau.»

Quella piccola signorina Goton era davvero una persona singolare. Senza essere bella, aveva un viso che è difficile dimenticare, e che tuttora ricordo, anche troppo spesso per un vecchio matto. Gli occhi soprattutto non erano della sua età, e neppure la figura e il portamento. Aveva un'arietta solenne e fiera, appropriatissima alla sua parte, e che ne aveva suscitato la prima idea fra noi. Ma il più bizzarro in lei era un misto di audacia e di riservatezza difficile a concepirsi. Con me si permetteva le più grandi intimità, senza consentirmene alcuna verso di lei; mi trattava esattamente come un bambino: il che mi fa pensare che ella avesse già cessato d'esserlo, oppure che lo fosse ancora abbastanza da non vedere che il gioco là dove si esponeva a un rischio.

Appartenevo interamente, per così dire, a ciascuna di quelle due persone, e così perfettamente che in compagnia dell'una mai mi accadeva di pensare all'altra. Non c'era d'altronde, nulla di identico in ciò che ciascuna mi faceva provare. Avrei passato tutta la vita con la signorina di Vulson senza pensare a lasciarla; ma, avvicinandola, la mia gioia era quieta e non arrivava al turbamento. Mi piaceva soprattutto quando s'era in compagnia di molti; gli scherzi, le moine, le stesse gelosie mi attraevano, mi interessavano; trionfavo con orgoglio delle preferenze che mi accordava sui rivali adulti, che pareva maltrattare. Ero tormentato, ma quel tormento mi piaceva. Gli applausi, gli incitamenti, le risate mi riscaldavano, mi animavano. Mi lanciavo in effusioni, in frizzi; nella cerchia mi sentivo trascinato dalla passione; a tu per tu sarei stato impacciato, freddo, forse annoiato. Nondimeno mi interessavo teneramente a lei, soffrivo quand'era ammalata, avrei dato la mia salute in cambio della sua, e notate che sapevo benissimo, per esperienza, che cosa fosse malattia e che cosa fosse salute. Quand'era lontana, pensavo a lei, mi mancava; vicina, le sue carezze mi erano dolci al cuore, non ai sensi. Ero impunemente confidenziale con lei, la mia immaginazione non chiedeva di più di quanto ella m'accordasse; eppure non avrei tollerato di vederle fare altrettanto con altri. L'amavo come un fratello, ma ne ero geloso come un amante.

Lo sarei stato della signorina Goton come un turco, come un folle, come una tigre, se avessi soltanto immaginato che potesse concedere a un altro lo stesso trattamento riservato a me, poiché anche questo era una grazia che occorreva chiedere in ginocchio. Avvicinavo la signorina di Vulson con piacere vivissimo, ma senza turbamento; bastava invece che vedessi la Goton e non vedevo più nient'altro, i miei sensi erano tutti sconvolti. Ero familiare con la prima senza avere reali familiarità; al contrario ero tremante e agitato dinanzi alla seconda, persino al colmo delle più grandi familiarità. Credo che se fossi rimasto troppo a lungo con lei, non sarei potuto vivere; i palpiti mi avrebbero soffocato. Temevo egualmente di dispiacere a entrambe; ma ero più compiacente con l'una e più obbediente con l'altra. Per nulla al mondo avrei voluto contrariare la signorina di Vulson, ma se la Goton mi avesse ordinato di gettarmi nel fuoco, credo che le avrei obbedito all'istante.

I miei amori o piuttosto i miei convegni con lei durarono poco, per fortuna d'entrambi. Quantunque i miei rapporti con la signorina di Vulson non corressero i medesimi rischi, ebbero anch'essi la loro catastrofe, dopo essersi prolungati un po' di più. Le conclusioni di questo genere di vicende devono sempre avere risvolti un po' romanzeschi, e offrire aspetti esclamativi. Sebbene il mio rapporto con la signorina di Vulson fosse meno vivo, era forse più stretto. I nostri distacchi non erano mai senza lacrime, ed è strano in che vuoto opprimente mi sentivo cadere dopo averla lasciata. Non riuscivo a parlare che di lei, né a pensare che a lei: i miei rimpianti erano veri e vivi; ma credo che in fondo gli eroici rimpianti non erano tutti per lei, e che gli svaghi di cui ella era il centro avessero in tutto questo, senza che io me ne rendessi conto, una parte di rilievo. A mitigare i dolori dell'assenza, ci scrivevamo lettere di un patetico da spezzare le pietre. Ebbi infine la gloria ch'ella non poté più resistere, e venne a trovarmi a Ginevra. Il colpo mi fece girare la testa davvero; fui ebbro e folle per i due giorni in cui rimase. Quando partì, volevo gettarmi in acqua dietro di lei, e feci lungamente riecheggiare l'aria delle mie grida. Otto giorni dopo, mi mandò dei dolci e dei guanti; il che mi sarebbe parso molto galante, se non avessi appreso contemporaneamente che si era maritata, e che lo scopo del suo viaggio, del quale compiacentemente mi aveva attribuito l'onore, era l'acquisto degli abiti nuziali. Non descriverò il mio furore: lo si può immaginare. Giurai nel mio nobile corruccio di non rivedere mai più la perfida, non concependo per lei punizione più terribile. Non ne mori certamente poiché vent'anni dopo, essendo andato a trovare mio padre e passeggiando con lui sul lago, domandai chi fossero le donne che vedevo in un battello poco lontano dal nostro. «Ma come,» disse mio padre sorridendo, «il cuore non te lo dice? Sono i tuoi antichi amori: è la signora Christin, la signorina di Vulson.» Trasalii a quel nome quasi dimenticato: ma dissi ai barcaioli di cambiar rotta; sebbene mi si offrisse abbastanza facile il gioco di prendermi una rivincita, non giudicai che valesse la pena d'essere spergiuro, e rinnovare una briga vecchia di vent'anni con una donna di quaranta.

Si perdeva così in sciocchezze il più prezioso tempo della mia infanzia, prima che si fosse deciso del mio destino. Dopo lunghe discussioni per favorire le mie naturali disposizioni, si adottò alla fine la scelta per la quale ne avevo meno, e mi si mandò dal signor Masseron, cancelliere della città, per imparare alle sue dipendenze quello che il signor Bernard definiva l'utile mestiere del grattacarte. Il nomignolo mi disgustava estremamente; la speranza di guadagnare una quantità di scudi per una via ignobile non lusingava il mio carattere altero; l'occupazione mi pareva noiosa, insopportabile; l'assiduità forzata, la dipendenza, finirono per disgustarmi, e non rientravo mai in cancelleria senza un orrore che cresceva di giorno in giorno. Il signor Masseron, da parte sua, poco soddisfatto di me, mi trattava con aria sprezzante, rimproverandomi continuamente la mia pigrizia, la mia ottusità, e ogni giorno ripetendomi che mio padre gli aveva garantito «che sapevo, che sapevo», mentre in realtà non sapevo un bel niente; che gli aveva promesso un bel giovanotto e gli aveva rifilato un asino. Infine venni ignominiosamente licenziato dalla cancelleria per inettitudine, e dai commessi del signor Masseron fu decretato che non ero buono ad altro che a menar la lima.

Determinata così la mia vocazione, fui messo come apprendista non da un orologiaio, ma da un incisore. La disistima del cancelliere m'aveva profondamente umiliato, e obbedii senza aprir bocca. Il mio padrone, un certo Ducommun, era un giovane rustico e violento, che riuscì in brevissimo tempo ad offuscare tutto lo splendore della mia infanzia, ad abbrutire il mio carattere affettuoso e vivace, e a ridurmi, sia nello spirito che nella condizione, al mio vero stato di apprendista. Il mio latino, la mia passione per l'antichità e per la storia, tutto fu per lungo tempo dimenticato; non ricordavo nemmeno che fossero esistiti al mondo dei romani. Mio padre, quando andavo a trovarlo, non vedeva più in me il suo idolo; non ero più per le signore il galante Jean-Jacques, e mi rendevo conto così bene io stesso che il signore e la signorina Lambercier non avrebbero riconosciuto in me il loro allievo, che ebbi vergogna di ripresentarmi, e da quel tempo non li rividi più. Le propensioni più vili, la più volgare furfanteria sostituirono i miei svaghi gentili, senza lasciarmene la più lontana idea. Nonostante l'educazione più onesta, dovevo avere una disposizione particolare a degenerare; visto che accadde così rapidamente, senza la minima difficoltà, e mai un Cesare tanto precoce si mutò così rovinosamente in Laridon.

Non era il mestiere in sé a dispiacermi: avevo una spiccata inclinazione per il disegno, il lavoro di bulino mi divertiva abbastanza e poiché il talento di incisore da orologeria è assai limitato, speravo di raggiungervi la perfezione. Ci sarei arrivato, probabilmente, se la brutalità del mio padrone e l'eccessiva soggezione non mi avessero disgustato del lavoro. Gli sottraevo il mio tempo per impiegarlo in occupazioni dello stesso genere, ma che avevano per me l'attrattiva della libertà. Incidevo una specie di medaglie che a me e ai miei amici servivano come insegna di un ordine cavalleresco. Il padrone mi sorprese in quel lavoro di contrabbando e mi picchiò di santa ragione, sostenendo che mi esercitavo a battere moneta falsa, poiché le nostre medaglie recavano le armi della Repubblica. Posso giurare che non avevo neanche un'idea della moneta falsa, e pochissime di quella vera. Sapevo meglio come erano fatti gli assi romani che i nostri pezzi da tre soldi.

La tirannia del mio padrone finì per rendermi insopportabile il lavoro, che avrei amato, e per procurarmi vizi che avrei odiati, quali la menzogna, la poltroneria, il furto. Nulla m'ha insegnato la differenza che corre tra la dipendenza filiale e la schiavitù servile, come il ricordo dei mutamenti prodottisi in me durante questo periodo. Timido e vergognoso per natura, non provai mai tanta ripugnanza per alcun difetto quanto per la sfrontatezza. Ma avevo goduto di una libertà onesta, che sino allora s'era andata solo gradualmente restringendo, ed ora svanì del tutto. Ero ardito in casa di mio padre, libero in quella del signor Lambercier, discreto da mio zio; divenni pavido presso il padrone, e da allora fui un ragazzo perduto. Assuefatto a una perfetta eguaglianza con i miei superiori nel modo di vivere, a non conoscere un piacere che non fosse alla mia portata, a non vedere una pietanza senza averne la mia parte, a non avereun desiderio senza esternarlo, a mettere insomma sulle mie labbra tutti i moti del mio cuore: si giudichi che cosa dovetti diventare in una casa dove non osavo aprir bocca, dove bisognava allontanarsi dalla tavola a un terzo del pasto, e dalla stanza non appena non vi avevo più niente da fare, dove, incatenato senza tregua al lavoro, vedevo solo oggetti di godimento per gli altri e di privazione per me; dove l'immagine della libertà del padrone e dei lavoranti aggravava il peso della mia dipendenza; dove nelle discussioni sugli argomenti che meglio conoscevo non osavo aprir bocca; dove insomma tutto ciò che vedevo diventava per il mio cuore oggetto di cupidigia unicamente perché ero privo di tutto. Addio spigliatezza, allegria, frasi felici che così spesso un tempo m'avevano risparmiato, nei miei errori, il castigo. Non posso ricordare senza ridere la sera, in casa di mio padre, che condannato per qualche monelleria a coricarmi senza cena, attraversando la cucina col mio triste tozzo di pane, vidi e annusai l'arrosto che girava allo spiedo. Stavano attorno al fuoco, passando bisognava salutarli tutti. Fatto il giro, sbirciando con la coda dell'occhio quell'arrosto che aveva un così bell'aspetto e un profumo così appetitoso, non riuscii a trattenere una riverenza anche per lui, dicendogli lamentosamente: «Addio, arrosto.» L'ingenua battuta parve così spiritosa, che mi lasciarono cenare. Avrebbe forse avuto altrettanto fortuna col mio padrone, ma è certo che non mi sarebbe venuta, o non l'avrei mai azzardata.

Ecco come imparai a desiderare in silenzio, a nascondermi, a dissimulare, a mentire, e persino a rubare, fantasia che fino a quel momento non m'era mai venuta, e dalla quale dopo d'allora non mi riuscì di guarire del tutto. Cupidigia e impotenza portano sempre là. Ecco perché tutti i domestici sono furfanti e tutti gli apprendisti devono esserlo; ma in uno stato costante e tranquillo, in cui tutto ciò che vedono è alla loro portata, crescendo, questi ultimi perdono la vergognosa inclinazione. Non avendo goduto lo stesso vantaggio, non potei trarne il medesimo profitto.

Sono quasi sempre i buoni sentimenti mal indirizzati che fanno compiere ai ragazzi il primo passo verso il male. Malgrado le privazioni e le tentazioni continue, ero rimasto colmio padrone più di un anno senza potermi decidere a prendere nulla, nemmeno qualcosa da mangiare. Il mio primo furto fu una questione di compiacenza; ma aprì la porta ad altri che non avevano un fine così lodevole.

C'era dal mio padrone un lavorante di nome Verrat, la cui casa, nei dintorni, aveva un giardino piuttosto lontano che produceva bellissimi asparagi. A Verrat, che non disponeva di troppo denaro, venne voglia di rubare a sua madre un po' di asparagi primaticci, e di venderli per pagarsi qualche buona colazione. Siccome non voleva esporsi di persona, e non era molto in gamba, scelse me per quell'impresa. Dopo alcune moine preliminari, che tanto più mi conquistarono quanto meno ne colsi lo scopo, me la propose come un'idea venutagli al momento. Discussi molto, lui insisteva. Non ho mai saputo resistere alle lusinghe: mi arresi. Andavo ogni rmattina a cogliere gli asparagi più belli; li portavo a Molard, ' dove qualche brava donna accorgendosi che li avevo appena rubati, me lo diceva per abbassarne il prezzo. Nel mio spavento prendevo quanto le andava di darmi, e lo portavo al signor Verrat. I quattrini si trasformavano prontamente in una colazione alla quale provvedevo io stesso, e che lui divideva con un altro compagno; e quanto a me, contentissimo di riceverne qualche briciola, non toccavo neppure il loro vino.

Il piccolo traffico durò parecchi giorni senza che mi venisse neppure in mente di derubare il ladro e di taglieggiare il signor Verrat sul ricavato dei suoi asparagi. Eseguivo la mia mascalzonata con la massima lealtà; il mio solo scopo era di compiacere chi me la faceva commettere. Eppure, fossi stato sorpreso, quante botte, quante ingiurie, che crudeltà avrei dovuto subire, mentre il miserabile, smentendomi, sarebbe stato creduto sulla parola, ed io punito doppiamente per aver osato incolparlo, tenuto conto che lui era lavorante e io soltanto apprendista! Ecco come in ogni situazione il colpevole forte si salva sulla pelle del debole innocente.

Imparai così che rubare non era così terribile come avevo creduto, e subito trassi dalla mia scienza tanto profitto che nulla di ciò che desideravo era al sicuro, se appena mi capitava a portata di mano. Non ero assolutamente mal nutrito in casa del mio padrone, e la sobrietà mi pesava soltanto perché così poco osservata da lui. La consuetudine di allontanare da tavola i giovani quando vi servivano ciò che più li tenta, mi pareva ispirata giusto a renderli tanto golosi quanto bricconi. Divenni in breve l'uno e l'altro; e di solito me ne trovavo benissimo, a volte malissimo se venivo sorpreso.

Un ricordo che ancora mi fa fremere e ridere insieme, è quello di una caccia alle mele che mi costò cara. Le mele erano in fondo a una dispensa che, attraverso un'alta gelosia, prendeva luce dalla cucina. Un giorno che ero solo in casa, salii sulla madia per ammirare nel giardino delle Esperidi il prezioso frutto al quale non potevo awicinarmi. Andai a prendere lo spiedo per vedere se con quello potevo raggiungerlo: era troppo corto. Lo allungai con un altro spiedo più piccolo, da selvaggina minuta, giacché al mio padrone piaceva la cacciagione. Infilzai più volte senza successo; finalmente sentii con gioia che pescavo una mela. Tirai con estrema lentezza: già la mela toccava la gelosia, ero sul punto di afferrarla. Chi dirà il mio dolore? La mela era troppo grossa e non passava dal buco. Quante invenzioni improvvisai per prenderla! Occorse trovare dei sostegni per reggere fermo lo spiedo, un coltello lungo abbastanza per tagliare la mela, un'assicella per sostenerla. A forza di abilità e di tempo riuscii a tagliarla, sperando di recuperare poi i pezzi uno dopo l'altro; ma, non appena tagliati, essi piombarono entrambi nella dispensa. Lettore pietoso, partecipa alla mia afflizione.

Non mi persi di coraggio; ma avevo perduto molto tempo. Temevo d'essere sorpreso; rinviai all'indomani un tentativo più fortunato e mi rimisi al lavoro tutto tranquillo, come se non avessi fatto nulla, senza pensare ai due indiscreti testimoni che in dispensa deponevano contro di me.

Il giorno dopo, ritrovata la buona occasione, tento un nuovo assalto. Monto sui miei trespoli, allungo lo spiedo, l'aggiusto; ero pronto a infilzare... Sfortunatamente il dragone non dormiva; d'un colpo la porta della dispensa si spalanca: viene fuori il mio padrone, incrocia le braccia, mi guarda ed esclama: «Coraggio!»... La penna mi cade di mano.

In breve, a forza di subire maltrattamenti, mi resi meno sensibile; mi parvero alla fine una sorta di compensazione del furto, che mi desse il diritto di continuare. Invece di volgere indietro lo sguardo e guardare alla punizione, lo volgevo innanzi e guardavo alla vendetta. Reputavo che picchiarmi come un mascalzone significasse autorizzarmi ad esserlo. Trovavo che rubare ed essere battuto andavano insieme, e in qualche modo costituivano una condizione, e adempiendo la parte di quella condizione che dipendeva da me, potevo lasciare al mio padrone la preoccupazione dell'altra. Persuaso di questo, mi misi a rubare più tranquillo di prima. Mi dicevo: «Che sarà, tirate le somme? Verrò battuto. E sia: sono fatto per questo.»

Mi piace mangiare, senza essere avido: sono sensuale, non goloso. Troppi altri piaceri mi distraggono da quello. Non mi sono occupato del mio palato se non quando il mio cuore era ozioso, e ciò mi accadde nella vita così di rado, che non ho quasi avuto il tempo di pensare ai bocconcini prelibati. Ecco perché non limitai a lungo le mie ruberie al campo dei cibi, ma le estesi ben presto a tutto ciò che mi tentava; e se non divenni un ladro in tutto e per tutto, fu perché il denaro non mi attrasse mai eccessivamente. Nel laboratorio comune, il padrone disponeva di un locale particolare che teneva chiuso a chiave. Trovai il mezzo di aprire la porta e di richiuderla senza che apparisse. Là approfittavo a mio vantaggio dei suoi ottimi attrezzi, dei suoi migliori disegni, dei suoi stampi, di tutto ciò che gli invidiavo e che egli ostentava di tenermi lontano. Risultavano, in fondo, furti ben innocenti, eseguiti com'erano solo per essere utili al suo servizio. Ma mi sentivo in estasi quando avevo quelle inezie in mio potere: mi illudevo di rubare l'ingegno insieme con i suoi prodotti. Del resto, nelle sue scatole c'erano anche frammenti d'oro e d'argento, gioiellini, pezzi di valore e monete. Quando avevo in tasca quattro o cinque soldi era molto: eppure, lungi dal toccar qualcosa di quella roba, non ricordo nemmeno d'avervi mai posato uno sguardo di desiderio. Vedevo quelle cose più con angoscia che con piacere. Credo anche che quell'orrore per il furto di denaro e di quanto vi è connesso mi venisse in buona parte dall'educazione. Vi si mescolavano segrete idee d'infamia, di prigione, di castigo, di patibolo, che mi avrebbero fatto rabbrividire se fossi stato tentato; i miei tiri mi sembravano invece birichinate, e in effetti non erano molto di più. Tutto questo poteva costarmi solo qualche energica strigliata del padrone, e vi ero rassegnato in partenza.

Ma, ripeto, non desideravo neppure abbastanza da dovermi astenere; non sentivo nulla da dover combattere. Un solo foglio di bella carta da disegno mi tentava più del denaro sufficiente a comprarne una risma. Questa stranezza è connessa a una delle singolarità del mio carattere; e ha avuto un tale influsso sulla mia condotta che è necessario spiegarla.

Ho passioni ardentissime e finché mi agitano nulla eguaglia la mia impetuosità; non conosco più né riguardi, né rispetto, né paura, né buona creanza; sono cinico, sfrontato, violento, intrepido; non c'è vergogna che mi freni né rischio che mi spaventi: all'infuori dell'oggetto che mi occupa, il mondo intero non è più niente per me. Ma tutto ciò non dura che un momento, e il momento che segue già mi annienta. Prendetemi nella calma, sono l'indolenza e la timidozza in persona; tutto mi sgomenta, tutto mi ripugna; ho paura del volo di una mosca; dire una parola, fare un gesto spaventa la mia pigrizia; paura e vergogna mi soggiogano al punto che vorrei eclissarmi agli occhi di tutti i mortali. Se occorre agire, non so che fare; se occorre parlare, non so che dire; se mi si guarda, mi smarrisco. Quando mi appassiono, so trovare a volte le parole da dire; ma nelle conversazioni abituali non trovo nulla, proprio nulla; mi riescono insopportabili solo per questo: sono obbligato a parlare.

Nessuno dei miei gusti dominanti, per giunta, si soddisfa di cose che si comprano. Non ho bisogno che di piaceri puri, e il denaro li avvelena tutti. Amo, per esempio, i piaceri della tavola; ma non potendo soffrire né il disagio della buona società né la crapula dell'osteria, non posso gustarli che in compagnia di un amico, perché da solo mi è impossibile; la mia immaginazione s'occupa allora d'altro e il piacere di mangiare mi sfugge. Se il mio sangue acceso mi chiede delle donne, il mio cuore agitato ancor più mi chiede amore. Donne prezzolate perderebbero ai miei occhi ogni fascino; dubito persino che riuscirei a goderne. Così è di tutti i piaceri che mi sono accessibili. Se non sono gratuiti, li trovo insipidi. Amo solo i beni che non appartengono ad altri che al primo capace di gustarli.

Il denaro non mi parve mai cosa tanto preziosa come si dice. Di più, non m'è mai parso tanto comodo; non serve a nulla di per sé, occorre trasformarlo per goderne; bisogna comprare, contrattare, lasciarsi spesso abbindolare, pagare molto ed essere serviti male. Vorrei una cosa buona per la sua qualità: col denaro sono sicuro di averla cattiva. Compro caro un uovo fresco, è stantio; un bel frutto, è acerbo; una ragazza, ed è bacata. Mi piace il buon vino, ma dove lo trovo? Da un vinaio? Comunque faccia, mi avvelenerà. Desidero assolutamente essere servito bene? Quante preoccupazioni, quanti fastidi! Disporre d'amici, di corrispondenti, inviare commissioni, scrivere, andare, venire, aspettare; e alla fine di tutto, essere ancora sovente ingannato. Quante noie, con tutto il mio denaro! Lo temo più di quanto ami il buon vino.

Mille volte, durante e dopo il mio apprendistato, uscii con l'intenzione di acquistare qualche ghiottoneria. Mi avvicino alla bottega d'un pasticciere, scorgo delle donne al banco; credo già di vederle ridere e burlarsi tra loro del piccolo ghiottone. Passo davanti a una fruttaiola, sbircio con la coda dell'occhio le belle pere, il loro proLumo mi tenta; due o tre giovanotti là accanto mi guardano, un uomo che mi conosce sta davanti alla sua bottega; vedo di lontano arrivare una ragazza: non è la domestica di casa? La vista corta mi crea mille inganni. Scambio tutti quelli che passano per gente di conoscenza; dovunque mi sento intimidito, trattenuto da qualche ostacolo; il mio desiderio cresce con la mia vergogna, e alla fine rincaso come uno sciocco, preda di bramosie che quanto trattengo in tasca basterebbe a soddisfare, ma senza aver osato comprar nulla.

Mi attarderei sui particolari più insipidi se, sull'impiego del mio denaro da parte mia o d'altri insistessi a descrivere l'imbarazzo, la vergogna, la ripugnanza, gli inconvenienti e i disgusti d'ogni genere che ho sempre provato. Via via che, proseguendo nel racconto della mia vita, il lettore prenderà dimestichezza del mio carattere, sentirà tutto ciò senza che io mi dilunghi a spiegarlo.

Chiarito questo punto, si comprenderà agevolmente una delle mie pretese contraddizioni: quella di associare un'avarizia quasi sordida col più grande disprezzo del denaro. È per me un bene così scomodo che non penso nemmeno di desiderarlo quando mi manca; e quando ne dispongo lo conservo a lungo senza spenderlo, non sapendolo usare a modo mio; ma se si presenta l'occasione propizia e gradevole ne approfitto così bene che la mia borsa si vuota prima che me ne sia accorto. Del resto, non cercate in me la mania degli avari, quella di spendere per ostentazione; al contrario, spendo in segreto e per il piacere: lungi dal gloriarmi delle mie spese, le nascondo. Sento talmente che il denaro non fa per me, che mi vergogno quasi di averne, e più ancora di servirmene. Avessi mai disposto d'una rendita sufficiente a vivere comodamente, l'avarizia non mi avrebbe affatto tentato, ne sono più che certo. Spenderei tutto il mio reddito senza cercare di aumentarlo. La precarietà della mia situazione mi rende invece pavido. Adoro la libertà; aborro il disagio, la fatica, la schiavitù. Finché dura, il denaro che ho nella borsa assicura la mia indipendenza; mi risparmia la briga di cercarne altro, necessità che ebbi sempre in orrore. Ma per paura di vederlo finire, lo tengo da conto. Il denaro che si possiede è uno strumento di libertà; quello cui si dà la caccia è uno strumento di servitù. Ecco perché stringo bene i cordoni e non desidero nulla.

Il mio disinteresse non è dunque che pigrizia; il piacere di avere non vale la pena che costa; e la mia dissipazione, anch'essa, non è che pigrizia; quando si presenta l'occasione di spendere piacevolmente, non si riesce mai ad approfittarne abbastanza. Sono meno tentato dal denaro che dalle cose, perché tra il denaro e il possesso desiderato c'è sempre un intermediario, mentre tra la cosa e il suo godimento non ce n'è nessuno. Vedo la cosa, mi tenta; se non vedo che il mezzo di procurarmela, non sono tentato. Sono stato dunque un briccone, e qualche volta ancora lo sono per le quisquilie che mi attraggono e che preferisco prendere piuttosto che chiedere. Ma da piccolo o da grande non ricordo d'aver preso un centesimo a nessuno in vita mia, tranne una sola volta, nemmeno quindici anni fa, che rubai sette lire e dieci soldi. L'avventura merita d'essere raccontata, perché vi si assommano incredibilmente sfrontatezza e stupidità, al punto che stenterei a crederlo se si trattasse di un altro.

Accadde a Parigi. Passeggiavo col signor di Francueil al Palais-Royal, verso le cinque. Lui tira fuori l'orologio, lo guarda, e mi dice: «Andiamo all'Opéra.» Sono d'accordo e si va. Acquista due biglietti di anfiteatro, me ne dà uno, e passa per primo con l'altro. Io lo seguo, lui entra. Entrando a mia volta, trovo la porta ingombra. Guardo, e vedo tutti in piedi. Penso che potrei benissimo perdermi in quella ressa, o quanto meno lasciar supporre al signor di Francueil che mi sono perduto. Esco, ritiro la mia contromarca, poi il denaro, e me ne vado, senza pensare che, appena avessi raggiunto la porta, tutti si sarebbero messi a sedere, e il signor di Francueil avrebbe così visto chiaramente che io non c'ero più.

Siccome nulla fu mai più estraneo al mio carattere di questo comportamento, lo riferisco per mostrare come vi siano momenti di una sorta di delirio nei quali non bisogna giudicare gli uomini dalle loro azioni. Non avevo esattamente rubato quel denaro, quanto il suo impiego: meno era un furto, più era un'infamia.

Non la finirei più con questi particolari, se volessi seguire tutte le strade per le quali, nel corso del mio apprendistato, passai dalla sublimità dell'eroismo alla bassezza di un mascalzone. Nondimeno, se presi tutti i vizi del mio stato, mi fu impossibile assumerne del tutto le propensioni. Mi annoiavo degli svaghi dei miei compagni; e quando l'eccessivo disagio mi ebbe disgustato anche del lavoro, m'annoiai di tutto. La situazione mi restituì quel gusto della lettura che da tempo avevo perduto. Carpite al mio lavoro, le letture divennero una nuova colpa che mi attirò nuovi castighi. Questo gusto, acuito dalle contrarietà, divenne passione, e in breve furore. La Tribu, nota noleggiatrice di libri, me ne forniva d'ogni genere. Buoni e cattivi, tutti mi andavano; non sceglievo neppure: leggevo ogni cosa con la stessa avidità. Leggevo al banco di lavoro, leggevo andando in giro per le commissioni, leggevo al gabinetto di decenza, e mi ci dimenticavo ore intiere; la testa mi girava per il gran leggere, non facevo altro che leggere. Il padrone mi spiava, mi sorprendeva, mi picchiava, mi sequestrava i libri. Quanti volumi furono strappati, bruciati, gettati dalla finestra! Quante opere restarono scompagnate nella biblioteca della Tribu! Quando non avevo più di che pagarla, le davo le mie camicie, le mie cravatte, i miei vestiti; i miei tre soldi di mancia finivano ogni domenica sul suo banco, regolarmente.

Ecco dunque, mi si dirà, il denaro divenuto necessario. È vero, ma fu quando la lettura mi ebbe sottratto a ogni attività. Interamente abbandonato alla mia nuova passione, non facevo che leggere, e non rubavo più. Anche qui traspare una delle mie differenze caratteristiche. Nel pieno d'una certa abitudine di essere, un nonnulla mi distrae, mi cambia, mi avvince, infine mi appassiona; e allora tutto è dimenticato, non penso ad altro che al nuovo oggetto d'interesse. Il cuore mi batteva per l'impazienza di sfogliare il libro nuovo che avevo in tasca; appena solo lo tiravo fuori, e non pensavo più a rovistare nel laboratorio del padrone. Stento persino a credere che avrei rubato anche se avessi avuto passioni più costose. Fissato com'ero al presente, non entrava nel giro dei miei pensieri alcuna preoccupazione per l'avvenire. La Tribu mi faceva credito: gli anticipi erano modesti, e quando avevo intascato il mio libro non pensavo più a niente. Il denaro che mi veniva naturalmente passava egualmente a quella donna, e quando costei diventava insistente, niente era più sveltamente sotto mano che il mio stesso corredo. Rubare in anticipo era un eccesso di previdenza, e rubare per pagare non mi tentava neppure.

A forza di rimproveri, percosse, letture clandestine e scelte male, il mio umore divenne taciturno, selvaggio; la mia testacominciava ad alterarsi, e vivevo da vero orso cominciava ad alterarsi, e vivevo da vero orso. Nondimeno, se il mio gusto non mi salvò dai libri banali e volgari, la mia fortuna mi protesse dai libri osceni e licenziosi: non perché la Tribu, donna accomodantissima sotto ogni aspetto, si facesse scrupolo di prestarmene, quanto perché, a renderli più preziosi, me li nominava con un'aria di mistero che raggiungeva precisamente l'effetto opposto, e mi induceva a rifiutarli sia per disgusto che per vergogna. Il caso assecondò così bene il mio umore pudico che avevo più di trent'anni quando detti il primo sguardo a qualcuno di quei libri pericolosi che una bella donna di mondo trova scomodi perché non si può leggerli, dice, che con una mano sola.

In meno di un anno esaurii l'esigua biblioteca della Tribu, e mi trovai crudelmente inoperoso nelle mie ore libere. Guarito dalle mie tendenze di ragazzo e di monello grazie alla lettura, e persino alle mie letture che, pur scriteriate e spesso cattive riconducevano tuttavia il mio cuore a sentimenti più nobili di quelli che la mia condizione aveva ispirato; disgustato da tutto ciò che mi era accessibile e sentendo troppo lontano da me tutto ciò che mi avrebbe allettato, nulla vedevo di possibile che potesse lusingare il mio cuore. I miei sensi, da gran tempo turbati, mi chiedvano un godimento di cui non sapevo neppure immaginare l'oggetto. Ero così lontano dal vero come se non avessi avuto sesso; e, già pubere e sensibile, pensavo talvolta a certe mie follie, ma nulla vedevo al di là. In questa strana situazione, la mia irrequieta immaginazione prese una via che mi salvò da me stesso e calmò la mia nascente sensualità: e fu di nutrirsi delle situazioni che leggendo mi avevano appassionato, ricordarle, variarle, combinarle, appropriarmele talmente da farmi diventare uno dei personaggi che immaginavo, e sempre nelle condizioni più gradite ai miei gusti. Insomma, lo stato fittizio in cui finii col mettermi mi fece dimenticare lo stato reale in cui ero così scontento. L'amore per gli oggetti immaginari e la facilità di occuparmene finirono col nausearmi di quanto mi circondava, e determinarono il gusto per la solitudine che da allora m'è rimasto. Si vedranno in seguito più d'una volta gli effetti bizzarri di questa tendenza così misantropica e ombrosa, in apparenza, ma che in realtà nasce da un cuore troppo affettuoso, troppo amorevole, troppo tenero, il quale, non trovandone di esistenti che gli somiglino, è costretto a nutrirsi d'illusioni. Mi basta, per ora, aver sottolineato l'origine e la causa prima di un'inclinazione che ha modificato tutte le mie passioni, e che, frenandole in se stesse, mi ha sempre reso pigro nel fare, per eccesso di ardore nel desiderare.

Raggiunsi così i sedici anni, inquieto, scontento di tutto e di me, senza i gusti del mio stato, senza i piaceri della mia età, roso da desideri di cui ignoravo l'oggetto, piangendo lacrime senza ragione, sospirando senza sapere di che, carezzando insomma teneramente le mie chimere e non vedendo intorno a me nulla che potesse valerle.

Ogni domenica i compagni venivano a cercarmi dopo la predica per condurmi a divertirmi con loro. Li avrei volentieri evitati, se avessi potuto; ma una volta impegnato nei loro giochi, ero il più ardente e mi spingevo più lontano d'ogni altro, difficile da smuovere e da trattenere. Questa fu sempre la mia disposizione costante. Nelle nostre passeggiate fuori città, andavo sempre avanti senza pensare al ritorno, a meno che altri non vi pensassero per me. Vi restai preso due volte: le porte vennero chiuse prima che potessi rientrare. L'indomani fui trattato come s'immagina, e la seconda volta mi promisero una tale accoglienza per la terza, che decisi di non espormi al rischio. La terza volta tanto temuta nondimeno arrivò. La mia vigilanza fu messa in scacco da un maledetto capitano, certo signor Minutoli, che chiudeva sempre la porta alla quale era di guardia mezz'ora prima degli altri. Tornavo con due compagni. A mezza lega dalla città, sento suonare la ritirata; raddoppio il passo; odo suonare il tamburo, corro a perdifiato: arrivo ansante, in un bagno di sudore; il cuore mi martella; vedo di lontano i soldati ai loro posti; accorro, grido con voce soffocata. Troppo tardi. A venti passi dall'avamposto, vedo levarsi il primo ponte. Fremetti, vedendo in aria quegli orribili corni, sinistro e fatale auspicio dell'inevitabile sorte che quel momento iniziava per me.

Nel primo impulso del dolore, mi buttai sulla scarpata mordendo la terra. I miei compagni, ridendo della disgrazia, presero all'istante la loro decisione. Anch'io presi la mia, ma in diversa maniera. In quel luogo stesso giurai di non tornare mai più dal padrone, e l'indomani, quando all'ora dell'apertura essi rientrarono in città, dissi loro addio per sempre, pregandoli solo di avvertire in segreto mio cugino Bernard della deeisione che avevo presa, e del luogo dove avrebbe potuto incontrarmi per l'ultima volta.

Dall'inizio del mio apprendistato, essendo maggiormente diviso da lui, lo avevo veduto meno: tuttavia, per un certo periodo, ci incontravamo di domenica. Ma a poco a poco eiaseuno prese altre abitudini, e ei si vide più di rado. Sono convinto che sua madre contribuì molto a questo mutamento. Lui era un ragazzo dei quartieri alti; io, misero apprendista, ero solo un ragazzo di Saint-Gervais. Non c'era più parità tra di noi, malgrado la nascita; frequentarmi significava derogare. Tuttavia i rapporti non cessarono del tutto, e siccome era un ragazzo buono di natura, seguiva a volte gli impulsi del cuore piuttosto che le direttive materne. Informato della mia risoluzione, accorse, non per dissuadermi o condividerla, ma per portare, con qualche piccolo dono, un po' di sollievo alla mia fuga, giacché le mie risorse personali non potevano portarmi molto lontano. Mi regalò fra l'altro uno spadino, del quale m'ero assai incapricciato, che portai con me fino a Torino, dove il bisogno mi costrinse a disfarmene, e dove me lo passai, come si diee, attraverso il corpo.'Più ho riflettuto, poi, al modo in eui si comportò con me in quel momento critico, più mi sono convinto che seguì le istruzioni di sua madre, e forse di suo padre; poiché non è possibile che di sua iniziativa non cercasse in aleun modo di trattenermi, o ehe non fosse tentato di seguirmi: invece nulla. Incoraggiò il mio disegno, anziché dissuadermene; poi, come mi vide ben deciso, mi lasciò senza troppe lacrime. Non ei siamo più scritti né rivisti. È un peccato; era di carattere essenzialmente buono, ed eravamo fatti per volerei bene.

Prima di abbandonarmi alla fatalità del mio destino, mi si eonsenta di volgere un momento lo sguardo su quello che mi sarebbe naturalmente accaduto se avessi conosciuto un padrone migliore. Nulla conveniva di più al mio carattere, né era più adatto a rendermi felice, della condizione tranquilla ed oscura di un buon artigiano, di certe classi soprattutto, come a Ginevra quella degli incisori. Questa condizione, redditizia abbastanza da assicurare un'esistenza agiata, ma non da portare alla ricchezza, avrebbe limitato la mia ambizione per il resto dei miei giorni, e lasciandomi un onesto tempo libero per coltivare dei gusti modesti, mi avrebbe mantenuto nel mio mondo senza offrirmi alcun mezzo d'uscirne. Disponendo di un'immaginazione ricca a sufficienza per abbellire delle sue chimere qualsiasi condizione, abbastanza potente per trasferirmi, diciamo così, a mio piacimento dall'una all'altra, poco mi importava a quale appartenessi davvero. Non ve ne potevano essere di così lontane dal luogo dov'ero fino al primo castello in aria, che non mi fosse facile conquistarmi. Ne conseguiva che la condizione più semplice, quella che dava meno fastidi e meno preoccupazioni, quella che lasciava più libero il mio spirito, era la più conveniente per me; ed era appunto la mia. Avrei trascorso un'esistenza, in seno alla mia religione, alla mia patria, alla mia famiglia e alle mie amicizie, tranquilla e dolce, come occorreva al mio carattere, nell'uniformità di un lavoro di mio gusto e di una società secondo il mio cuore. Sarei stato buon cristiano, buon cittadino, buon padre di famiglia, buon amico, buon operaio, buon uomo in ogni cosa. Avrei amato la mia condizione, forse l'avrei onorata, e dopo aver trascorso una vita oscura e semplice, ma eguale e dolce, sarei morto quietamente fra le braccia dei miei. Presto dimenticato, senza dubbio, sarei stato almeno rimpianto per tutto il tempo in cui sarebbe durato il mio ricordo.

Invece... Quale quadro sto per tracciare? Ah, non anticipiamo le miserie della mia vita! Sin troppo affliggerò i miei lettori con questo triste argomento.

LIBRO SECONDO

Quanto m'era sembrato triste il momento in cui la paura mi ispirò il progetto di fuggire, tanto mi parve affascinante quello in cui lo attuai. Ragazzo ancora, abbandonare il mio paese, i miei parenti, ogni appoggio, ogni risorsa; piantare a mezzo un apprendistato senza conoscere il mio mestiere abbastanza per viverne; consegnarmi agli orrori della miseria senza intravedere alcun mezzo per uscirne; espormi, nell' età della debolezza e dell'innocenza, a tutte le tentazioni del vizio e della disperazione; cercare lontano i mali, gli errori, le insidie, la schiavitù e la morte, sotto un giogo ben più inflessibile di quello che non avevo potuto sopportare: ecco a che cosa andavo incontro; questa la prospettiva che avrei dovuto affrontare. Com'era diversa quella che mi raffiguravo! L'indipendenza che credevo d'aver acquistato era il solo sentimento che mi dominava. Libero e padrone di me stesso, credevo di poter far tutto: bastava che mi lanciassi per librarmi e volare in aria. Entravo con sicurezza nel vasto spazio del mondo; i miei meriti lo avrebbero colmato: a ogni passo avrei trovato festini, tesori, avventure, amici pronti a servirmi, amanti premurose di piacermi: appena mostrandomi, avrei occupato di me l'universo, ma non proprio l'intiero universo, in una qualche misura lo dispensavo, non mi occorreva tanto. Una compagnia di amici affascinanti mi bastava senza darmi pensiero del resto. La mia moderazione mi circoscriveva in una sfera ristretta, ma deliziosamente scelta, dov'ero sicuro di regnare. La mia ambizione s'appagava d'un solo castello. Sorretto dal favore del signore e della dama, amante della damigella, amico del fratello e protettore dei vicini, ero soddisfatto, non mi occorreva di più.

Nell'attesa di quel modesto avvenire, errai alcuni giorni intorno alla città, alloggiando presso contadini di mia conoscenza, che mi ricevettero tutti con bontà maggiore di quanta ne avrebbero mostrata persone di città. Mi accoglievano, mi ospitavano, mi nutrivano troppo bonariamente per averne merito. Non si poteva chiamarla un'elemosina: non ci mettevano abbastanza superbia.

A forza di viaggiare e di percorrere il mondo, mi spinsi fino a Contignou, territorio della Savoia a due leghe da Ginevra. Il curato si chiamava signor Di Pontverre. Questo nome, famoso nella storia della Repubblica, mi colpì. Ero curioso di vedere com'erano i discendenti dei a «gentiluomini del cucchiaio».

Andai a trovare il signor di Pontverre: mi accolse bene, mi parlò dell'eresia di Ginevra, dell'autorità della santa madre chiesa, e mi invitò a pranzo. Trovai poche obiezioni da opporre ad argomenti che si concludevano in quel modo, e giudicai che dei curati dai quali si mangiava così bene valevano almeno quanto i nostri ministri. Certo, ne sapevo più io del signor di Pontverre, per gentiluomo che fosse; ma ero troppo buon commensale per essere altrettanto buon teologo; e il suo vino di Frangy, che mi parve eccellente, argomentava così vittoriosamente per lui che avrei arrossito a chiudere la bocca di un ospite così generoso. Cedevo, dunque, o per lo meno non resistevo apertamente. Ad osservare gli espedienti cui ricorrevo, mi si sarebbe giudicato impostore. Sarebbe stato uno sbaglio: ero certamente onesto. L'adulazione, o meglio la condiscendenza, non sempre è un vizio, e soprattutto nei giovani è più sovente una virtù. La bontà con la quale un uomo ci tratta, ci lega a lui: non gli si cede per ingannarlo, ma per non rattristarlo, per non ripagarne il bene col male. Quale interesse induceva il signor di Pontverre ad accogliermi, a trattarmi così bene, a volermi convincere? Nessuno, fuorché il mio. Questo si diceva il mio giovane cuore. Ero pervaso di riconoscenza e di rispetto per il buon prete. Avvertivo la mia superiorità; e non volevo fargliela pesare in compenso della sua ospitalità. Non c'erano motivi ipocriti in questa condotta: non pensavo affatto a cambiar religione, e, lontanissimo dal familiarizzarmi tanto in fretta con un'idea del genere, la consideravo con un orrore che doveva allontanarmela molto a lungo. Volevo solo non indisporre coloro che a questo fine mi blandivano; volevo coltivare la loro benevolenza e lasciargli qualche speranza di successo, mostrandomi meno agguerrito di quanto fossi realmente. In questo la mia colpa somigliava alla civetteria delle donne oneste che, a volte, per raggiungere i loro scopi, sanno, senza nulla concedere e nulla permettere, far sperare più che non vogliano mantenere.

Ragione, pietà, amore dell'ordine, senza dubbio imponevano che, lungi dall'assecondare la mia follia, fossi allontanato dalla rovina verso la quale correvo, restituendomi alla famiglia. È quanto avrebbe fatto, o tentato di fare, ogni uomo veramente virtuoso. Ma quantunque il signor di Pontverre fosse un buon uomo, non era certamente un uomo virtuoso; era anzi un devoto che non conosceva altra virtù se non adorare le immagini e recitare il rosario; una specie di missionario che per il bene della fede non immaginava di meglio che scrivere libelli contro i ministri di Ginevra. Anziché pensare a rispedirmi a casa, approfittò del mio desiderio d'allontanarmene per mettermi nell'impossibilità di ritornarvi quand'anche me ne fosse tornata la voglia. Si poteva scommettere che mi avrebbe mandato a morir di fame o a campare da mascalzone. Ma non era questo che egli vedeva: vedeva un'anima strappata all'eresia e restituita alla chiesa. Onest'uomo o mascalzone, che importanza aveva, purché andassi alla messa? Non bisogna credere, del resto, che questo modo di pensare sia peculiare ai cattolici; è di ogni religione dogmatica, in cui l'essenziale non stia nel fare quanto nel credere.

«Dio vi chiama,» mi disse il signor di Pontverre, «andate a Annecy; vi troverete una buona dama molto caritatevole, che i benefici del re mettono in condizione di sottrarre altre anime all'errore cui lei stessa è sfuggita.» Si trattava della signora di Warens, convertita recente, che i preti costringevano, in effetti, a spartire con la canaglia disposta a vendere la propria fede, una pensione di duemila franchi concessale dal re di Sardegna. Mi sentivo umiliatissimo d'aver bisogno d'una buona dama molto caritatevole. Mi lusingava molto che mi si offrisse il necessario, ma non mi piaceva la carità; e una beghina non era per me eccessivamente attraente. Nondimeno, esortato dal signor di Pontverre, con la fame alle costole, e anche lietissimo di mettermi in viaggio e di avere una meta, pur a malincuore mi decido e parto per Annecy. Vi potevo arrivare comodamente in un giorno, ma non mi feci fretta, e ne impiegai tre. Non vedevo castello a destra o a sinistra senza andarvi a cercar l'avventura che di certo mi attendeva. Timidissimo, non osavo varcare la soglia o bussare, ma cantavo sotto la finestra più suggestiva, sorpresissimo, dopo essermi a lungo sgolato, di non vedervi apparire né dame né damigelle attratte dalla bellezza della mia voce o dal sale delle mie canzoni, giacché ne conoscevo di ammirevoli, imparate dai miei compagni, e le cantavo mirabilmente.

Finalmente arrivo, e vedo la signora di Warens. Questo periodo della mia vita ha deciso del mio carattere; non mi posso concedere di parlarne con leggerezza. Ero a metà dei miei sedici anni. Senza essere quello che si dice un bel ragazzo, ero ben proporzionato nella mia piccola statura; avevo un bel piede, la gamba fine, l'aria disinvolta, fisionomia vivace, bocca minuta, sopracciglia e capelli neri, occhi piccoli e persino infossati, ma che sprigionavano con forza il fuoco che m'infiammava il sangue. Per mia sfortuna, non ne sapevo nulla del mio aspetto, e in tutta la mia vita non mi è capitato di pensarci che quando era troppo tardi per trarne profitto. Così alla timidezza dell'età univo quella di una natura colma d'amore, sempre turbata dal timore di dispiacere. D'altronde, anche se la mia mente era ben dotata, non avendo mai visto il mondo mancavo totalmente di buone maniere, e le mie cognizioni, anziché supplirvi, non servivano che a intimidirmi ancor più, avvertendomi di quanto ne mancassi.

Temendo dunque che il primo approccio non giocasse a mio favore, pensai di avvantaggiarmi in altro modo, e scrissi una bella lettera in stile oratorio, dove, ricucendo frasi di libri con locuzioni di apprendista, sfoggiavo tutta la mia eloquenza per conquistarmi la benevolenza della signora di Warens. Chiusi la lettera del signor di Pontverre nella mia, e mi avviai verso quella terribile udienza. Non trovai la signora di Warens; mi dissero che era appena uscita per andare in chiesa. Era il giorno delle Palme del 1728. Mi metto di corsa sulle sue tracce: la vedo, la raggiungo, le parlo... Devo ricordarmi del luogo; l'ho poi bagnato con le mie lacrime e coperto dei miei baci. Potessi circondare d'una balaustra d'oro quel luogo felice! Potessi attrarvi gli omaggi di tutta la terra! Chiunque ami onorare i monumenti della salvezza umana non vi si dovrebbe avvicinare che in ginocchio.

Era un passaggio dietro la sua casa, tra un ruscello che la separava a destra da un giardino e il muro a sinistra di un cortile, che attraverso una porta segreta conduceva alla chiesa dei francescani. Sul punto di varcare quella porta, la signora di Warens si volge al mio richiamo. Che cosa non provai come la vidi! Mi ero figurato una vecchia bigotta arcigna; la buona dama del signor di Pontverre altro non poteva essere, a mio avviso. Vedo un viso colmo di grazie, bellissimi occhi azzurri pieni di dolcezza, un incarnato splendido, i contorni di un seno incantevole. Nulla sfuggì al rapido sguardo del giovane proselite, giacché tale divenni all'istante per lei, certo che una religione predicata da simili missionari non poteva mancare di condurre in paradiso. Ella prende sorridendo la lettera che le porgo con mano tremante, l'apre, dà un'occhiata a quella del signor di Pontverre, torna alla mia che legge interamente, e che avrebbe anche riletto se il suo servitore non l'avesse avvertita ch'era tempo di entrare. «Eh, ragazzo mio,» mi disse con un tono che mi fece trasalire, «eccovi così giovane in giro per il mondo; peccato davvero.» Poi, senza attendere la mia risposta: «Andate a casa ad aspettarmi,» aggiunse, a e dite che vi diano la colazione. Dopo la messa, verrò a discorrere con voi.»

Louise Eléonore di Warens era una signorina de la Tour de Pil, nobile e antica famiglia di Vevey, città del cantone di Vaud. Aveva sposato giovanissima il signor di Warens, della casa di Loys, primogenito del signor di Villardin, di Losanna. Il matrimonio, che non dette figli, non era stato felice, e la signora di Warens, spinta da qualche dispiacere domestico, colse l'occasione in cui il re Vittorio Amedeo si trovava ad Evian, per attraversare il lago e gettarsi ai piedi di quel principe, abbandonando così il marito, la famiglia e il suo paese, per una sventatezza assai simile alla mia, e che anche lei ebbe tutto il tempo di rimpiangere. Il re, cui piaceva ostentare il suo zelo di cattolico, la prese sotto la sua protezione, le accordò una pensione di millecinquecento lire piemontesi, invero molto per un principe così poco prodigo, e accortosi che per questa accoglienza lo credevano invaghito di lei, la mandò a Annecy, con la scorta di un distaccamento delle sue guardie. Là, sotto la direzione di Michel Gabriel de Bernex, vescovo titolare di Ginevra, ella abiurò nel convento della Visitazione.

Da sei anni vi si trovava quando arrivai, e lei ne aveva ventotto, essendo nata col secolo. La sua era una di quelle bellezze che si conservano, affidate più all'espressione che ai lineamenti; così era ancora nel suo primo splendore. Aveva un'aria carezzevole e tenera, sguardo dolcissimo, sorriso angelico, una bocca sulla misura della mia, capelli biondo cenere di non comune bellezza, ai quali ella donava un tocco di negligenza che la rendeva assai desiderabile. Era piccola di statura, bassa persino, e un pochino tozza, seppur senza deformità; ma era impossibile vedere una testa più bella, un seno più bello, mani e braccia più belli.

La sua educazione era stata molto mista: come me aveva perduto la madre alla nascita, e assimilando insegnamenti a casaccio, come capitavano, aveva imparato un po' dalla governante, un po' dal padre, un po' dai suoi maestri, e molto dai suoi amanti, soprattutto da un signor di Tavel, che dotato di gusti e di cognizioni, ne adornò la persona che amava. Ma tanti generi differenti si nocquero a vicenda, e quel poco d'ordine che vi mise impedì ai suoi vari studi d'arricchire la naturale esattezza della sua mente. Così, pur possedendo qualche principio di filosofia e di fisica, non mancò di ereditare la passione di suo padre per la medicina empirica e per l'alchimia: preparava elisir, tinture, balsami, magisteri, pretendeva di custodire segreti. I ciarlatani, approfittando della sua debolezza, s'impadronirono di lei, l'ossessionarono, la rovinarono, e consumarono, tra fornelli e droghe, la sua mente, i suoi doni e le sue attrattive, con i quali avrebbe potuto fare la delizia delle migliori società.

Ma se dei vili furfanti abusarono della sua educazione mal diretta per offuscare i lumi della sua ragione, il suo cuore eccellente resse alla prova e restò immutato: il suo carattere affettuoso e dolce, la sua sensibilità per gli sventurati, la sua inesauribile bontà, il suo umore gaio, aperto e franco, non si guastarono mai; e anche all'approssimarsi della vecchiaia, nella stretta dell'indigenza, delle sofferenze, delle diverse calamità, la serenità della sua anima armoniosa le conservò sino al termine della vita tutta la gaiezza dei suoi giorni più belli.

I suoi errori provennero da un fondo inesauribile d'attività che esigeva senza tregua occupazione. Non le occorrevano intrighi da donnicciole, bensì imprese da compiere e da dirigere. Era nata per i grandi affari. Al suo posto, la signora di Longueville non sarebbe stata che un'arruffona; al posto della signora di Longueville, lei avrebbe governato lo stato. Il suo naturale ingegno era stato sviato, e ciò che ne avrebbe fatto la gloria in una situazione più elevata, in quella nella quale visse fece la sua rovina. Nelle cose che si trovavano alla portata dei suoi interessi, puntualmente, nella sua testa, ampliava i piani, e vedeva sempre le cose in grande. Di conseguenza, impiegando mezzi commisurati alle sue concezioni più che alle sue forze, accadeva che fallisse per colpa degli altri, e come il suo progetto andava a rotoli, ne usciva rovinata là dove altri non avrebbero perduto quasi nulla. Quel gusto degli affari, che le procurò tanti guai, le fece almeno un gran bene nel suo asilo monastico, impedendole di restarvi per il resto dei suoi giorni com'era tentata di fare. La vita uniforme e semplice delle religiose, il loro minuto cicaleccio di parlatorio, tutto ciò non poteva sedurre uno spirito sempre in movimento, che, ogni giorno costruendo nuovi sistemi, aveva bisogno di libertà per dedicarvisi. Il buon vescovo di Bernex, con meno ingegno di Francesco di Sales, gli somigliava in molti punti; e la signora di Warens, ch'egli chiamava sua figlia, e che somigliava alla signora di Chantal in molti altri, avrebbe potuto somigliarle anche nel suo ritiro, se la sua passione non l'avesse distolta dall'ozio del chiostro. Non certo per mancanza di zelo l'amabile donna non si dedicò alle minute pratiche di devozione apparentemente più convenienti a una novella convertita che viveva sotto la direzione di un prelato. Qualunque fosse stato il motivo del suo mutamento di religione, fu sincera in quella che aveva abbracciata. Poté forse pentirsi dell'errore commesso, ma non desiderare mai di ritrarsene. Non solo morì da buona cattolica, ma come tale visse in buona fede, e io che penso d'aver letto in fondo al suo animo, oso affermare che solo per avversione alle smancerie non ostentava in pubblico la sua devozione: aveva una pietà troppo salda per metterla in mostra. Ma non è questo il luogo per dilungarmi sui suoi principi; avrò altre occasioni di parlarne.

Coloro che negano la simpatia tra le anime spieghino, se possono, come mai dal primo incontro, dal primo sguardo, la signora di Warens m'ispirò non solo il più vivo affetto, ma una confidenza perfetta, che mai si è smentita. Supponiamo che ciò che ho provato per lei fosse veramente amore, cosa che sembrerà quanto meno discutibile a chi seguirà la storia dei nostri rapporti; come mai questa passione si accompagnò, fin dal suo nascere, coi sentimenti che meno suole ispirare: la pace del cuore, la calma, la serenità, la sicurezza, la fiducia? Come mai, avvicinandomi per la prima volta a una donna amabile, educata, splendida, a una signora d'una condizione superiore alla mia, di cui mai avevo avvicinato una pari; alla donna da cui dipendeva il mio destino, in certo modo, a seconda dell'interesse più o meno grande che ella vi avrebbe preso; come mai, dico, nonostante tutto ciò mi trovai immediatamente così libero, così a mio agio, come se fossi stato assolutamente sicuro di piacerle? Come mai non ebbi un momento solo di imbarazzo, timidezza, disagio? Vergognoso per natura, sconcertato, privo di esperienza del mondo, come fu che assunsi con lei dal primo giorno, dal primo istante, la scioltezza di modi, il linguaggio tenero, il tono familiare che avevo dieci anni dopo, quando la più stretta intimità l'ebbe reso naturale? Vi può essere amore, non dico senza desideri, poiché ne avevo, ma senza inquietudine, senza gelosia? Dall'essere che si ama, non si vuole almeno sapere se si è amati? È una domanda che non mi è mai venuto in mente di farle, neanche una volta in vita mia, non più di quanto mi sia chiesto se amavo me stesso, né lei è mai stata più curiosa con me. Certamente vi fu qualcosa di singolare nei miei sentimenti per quella donna incantevole, e in seguito vi s'incontreranno stranezze del tutto impreviste.

Discutemmo fra noi del mio avvenire, e per parlarne con più agio, mi trattenne a pranzo. Fu il primo pasto della mia vita in cui mancai d'appetito, e la sua cameriera, nel servirci, disse anche che ero il primo viaggiatore della mia età e della mia stoffa che ne avesse visto sfornito. L'osservazione, che non mi danneggiò nell'animo della sua padrona, cadeva alquanto a piombo sopra un grosso tanghero che pranzava con noi e che divorò da solo un pasto buono per sei persone. Quanto a me, mi trovavo in uno stato d'estasi che non mi consentiva di mangiare. Il mio cuore si nutriva d'un sentimento tutto nuovo, che pervadeva il mio essere; non mi lasciava facoltà per nessun'altra funzione.

La signora di Warens volle conoscere i particolari della mia piccola storia; ritrovai per raccontargliela tutto il fuoco che avevo smarrito in casa del mio padrone. Più conquistavo quell'anima eccellente al mio favore, più compiangeva il destino al quale andavo incontro. La sua tenera compassione appariva nella sua espressione, nello sguardo, nei gesti. Non osava esortarmi a tornare a Ginevra. Nella sua condizione, sarebbe stato un reato di leso cattolicesimo, ed ella non ignorava quanto fosse sorvegliata e quanto i suoi discorsi venissero vagliati. Ma mi parlava con tono così toccante dell'afflizione di mio padre, che si vedeva bene come avrebbe approvato che fossi andato a consolarlo. Non si rendeva conto che, senza pensarci, perorava contro se stessa. A parte il fatto che la mia decisione era già presa, come credo di aver detto, più la trovavo eloquente e persuasiva, più i suoi discorsi mi andavano al cuore, e meno potevo decidermi a staccarmi da lei. Sentivo che tornare a Ginevra significava porre tra lei e me una barriera quasi insormontabile, a meno di non tornare sul passo che avevo compiuto, al quale era meglio attenermi una volta per tutte. E così feci. La signora di Warens, visti inutili i suoi sforzi, non li spinse fino a compromettersi; ma mi disse con uno sguardo di pietà: «Povero piccolo, tu devi andare dove Dio ti chiama; ma quando sarai grande, ti ricorderai di me.» Credo che lei stessa non immaginasse come quella predizione si sarebbe crudelmente avverata.

La difficoltà persisteva intera. Come sopravvivere, così giovane, fuori dal mio paese? A metà appena del mio apprendistato, ero ben lontano dal conoscere il mio mestiere. Quand'anche lo avessi conosciuto, non avrei potuto viverne in Savoia, paese troppo povero per ospitare artigiani. Lo zoticone che pranzava per conto nostro, costretto a una pausa per riposare le mascelle, espresse un'opinione che diceva venire dal cielo, ma che a giudicare dalle conseguenze veniva piuttosto dalla parte opposta; e cioè, che andassi a Torino, dove, in un'ospizio istituito per l'istruzione dei catecumeni, disse che mi sarei assicurato la vita temporale e spirituale fino a quando, entrato in seno alla chiesa, non avessi trovato, grazie alle carità delle anime buone, un posto confacente. a Quanto alle spese di viaggio,» continuò l'uomo, «Sua Grandezza Monsignor Vescovo non mancherà, se la signora gli propone quest'opera santa, di volervi caritatevolmente provvedere, e la signora Baronessa, che è così caritatevole,» disse inchinandosi sul suo piatto, «si premurerà certamente di contribuire per parte sua.»

Stimavo ben dure tante carità: avevo il cuore stretto, non dicevo parola, e la signora di Warens, senza accogliere il progetto con lo stesso ardore con cui veniva offerto, si limitò a rispondere che ciascuno doveva contribuire al bene secondo le sue possibilità, e che ne avrebbe parlato a Monsignore. Ma quel diavolo d'uomo, temendo che non ne parlasse a suo piacimento, e avendo nell'affare un suo piccolo interesse, corse a prevenire gli elemosinieri, e così bene imboccò i buoni preti che quando la signora di Warens, che temeva per me quel viaggio, volle parlarne al Vescovo, trovò la faccenda già sistemata, ed egli le versò sul momento il denaro destinato al mio piccolo viatico. Ella non osò insistere per farmi restare: mi avvicinavo a un'età in cui una donna della sua non poteva decentemente trattenere un giovane presso di sé.

Regolato così il mio viaggio da coloro che si prendevano cura di me, bisognò ben rassegnarsi, ed è proprio quanto feci senza troppa ripugnanza. Benché Torino fosse più lontana di Ginevra, pensai che, trattandosi della capitale, avesse con Annecy relazioni più strette d'una città straniera per stato e religione; e poi, partendo per obbedire alla signora di Warens, mi consideravo come se vivessi sotto la sua guida; era più che viverle vicino. Infine, la prospettiva di un lungo viaggio lusingava la mia mania errabonda, che già cominciava a dichiararsi. Mi pareva bello valicare i monti alla mia età, ed elevarmi sopra i miei compagni di tutta l'altezza delle Alpi. Vedere nuovi paesi è un'esca alla quale un ginevrino non resiste. Detti dunque il mio consenso. Il mio tanghero doveva partire con la moglie due giorni dopo. Gli fui affidato e raccomandato. La mia borsa gli fu consegnata, rimpinguata dalla signora di Warens, che mi dette inoltre, di nascosto, un piccolo peculio, al quale aggiunse ampie raccomandazioni. Partimmo il mercoledì santo.

Il giorno dopo la mia partenza da Annecy, vi arrivò mio padre, che seguiva le mie tracce con un certo signor Rival, suo amico, come lui orologiaio, uomo di spirito, anzi bello spirito, che componeva versi meglio di La Motte, e parlava quasi altrettanto bene; di più perfetto galantuomo, ma la cui letteratura fuori luogo non riuscì che a produrre tra i suoi figli un attore.

Questi signori incontrarono la signora di Warens e si accontentarono di compiangere con lei la mia sorte, anziché seguirmi e raggiungermi, come avrebbero facilmente potuto, giacché viaggiavano a cavallo e io a piedi. Lo stesso era accaduto a mio zio Bernard. Era venuto a Confignon, e saputo ch'ero ad Annecy, se n'era tornato a Ginevra. Pareva che i miei parenti cospirassero con la mia stella per abbandonarmi al destino che mi attendeva. Mio fratello si era perduto per una simile negligenza, e perduto così bene che non si è mai saputo che cosa sia avvenuto di lui.

Mio padre non era solo un uomo d'onore, era uomo d'assoluta probità, e possedeva una di quelle forti anime che le grandi virtù plasmano; di più, era un buon padre, soprattutto per me. Mi amava con grande tenerezza; ma amava anche i suoi piaceri, e da quando vivevo lontano altre passioni avevano un po' intiepidito il suo affetto paterno. Si era risposato a Nyon, e sua moglie, benché non avesse più l'età per darmi altri fratelli, aveva dei parenti, il che faceva un'altra famiglia, altri scopi, una casa nuova che non richiamava più così spesso il mio ricordo. Mio padre invecchiava e non possedeva beni per sostenere la sua vecchiaia. Avevamo, mio fratello e io, qualche cosa ereditata da mia madre, il cui reddito, durante la nostra assenza, andava a mio padre. Questa idea non gli si presentava in modo diretto, e non gli impediva di fare il suo dovere; ma agiva sordamente senza che lui stesso se ne avvedesse, e talvolta rallentava il suo zelo che altrimenti avrebbe spinto più lontano. Ecco perché, credo, venuto subito ad Annecy sulle mie tracce, non mi seguì fino a Chambéry, dove era virtualmente certo di raggiungermi. Ecco anche perché, essendo spesso andato a trovarlo dopo la mia fuga, ebbi sempre da lui le carezze di un padre, ma senza sforzi apprezzabili per trattenermi.

Questa condotta di un padre di cui ho ben conosciuto affetto e virtù, mi ha indotto a riflessioni su me stesso che hanno contribuito un poco a mantenermi sano il cuore. Ne ho tratto questo grande principio morale, il solo forse valido in pratica, di evitare le situazioni che oppongono i nostri doveri ai nostri interessi, e che ci mostrano il nostro bene nel male altrui; sicuro che in simili situazioni, per sincero che sia l'amore della virtù, presto o tardi senza avvedersene ci si indebolisce, e si diventa ingiusti e cattivi nel fatto, senza aver cessato d'essere giusti e buoni nell'animo.

Fortemente impressa in fondo al mio cuore e messa in pratica, per quanto un po' tardi, in tutta la mia condotta, questa massima è una di quelle che agli occhi del pubblico mi hanno fatto apparire più bizzarro e più folle, soprattutto fra i miei conoscenti. Mi hanno accusato di voleressereoriginale e di comportarmi diversamente dagli altri. Invero, non pensavo affatto a condurmi né come gli altri né in modo diverso. Desideravo sinceramente di fare ciò che era bene. Rifuggivo con tutte le forze da situazioni che mi imponessero un interesse opposto a quello di un altro uomo e mi ispirassero di conseguenza un desiderio segreto, anche involontario, del male di quell'uomo.

Due anni fa Milord Maresciallo volle mettermi nel suo testamento. Mi opposi con tutte le forze. Gli dichiarai che per nulla al mondo avrei voluto sapermi nel testamento di chicchessia, meno che mai nel suo. Si arrese: ora vuole elargirmi una pensione vitalizia, ed io non mi oppongo. Si dirà che trovo il mio tornaconto nel cambio, e può darsi. Ma, o mio benefattore e padre, se avrò la sfortuna di sopravvivervi, so che perdendo voi perderò tutto, e non avrò nulla da guadagnare. È questa, secondo me, la buona filosofia, la sola che si accordi veramente al cuore umano. Ogni giorno di più mi pervade la certezza della sua profonda solidità, e in tutti i miei ultimi scritti l'ho investigata sotto vari aspetti; ma il pubblico, che è frivolo, non ha saputo vederlo. Se sopravvivo al termine di questa impresa quanto basta per intraprenderne un'altra, mi ripropongo di fornire, nel seguito dell'Emilio, un esempio così sorprendente e suggestivo di questo stesso principio, che il mio lettore sarà costretto a prestarvi attenzione. Ma di riflessioni ne ho fatte quanto basta, per un viaggiatore; è tempo di riprendere il cammino.

Lo percorsi più gradevolmente di quanto potessi aspettarmi, e il mio villanzone si rivelò meno burbero di come aveva l'aria. Era un uomo di mezz'età, con i capelli neri brizzolati raccolti a coda, l'aspetto da granatiere, voce rimbombante, piuttosto allegro, buon camminatore, miglior mangiatore, e che faceva ogni sorta di mestiere, non conoscendone nessuno. Aveva proposto, io credo, di impiantare ad Annecy non so che genere di manifattura. La signora di Warens non aveva mancato di dare ascolto al suo progetto, e proprio per chiedere l'approvazione del ministro egli faceva, ben spesato, quel viaggio a Torino.

Il nostro uomo aveva il talento dell'intrigo, e intrufolato sempre tra i preti, sempre premuroso di servirli, aveva attinto alla loro scuola un certo gergo devoto che usava di continuo, dandosi arie di gran predicatore. Conosceva persino un passo della Bibbia in latino, ed era come se ne sapesse mille, perché lo ripeteva mille volte al giorno: per il resto mancava raramente di denaro, quando sapesse che ve n'era nella borsa altrui; più scaltro però che briccone, smerciando con tono d'arruolatore i suoi dozzinali predicozzi, somigliava a Pietro l'Eremita che predicava la crociata con la spada al fianco.

Quanto alla signora Sabran, sua sposa, era abbastanza una brava donna, più quieta di giorno che di notte. Siccome dormivo sempre nella loro stanza, le sue insonnie rumorose mi svegliavano spesso, e mi avrebbero svegliato anche di più se ne avessi intuito la ragione. Ma non l'immaginavo neppure ed ero su quell'argomento d'una stupidità che ha lasciato intero alla natura il compito di istruirmi.

M'incamminavo allegramente con la mia guida devota e la sua vivace compagna. Nessun accidente turbò il mio viaggio; mi trovavo nella più felice disposizione di corpo e di spirito che abbia mai provato. Giovane, vigoroso, pieno di salute, di sicurezza, di fiducia in me e negli altri, vivevo quel breve ma prezioso momento della vita in cui la sua pienezza espansiva estende per così dire il nostro essere in tutte le nostre sensazioni, e abbellisce ai nostri occhi l'intiera natura con l'incanto della nostra esistenza. La mia dolce inquietudine aveva una ragione che la rendeva meno vaga e guidava la mia immaginazione. Mi consideravo l'opera, l'allievo, l'amico, quasi l'amante della signora di Warens. Le cose gentili che mi aveva detto, le piccole carezze che mi aveva fatto, l'interesse così tenero che sembrava ave preso per me, i suoi sguardi incantevoli, che mi apparivano pieni d'amore perché me ne ispiravano; tutto ciò alimentava le mie idee durante il cammino, e mi faceva sognare deliziosamente. Nessun timore, nessun dubbio sul mio destino turbavano quelle fantasticherie. Mandarmi a Torino significava, secondo me, impegnarsi a farmici vivere, a sistemarmi adeguatamente. Non mi preoccupavo più di me stesso; altri se n'era assunto l'incarico. Così camminavo leggero, sollevato da quel peso: le aspirazioni giovanili; la speranza incantatrice, i progetti brillanti riempivano il mio animo. Tutti gli oggetti che vedevo mi apparivano garanti della mia prossima felicità. Immaginavo nelle case rustici festini, nei prati giochi improvvisi, lungo i corsi d'acqua i bagni le passeggiate la pesca; sugli alberi frutti di delizia e all'ombra di quelli convegni voluttuosi; sulle montagne, conche di latte e di panna, un ozio beato, pace, semplicità, piacere d'andare senza meta. Niente insomma attraeva il mio sguardo senza portarmi in cuore una promessa di gioia. La grandezza, la varietà, la bellezza reale dello spettacolo rendevano quell'attrattiva degna della ragione; e vi si mescolava fino una punta di vanità. Andare in Italia, così giovane, aver già conosciuto tanti paesi, seguire Annibale attraverso i monti, mi sembrava una gloria superiore alla mia età. A tutto questo aggiungete soste frequenti e gradevoli, un grande appetito e di che soddisfarlo, poiché in verità non valeva la pena che me ne privassi, e in confronto al pranzo del signor Sabran, il mio scompariva.

Non ricordo d'aver goduto, in tutto il corso della mia vita, d'una pausa più perfettamente esente da preoccupazioni e da pene come quei sette o otto giorni che impiegammo nel viaggio, giacché il passo della signora Sabran, sul quale si regolava il nostro, lo trasformò in una lunga passeggiata. Il ricordo mi ha lasciato il gusto più vivo per tutto ciò che vi è connesso, soprattutto per la montagna e per i viaggi a piedi. Non ho viaggiato a piedi che nei miei bei giorni, e sempre con delizia. Ben presto i doveri, gli affari, un bagaglio da portare, mi hanno forzato a fare il signore e a prender la carrozza; l'assillo delle preoccupazioni, i fastidi, il disagio, vi sono montati con me, e mentre nei viaggi di prima non sentivo che il piacere di andare, da allora non ho più provato che l'ansia di arrivare. A lungo ho cercato, a Parigi, due compagni con la mia stessa passione disposti ciascuno a sacrificare cinquanta luigi della loro borsa e un anno del loro tempo per fare insieme il giro d'Italia a piedi, senz'altro séguito che un garzone che portasse con noi un sacco da notte. Molte persone si sono presentate, in apparenza conquistate dal progetto, ma tutte considerandolo, in fondo, un puro castello in aria, di quelli che occupano le conversazioni senza tradursi mai concretamente in atto. Ricordo che, parlando appassionatamente di questo progetto con Diderot e Grimm, gliene trasmisi infine la fantasia. Mi illusi che finalmente la cosa andasse in porto, ma tutto si ridusse a combinare un viaggio per iscritto, nel quale Grimm non trovava nulla di più divertente che far commettere a Diderot empietà a non finire, e di cacciarmi in sua vece sotto inquisizione.

Il mio dispiacere di arrivare così presto a Torino fu mitigato dal piacere di vedere una grande città, e dalla speranza di non tardare a farvi una figura degna di me, giacché i fumi dell'ambizione mi montavano già alla testa; già mi vedevo infinitamente al di sopra della mia vecchia condizione di apprendista; ero ben lontano dal prevedere che mi sarei trovato in breve assai più in basso.

Prima di continuare, devo al lettore le mie scuse o la mia giustificazione tanto per la minuzia dei particolari nei quali mi sono inoltrato quanto per quelli in cui entrerò in seguito, e che non presentano ai suoi occhi interesse alcuno. Nell'impresa che mi sono prefisso di mostrarmi interamente al pubblico, occorre che nulla di me gli resti oscuro o celato; bisogna che io mi mantenga costantemente sotto il suo sguardo, ch'egli mi segua in tutti gli smarrimenti del mio cuore, in tutti i recessi della mia vita; che non mi perda di vista un solo istante, per paura che, scoprendo nel mio racconto la minima lacuna, il minimo vuoto, e domandandomi: «Che cosa hai fatto durante quel periodo?», egli non mi accusi di non aver voluto dire tutto. Offro già troppi appigli alla malignità degli uomini con i miei racconti, per dargliene anche con i miei silenzi.

Il mio piccolo peculio se n'era andato; avevo chiacchierato, e la mia indiscrezione non andò certo a danno dei miei accompagnatori. La signora Sabran trovò modo persino di strapparmi un nastrino argentato che la signora di Warens m'aveva regalato per il mio spadino, e che rimpiansi più di tutto il resto; la spada stessa sarebbe rimasta nelle loro mani se l'avessi meno difesa. Mi avevano fedelmente spesato lungo il cammino, ma senza lasciarmi nulla. Arrivo a Torino senza abiti, senza denaro, senza biancheria, e lasciando esclusivamente ai miei soli meriti l'intiero onore della fortuna cui andavo incontro.

Avevo delle lettere, le recapitai; e immediatamente fui condotto all'Ospizio dei catecumeni per esservi istruito nella religione in cambio della quale mi si vendeva la sopravvivenza. Vidi entrando una grossa porta a sbarre di ferro, che appena la varcai fu chiusa a doppia mandata sui miei passi. L'esordio mi parve più maestoso che piacevole, e cominciava a ispirarmi qualche inquietudine quando mi fecero entrare in un ampio locale. Per tutto mobilio vidi un altare di legno sormontato da un grande crocefisso, in fondo alla stanza, e intorno quattro o cinque sedie anch'esse di legno, che apparivano come lustrate a cera, ma che rilucevano solo a forza d'uso e di strofinio. In quella sala d'assemblea c'erano quattro o cinque spaventosi banditi, miei compagni d'istruzione, che sembravano arcieri del diavolo piuttosto che aspiranti a farsi figli di Dio. Due di quei furfanti erano schiavoni, che si dicevano ebrei e mori, e che, a quanto mi confessarono, passavano la loro vita in vagabondaggi tra Spagna e Italia, abbracciando il cristianesimo e facendosi battezzare ovunque il profitto valesse la posta. Si aperse un'altra porta di ferro che divideva in due un grande balcone dominante il cortile. Dalla porta entrarono le nostre sorelle catecumene, che come me si accingevano a rigenerarsi non col battesimo, ma in un'abiura solenne. Erano senza dubbio le più sozze donnacce e le più sordide sgualdrine che mai abbiano appestato l'ovile del Signore. Solo una mi parve graziosa e abbastanza interessante. Era più o meno della mia età, forse maggiore di un anno o due. Aveva un paio d'occhi maliziosi, che a tratti incrociavano i miei. M'ispirò un certo desiderio di conoscerla; ma nei due mesi circa che ancora si trattenne in quella casa, dove stava già da tre, mi fu assolutamente impossibile avvicinarla, tanto era raccomandata alla nostra vecchia carceriera e ossessionata dal santo missionario che alla sua conversione dedicava più zelo che diligenza. Bisognava che fosse eccezionalmente stupida, per quanto poco ne avesse l'aria, giacché mai istruzione fu più lunga. Il sant'uomo non la giudicava mai in condizione di abiurare. Ma lei si annoiò della clausura, e disse che intendeva uscirne, cristiana o no. Bisognò prenderla in parola mentre ancora v'era disposta, nel timore che si ribellasse e non volesse più abiurare.

La piccola comunità fu riunita in onore del nuovo arrivato. Ci rivolsero una breve esortazione; a me per impegnarmi a rispondere alla grazia che Dio mi faceva; agli altri per invitarli ad accordarmi le loro preghiere e a edificarmi col loro esempio. Dopo di che, essendo le nostre vergini tornate alla loro clausura, ebbi tutto il tempo di stupirmi di quella in cui mi trovavo.

Il mattino dopo ci riunimmo di nuovo per l'istruzione, e fu allora che per la prima volta cominciai a riflettere sul passo cui mi accingevo e sul cammino che mi ci aveva condotto.

Ho già detto, ripeto, e ripeterò forse una cosa della quale ogni giorno di più mi convinco: se mai ragazzo godette di una educazione ragionevole e sana, questi fui io. Nato in una famiglia che i costumi distinguevano dal popolo, non avevo ricevuto da tutti i miei parenti che lezioni di saggezza ed esempi di onore. Mio padre, pur essendo un gaudente, aveva non solo una probità indiscutibile, ma anche molta religione. Galante in società, e cristiano nell'intimo, m'aveva precocemente ispirato i sentimenti da cui era pervaso. Delle mie tre zie, tutte savie e virtuose, le due maggiori erano devote, e la terza, ragazza piena a un tempo di grazia, spirito e buon senso, lo era forse ancor più, ma con minore ostentazione. Dal grembo di questa stimabile famiglia passai in casa del signor Lambercier, il quale, benché uomo di chiesa e predicatore, era nell'intimo credente e agiva bene quasi quanto diceva. Sua sorella e lui coltivarono, con insegnamenti dolci e giudiziosi, i principi di pietà che trovarono nel mio cuore. Quelle degne persone impiegarono a questo fine mezzi così veri, discreti, ragionevoli, che, anziché annoiarmi al sermone, non ne uscivo mai senza esserne profondamente toccato e senza ispirarmi propositi di buona vita, ai quali di rado trasgredivo consapevolmente. In casa della zia Bernard, la devozione mi annoiava un po' di più, perché lei ne faceva un mestiere. Dal mio padrone non ci pensavo più del tutto, senza però pensare diversamente. Non mi imbattei in giovani che mi pervertissero. Divenni un furfante, ma non un libertino.

Di religione avevo dunque tutto ciò che un ragazzo della mia età poteva avere. Ne avevo anche di più, e perché infatti mascherare qui il mio pensiero? La mia non fu un'infanzia da fanciullo; pensai, sentii sempre da uomo. Solo crescendo sono rientrato nella normalità; nascendo, ne ero uscito. Si riderà vedendo che mi presento modestamente come un prodigio. E sia: ma quando si sarà ben riso, lo si trovi un bambino che a sei anni i romanzi attraggono, interessano, trascinano al punto da piangerne a calde lacrime; allora sentirò ridicola la mia vanità, e mi convincerò d'aver torto.

Così, quando ho detto che ai ragazzi non bisogna parlare affatto di religione, se si vuole che un giorno ne abbiano, e che essi sono incapaci di conoscere Dio, anche alla nostra maniera, ho tratto questo mio convincimento dalle mie indagini, non dalla mia personale esperienza: sapevo che essa non sarebbe servita a nulla, per gli altri. Trovate dei Jean-Jacques Rousseau a sei anni, e parlategli di Dio a sette, vi garantisco che non correte alcun rischio.

Si sente, credo, che aver religione significa, per un ragazzo e persino per un uomo, seguire quella nella quale si è nati. Qualche volta se ne toglie; raramente se ne aggiunge; la fede dogmatica è un frutto dell'educazione. Oltre a questo principio comune che mi legava al culto dei miei padri, provavo l'avversione al cattolicesimo, particolare alla nostra città, il quale ci veniva presentato come un'orribile idolatria, e il cui clero ci veniva dipinto con le più fosche tinte. Quel sentimento si era in me così radicato che, da principio, non intravvedevo mai interno di chiesa, non incontravo mai prete in cotta, non udivo mai campanello di processione, senza un fremito di terrore e di angoscia, che nelle città mi lasciò ben presto, ma che sovente mi ha ripreso nelle parrocchie di campagna, più somiglianti a quelle dove l'avevo inizialmente provato. Invero, questa impressione era in singolare contrasto con il ricordo delle carezze che i curati dei dintorni di Ginevra elargiscono volentieri ai ragazzi di città. Mentre la campanella del viatico mi metteva paura, la campana della messa o del vespro mi ricordava una colazione, una merenda, del fresco burro, dei frutti, dei latticini. Anche il buon pranzo del signor di Pontverre aveva prodotto un grande effetto. Così, facilmente m'ero illuso, su tutto ciò. Guardando il papismo solo attraverso i suoi legami con svaghi e ghiottonerie, mi ero assuefatto facilmente all'idea di viverci; ma quella di farvi un'entrata solenne mi si era presentata solo di sfuggita, e in un avvenire remoto. In quel momento non vi fu più spazio per gli equivoci: con il più vivo orrore vidi quale specie di impegno avevo assunto e la sua conseguenza inevitabile. I futuri neofiti che mi circondavano non erano i più adatti a sostenere il mio coraggio col loro esempio, e non riuscii a dissimularmi che la santa opera cui mi accingevo altro in fondo non era che un atto da bandito. Benché giovane ancora, sentii come, quale che fosse la vera religione, stavo per vendere la mia, e che, quand'anche avessi scelto bene, in fondo al mio cuore mi preparavo a mentire allo Spirito Santo, e meritarmi il disprezzo degli uomini. Più ci pensavo, più mi indignavo contro me stesso; e gemevo della sorte che mi aveva condotto là, come se quella sorte non fosse opera mia. Vi furono momenti in cui quelle riflessioni divennero così intense, che se avessi per un istante trovato la porta aperta, sarei sicuramente evaso; ma non mi fu possibile, e la risoluzione non resse con molta fermezza.

Troppi segreti desideri la combattevano per non sopraffarla. D'altronde, l'ostinazione nel proposito di non tornare a Ginevra, la vergogna, la difficoltà stessa di rivarcare i monti, e l'imbarazzo di vedermi lontano dal mio paese, senza amici, senza risorse; tutto contribuiva a farmi considerare i miei rimorsi di coscienza come un pentimento tardivo. Fingevo di rimproverarmi il già fatto, per scusare quanto mi accingevo a fare. Aggravando i torti del passato, guardavo l'avvenire come una conseguenza necessaria. Non mi dicevo: «Nulla è ancora avvenuto, puoi restare innocente se vuoi,» mi dicevo: «Piangi sul delitto di cui ti sei reso colpevole, e che ti sei messo nella necessità di portare a compimento.»

Quale rara forza d'animo mi sarebbe infatti occorsa, a quell'età, per revocare quanto fin lì avevo potuto promettere o lasciato sperare, per spezzare le catene che mi ero date, per dichiarare intrepidamente che intendevo restare fedele alla religione dei miei padri, a rischio di tutto quanto poteva conseguirne! Questo vigore non si addiceva alla mia età, ed era improbabile che ottenesse un buon esito. Le cose si erano spinte troppo oltre perché se ne accettasse una smentita; e più la mia resistenza fosse stata grande più, in un modo o nell'altro, si sarebbero fatti un dovere di sopraffarla.

Il sofisma che mi perdette fu quello della maggior parte degli uomini, che si lamentano di mancare di forza quando è già troppo tardi per farne uso. La virtù può costarci cara solo per colpa nostra, e se risolvessimo d'essere sempre saggi raramente avremmo bisogno d'essere virtuosi. Ma inclinazioni facili a superare ci trascinano senza resistenza; cediamo a tentazioni futili di cui sprezziamo il pericolo. Senza avvedercene, scivoliamo in situazioni pericolose, che facilmente potevamo scongiurare, ma alle quali non possiamo più sottrarci senza eroici sforzi che ci spaventano, e precipitiamo infine nell'abisso chiedendo a Dio: «Perché mi hai fatto così debole?» Ma, nostro malgrado, egli risponde alle nostre coscienze: «Ti ho fatto troppo debole per risalire dal baratro perché ti ho fatto forte quanto bastava a non cadervi.» |[continua]|

|[LIBRO SECONDO, 2]|

Non presi precisamente la risoluzione di farmi cattolico; ma, vedendo il termine ancora lontano, presi tempo per assuefarmi a quell'idea, e nell'attesa immaginavo qualche avvenimento imprevisto che mi potesse trarre d'impaccio. Decisi, per guadagnare tempo, di opporre la più bella difesa possibile. In breve la mia vanità mi dispensò dal pensare alla mia risoluzione, e come mi accorsi che a volte mettevo in imbarazzo i miei istruttri, non mi ci volle di più per tentare di annientarli. Misi in quell'impresa uno zelo persino ridicolo: mentre essi lavoravano me, pretendevo di lavorare loro. Credevo ingenuamente che bastasse convincerli per impegnarli a farsi protestanti.

Non trovarono dunque in me tutta la malleabilità che si aspettavano, né dal lato dei lumi né da quello del volere. In generale i protestanti sono meglio istruiti dei cattolici; né può essere altrimenti: la dottrina dei primi esige la discussione, l'altra la sottomissione. Il cattolico deve accettare la decisione che gli si detta; il protestante deve imparare a decidere. Questo era scontato; ma né dal mio stato né dalla mia età s'aspettavano difficoltà preoccupanti per persone esercitate. Non avevo d'altronde ancora fatto la mia prima comunione, né ricevuto la dottrina che la concerne: sapevano anche questo, ma non sapevano che ero stato, in compenso, ben istruito in casa del signor Lambercier, e che disponevo per di più d'un piccolo bagaglio, nella Storia della Chiesa e dell'Impero, scomodissimo per quei signori, imparato quasi a memoria con mio padre e poi quasi dimenticato, ma che riaffiorò alla mia mente a mano a mano che la disputa si inaspriva.

Un vecchio prete, piccolo ma abbastanza venerabile, ci tenne in comune la prima conferenza. Per i miei compagni era più un catechismo che un dibattito, e il prete era impegnato più a istruirli che a risolvere i loro dubbi. Non fu lo stesso per me. Quando venne il mio turno, lo bloccai su tutto, non gli risparmiai una sola delle difficoltà che potevo sollevargli, il che rese la conferenza molto lunga e noiosissima per i presenti. Il vecchio prete parlava molto, si scaldava, menava il can per l'aia e si cavava d'impaccio asserendo di non capir bene il francese. Il giorno dopo, per paura che le mie indiscrete obiezioni scandalizzassero i miei compagni, mi misero in una stanza a parte con un altro prete, più giovane, buon parlatore, vale a dire costruttore di lunghe frasi, e contento di sé semmai dottore lo fu. Non mi lasciai soggiogare eccessivamente dal suo aspetto maestoso, tuttavia, ma sentendo che dopo tutto facevo il mio dovere, cominciai a rispondergli con sufficiente sicurezza e a punzecchiarlo qua e là come meglio potevo. Credeva di sopraffarmi con sant'Agostino e san Gregorio e gli altri padri, e s'accorgeva, con stupore incredibile, che maneggiavo quei padri quasi con la stessa sua destrezza: non che li avessi mai letti, e forse nemmeno lui, ma ne avevo ritenuto a mente molti brani tratti dal mio Le Sueur; e appena me ne citava uno, senza discutere la sua citazione, gli replicavo con un'altra dello stesso padre, e che spesso lo cacciava nei guai. Lui aveva la meglio, alla fine, per due ragioni: una, che era il più forte, e che, sentendomi per così dire alla sua mercé, capivo benissimo, per giovane che fossi, che non bisognava passare il segno; mi rendevo conto, infatti, che il vecchio prete non aveva preso in simpatia né la mia erudizione né me; l'altra ragione era che il giovane era colto, e io no. Di conseguenza usava nel suo argomentare un metodo che io non potevo seguire, e come si sentiva incalzato da un'obiezione imprevista, la rimandava al giorno dopo, dicendo che mi allontanavo dal tema presente. A volte respingeva anche tutte le mie citazioni, sostenendo che erano false e, offrendosi d'andare a cercarmi il libro, mi sfidava a reperirvele. Sentiva di non rischiare gran cosa, e che con tutta la mia erudizione d'accatto, ero poco addestrato a maneggiare i libri e troppo poco latinista per rintracciare un brano in un grosso tomo, anche quando fossi stato sicuro che vi fosse. Lo sospetto persino d'aver usato la slealtà di cui accusava i ministri protestanti, e di avere a volte inventato le citazioni per aggirare un'obiezione che lo metteva in difficoltà.

Mentre queste piccole soperchierie si ripetevano e i giorni trascorrevano in dispute, in borbottii di preghiere e nel farmi furbo, mi capitò una brutta avventuretta piuttosto disgustosa e che per poco non finì malissimo per me.

Non c'è anima così vile e cuore tanto barbaro che non sia suscettibile di qualche forma di affetto. Uno dei due banditi che si dicevano mori mi prese in simpatia. Mi avvicinava volentieri, conversava con me in quel suo selvatico linguaggio, mi favoriva piccoli servizi, a volte mi cedeva parte della sua razione a mensa, e soprattutto mi elargiva baci in quantità, con un ardore per me fastidiosissimo. Malgrado l'istintivo orrore che provavo per quel viso di pan popato, decorato da un lungo sfregio, e per quello sguardo infuocato che appariva più furioso che tenero, sopportavo i suoi baci, dicendomi: «Il poveretto ha concepito per me un'amicizia davvero calda; farei male a respingerlo.» Gradualmente passava a modi più liberi, e mi teneva discorsi così strani che a volte credevo gli desse di volta il cervello. Una sera, volle venire a letto con me; mi opposi, dicendo che il mio letto era troppo piccolo. Insisté perché andassi nel suo; di nuovo rifiutai, perché quel miserabile era così sozzo e puzzava a talpunto di tabacco masticato, che mi dava il voltastomaco.

Il giorno dopo, di buon mattino, eravamo soli lui ed io nella sala d'assemblea; ricominciò con le sue carezze, ma con moti così violenti da far spavento. A grado a grado volle infine passare alle più sudicie intimità e forzarmi, impadronendosi della mia mano, a fare altrettanto. Mi svincolai impetuosamente lanciando un grido, con un salto indietro; e, senza manifestare né indignazione né collera, poiché non avevo la minima idea di che si trattasse, espressi la mia sorpresa e il mio disgusto con tale energia che mi lasciò andare: ma mentre finiva di dimenarsi, vidi schizzare verso il caminetto e cadere in terra un non so che di vischioso e biancastro che mi rivoltò per la nausea. Mi slanciai sul balcone, più scosso, più turbato e spaventato persino di quanto fossi stato mai in vita mia, e sul punto di svenire.

Non riuscivo a comprendere che cosa avesse quel disgraziato; lo credetti in preda all'epilessia, o a qualche altro più orribile delirio, e davvero non conoscevo nulla di più ripugnante a vedersi, per chi osservi a sangue freddo, di quell'osceno e lurido contegno, e quel viso orribile infuocato dalla più brutale concupiscenza. Non vidi mai un altr'uomo in uno stato simile; ma se siamo così nei nostri trasporti con le donne, bisogna che esse abbiano occhi ben ammaliati per non provare orrore di noi.

Non ebbi altro pensiero che di raccontare a tutti quanto mi era appena capitato. La nostra vecchia intendente mi invitò a tacere, ma vidi che la storia l'aveva profondamente indignata, e l'udii borbottare fra i denti: «Can maledet! Brutta bestia!» Siccome non capivo perché mai dovessi tacere, continuai a parlarne, nonostante la proibizione, e tanto chiacchierai che il giorno seguente uno degli amministratori venne di buon mattino a darmi una solenne strigliata, accusandomi di fare tanto fracasso per così poco e di compromettere l'onore di una santa casa.

Prolungò il suo biasimo illustrandomi una quantità di cose che ignoravo, ma che lui non credeva affatto di insegnarmi, persuaso com'era che mi fossi difeso sapendo che cosa si pretendesse da me, e non volendo consentirvi. Mi assicurò gravemente che era un atto proibito, come la libidine, ma la cui intenzione non era affatto più offensiva per la persona che ne fosse oggetto, e non era il caso di irritarmi tanto perché qualcuno mi aveva trovato amabile. Mi disse senza mezzi termini che lui stesso, in gioventù, aveva avuto il medesimo onore, e che colto nell'impossibilità di resistere, non vi aveva trovato nulla di tanto crudele. Spinse la sua impudenza fino a servirsi dei termini tecnici, e immaginando che la ragione della mia resistenza fosse la paura del dolore, mi assicurò che era una paura infondata, e che non bisognava spaventarsi di nulla.

Ascoltavo quell'infame tanto più stupito quanto meno sembrava parlare per se stesso; pareva non volermi istruire che per il mio bene. Il suo discorso gli appariva così normale che non aveva neppure cercato il segreto del colloquio appartato, e c'era come terzo un ecclesiastico che tutto ciò non turbava più di lui. Quella naturalezza mi impressionò al punto che finii col credere che si trattasse d'usi comunemente ammessi tra le persone, di cui non avevo avuto ancora occasione d'essere istruito. Lo ascoltai così senza collera, ma non senza disgusto. L'immagine di quanto mi era accaduto, ma soprattutto di ciò che avevo visto, restava così profondamente impressa nella mia mente che, al solo ripensarci, lo stomaco ancora si turbava. Pur senza saperne di più, l'avversione per la cosa si estese al suo apologista, e non seppi dominarmi abbastanza da celargli il disastroso effetto delle sue lezioni. Mi scoccò uno sguardo per nulla amorevole, e da quel momento non risparmiò nulla per rendermi sgradevole il soggiorno all'ospizio. Vi riuscì così bene che, non scorgendo altra strada per uscirne, mi affrettai a imboccarla, con lo stesso impegno che fin lì avevo posto ad evitarla.

Quell'avventura mi mise per l'avvenire al sicuro dalle imprese dei a cavalieri del polsino» e la vista di persone che passavano per tali, ricordandomi il fare e i gesti del mio abominevole moro, mi ha sempre ispirato tanto disgusto che faticavo a celarlo. Per contro, le donne dentro di me guadagnarono moltissimo al confronto: mi pareva che dovessi con la tenerezza dei sentimenti e con l'omaggio della mia perso na riparare ai loro occhi le offese del mio sesso, e la più laida scimmia, al ricordo di quel falso africano, diveniva per me un oggetto di adorazione.

Quanto a lui, ignoro che cosa abbiano potuto dirgli: mi parve che, tranne la signora Lorenza, nessuno lo guardasse con occhio peggiore di prima. Tuttavia, non mi avvicinò né mi rivolse più parola. Otto giorni dopo, venne battezzato con solenne cerimonia, abbigliato di bianco da capo a piedi per rappresentare il candore della sua anima rigenerata. Lasciò il giorno dopo l'ospizio, e non lo rividi mai più.

Il mio turno venne il mese dopo; tanto tempo occorse infatti per dare ai miei direttori l'onore di una conversione difficile, e mi fecero passare in rassegna tutti i dogmi per trionfare della mia novella docilità.

Infine, sufficientemente istruito e sufficientemente disposto all'arbitrio dei miei maestri, fui condotto in processione alla chiesa metropolitana di San Giovanni per farvi solenne abiura e ricevervi gli accessori del battesimo, quantunque non mi battezzassero realmente: trattandosi press'a poco delle stesse cerimonie, tutto ciò serve a persuadere il popolo che i protestanti non sono cristiani. Indossavo una speciale veste grigia, guarnita di alamari bianchi, destinata a quel genere di funzioni. Due uomini portavano, davanti e dietro di me, due bacinelle di rame sulle quali battevano con una chiave, e dove ognuno poneva il suo obolo, in proporzione alla sua devozione o all'interesse che gli ispirava il neo-convertito. Nulla del fasto cattolico venne dunque risparmiato per rendere la solennità più edificante agli occhi del pubblico e più umiliante per me. Mancava solo l'abito bianco, che mi sarebbe stato utilissimo, e che non mi fu dato come al moro, giacché non avevo l'onore di essere ebreo.

Né fu tutto. Bisognò poi recarsi all'Inquisizione per ricevere l'assoluzione del delitto di eresia e rientrare in seno alla chiesa con la stessa cerimonia alla quale Enrico IV fu sottoposto dal suo ambasciatore. L'aspetto e i modi del reverendissimo Padre Inquisitore non erano i più idonei a dissipare il segreto terrore che mi aveva colto entrando in quella casa. Dopo molte domande sulla mia fede, sulla mia condizione, sulla mia famiglia, mi chiese bruscamente se mia madre fosse dannata. Il terrore mi costrinse a reprimere il mio primo impulso d'indignazione; mi limitai a rispondere che osavo sperare che così non fosse, e che Dio avesse potuto illuminarla all'ora estrema. Il monaco tacque, ma con una smorfia che non mi parve affatto segno d'approvazione.

Finito tutto ciò, nel momento in cui pensavo d'essere finalmente sistemato secondo le mie speranze, mi misero alla porta con poco più di venti franchi in moneta spicciola, ricavati dalla mia questua. Mi raccomandarono di vivere da buon cristiano, di restar fedele alla grazia, mi augurarono buona fortuna, mi chiusero la porta alle spalle, e tutto scomparve.

Così in un istante si eclissarono tutte le mie grandi speranze, e del passo interessato appena compiuto non mi restò che il ricordo d'essere stato a un tempo apostata e gabbato. È facile immaginare quale brusca rivoluzione dovette operarsi nelle mie idee, quando dai superbi progetti di fortuna mi vidi precipitare nella più squallida miseria, e dopo aver deciso al mattino la scelta del palazzo dove avrei abitato, mi vidi la sera ridotto a dormire per strada. Si potrà pensare che cominciassi con l'abbandonarmi a una disperazione tanto più crudele poiché il rimorso delle mie colpe doveva inasprirsi nel rimprovero che ogni mia disgrazia fosse mia creatura. Niente di tutto ciò. Per la prima volta in vita mia ero rimasto rinchiuso più di due mesi; il primo sentimento che gustai fu quello della libertà ritrovata. Dopo una prolungata schiavitù, ridiventato padrone di me e dei miei atti, mi trovavo nel cuore di una grande città ricca di risorse, piena di gente di qualità e condizione, presso la quale le mie doti e il mio valore non potevano che farmi accogliere, non appena conosciuti. Di più avevo tutto il tempo di aspettare, e venti franchi in tasca mi sembravano un tesoro inesauribile. Potevo disporne a piacimento, senza renderne conto a nessuno. Era la prima volta che mi sentivo così ricco. Ben lontano dall'abbandonarmi allo sconforto e alle lacrime, non feci che mutare di speranze, e l'amor proprio non vi perse nulla. Non mi sentii mai tanta fiducia e sicurezza; credevo la mia fortuna bell'e fatta, e mi piaceva non ringraziare altri che me.

Per prima cosa volli soddisfare la mia curiosità percorrendo la città tutta intiera, non foss'altro per compiere un atto della mia nuova libertà. Andai a vedere il cambio della guardia; gli strumenti militari mi piacevano molto. Seguii qualche processione; il canto in falsetto dei preti mi andava a genio; andai ad ammirare il palazzo reale: mi avvicinai con timidezza, ma vedendo altra gente che entrava, l'imitai: mi lasciarono passare. Forse dovetti quella grazia al fagottino che portavo sotto braccio. Comunque fosse, concepii una grandiosa opinione di me stesso, aggirandomi in quel palazzo, e mi consideravo già quasi un suo abitante. A forza di andare e venire, finii per stancarmi; avevo fame, faceva caldo: entrai da una venditrice di latticini; mi dettero la giuncata, e due grissini di quell'eccellente pane piemontese che mi piace più di ogni altro: con cinque o sei soldi feci uno dei più bei pranzi della mia vita.

Bisognava che mi cercassi un alloggio. Conoscendo già il piemontese quanto basta a farmi capire, non faticai trovarlo, ed ebbi la prudenza di sceglierlo badando più alla mia borsa che ai miei gusti. Mi indicarono in via Po la moglie di un soldato che alloggiava a un soldo per notte i domestici fuori servizio. Trovai in casa sua un giaciglio libero, e mi sistemai. La donna era giovane e sposa di fresco, pur avendo già cinque o sei figli. Ci coricammo tutti nella stessa stanza madre, bambini e ospiti; e durò così finché restai da lei. Tutto sommato era una brava donna, che bestemmiava come un carrettiere, sempre sciatta e scarmigliata, ma dolce di cuore, servizievole; mi prese in amicizia e mi fu anche utile.

Trascorsi parecchi giorni dedicandomi esclusivamente alle gioie dell'indipendenza e della curiosità. Andavo a zonzo dentro e fuori città, frugando, visitando tutto ciò che mi pareva interessante e nuovo; e tutto lo era per un giovane appena uscito dal suo guscio, che non aveva mai visto una capitale. Ero puntualissimo soprattutto a corte, e tutte le mattine assistevo regolarmente alla messa del re. Mi pareva bello trovarmi nella stessa cappella con quel principe e il suo seguito: ma la mia passione per la musica, che cominciava a dichiararsi, aveva parte nella mia assiduità più che il fasto di corte, il quale, noto in breve e sempre eguale, non seduce a lungo. Il re di Sardegna aveva allora la miglior orchestra sinfonica d'Europa. Somis, Dejardins, i Besuzzi vi brillavano, avvicendandosi. Non occorreva tanto per attrarre un giovane che il suono del più umile strumento, purché intonato, trascinava all'estasi. Del resto, per la magnificenza che abbagliava i miei occhi non provavo che un'ammirazione ottusa e senza desiderio. La sola cosa che mi interessasse in tutto lo splendore della corte era scoprire se non vi fosse qualche giovane principessa che meritasse il mio omaggio, e con la quale potessi intrecciare un romanzo.

Fui vicino a realizzarne uno in un ceto meno splendente, ma dove avrei trovato, se l'avessi vissuto fino in fondo, piacerai mille volte più incantevoli.

Pur vivendo con molta parsimonia, la mia borsa s'assottigliava insensibilmente. Più che da prudenza, quella parsimonia mi veniva del resto da una semplicità di gusti che l'abitudine alle grandi favole non ha alterato nemmeno oggi. Non conoscevo e non conosco ancora vitto migliore di un pasto rustico. Con un po' di latticini, uova, verdura, formaggio, pane bigio e vino discreto, si è sempre sicuri di trattarmi a puntino; il mio buon appetito farà il resto, se intorno a me maggiordomo e domestici non me lo faranno passare col loro aspetto importuno. Con una spesa di sei o sette soldi facevo a quei tempi pasti assai più gustosi di quelli fatti più tardi con sei o sette franchi. Ero dunque sobrio, mancandomi la tentazione di non esserlo; e di più ho torto a chiamarla sobrietà, poiché vi ponevo tutta la voluttà possibile. Le mie pere, la mia giuncata, il mio formaggio, i miei grissini, e qualche bicchiere d'un vino del Monferrato grosso da tagliarlo a fette, mi facevano il più felice dei ghiottoni. Ma, anche così, si poteva vedere la fine delle mie venti lire. L'avvertivo di giorno in giorno più prossima; e malgrado la storditezza della mia età, la mia inquietudine sul futuro toccò in breve la soglia del terrore. Di tutti i miei castelli in aria, non mi restò che quello di cercarmi un'occupazione per vivere, cosa che nemmeno si presentava facile. Pensai al mio vecchio mestiere; ma non lo conoscevo abbastanza per lavorare presso un maestro di bottega, e i maestri a Torino d'altra parte non abbondavano. In attesa di meglio, presi dunque l'iniziativa di girare di bottega in bottega offrendomi per incidere cifre o stemmi sul vasellame, sperando di tentare qualcuno col prezzo basso, rimettendomi alla loro discrezione. L'espediente non fu fortunato. Quasi ovunque fui messo alla porta, e ciò che trovai da fare era così scarso, che a stento ne rimediai qualche pasto. Un giorno, però, passando di buon mattino per la Contrà Nova, vidi attraverso la vetrina di un negozio una giovane bottegaia così gentile d'aspetto e così attraente che, a dispetto della mia timidezza con le donne, non esitai ad entrare e ad offrirle il mio modesto talento. Non mi scacciò; mi fece sedere e raccontare la mia breve storia; mi compianse, mi invitò al coraggio e disse che i buoni cristiani non mi avrebbero abbandonato. Poi, mentre mandò a cercare da un orefice suo vicino gli arnesi di cui avevo detto d'aver bisogno, salì in cucina e mi portò lei stessa da mangiare. L'inizio mi parve di buon augurio, e il seguito non lo smentì. Parve soddisfatta del mio lavoretto e più ancora delle mie chiacchiere quando fui un po' rianimato; giacché brillante e ben vestita com'era, e malgrado l'espressione così affabile, il suo splendore mi aveva turbato. Ma la sua accoglienza piena di bontà, il suo tono comprensivo, le sue maniere dolci e carezzevoli, mi misero presto a mio agio. Vidi che riuscivo, e ciò mi spinse a riuscir meglio. Ma, benché italiana e troppo graziosa per non essere un poco civetta, era però così modesta, ed io tanto timido, che difficilmente la cosa poteva andare subito in porto. Non ci fu lasciato il tempo di dar sboccio all'avventura. Ne ricordo perciò con maggior incanto i brevi istanti trascorsi accanto a lei, e posso dire di avervi gustato nelle loro primizie, i più dolci e insieme i più puri piaceri d'amore.

Era una bruna estremamente eccitante, ma la buona natura dipinta sul bel viso rendeva commovente la sua vivacità. Si chiamava signora Basile. Suo marito, più vecchio di lei e notevolmente geloso, la lasciava durante i suoi viaggi sotto la sorveglianza d'un commesso troppo uggioso per essere seducente, e che non mancava tuttavia di avanzar pretese per proprio conto, anche se le manifestava solo con un tetro malumore. Ne palesò molto contro di me, pur se mi piaceva ascoltarlo suonare il flauto, come sapeva piuttosto bene. Quel nuovo Egisto brontolava sempre quando mi vedeva entrare dalla sua dama: mi trattava con un sussiego che lei gli ripagava a dovere. Pareva persino che per tormentarlo si compiacesse di accarezzarmi in sua presenza, e quel genere di vendetta, anche se mi piaceva molto, ben più l'avrei gustato da solo a sola. Ma lei non la spingeva fin lì, o almeno non proprio allo stesso modo. O perché mi considerava troppo giovane, o perché non sapeva arrischiare profferte, o perché davvero intendeva conservarsi onesta, ella aveva allora una sorta di riserbo che se non respingeva, tuttavia mi rendeva timido senza saper perché. Sebbene non provassi per lei il rispetto tanto sincero quanto tenero che avevo per la signora di Warens, mi sentivo molto più intimorito e assai meno incline alla confidenza. Ero impacciato, tremante; non osavo guardarla, non osavo respirare vicino a lei; eppure temevo più della morte di dovermene staccare. Divoravo con occhi avidi tutto ciò che mi riusciva guardare senza essere scorto: i fiori della sua veste, la punta del suo grazioso piedino, l'intervallo di un braccio sodo e candido che appariva tra il guanto e il manichetto e quello che a volte si svelava tra la curva del seno e il suo scialletto. Ogni nuova scoperta aggiungeva fascino alle impressioni delle altre. A furia di guardare ciò che potevo e anche di più, i miei occhi si annebbiavano, il mio petto era oppresso, il mio respiro, di momento in momento più affannoso, mi dava molta pena a dominarmi, e tutto ciò che riuscivo a fare era di inghiottire senza rumore sospiri imbarazzantissimi in quel silenzio che spesso ci avvolgeva. Per fortuna mi sembrava che la signora Basile, occupata al suo lavoro, non se ne accorgesse. Eppure a volte vedevo, per una forma di simpatia, il suo fisciù gonfiarsi con una certa frequenza. Questo pericoloso spettacolo finiva di perdermi, e quand'ero sul punto di cedere ormai al mio impulso, lei mi rivolgeva tranquilla qualche parola che mi faceva immediatamente rientrare in me stesso.

Parecchie volte la vidi da sola in questa maniera, senza che mai una parola, un gesto, uno sguardo troppo espressivo stabilissero tra noi la minima intelligenza. Quella situazione, tormentosissima per me, faceva tuttavia la mia delizia, e nella semplicità del mio cuore riuscivo a immaginare appena perché mi sentissi tanto agitato. Pareva che quei piccoli incontri a tu per tu non dispiacessero neppure a lei; o almeno ella ne rendeva più frequenti le occasioni, premura sicuramente gratuita da parte sua, per l'uso che ne faceva e che mi consentiva di farne.

Un giorno che, annoiata dagli sciocchi discorsi del commesso, era salita nella sua stanza, mi affrettai, nel retrobottega dove stavo, a finire il mio lavoretto, e la seguii. La porta era socchiusa; vi entrai senza esser visto. Ella ricamava accanto a una finestra, avendo di fronte la parete della stanza opposta alla porta. Non poteva vedermi entrare, né udirmi per il fracasso che alcuni carri facevano nella strada. Ella vestiva sempre bene; quel giorno il suo abbigliamento sfiorava la civetteria. La posa era aggraziata, la testa un poco china scopriva il candore del collo; i capelli sollevati con eleganza erano adorni di fiori. Regnava in tutta la sua fisionomia un incanto che ebbi il tempo d'ammirare, e che mi fece perder la testa. Caddi in ginocchio sulla soglia della stanza, le braccia tese verso di lei in uno slancio appassionato, sicurissimo che non potesse udirmi e non immaginando che potesse vedermi: ma uno specchio sul caminetto mi tradì. Non so quale effetto il mio slancio potesse farle; non mi guardò, non mi parlò; ma volgendo il capo a metà, con un semplice gesto del dito mi indicò la stuoia ai suoi piedi. Sussultare, lanciare un grido, precipitarmi al posto che mi aveva mostrato fu per me tutt'uno: ma si stenterà a credere che, in quello stato, non osai di più, né una sola parola, né sollevare gli occhi ai suoi, e neppure toccarla, in quella scomodissima posizione, per appoggiarmi un istante alle sue ginocchia. Ero muto, immobile, ma non certo tranquillo: tutto esprimeva in me l'agitazione, la gioia, la riconoscenza, gli ardenti desideri incerti del loro oggetto, raffrenati dal timore di spiacerle, sul quale il mio giovane cuore non riusciva a rassicurarsi.

Lei non appariva né più tranquilla né meno timida di me. Turbata di vedermi lì, sgomenta di avermi attirato, e cominciando ad avvertire tutte le conseguenze di un segno senza dubbio sfuggito prima di riflettere, né mi accoglieva né mi respingeva, non levava gli occhi dal lavoro, e si sforzava di agire come se non mi vedesse ai suoi piedi: ma tutta la mia balordaggine non mi impediva di capire che partecipava al mio imbarazzo, forse ai miei desideri, e che era trattenuta da una vergogna simile alla mia, ma nemmeno questo mi dava la forza di superarla. I cinque o sei anni che ella aveva più di me dovevano, a mio giudizio, serbare a lei tutta l'audacia, e mi dicevo che, non facendo nulla per eccitare la mia, mostrava di non desiderarla. Ancora oggi penso di avere visto giusto, e certamente ella era troppo intelligente per non capire che un novellino qual ero aveva bisogno d'essere non solo incoraggiato, ma istruito.

Non so come sarebbe finita quella scena viva e muta, né quanto tempo sarei rimasto immobile in quella posizione comica e deliziosa, se non fossimo stati interrotti. Al colmo della mia agitazione, udii aprirsi la porta della cucina, attigua alla stanza dov'eravamo, e la signora Basile, spaventata, mi ingiunse risolutamente con la voce e col gesto: «Alzatevi, ecco Rosina.» Alzandomi in fretta, afferrai la mano che mi tendeva, e vi applicai due baci ardenti, al secondo dei quali sentii quell'incantevole mano premere un poco sulle mie labbra. Nella mia vita non ebbi un così dolce istante: ma l'occasione perduta non ritornò, e i nostri giovani amori non andarono più in là.

Forse proprio per questo l'immagine di questa donna adorabile mi è rimasta impressa in fondo al cuore con sì soavi sembianze. Vi si è persino imbellita, quanto più ho conosciuto il mondo e le donne. Per poco che avesse avuto d'esperienza, si sarebbe condotta altrimenti nell'incoraggiare un ragazzino: ma il suo cuore, pur debole, era onesto; ella cedeva involontariamente all'inclinazione che la trascinava. Secondo ogni apparenza, quella era la sua prima infedeltà, e avrei forse dovuto più penare a vincere il suo pudore che il mio Senza arrivare a tanto, gustai vicino a lei dolcezze inesprimibili. Nulla di quanto m'ha fatto provare il possesso della donna vale i due minuti passati ai suoi piedi senza osare nemmeno toccarle il vestito. No, non esistono piaceri pari a quelli che può donare una donna onesta che si ama: tutto è favore accanto a lei. Un minimo cenno del dito, una mano appena premuta sulla mia bocca, sono i soli lavori che mai ottenni dalla signora Basile, e il ricordo di così lievi concessioni mi esalta ancora al solo pensarci.

Nei due giorni che seguirono, inutilmente cercai una nuova occasione: mi fu impossibile trovarne il momento, e non avvertii da parte sua nessuna premura di favorirlo. Ebbe anzi un contegno non tanto più freddo, ma più riservato del solito, e credo che evitasse i miei sguardi per timore di non saper dominare i suoi. Il suo infame commesso fu più desolante che mai: divenne persino beffardo, canzonatorio; mi disse che avrei fatto una bella strada con le donne. Tremavo al pensiero d'aver commesso qualche grave imprudenza, e considerandomi già in intimità con lei, volli ammantare di mistero una simpatia che fino a quel momento non ne aveva avuto gran bisogno. Divenni così più circospetto nella scelta delle occasioni, e a forza di volerle sicure, non ne trovai del tutto.

Ecco un'altra follia romanzesca dalla quale non sono mai potuto guarire, e che, aggiunta alla mia naturale timidezza, ha smentito largamente le profezie del commesso. Amavo troppo sinceramente, troppo perfettamente, oso dire, per conquistarmi facili trionfi. Mai passioni furono insieme più ardenti e più pure delle mie; mai amore fu più tenero, più vero, più disinteressato. Mille volte avrei sacrificato la mia felicità a quella della persona amata; la sua reputazione m'era più cara della vita, e mai, per tutti i piaceri dei sensi, avrei voluto compromettere un istante della sua quiete. Ciò mi ha costretto a tante cautele, tanta segretezza, tanta precauzione nelle mie imprese, che mai nessuna è potuta riuscire. Il mio scarso successo con le donne è dipeso sempre da eccessivo amore.

Per tornare al flautista Egidio, la cosa più strana era come quanto più diventava insopportabile, tanto più il traditore appariva compiacente. Dal primo giorno in cui la sua padrona mi aveva preso in simpatia, ella aveva pensato di rendermi utile in negozio. Conoscevo discretamente l'aritmetica: lei gli aveva suggerito di insegnarmi a tenere i registri; ma il mio bruto accolse assai male il suggerimento, forse temendo di vedersi soppiantato. Così, tutto il mio lavoro, dopo quello del bulino, consisteva nel trascrivere qualche conto e promemoria, mettere in bella copia qualche libro, e tradurre alcune lettere commerciali dall'italiano in francese. Di colpo il mio uomo decise di tornare sulla proposta fatta e respinta, e disse che mi avrebbe insegnato la contabilità a partita doppia, e che intendeva mettermi in condizione di offrire i miei servigi al signor Basile quando sarebbe tornato. C'era nel suo tono, nel suo contegno, un non so che di falso, di maligno, d'ironico, che non mi ispirava fiducia. La signora Basile, senza aspettare la mia risposta, gli disse seccamente che gli ero grato delle sue premure, ma lei sperava che la fortuna premiasse finalmente i miei meriti, e che sarebbe stato un vero peccato se, con tanto ingegno, non riuscissi che un semplice commesso.

Mi aveva detto più volte che voleva procurarmi una conoscenza promettente. Pensava abbastanza giudiziosamente da rendersi conto che era tempo di allontanarmi. Le nostre mute dichiarazioni s'erano svolte giovedì. La domenica ella offrì un pranzo, al quale fui invitato e fu invitato anche un domenicano di bell'aspetto al quale mi presentò. Il monaco mi trattò molto affabilmente, si congratulò per la mia conversione, e ricordò parecchi particolari della mia storia dai quali capii che gliel'aveva già narrata lei minutamente; poi, dandomi due buffetti sulla guancia, mi raccomandò d'essere savio, di non perdermi d'animo e di andare a trovarlo, che avremmo conversato insieme a nostro agio. Dai riguardi che tutti avevano per lui, giudicai che era un uomo considerato, e dal tono paterno che assumeva con la signora Basile, che era il suo confessore. Mi ricordo anche bene che la sua discreta confidenza si univa a segni di stima e persino di rispetto per la sua penitente, che mi fecero allora meno impressione di adesso. Se fossi stato più perspicace, come mi avrebbe commosso l'aver potuto toccare la sensibilità di una giovane donna rispettata dal suo confessore!

La tavola si rivelò non abbastanza grande per quanti eravamo: ce ne volle anche una più piccola, dove ebbi la gradita sorpresa di trovarmi a tu per tu col signor commesso. Non ci rimisi nulla in fatto di premure e bocconcini: parecchi piatti mandati alla tavola piccola non erano certo indirizzati a lui. Fin lì tutto andava splendidamente: le donne erano tutta gaiezza, gli uomini tutti galanti; la signora Basile faceva gli onori di casa con una grazia incantevole. A metà pranzo, si sente una carrozza fermarsi alla porta; sale qualcuno: è il signor Basile. Lo vedo come se entrasse ora, in abito scarlatto con bottoni d'oro, colore che da quel momento presi in odio. Il signor Basile era un uomo grande e bello, e si presentava benissimo. Entra con fracasso e con l'aria di chi voglia cogliere chissà chi sul fatto, sebbene non vi fossero che amici. La moglie gli salta al collo, gli afferra le mani, gli fa mille carezze che lui riceve senza ricambiarle. Saluta la compagnia, gli portano un piatto, mangia. Si era appena iniziato a parlare del suo viaggio quando, gettato uno sguardo alla tavola piccola, chiede severamente chi sia quel ragazzetto laggiù. La signora Basile gli dice tutto candidarnente. Lui chiede se alloggio in casa. Gli dicono di no. a Perché no?» riprende rozzamente. a Se ci sta di giorno, può benissimo starci di notte.» Intervenne il monaco e, dopo un serio e sincero elogio della signora Basile, fece in poche parole il mio; aggiungendo che, anziché biasimare la pia carità di sua moglie, doveva affrettarsi a condividerla, poiché nulla vi oltrepassava i limiti dell'onesto. Il marito replicò di malumore, e ne taceva la metà, trattenuto dalla presenza del monaco, ma bastò a farmi intuire che aveva avuto informazioni sul mio conto, e che il commesso mi aveva servito da par suo.

Si era appena lasciato la tavola quando questi, per incarico del suo padrone, venne trionfante a intimarmi da parte sua di andarmene immediatamente da quella casa, e di non rimettervi piede mai più. Condì la sua ambasciata con quanto poteva renderla più ingiuriosa e crudele. Uscii senza una parola, ma col cuore spezzato, non tanto perché mi staccavo da quell'amabile donna quanto perché dovevo lasciarla in balia alla brutalità del marito. Questi aveva indubbiamente ragione a non tollerare che gli fosse infedele; ma benché savia e di buona nascita, ella era italiana, cioè sensibile e vendicativa, e lui aveva torto, mi sembra, usando con lei i sistemi più adatti ad attirarsi la disgrazia che paventava.

Tale fu l'esito della mia prima avventura. Volli tentare di ripassare due o tre volte nella strada, per rivedere almeno colei che il mio cuore non si stancava di rimpiangere; ma al posto suo non vidi che suo marito e il vigile commesso, il quale, appena mi vide, mi fece, col righello della bottega, un gesto più espressivo che invitante. Vedendomi così ben controllato, mi persi di coraggio e non vi passai più. Volli almeno recarmi dal patrono che mi aveva procurato. Sfortunatamente non ne conoscevo il nome. Mi aggirai più volte inutilmente intorno al convento, sperando di incontrarlo. Infine nuovi avvenimenti mi strapparono ai piacevoli ricordi della signora Basile, e in breve la dimenticai così bene, che pur sempliciotto e novellino come prima, non mi restò neppure l'uzzolo delle belle donne.

Tuttavia le sue liberalità avevano un po' migliorato il mio magro corredo, anche se molto onestamente e con la precauzione di una donna accorta, preoccupata più della pulizia che dell'eleganza, e che voleva impedirmi di soffrire e non già farmi brillare. L'abito che avevo portato da Ginevra era ancora buono e presentabile; lei vi aggiunse solo un cappello e un po' di biancheria. Non disponevo di polsini, ma non me ne volle dare, benché ne avessi una gran voglia. Si accontentò di mettermi in condizione di mantenermi pulito, cura che non fu necessario raccomandarmi, finché comparvi davanti a lei.

Pochi giorni dopo la mia catastrofe, la mia padrona di casa che, come ho detto, mi aveva preso in simpatia, mi disse che forse aveva trovato un posto per me, e che una dama di nobile condizione desiderava vedermi. A quelle parole, mi credetti sul serio nell'aura delle avventure altolocate: il mio sogno restava quello. Ma questa non fu così splendida come l'avevo immaginata. Andai dalla dama in compagnia del domestico che le aveva parlato di me. Ella mi interrogò, mi esaminò; non le dispiacqui, ed entrai subito al suo servizio, non esattamente come favorito, ma più semplicemente come lacché. Fui vestito con la livrea dei suoi domestici; l'unica distinzione fu che essi portavano il cordoncino e a me non lo dettero, e siccome la livrea della casa non aveva galloni, sembrava press'a poco un abito borghese. Ecco dunque l'esito inatteso cui sboccarono infine tutte le mie grandiose speranze.

La signora contessa di Vercelli, presso la quale entrai in servizio, era vedova e senza figli: suo marito era piemontese; ma lei l'ho sempre creduta savoiarda, non immaginando che una piemontese potesse parlare così bene il francese, con un accento così puro. Era di mezza età, con un volto nobilissimo, un'intelligenza raffinata, innamorata della letteratura francese, che conosceva a fondo. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano lo stile e quasi la grazia di quelle della signora di Sévigné: a leggerne qualcuna ci si sarebbe potuti ingannare. Il mio incarico principale, e non mi dispiaceva, era di scriverle sotto dettatura, e giacché un cancro al seno che la faceva molto soffrire non le consentiva di scriverle di suo pugno.

La signora di Vercelli aveva non solo molto ingegno, ma un animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia, l' ho veduta patire e morire senza mai un istante di debolezza, senza il minimo sforzo per contenersi, senza uscire mai dal suo ruolo di donna, e senza mai dubitare che in ciò vi fosse una certa filosofia, parola non ancora venuta di moda, e che lei neppure conosceva nel senso che oggi le viene attribuito. Questa forza di carattere rasentava a volte l'aridità. Mi è sempre parsa poco sensibile parimenti per gli altri e per se stessa: e quando beneficava gli infelici, lo faceva per il bene in sé piuttosto che per autentica commiserazione. Ho dovuto provare io stesso un po' di questa insensibilità, nei tre mesi trascorsi vicino a lei. Sarebbe stato naturale che nutrisse qualche benevolenza per un giovane promettente, che aveva di continuo sotto gli occhi, e che ella pensasse, sentendosi morire, come alla sua scomparsa gli sarebbero occorsi aiuti e appoggi. Eppure, sia che non mi giudicasse degno di un'attenzione particolare, sia che le persone che l'assillavano non le consentissero di pensare se non a loro, ella non fece nulla per me.

Ricordo benissimo però che aveva manifestato una certa curiosità di conoscermi. A volte mi interrogava: le piaceva moltissimo che le facessi leggere le lettere che scrivevo alla signora di Warens, che la facessi partecipe dei miei senti menti. Ma non seguiva certo la via migliore per conoscerli, non rivelandomi mai i propri. Piaceva al mio cuore effondersi, purché si sentisse accolto in un altro. Domande secche e fredde, senza alcun segno d'approvazione o di biasimo sulle mie risposte, non mi ispiravano nessuna confidenza. Quando nulla mi avvertiva se le mie chiacchiere piacevano o dispiacevano, ero sempre in ansia, e non cercavo tanto di svelare il mio pensiero quanto di non dire nulla che mi potesse nuocere. Ho notato poi che quel modo asciutto di interrogare le persone per conoscerle è un vezzo molto diffuso fra le donne che si ritengono intelligenti. Immaginano che, se non lasciano trasparire il loro sentimento, riusciranno meglio a penetrare il vostro: ma non capiscono di togliere così ogni coraggio di mostrarlo. Un uomo che venga interrogato comincia perciò stesso a porsi in guardia, e se ha l'impressione che si voglia solo spillargli chiacchiere, senza un reale interesse per lui, mente o tace o raddoppia il controllo su se stesso, e preferisce passar per sciocco piuttosto che sentirsi lo zimbello della vostra curiosità. Insomma, è sempre un cattivo sistema, per leggere nel cuore altrui, ostentare di nascondere il proprio.

La signora di Vercelli non mi disse mai una parola che dimostrasse affetto, comprensione, benevolenza. Mi interrogava freddamente; rispondevo con riserbo. Le mie risposte erano così timide che dovette trovarle volgari e se ne stancò. Verso la fine non mi interrogava più, non mi parlava che per motivi di servizio. Non mi giudicò per ciò che ero, ma per come mi aveva fatto, e a forza di vedere in me solo un lacché, mi impedì di apparirle altrimenti.

Credo che cominciai da quel momento a subire quel perfido gioco degli interessi nascosti che tormentò la mia vita e che mi ispirò un'avversione ben naturale per l'ordine apparente che li produce. La signora di Vercelli, non avendo figli, aveva come erede suo nipote il conte di La Roque, che la corteggiava assiduamente. Inoltre, i suoi principali domestici, vedendo come si avvicinasse alla fine, non badavano ad altro, e tanti postulanti le stavano attorno che difficilmente poteva avere il tempo di pensare a me. Dirigeva la casa un certo Lorenzi, uomo scaltro, la cui moglie, più astuta ancora, s'era talmente insinuata nelle grazie della padrona che si muoveva in casa più come un'amica che come una domestica. Per cameriera particolare, le aveva dato una sua nipote, certa signorina Pontal, una lenzetta che si dava arie di dama di compagnia, e aiutava la zia a circuire la padrona così bene che questa vedeva solo coi loro occhi e agiva solo con le loro mani. Non ebbi la fortuna di piacere a queste tre figure; li obbedivo, ma non li servivo; non immaginavo che oltre servire la comune padrona, mi spettasse ancora d'essere il servo dei suoi servi. D'altro canto, ero per loro una specie di personaggio inquietante. Vedevano bene che non ero al mio posto; temevano che anche la signora lo notasse, e che quanto avesse potuto fare per rimediarvi andasse a discapito delle loro porzioni: questa sorta di genia, troppo avida per essere giusta, considera ogni lascito elargito ad altri come sottratto alla propria parte. Si allearono dunque, per allontanarmi dai suoi occhi. Alla signora piaceva scrivere lettere; era uno svago nelle sue condizioni: essi gliene tolsero il gusto e glielo fecero sconsigliare dal medico, persuadendola che l'affaticava troppo. Col pretesto che non sapevo servirla, vennero assunti al mio posto due zoticoni di portantini; manovrarono insomma così bene, che quando fece testamento erano otto giorni che non entravo nella sua camera. Vero è che dopo vi entrai come prima, e vi fui persino il più assiduo, giacché le sofferenze di quell'infelice mi straziavano; la forza d'animo con cui le sopportava me la rendeva estremamente rispettabile e cara, e ho versato in quella stanza lacrime sincere, senza che lei né nessun altro se ne avvedessero.

La perdemmo, infine. La vidi spirare. La sua era stata la vita di una donna intelligente e giudiziosa, la sua morte fu quella di un'anima saggia. Posso dire che mi fece apprezzare la religione cattolica per la serenità con la quale ne adempì i doveri senza negligenza e senza ostentazione. Era seria per natura. Verso la fine della malattia la prese una forma di allegria troppo costante per essere simulata, ed era un contrappeso che la ragione stessa dava alla tristezza del suo stato. Rimase a letto solo gli ultimi due giorni, e non smise di conversare tranquillamente con tutti. Infine, quando non parlava più, e già si dibatteva nell'agonia, le sfuggì un grosso peto. «Bene!» disse rivoltandosi, «donna che fa peti non è morta. Furono le sue ultime parole.

Aveva lasciato alla bassa servitù un anno di salario; ma non figurando nella lista della casa, non mi toccò niente. Tuttavia il conte di La Roque mi fece dare trenta lire, e mi lasciò l'abito nuovo che indossavo e che il signor Lorenzi voleva togliermi. Promise anche di cercarmi una sistemazione e mi permise di fargli visita. Passai due o tre volte senza riuscire a parlargli. Era facile scoraggiarmi; non vi tornai più. Presto si vedrà che ebbi torto.

Come vorrei aver detto già tutto sul mio soggiorno in casa della signora Vercelli! Ma, benché la mia situazione apparente rimanesse la stessa, non uscii da quella casa come vi ero entrato. Mi seguì il lungo ricordo del delitto e il peso insopportabile dei rimorsi, da cui la mia coscienza, a quarant'anni di distanza, è ancora oppressa, e il cui amaro sentimento, anziché affievolirsi, s'inasprisce quanto più invecchio. Chi crederebbe che la colpa di un ragazzo potesse avere conseguenze così crudeli? È di queste più che probabili conseguenze che il mio cuore non potrebbe consolarsi. Ho forse fatto morire nell'ignominia e nella miseria una giovane amabile, onesta, stimabile, e che sicuramente valeva più di me.

È ben difficile che una casa si dissolva senza un po' di confusione, e che non vi scompaia una quantità di cose: eppure era tale la lealtà dei domestici e la vigilanza del signore e della signora Lorenzi, che non si trovò nulla di mancante sull'inventario. Solo la signorina Pontal smarrì un nastrino rosa e argento, già vecchio. Tante altre cose migliori erano alla portata della mia mano, ma solo quel nastrino mi tentò, lo rubai, e poiché non lo nascondevo, me lo trovarono subito. Vollero sapere dove l'avessi preso. Mi turbo, balbetto, e alla fine dico, arrossendo, che me l'aveva dato Marion. Marion era una giovane della Moriana, di cui la signora Vercelli aveva fatto la sua cuoca quando, smessi gli inviti a pranzo, aveva licenziato la propria, servendole ormai più i brodi sostanziosi che gli intingoli raffinati. Marion non era solo graziosa, ma aveva una freschezza di colori che si trova solo in montagna e soprattutto un'aria di modestia e di dolcezza che la faceva amare solo a guardarla; buona ragazza, oltre tutto, savia e d'una fedeltà a tutta prova. Perciò si stupirono, quando feci il suo nome. Non mi si dava minor fiducia che a lei, e si decise che occorreva verificare chi dei due fosse il furfante. La chiamarono; l'assemblea era numerosa, anche il conte di La Roque era presente. Arriva, le mostrano il nastro, io l'accuso sfrontatamente; lei resta sbigottita, tace, mi getta uno sguardo che avrebbe disarmato un demonio, e al quale il mio barbaro cuore resiste. Nega, infine, con sicurezza ma senza collera, mi rimprovera, mi esorta a rientrare in me stesso, a non disonorare una ragazza innocente che non ha mai fatto del male; ed io, con impudenza infernale, confermo la mia dichiarazione, e le ripeto in faccia che è stata lei a darmi il nastro. La povera ragazza si mise a piangere, e non mi disse che queste parole: «Ah, Rousseau! E io che vi credevo buono. Mi rendete ben infelice, ma non vorrei essere al vostro posto.» Fu tutto. Seguitò a difendersi con semplicità pari alla fermezza, ma senza mai permettersi contro di me la minima invettiva. La sua moderazione, confrontata alla mia sicumera, la tradì. Non sembrava naturale supporre da un lato un'audacia così diabolica e dall'altro una così angelica mitezza. Non parvero decidere in assoluto, ma si propendeva a mio favore. Nelle distrette in cui si era, non persero tempo in indagini; e il conte di La Roque, licenziandoci entrambi, si contentò di dire che la coscienza del colpevole avrebbe a sufficienza vendicato l'innocente. La predizione non fu vana; e non cessa un sol giorno di avverarsi.

Ignoro la sorte di quella vittima della mia calunnia; ma non è probabile che, dopo l'accaduto, abbia potuto trovare facilmente un buon posto. Un'accusa crudele pesava, comunque, sul suo onore. Il furto in sé era un'inezia, ma pur sempre un furto e, quel che è peggio, destinato a sedurre un giovanotto: insomma la menzogna e l'ostinazione non lasciavano sperare nulla da colei che assommava tanti vizi nell' animo. Non considero neppure la miseria e l'abbandono come i più gravi pericoli cui l'abbia esposta. Chi può sapere, alla sua età, dove lo sconforto dell'innocenza umiliata abbia potuto trascinarla? Oh, se il rimorso di averla potuta rendere infelice è insopportabile, si giudichi cosa può essere quello d'averla resa peggiore di me!

Questo crudele ricordo mi turba a volte e mi sconvolge al punto che rivedo nelle mie insonnie l'infelice ragazza venire a rimproverarmi il mio crimine, come se l'avessi commesso ieri. Finché sono vissuto tranquillo, mi ha tormentato meno; ma nel pieno di una vita tempestosa mi toglie la più dolce consolazione degli innocenti perseguitati: mi fa ben provare quanto credo d'aver detto in qualche opera, che il rimorso dorme nella prosperità e morde nell'avversità. Eppure, non ho mai saputo decidermi a sollevare di questa confessione il mio cuore nel seno di un amico. La più stretta intimità non me l'ha mai consentito con nessuno, neppure con la signora di Warens. Mi è riuscito al massimo di confessare che avevo un atroce rimprovero da muovermi, ma non ho osato mai dire quale fosse. Questo peso è dunque rimasto sino ad oggi senza sollievo sulla mia coscienza, e posso dire che il desiderio di liberarmene in qualche modo ha sensibilmente contribuito alla decisione che ho preso di scrivere le mie confessioni.

Ho proceduto schiettamente in quella che ho reso or ora, e non si dirà certo che abbia qui attenuato la perfidia del mio misfatto. Ma non adempirei lo scopo di questo libro se non esponessi insieme le mie intime disposizioni, e se temessi di scusarmi di quanto è conforme al vero. Mai la malvagità mi fu più lontana come in quel momento atroce, e quando accusai quell'infelice, strano ma vero, il motivo che mi spinse fu l'amicizia per lei. Lei era nei miei pensieri, e me ne scusai col primo pretesto che mi si offrì. L'accusai di aver fatto quel che volevo fare io, e di avermi dato il nastro perché la mia intenzione era di offrirlo a lei. Quando poi la vidi apparire il mio cuore ne fu straziato, ma la presenza di tanta gente fu più forte del mio pentimento. Non la punizione temevo, ma la vergogna; ma la temevo più della morte, più del delitto, più di qualsiasi cosa al mondo. Avrei voluto sprofondare, scomparire nel cuore della terra; l'invincibile vergogna vinse tutto, la vergogna sola scaturì tanta imprudenza; e più mi inoltravo nel delitto più il terrore di confessarlo mi rendeva intrepido. Non vedevo che l'orrore d'essere smascherato, dichiarato pubblicamente, me presente, ladro, bugiardo, calunniatore. Un'angoscia totale mi toglieva ogni sentimento. Se mi avessero consentito di tornare in me, avrei immancabilmente confessato tutto. Se il signor di La Roque m'avesse preso in disparte e mi avesse detto: a Non rovinate questa poveretta; se siete colpevole, confessatemelo», mi sarei gettato immediatamente ai suoi piedi, ne sono più che sicuro. Ma non si fece che intimidirmi, quando occorreva farmi coraggio. L'età è un altro fattore che occorre tener presente; ero appena uscito dall'infanzia, o piuttosto vi ero ancora. In gioventù le vere nefandezze sono più delittuose ancora che nell'età matura: ma la mera debolezza, risulta meno tale, e la mia colpa in fondo non era altro. Così il suo ricordo non mi affligge tanto per il male in sé, quanto per il male che ha dovuto causare. Mi ha fruttato anche questo bene di garantirmi per il resto della vita contro ogni atto tendente al delitto, per la terribile impressione che mi è rimasta dell'unico che io abbia mai commesso; e credo di capire che la mia avversione per la menzogna mi venga soprattutto dal rimorso di averne potuto dire una così infame. Se è questo un crimine che si possa espiare, come oso credere, deve esserlo con tutte le sciagure dalle quali la fine della mia vita è torturata, con quarant'anni di rettitudine e di onore nelle situazioni difficili, e la povera Marion trova tanti vendicatori in questo mondo che, per quanto grande sia stata l'offesa arrecatale, non temo di portarne con me il peso della colpa. Ecco quanto dovevo dire in proposito. Mi sia consentito di non parlarne più.

LIBRO TERZO

Uscito dalla casa della signora di Vercelli press'a poco come vi ero entrato, tornai dalla mia vecchia padrona di casa, e vi restai cinque o sei settimane, durante le quali salute, gioventù e ozio mi resero spesso molesto il mio temperamento. Ero irrequieto, distratto, pensieroso; piangevo, sospiravo, anelavo a una felicità di cui non avevo l'idea, e di cui pure soffrivo la privazione. È impossibile descrivere questo stato, e pochi uomini anche possono immaginarlo, poiché di essi la maggioranza ha prevenuto questa pienezza di vita a un tempo tormentosa e deliziosa che, nell'ebbrezza del desiderio offre già un primo assaggio del piacere. Il mio sangue ardente non cessava di colmare il mio cervello di ragazze e di donne: ma non intuendone il vero uso, le acconciavo immaginosamente alle mie fantasie in modi bizzarri, senza saperne far altro; e queste immagini mantenevano i miei sensi in un'attività assai molesta, di cui, per fortuna, non m'insegnavano come liberarmi. Avrei dato la vita per ritrovare un quarto d'ora una signorina Goton. Ma era finito il tempo in cui i giochi dell'infanzia correvano sul loro slancio. La vergogna, compagna della coscienza del male, era sopraggiunta con gli anni, accrescendo la mia naturale timidezza al punto da renderla invincibile; e mai, né in quel periodo né dopo, sono riuscito a fare una proposta lasciva senza che colei cui la facevo non mi abbia in qualche modo costretto con le sue offerte, anche quando sapevo che non aveva scrupoli ed ero quasi certo d'essere preso in parola.

La mia agitazione crebbe al punto che, non potendo soddisfare i miei desideri, li attizzavo con le più stravaganti manovre. Andavo in cerca di viali oscuri, di recessi nascosti, dove potessi espormi da lontano a persone dell'altro sesso nello stato in cui avrei voluto trovarmi accanto a loro. Ciò che esse scorgevano non era l'oggetto osceno, non ci pensavo neppure; ma l'oggetto ridicolo. Lo sciocco piacere che provavo esibendolo ai loro occhi non si può descrivere. Un passo solo e avrei potuto godere il trattamento desiderato, e non dubito che qualcuna più risoluta mi avrebbe procurato, passando, il divertimento sognato, se avessi avuto appena l'audacia di attendere. Questa follia provocò una catastrofe quasi altrettanto comica, ma un po' meno piacevole per me.

Un giorno mi nascosi in fondo ad un cortile dove c'era un pozzo al quale le ragazze della casa venivano spesso ad attingere acqua. Da quell'angolo scendeva una breve china che portava per varie comunicazioni alle cantine. Esplorai al buio quei passaggi sotterranei e, scoprendoli lunghi e oscuri, le immaginai senza fondo, tali quindi, fossi stato visto e sorpreso, da trovarvi sicuro rifugio. In questa convinzione, offrivo alle ragazze che venivano al pozzo uno spettacolo più comico che seducente. Le più savie finsero di non vedere; altre si misero a ridere; altre si ritennero ingiuriate e fecero un gran chiasso. Riparai nel mio rifugio: mi rincorsero. Udii una voce d'uomo che non avevo messo in conto, e che mi spaventò. Mi inoltrai nei sotterranei al rischio di perdermi; il chiasso, le voci, la voce d'uomo, mi seguivano sempre. Avevo contato sull'oscurità, e vidi una luce. Rabbrividendo, continuai la discesa. Mi fermò un muro, e non potendo andar oltre, bisognò attender là il mio destino. In un momento fui raggiunto e acciuffato da un omone con un gran paio di baffi, un cappellaccio, uno sciabolone, scortato da quattro o cinque vecchie armate da manici di scopa, tra le quali scorsi la bricconcella che mi aveva denunciato e che senza dubbio voleva vedermi in faccia.

L'uomo dalla sciabola, afferrandomi per le braccia, mi domandò rudemente che cosa facessi lì. Si capisce che la mia risposta non era pronta. Mi ripresi, tuttavia, e ingegnandomi in quel momento spinoso, cavai dalla mia testa un romanzesco espediente che mi andò bene. Gli dissi in tono supplichevole di aver pietà della mia età e del mio stato; che ero un giovane straniero di grandi natali il cui cervello si era guastato; che ero scappato dalla casa paterna perché volevano internarmi; che se mi faceva riconoscere ero perduto; ma che se mi avesse lasciato andare, avrei forse potuto un giorno ricordarmi quella grazia. Contro ogni aspettativa, il mio discorso e il mio contegno ebbero effetto: il terribile omaccio ne fu commosso; e dopo una brevissima reprimenda, mi lasciò placidamente andare senza altre domande. Dall'aria con la quale le ragazze e le vecchie mi guardarono andar via, pensai che l'uomo tanto temuto mi era stato utilissimo, e che alle prese con loro sole non me la sarei cavata così a buon mercato. Le udii borbottar non so cosa che non mi curai di approfondire; perché, se la sciabola e l'uomo non si intromettevano, ero sicurissimo, agile e vigoroso com'ero, di liberarmi di loro e dei loro bastoni in un batter d'occhio.

Qualche giorno dopo, passando per una via con un giovane abate mio vicino, mi imbattei faccia a faccia con l'uomo dalla sciabola. Mi riconobbe, e contraffacendomi con sarcasmo: «Sono un principe,» disse, «sono un principe; e io sono un coglione: ma Sua Altezza non mi torni a tiro.» Non aggiunse altro, e io me la svignai a capo basso, ringraziandolo in cuor mio per la sua discrezione. Ho pensato che le maledette megere lo avevano schernito per la sua credulità. Comunque, pur essendo piemontese, era un buon uomo, e non penso mai a lui senza un moto di riconoscenza: la storia era infatti così divertente che per il solo gusto di far ridere chiunque al suo posto mi avrebbe disonorato. L'avventura, pur senza le conseguenze che potevo temerne, non mancò di rinsavirmi per molto tempo.

Il soggiorno presso la signora di Vercelli mi aveva procurato qualche conoscenza, che non trascurai di coltivare nella speranza di trarne vantaggio. Andai a trovare qualche volta, tra gli altri, un abate savoiardo, don Gaime, precettore dei figli del conte di Mellarède. Era giovane ancora e poco noto, ma pieno di buon senso, di probità, di cultura, uno degli uomini più onesti che abbia conosciuto. Non mi fu d'alcun aiuto per lo scopo che mi portava da lui: non godeva di credito sufficiente a sistemarmi; ma trovai presso di lui vantaggi più preziosi, che mi giovarono tutta la vita, le lezioni della sana morale e le massime della retta ragione.

Nell'ordine successivo delle mie passioni e delle mie idee avevo sempre mirato troppo in alto o troppo in basso; Achille o Tersite, ora eroe ora cialtrone. Don Gaime s'incaricò di situarmi al giusto posto, e di mostrarmi a me stesso, senza risparmiarmi né sconfortarmi. Mi parlò con grande magnanimità della mia natura e delle mie doti: ma aggiunse che proprio da esse vedeva nascere gli ostacoli che mi impedivano di trarne partito; cosicché dovevano, a suo avviso, non tanto servirmi da gradini per scalare la fortuna quanto da risorse per farne a meno. Mi tracciò un quadro veritiero della vita umana, sulla quale non avevo che idee false; mi mostrò come, nell'avversità, l'uomo saggio può sempre aspirare alla felicità e correre più veloce del vento per raggiungerla; come non vi sia vera felicità senza saggozza, e come la saggozza sia d'ogni ceto sociale. Smorzò molto la mia ammirazione per la potenza, provandomi che coloro che dominano sugli altri non sono né più saggi né più felici. Mi disse una cosa che mi è tornata spesso in mente: ossia che se ogni uomo potesse leggere nei cuori di tutti gli altri, vi sarebbe più gente che desidererebbe scendere di quanta aspiri a salire. Questa riflessione, di una verità che colpisce, e che non ha nulla d'esagerato, mi fu di grande utilità nel corso della vita per farmi restare pacificamente al posto mio. Egli mi diede le prime vere idee dell'onestà, che il mio genio ampolloso aveva colto solo nei suoi eccessi. Mi fece capire che l'entusiasmo per le virtù sublimi era poco diffuso nella società; che lanciandosi troppo in lato si è facili alle cadute; che la continuità dei piccoli doveri costantemente adempiuti non chiede meno forza delle azioni eroiche; che se ne traeva miglior profitto per l'onore e la felicità; e che vale infinitamente di più godere sempre la stima degli uomini che, eccezionalmente, la loro ammirazione.

Per definire i doveri dell'uomo, bisognava per forza risalire alla loro origine. D'altronde, il passo appena compiuto, e di cui la mia presente condizione era la conseguenza, ci condusse a parlare di religione. Il lettore avrà già intuito che l'onesto don Gaime è, almeno in gran parte, l'originale del vicario savoiardo. Solo che, costretto dalla prudenza a esprimersi con maggior riserbo, si spiegò meno apertamente su alcuni punti; ma per il resto le sue massime, i suoi sentimenti, le sue opinioni, furono gli stessi, e persino il consiglio di tornarmene in patria, tutto fu come poi l'ho pubblicamente riferito. Così, senza dilungarmi su discorsi di cui ciascuno può attingere la sostanza, dirò che le sue lezioni, sagge ma dapprima senza effetto, posero nel mio cuore un germe di virtù e di religione che non vi si estinse mai e che non aspettava, per dare i suoi frutti, che le cure di una mano più amata.

Benché allora la mia conversione fosse poco salda, nondimeno ne fui commosso. Anziché annoiarmi dei suoi discorsi, presi gusto alla loro chiarezza, alla loro semplicità, e soprattutto a una certa affettuosa simpatia di cui li sentivo pervasi. Ho l'anima amorosa, e mi sono sempre affezionato alle persone meno in rapporto al bene che mi hanno fatto che al bene che mi hanno voluto, e su questo il mio intuito non mi inganna mai. Così mi affezionai veramente a don Gaime; ero per così dire il suo secondo discepolo; e la cosa per il momento mi offerse il bene inestimabile di distogliermi dalla china del vizio dove la mia pigrizia mi trascinava.

Un giorno, quando meno ci pensavo, vennero a cercarmi a nome del conte di La Roque. A forza di andare a casa sua senza riuscire a parlargli, mi ero stancato, e non ci andavo più: credetti che mi avesse dimenticato, o che gli fossero rimaste cattive impressioni di me. Mi sbagliavo. Era stato più d'una volta testimone del piacere con cui adempivo ai miei doveri al servizio di sua zia; ne aveva parlato persino con lei, e me lo ricordò quando io stesso non ci pensavo più. Mi accolse bene, mi disse che, senza lusingarmi con vaghe promesse, aveva cercato di sistemarmi, che vi era riuscito, e che mi dava l'opportunità di diventare qualcuno: stava a me fare il resto. La casa dove mi raccomandava era potente e considerata, non avevo bisogno d'altri protettori per andare avanti, e benché sulle prime trattato come semplice domestico, quale ero stato fin lì, potevo contare che se per i miei sentimenti e la mia condotta mi avessero giudicato superiore a quello stato, erano disposti a non impormelo come limite.

La conclusione del discorso castigò amaramente le splendide speranze che l'esordio mi aveva date. «Ma come: sempre lacchè?» dissi dentro di me, con un amaro dispetto che la fiducia cancellò in un momento. Mi sentivo troppo poco adatto a quel posto per temere che mi ci lasciassero.

Mi accompagnò dal conte di Govone, primo scudiero della regina, e capo dell'illustre casata dei Solaro. L'aria dignitosa di quel rispettabile vegliardo mi rese più toccante l'affabilità con cui m'accolse. Mi interrogò con interesse, e gli risposi con sincerità. Disse al conte di La Roque che avevo una fisionomia piacevole e che prometteva un certo ingegno; gli pareva che in effetti non ne mancassi, ma non bastava, e bisognava vedere il resto. Rivolgendosi quindi a me: «Ragazzo mio,» mi disse, «in tutte le cose l'inizio è quasi sempre duro; ma il vostro non lo sarà troppo. Siate saggio e cercate di piacere a tutti, qui; ecco, per ora, l'unico vostro impegno: per il resto, coraggio: si avrà cura di voi.» Subito andammo da sua nuora, la marchesa di Breglio, e mi presentò a lei, poi a suo figlio, l'abate di Govone. L'inizio mi parve di buon auspicio. Ne sapevo abbastanza per sincerarmi che non si usano tante cerimonie per ricevere un lacchè. Infatti, non fui trattato come tale. Ebbi un posto alla tavola dei domestici, ma non mi imposero nessuna livrea e quando il conte di Favria, giovane sventato, volle farmi montare in serpa, dietro la sua carrozza, il nonno mi proibì di salire su qualsiasi carrozza, o di pormi al seguito di chicchessia, fuori di casa. Nondimeno, servivo a tavola, e all'interno svolgevo pressappoco le mansioni di un lacchè; ma, in qualche modo, lo facevo liberamente, senza essere nominalmente addetto a nessuno. Tranne qualche lettera che mi si dettava, e qualche immagine che il conte di Favria mi faceva ritagliare, ero quasi padrone di tutto il mio tempo durante la giornata. Questa prova, di cui non mi rendevo conto, era certamente insidiosissima, e neppure troppo umana, poiché tutto quell'ozio poteva indurmi a vizi che altrimenti non avrei contratti.

Ma fortunatamente non fu così. Il magistero di don Gaime si era impresso nel mio cuore, e vi presi un tal gusto che qualche volta scappai di casa per andare ad ascoltarlo ancora. Penso che chi m'avesse visto uscire così furtivamente, non avrebbe immaginato dove andassi. Nulla di più sensato dei consigli che egli mi dette per la mia condotta. I miei esordi furono ammirevoli; ero di una assiduità, di una attenzione, di uno zelo, che incantavano tutti. L'abate Gaime mi aveva saggiamente ammonito di moderare il mio primo fervore, per timore che si affievolisse e che ne tenessero conto. «Il vostro esordio,» disse, «dà la misura di quanto esigeranno: cercate di regolarvi in modo da fare di più in seguito, ma badate a non fare mai meno.»

Non avendomi affatto esaminato nelle mie piccole capacità e non attribuendomi che quelle elargitemi dalla natura, non pareva che, nonostante quanto aveva lasciato intendere il conte di Govone, si pensasse di trarre da me qualche profitto. Sopravvenne qualche affare sfortunato; e quasi si dimenticarono di me. Il marchese di Breglio, figlio del conte di Govone, era allora ambasciatore a Vienna. Si produssero a Corte movimenti che ebbero ripercussioni in famiglia e per qualche settimana si visse in un'agitazione che non lasciava il tempo di badare a me. Tuttavia fino a quel momento non mi ero troppo lasciato andare. Una cosa mi fece del bene e del male, e m'allontanò da ogni dissipazione esteriore, anche se mi rese un po' più distratto nei miei doveri.

La signorina di Breglio era una giovanetta press'a poco della mia età, ben fatta, piuttosto bella, bianchissima, con capelli nerissimi, e, benché bruna, recando sul viso quella dolce espressione delle bionde alla quale il mio cuore non ha mai resistito. L'abito di Corte, che tanto dona alle giovinette, sottolineava la sua graziosa figura, metteva in evidenza il seno e le spalle, e rendeva la sua carnagione anche più splendida nel lutto che allora si portava. Si obietterà che non spetta a un domestico avvedersi di tante belle cose. Senza dubbio, avevo torto, ma ciò m'impediva di accorgermene, e non ero il solo. Il maggiordomo e i camerieri ne parlavano qualche volta a tavola con una trivialità che mi faceva soffrire. La testa non mi girava però al punto di essere innamorato sul serio. Non dimenticavo chi fossi, stavo al mio posto, e i miei stessi desideri non si concedevano libertà. Mi piaceva vedere la signorina di Breglio, ascoltarla dire qualche frase che svelava intelligenza, buon senso, onestà: la mia ambizione, limitata al piacere di servirla, non andava al di là dei miei diritti. A tavola ero attento a cercare l'occasione per farli valere. Se il suo lacchè lasciava un istante la sua sedia, mi si vedeva subito al suo posto; altrimenti mi mettevo di fronte a lei. Cercavo nei suoi occhi quanto stava per chiedere, spiavo il momento di cambiarle il piatto. Che cosa non avrei fatto perché si degnasse d'ordinarmi qualcosa, guardarmi, dirmi una sola parola; ma nulla: avevo la mortificazione di non essere nessuno per lei, non s'accorgeva neppure della mia presenza. Tuttavia, suo fratello, che a volte mi rivolgeva la parola a tavola, avendomi detto un giorno non so che frase poco gentile, si ebbe da parte mia una risposta così fine e ben girata, che ella la colse e mi lanciò uno sguardo. Quell'occhiata, un lampo, non mancò di inebriarmi. Il giorno dopo, si presentò l'occasione di strapparne una seconda, e ne approfittai. Si dava quel giorno un pranzo di gala dove, per la prima volta, con mia somma meraviglia vidi il maggiordomo servire con la spada al fianco e il cappello in capo. Per caso il discorso cadde sul blasone della famiglia Solaro, che figurava sulla tappezzeria col motto: Tel fiert que ne tu pas. Poiché i Piemontesi non sono per solito profondi conoscitori del francese, qualcuno scoprì in quel motto un errore di ortografia, e disse che alla parola fiert non occorreva nessuna t.

Il vecchio conte di Govone stava per rispondere; ma avendo posato gli occhi su di me, si accorse che sorridevo senza osare dir nulla: mi ordinò di parlare. Dissi che non credevo che la t fosse di troppo, che fiert era un'antica parola francese che deriva dal sostantivo ferus, fiero, minaccioso, ma dalla voce verbale ferit, colpisce, ferisce; e che dunque il motto non mi pareva significare «taluno minaccia», ma «taluno colpisce e non uccide».

Mi guardavano tutti e si guardavano senza fiatare. Non s'era mai visto un simile stupore. Ma la cosa che più mi lusingò fu l'aria di soddisfazione che vidi chiaramente sul volto della signorina di Breglio. Quella creatura così orgogliosa si degnò di lanciarmi un secondo sguardo che valeva almeno quanto il primo; poi volgendo gli occhi verso il nonno, sembrò attendere con una specie di impazienza la lode che mi doveva, e che egli mi concesse infatti così piena e incondizionata e con un'espressione tanto soddisfatta che tutti i commensali si affrettarono a fargli coro. Il momento fu breve, ma delizioso per ogni aspetto. Fu uno di quei momenti troppo rari che rimettono le cose al loro naturale ordine, e vendicano il merito avvilito dagli oltraggi della sorte. Qualche minuto più tardi, la signorina di Breglio, levando di nuovo gli occhi su di me, mi pregò, con voce insieme timida e affabile, di versarle da bere. Si giudichi se la feci attendere; ma avvicinandola fui colto da un tale tremito, che avendo troppo colmato il bicchiere, in parte sparsi l'acqua sul piatto e persino su di lei. Suo fratello mi chiese scioccamente come mai tremassi così. La domanda non giovò a rianimarmi, e la signorina di Breglio arrossì fino al bianco degli occhi.

Qui il romanzo finisce, dove si noterà, come già con la signora Basile, e come per tutto il seguito della mia vita, che non sono fortunato nella conclusione dei miei amori. Mi affezionai inutilmente all'anticamera della signora di Breglio: non ottenni più un solo segno d'attenzione da parte di sua figlia. Usciva e rientrava senza guardarmi, e io osavo appena alzare gli occhi su di lei. Ero persino così stupido e maldestro che un giorno in cui, passando, ella aveva lasciato cadere un guanto, anziché lanciarmi su quel guanto che avrei voluto coprire di baci, non osai muovermi dal mio posto, e lasciai che lo raccogliesse un tangheraccio di servo che volentieri avrei massacrato. Per intimidirmi senza scampo, mi accorsi che non avevo la fortuna di piacere alla signora di Breglio. Non solo non mi ordinava mai nulla, ma neppure gradiva i miei servigi; e due volte, trovandomi nella sua anticamera, mi chiese in tono secchissimo se non avevo di meglio da fare. Bisognò rinunciare a quella cara anticamera. Dapprima mi rincrebbe, ma sopraggiunsero nuove distrazioni, e in breve smisi di pensarci.

Ebbi di che consolarmi del disdegno della signora di Breglio grazie alle gentilezze di suo suocero, che finalmente si accorse della mia presenza. La sera stessa della cena che ho descritto, ebbe con me una conversazione di mezz'ora; ne parve soddisfatto ed io estasiato. Quel buon vecchio, benché uomo d'ingegno, non era all'altezza della signora di Vercelli, ma d'una più viscerale sensibilità, e con lui mi andò meglio. Mi suggerì di accostarmi all'abate Govone, suo figlio, che mi aveva preso in simpatia; e quella simpatia, se sapevo trarne profitto, poteva tornarmi utile, aiutandomi ad acquisire quanto mi mancava per le mire che si avevano sul mio futuro. Il giorno dopo volai dal signor abate. Non mi accolse come un semplice domestico: mi invitò a sedere accanto al caminetto e, interrogandomi con la più grande affabilità, s'accorse subito che la mia educazione, avviata su tante cose, non era in nessuna matura. Scoprendo ch'ero debole soprattutto in latino, si ripromise di colmare le lacune. Concordammo che sarei andato da lui ogni mattina, e il giorno appresso già cominciai. Così, per una di quelle stranezze che spesso ricorrevano nella mia esistenza, a un tempo al di sopra e al di sotto della mia condizione sociale, mi trovavo ad essere nella stessa casa discepolo e servo, e nella mia servitù godevo nondimeno d'un precettore di tale rango da essere adatto soltanto a figli di re.

L'abate di Govone era un cadetto destinato dalla famiglia all'episcopato, e per questo motivo i suoi studi erano stati più estesi e più approfonditi di quanto avvenga normalmente per i giovani nobili. L'avevano mandato all'Università di Siena, dov'era rimasto parecchi anni e di dove era tornato con una dose di purismo cruscante più che sufficiente per farne, a Torino, press'a poco ciò che a Parigi un tempo era l'abate di Dangeau. La nausea della teologia l'aveva sospinto nell'amore per le lettere, cosa molto frequente in Italia in chi percorre la carriera prelatizia. Aveva letto a fondo i poeti, e componeva discreti versi in latino e in italiano. In poche parole aveva il buon gusto che occorreva per formare il mio e mettere un po' d'ordine nel guazzabuglio di cui m'ero infarcita la testa. Ma, o perché le mie chiacchiere gli avessero dato qualche illusione sul mio sapere, o perché non potesse sopportare la noia del latino scolastico, mi portò fin dall'inizio troppo in alto: appena m'ebbe fatto tradurre qualche favola di Fedro, subito mi lanciò in Virgilio, dove non raccapezzavo quasi nulla. Era mio destino, come poi si vedrà, ristudiare più volte da capo il latino, e non saperlo mai. Tuttavia lavoravo con un certo zelo, e il signor abate mi prodigava le premure con una bontà il cui ricordo ancora m'intenerisce. Passavo con lui buona parte della mattina, sia per la mia istruzione che per il suo servizio; non per accudire alla sua persona, giacché non tollerò mai che me ne occupassi, ma per scrivere quanto mi dettava e per copiare; e la mansione di segretario mi fu più utile di quella di scolaro. Non solo imparai così l'italiano nella sua purezza, ma acquistai il gusto della letteratura e qualche discernimento nella scelta dei buoni libri, come certo non si poteva dalla Tribu, e che poi mi servì molto, quando cominciai a lavorare da solo.

Fu questo il periodo della mia vita nel quale, senza troppe fantasie romanzesche, più ragionevolmente potevo abbandonarmi alla speranza di riuscire. Il signor abate, contentissimo di me, lo diceva a tutti, e suo padre aveva concepito per me un affetto così straordinario che, come il conte di Favria mi riferì, aveva parlato di me al re. Persino la signora di Breglio aveva smesso il suo disdegno. Insomma divenni in casa una specie di favorito, con grande gelosia degli altri domestici che vedendomi onorato dall'insegnamento del figlio del padrone, si accorgevano bene di come non sarei rimasto a lungo loro pari.

Da quanto ho potuto giudicare dei progetti che si nutrivano al mio riguardo, da qualche parola colta a volo a cui non posi mente che a cose fatte, m'è parso d'intuire che la casa dei Solaro, volendo seguire la carriera delle ambasciate, e forse aprirsi da lontano quella del ministero, sarebbe stata ben lieta di coltivarsi in anticipo un elemento dotato di merito e di qualità e che, dipendendo esclusivamente dalla famiglia, avrebbe potuto poi conquistarne la fiducia e servirla utilmente. Il progetto del conte di Govone era nobile, giudizioso, magnanimo, degno davvero di un gran signore munifico e previdente: ma, a parte il fatto che non ne intendevo, allora, tutta l'importanza, era troppo sensato per la mia testa, e richiedeva un assoggettamento troppo lungo. La mia folle ambizione non cercava la fortuna che attraverso le avventure, e in tutto questo non vedendo incanto di donna, quella via al successo mi sembrava lenta, faticosa e triste; mentre avrei dovuto trovarla più onorevole e sicura quanto meno vi si immischiavano le donne, giacché il tipo di merito da esse protetto non vale certamente quello che mi si attribuiva.

Procedeva tutto a meraviglia. Avevo ottenuto, quasi strappato, la stima di tutti: le prove erano finite, e generalmente mi consideravano in casa come un giovane di luminose speranze, che non era al posto suo ma ci si aspettava di vederlo conquistare. Ma il mio posto non era quello che mi avevano assegnato gli uomini, e dovevo pervenirvi per strade ben diverse. Tocco qui un tratto caratteristico della mia personalità, che basta presentare al lettore senza ulteriori commenti.

Pur essendovi a Torino molti nuovi convertiti della mia specie, non mi andavano a genio e non avevo mai voluto vederne alcuno. Ma avevo incontrato alcuni Ginevrini non convertiti, tra gli altri un certo Mussard, soprannominato Torcicollo, miniaturista e mio parente alla lontana. Questo Mussard scoprì la mia dimora presso il conte di Govone, e venne a farmi visita in compagnia di un altro Ginevrino di nome Bâcle, del quale ero stato collega durante l'apprendistato. Bâcle era un ragazzo spassosissimo, pieno di allegria e di buffe trovate che la sua età rendeva piacevoli. Eccomi di punto in bianco infatuato del signor Bâcle, ma infatuato da non poterlo più lasciare. Presto sarebbe ripartito per Ginevra. Che perdita, per me! Ne avvertivo tutta la gravità. Per godermi a fondo almeno il tempo che m'era concesso, non me ne staccai più, o piuttosto non si staccò più lui da me, poiché la testa non mi girò, in principio, fino al punto di uscire di casa e passare le giornate con lui senza permesso. Ma, ben presto, vedendo che mi stava completamente stregando, gli chiusero la porta in faccia, e io me la presi tanto che, dimenticando tutto tranne il mio amico Bâcle, non andavo più né dal signor abate, né dal signor conte, né mi vedevano più in casa. Mi ammannirono rimproveri che non ascoltai. Minacciarono di licenziarmi. La minaccia fu la mia rovina: mi fece intravvedere la possibilità che Bâcle non se ne andasse solo. Da quel momento, non vidi altro piacere, altra sorte, altra felicità che quella di un simile viaggio, e non vi vedevo che l'ineffabile gioia del viaggio, a termine del quale, per giunta, intravvedevo l'immagine della signora di Warens, ma in una lontananza immensa; poiché a tornare non ci pensavo neppure. I monti, i prati, i boschi, i ruscelli, i villaggi, si susseguivano senza fine sempre con nuovi incanti; quel meraviglioso percorso sembrava dovesse assorbire la mia intera vita. Ricordavo con delizia quanto quel viaggio m'era parso incantevole nel venire. Che cosa non sarebbe stato se a tutto il fascino dell'indipendenza si fosse aggiunto quello di far la strada con un compagno della mia età, di mio gusto e di umore allegro, senza disagi, senza doveri, senza costrizione, senza obbligo di andare o stare se non a nostro piacimento! Bisognava esser pazzi per sacrificare una fortuna simile a progetti ambiziosi di lenta, difficile e incerta attuazione, i quali, posto che un giorno si realizzassero, con tutto il loro splendore non valevano un quarto d'ora di autentica gioia e di libertà nella giovinezza.

Tutto preso da quella saggia fantasia, seppi condurmi tanto bene che alla fine riuscii a farmi scacciare, e in verità non fu affatto facile. Una sera, rincasando, il maggiordomo mi comunicò il mio licenziamento da parte del signor conte. Era precisamente quanto cercavo; perché intuendo mio malgrado la stravaganza della mia condotta, vi aggiungevo, per scusarmi, l'ingiustizia e l'ingratitudine, credendo di mettere così gli altri dalla parte del torto, e di giustificarmi ai miei stessi occhi con il pretesto di una decisione presa per necessità. Da parte del conte di Favria, mi fu detto di andare a parlargli il mattino dopo, prima di partire; e poiché si capiva che in quello stato di confusione ero capace di non farne nulla, il maggiordomo rimandò a dopo quella visita il versamento di un po' di denaro che mi era stato destinato, e che sicuramente avevo assai mal guadagnato: non volendo lasciarmi nella condizione di domestico, non m'avevano fissato un salario.

Il conte di Favria, per giovane e stordito che fosse, mi rivolse in quell'occasione i discorsi più assennati, e oserei quasi dire i più affettuosi, tanto seppe espormi in modo lusinghiero e commovente le premure di suo zio e le intenzioni del nonno. Alla fine, dopo avermi messo vivamente dinanzi agli occhi quanto sacrificavo per correre alla mia rovina, mi offrì di fare la pace, esigendo come sola condizione che non vedessi più lo sciagurato che mi aveva sedotto.

Era così chiaro che non parlava a titolo personale, che malgrado il mio stupido accecamento, sentii tutta la grande bontà del mio vecchio padrone, e ne fui commosso: ma il caro viaggio era troppo impresso nella mia immaginazione perché nulla riuscisse a bilanciarne il fascino. Ero completamente fuori di senno: mi ripresi, mi irrigidii, feci l'orgoglioso e risposi con arroganza che, visto che mi avevano messo alla porta, quella porta avrei preso, non era più tempo di tornare indietro, e che qualsiasi cosa dovesse capitarmi nella vita, ero ben deciso a non farmi scacciare due volte da una casa. Allora quel giovane, giustamente irritato, mi affibbiò gli epiteti che meritavo, mi cacciò fuori dalla sua stanza per le spalle, e mi chiuse la porta alla schiena. Io me ne uscii trionfante, come se avessi riportato la più grandiosa vittoria, e per paura di dover sostenere una seconda battaglia, ebbi l'improntitudine di partire senza andare dal signor abate a ringraziarlo delle sue bontà.

Per valutare sin dove giungesse in quel momento il mio delirio, bisognerebbe sapere a qual punto il mio cuore è facile a infiammarsi delle più piccole cose, e con quale forza si tuffa nell'immaginazione dell'oggetto che lo ammalia, per vano che sia tante volte quell'oggetto. I piani più bizzarri, più infantili, più pazzi, vengono a carezzare la mia idea favorita e a mostrarmi quanto sia ragionevole abbandonarmici. Si potrebbe mai credere che all'età di diciannove anni quasi compiuti sia possibile fondare su un'ampolla vuota la speranza di sussistere per il resto dei giorni? Orbene, ascoltate.

L'abate di Govone mi aveva regalato qualche settimana prima una piccola e graziosissima fontana di Erone, di cui ero entusiasta. A forza di giocare con la fontana e di parlare del nostro viaggio, pensammo, il saggio Bâcle e io, che la prima avrebbe potuto soccorrere all'altro, e servire a prolungarlo. Che cosa c'era al mondo di più strano di una fontana di Erone? Questa convinzione fu la base sulla quale fondammo la fabbrica della nostra fortuna. In ogni villaggio avremmo adunato folle di contadini attorno alla nostra fontana, e là pranzi e prelibatezze sarebbero piovuti con tanta maggiore abbondanza quanto più si era entrambi convinti che i cibi non costano nulla a chi li raccoglie; e che se i villani non ne colmano i passanti è solo per cattiva volontà. Dovunque immaginavamo festini e bagordi, calcolando che, senza sborsare altro che l'aria dei nostri polmoni e l'acqua della nostra fontana, essa ci avrebbe spesato in Piemonte, in Savoia, in Francia e in tutto il mondo. Facevamo progetti di viaggi senza fine, e dirigevamo prima di tutto la nostra corsa a nord, più per il piacere di valicare le Alpi che per la supposta necessità di fermarci in qualche luogo.

Tale fu il piano col quale mi misi in cammino, abbandonando senza rimpianto il mio protettore, il mio precettore, i miei studi, le speranze e l'attesa di una fortuna quasi certa, per iniziare un'autentica esistenza di vagabondo. Addio capitale, addio corte, ambizione, vanità, amore, belle donne e tutte le grandi avventure la cui speranza mi aveva condotto lì, l'anno prima. Parto con la mia fontanella e il mio amico Bâcle, la borsa quasi asciutta, ma il cuore traboccante di gioia, non sognando altro che godere di quella felicità vagabonda cui avevo di colpo ridotto i miei splendidi progetti.

Feci quello stravagante viaggio quasi piacevolmente quanto avevo previsto, e però non del tutto secondo i piani: la nostra fontana divertiva sì nelle osterie, per qualche momento, locandiere e servette, ma non ci esimeva dal pagare uscendo. Non ci turbammo affatto per così poco: pensavamo di trarre pieno profitto dalla nostra risorsa solo quando il denaro fosse venuto a mancarci. Un incidente ci evitò questa pena: la fontana si ruppe nei pressi di Bramans; ed era tempo, poiché sentivamo, senza il coraggio di confessarlo, che cominciava ad annoiarci. L'incidente ci rallegrò più di prima, e ridemmo di cuore della nostra balordaggine, d'esserci dimenticati che abiti e scarpe si sarebbero consumati, o d'aver creduto di rinnovarli con lo zampillo della nostra fontana. Continuammo il viaggio allegramente come l'avevamo iniziato, ma filando un po' più dritto verso la meta dove la nostra borsa, ormai agli sgoccioli, ci imponeva di arrivare.

A Chambéry cominciai a preoccuparmi non della corbelleria commessa - mai uomo prese così prontamente e decisamente partito rispetto al passato -, ma dell'accoglienza che mi avrebbe fatta la signora di Warens: consideravo infatti la sua casa esattamente come la casa paterna. Le avevo scritto della mia assunzione al servizio del conte di Govone; sapeva in quali condizioni ci stavo, e felicitandomi, mi aveva dato saggissimi consigli su come ripagare le bontà che mi venivano elargite. Ella vedeva la mia fortuna assicurata, se non l'avessi distrutta con le mie mani. Che cosa avrebbe detto vedendomi arrivare? Non mi passò neppure per la mente che potesse chiudermi la porta; ma temevo il dispiacere che le avrei dato, temevo le sue rampogne, più dure per me della miseria. Decisi di sopportare ogni cosa in silenzio, e di tentare di tutto per placarla. Non vedevo che lei sola, al mondo; vivere in sua disgrazia era per me inconcepibile.

Il mio compagno di viaggio soprattutto mi preoccupava: non intendevo imporle anche il suo peso e però temevo di non potermene sbarazzare agevolmente. Preparai la separazione mostrandomi piuttosto freddo con lui l'ultimo giorno. Il furbacchione capì; era più matto che sciocco. Temetti che si sarebbe offeso della mia costanza; mi sbagliai: il mio amico Bâcle non si offendeva di nulla. Entrando ad Annecy, avevamo appena messo piede in città, che mi disse: «Eccoti a casa,» mi abbracciò, mi disse addio, e con una piroetta scomparve. Non ho più udito parlare di lui. Conoscenza e amicizia durarono in tutto fra noi sei settimane circa, ma le conseguenze dureranno quanto la mia vita.

Come mi batteva il cuore avvicinandomi alla casa della signora di Warens! Mi tremavano le gambe, mi si velavano gli occhi, non vedevo più nulla, non udivo nulla, non avrei riconosciuto nessuno; fui costretto a soffermarmi più volte per riprendere fiato e sensi. Era forse la paura di non ottenere gli aiuti di cui avevo bisogno a turbarmi così? A quell'età, la paura di morire di fame può incutere tanta angoscia? No, no; lo dico con sincerità pari alla fierezza, mai in alcun momento della mia vita interesse o indigenza ebbero il potere di aprirmi o di serrarmi il cuore. Nel corso di tutta un'esistenza irregolare e memorabile per le sue vicissitudini, sovente senza tetto e senza pane, sempre ho guardato con occhio eguale opulenza e miseria. All'occorrenza, avrei potuto mendicare o rubare come chiunque altro, ma non spaventarmi d'essere ridotto a tali estremi. Pochi uomini hanno sofferto quanto me, pochi hanno versato tante lacrime in vita loro; ma la povertà o il timore di cadervi non m'hanno mai strappato né un sospiro né una lacrima. La mia anima alla prova della fortuna, non ha conosciuto veri beni o veri mali fuorché quelli che da essa dipendono, e proprio quando nulla di necessario mi è mancato mi sono sentito il più infelice dei mortali.

Non appena comparvi agli occhi della signora di Warens, la sua espressione mi rassicurò. Trasalii al primo suono della sua voce; mi precipito ai suoi piedi e, negli slanci della gioia più viva, premo appassionatamente la mia bocca sulla sua mano. Quanto a lei, ignoro se già avesse avuto mie notizie; ma lessi scarsa sorpresa sul suo viso; e nessuna traccia di malcontento. «Povero piccolo», mi disse con voce carezzevole, «eccoti dunque di nuovo. Lo sapevo che eri troppo giovane per quel viaggio. Sono contenta che almeno non sia andato male come temevo.» Poi mi fece raccontare la mia storia, che non fu lunga, e che riferii scrupolosamente, pur sopprimendo qualche particolare, ma per il resto senza né risparmiarmi né scusarmi.

Si parlò del mio alloggio. Consultò la cameriera. Non osavo respirare durante tale deliberazione; ma quando capii che avrei dormito in quella casa, a stento mi contenni, e vidi portare il mio fagotto nella stanza che mi era destinata press'a poco come Saint-Preux vide riporre la sua carrozza nella rimessa della signora di Wolmar. Ebbi per giunta il piacere d'apprendere che quel favore non sarebbe stato temporaneo, e in un momento che mi credevano a tutt'altro occupato, udii che lei diceva: «Dicano quel che vogliono, ma poiché la provvidenza me lo rimanda, sono ben decisa a non abbandonarlo.»

Ed eccomi finalmente installato in casa sua. Questa sistemazione non fu però quella ancora di cui conto i giorni felici della mia vita, ma giovò a prepararla. Sebbene la sensibilità di cuore che ci fa veramente godere di noi sia opera della natura, e forse un prodotto dell'organizzazione, essa abbisogna di situazioni che ne favoriscano il fiorire. Senza queste cause occasionali, un uomo nato sensibilissimo non sentirebbe nulla, e morirebbe senza aver conosciuto il suo vero essere. Tale ero stato press'a poco sin lì, e tale sarei forse rimasto se non avessi mai conosciuto la signora di Warens, o se, avendola conosciuta, non avessi vissuto con lei abbastanza a lungo da contrarre la dolce abitudine dei sentimenti affettuosi che mi ispirò. Oserò dirlo: chi non prova che l'amore non sente ciò che di più dolce esiste nella vita. Io conobbi un altro sentimento, meno impetuoso forse, ma mille volte più delizioso, che talvolta si unisce all'amore e che sovente se ne distacca. Questo sentimento non è la semplice amicizia; è più voluttuoso, più tenero: non so immaginare che si possa provarlo per qualcuno del medesimo sesso; nondimeno io fui amico, se mai uomo lo fu, e non lo provai per nessuno dei miei amici. Tutto questo non è chiaro, ma lo diverrà in seguito; i sentimenti non si descrivono bene che attraverso i loro effetti.

Ella abitava una vecchia casa, ma grande abbastanza per disporre d'una bella camera di riserva, di cui usava come stanza per gli ospiti, e dove fui alloggiato. La camera si affacciava sul passaggio di cui ho già parlato, dove avvenne il nostro primo incontro, e di là del ruscello e dei giardini appariva la campagna. Quello spettacolo non era indifferente per il giovane che l'abitava. Dopo Bossey, era la prima volta che avevo il verde davanti alle finestre. Oppresso sempre da muri, avevo avuto sotto gli occhi solo tetti o grigiore di strade. Come sentii la novità e quanto mi fu dolce! La mia disposizione a intenerirmi ancor più se ne accrebbe. Facevo del paesaggio incantevole un altro beneficio della mia cara patrona: mi sembrava che l'avesse messo lì lei, espressamente per me; mi ci adagiavo quietamente accanto a lei, la vedevo dappertutto tra i fiori e il verde, le grazie della primavera e di lei si confondevano ai miei occhi. Il mio cuore, fino allora oppresso, trovava nuovo spazio in quella vastità; esalavo i miei sospiri più liberamente tra quei frutteti.

Nella casa della signora di Warens non si trovava la magnificenza che avevo visto a Torino; ma un nitore, una decenza, un'abbondanza patriarcale cui mai si vede unito il fasto. Non abbondava d'argenteria, non aveva porcellane, né selvaggina in dispensa, né vini esotici in cantina; ma l'una e l'altra erano ben fornite al servizio di tutti, e nelle tazze di ceramica offriva un caffè eccellente. Chiunque venisse a trovarla, era invitato a pranzo con lei o alla sua mensa; e mai operaio, messaggero o viandante usciva da quella casa senza bere o mangiare. La servitù consisteva in una cameriera di Friburgo abbastanza carina, Merceret, in un domestico del suo paese, Claude Anet, di cui parlerò in seguito, in una cuoca e in due portantini a nolo quando usciva in visita, il che avveniva di rado. Molto, per una rendita di duemila lire; eppure quella piccola rendita, se bene amministrata, sarebbe potuta bastare a tutto in un paese dove la terra è generosa e il denaro rarissimo. Sfortunatamente l'economia non fu mai la sua virtù favorita: ella s'indebitava, pagava, il denaro faceva la spola e tutto andava in fumo.

Il modo come era organizzata la casa era esattamente quello che avrei scelto io: si può immaginare se non ne approfittai con piacere. Meno mi piaceva l'obbligo di restare molto a lungo a tavola. Ella mal sopportava il primo effluvio della minestra e della pietanza; quell'odore la faceva quasi svenire, e il disgusto durava a lungo. Si riprendeva a poco a poco, conversava e non mangiava. Solo dopo una mezz'ora assaggiava il primo boccone. In quell'intervallo avrei pranzato tre volte; il mio pasto finiva molto prima che lei iniziasse il suo. Ricominciavo per tenerle compagnia; così mangiavo per due, e non ne trovavo certo danno. Mi abbandonavo insomma al dolce sentimento di benessere che accanto a lei m'avvolgeva, quanto più in quel benessere di cui godevo non s'insinuava inquietudine alcuna sui mezzi per sostenerlo. Non ancora introdotto all'intima conoscenza dei suoi affari, li supponevo in condizione di procedere nel costante equilibrio. In seguito, ritrovai in casa sua gli stessi piaceri; ma, più consapevole della reale situazione, e sapendo come eccedessero le sue rendite, non li gustai più così tranquillamente. La preveggenza ha sempre turbato in me la gioia. Ho guardato all'avvenire come a un processo in pura perdita; e non ho mai potuto evitarlo.

Sin dal primo giorno la più tenera familiarità si stabilì tra noi al medesimo livello sul quale continuò per tutto il resto della sua esistenza. «Piccolo» fu il mio nome, e «Mamma» il suo, e sempre restammo «Piccolo» e «Mamma», anche quando il numero degli anni ebbe quasi cancellato la differenza fra noi. Penso che quei due nomi rendano a meraviglia l'idea del nostro tono, la semplicità dei nostri modi, e soprattutto il rapporto dei nostri cuori. Ella fu per me la più tenera delle madri; non cercò mai il suo piacere ma sempre il mio bene, e se i sensi entrarono nel mio affetto per lei, non fu per mutarne la natura, ma solo per renderlo più squisito, per inebriarmi dell'incanto d'avere una mamma giovane e graziosa che m'era delizioso accarezzare: e dico accarezzare nel senso più letterale, poiché mai pensò di lesinarmi i baci e le più tenere carezze materne, e mai sfiorò il mio cuore l'idea d'abusarne. Si obietterà che alla fine abbiamo avuto relazioni d'altra natura, ne convengo, ma bisogna aspettare: non posso dire tutto in una volta.

Lo sguardo del nostro primo incontro fu l'unico momento di autentica passione che ella m'abbia mai fatto provare; ma anche quel momento fu essenzialmente opera della sorpresa. I miei sguardi indiscreti non frugarono mai sotto il suo scialle, benché una mal nascosta rotondità avesse potuto in quel punto attirarli. Accanto a lei non provavo né slanci trascinanti né desideri; mi sentivo in una meravigliosa calma godendo non sapevo di che. Avrei trascorso così la mia vita e tutta l'eternità senza un momento di noia. È la sola persona con la quale non abbia mai avvertito quell'aridità del dialogo che è per me un supplizio sopportare. I nostri conversari a tu per tu erano non tanto colloqui quanto un cicaleccio inesauribile che per cessare aveva bisogno d'essere interrotto. Anziché farmi un dovere di parlare, mi toccava impormi di tacere. A forza di rimuginare i suoi progetti, ella cadeva spesso nella fantasticheria. Ebbene, io la lasciavo sognare, tacevo, la contemplavo, e mi sentivo il più felice degli uomini. Avevo un altro singolarissimo vezzo. Pur senza esigere il privilegio di star soli insieme, non mi stancavo di carcarlo, e ne godevo con una passione che degenerava in furore quando gli importuni venivano a turbarlo. Appena arrivava qualcuno, uomo o donna che fosse, me ne andavo borbottando, non potendo sopportare di restare come terzo accanto a lei. Contavo in anticamera ogni minuto, mille volte maledicendo quegli eterni visitatori, e non riuscivo a concepire che cosa avessero mai da dire, giacché io avevo da dire ben di più.

Avvertivo tutta la forza del mio affetto per lei solo quando non la vedevo. Se la vedevo, non ero che contento; ma l'inquietudine che mi coglieva in sua assenza arrivava ad essere dolorosa. Il bisogno di viverle vicino mi dava impeti di tenerezza che sovente giungevano alle lacrime. Ricorderò sempre un giorno di gran festa, lei era ai vespri, e io andai a passeggiare fuori città, il cuore colmo della sua immagine e dell'ardente desiderio di passare i miei giorni al suo fianco. Avevo sufficiente buon senso per rendermi conto che, al presente, ciò non era realizzabile, e che una felicità che gustavo tanto sarebbe stata breve. Il mio fantasticare si tingeva così d'una tristezza che nulla aveva tuttavia di cupo, e che una lusinghiera speranza temperava. Il suono delle campane, che sempre mi ha stranamente commosso, il canto degli uccelli, la bellezza del giorno, la dolcezza del paesaggio, le sparse case campestri dove idealmente situavo la nostra comune dimora, tutto ciò mi infondeva una commozione così viva, tenera, malinconica e toccante, che mi vidi come in estasi trasportato in quel felice tempo e in quel beato soggiorno in cui il mio cuore, padrone d'ogni felicità che potesse desiderare, la godeva in rapimenti ineffabili, senza nemmeno pensare alla voluttà dei sensi. Non ricordo d'essermi mai lanciato verso l'avvenire con più forza e illusione d'allora; e ciò che più mi colpì nel ricordo di quel sogno, quando finalmente si avverò, fu di ritrovare alcuni oggetti esattamente come li avevo immaginati. Se mai il sogno di un uomo desto ebbe la sembianza d'una visione profetica, certamente fu quello. Fui deluso solo nella sua durata: giacché se in esso i giorni, gli anni, e la vita intiera trascorrevano in una quiete inalterabile, in effetti tutto ciò non durò che un momento. Ahimè! La mia più durevole felicità la provai in sogno. Il suo compimento fu quasi immediatamente seguito dal risveglio.

Non finirei mai se m'addentrassi nei particolari di tutte le follie che il ricordo di quella diletta Mamma mi induceva a fare quando ero lontano dai suoi occhi. Quante volte ho baciato il mio letto sognando che lei vi aveva dormito; le tendine, tutti i mobili della mia camera, pensando ch'erano suoi, che la sua bella mano li aveva toccati; il pavimento stesso, sul quale mi prosternavo pensando che vi aveva camminato! Persino in sua presenza, a volte, mi sfuggivano stranezze che solo l'amore più violento sembrava potesse ispirare. Un giorno, a tavola, nel momento in cui aveva portato un boccone tra le labbra, esclamai che vi vedevo uh capello: lei ributtò il boccone sul piatto; io lo afferrai avidamente e lo inghiottii. In una parola, tra me e il più appassionato amante non correva che una sola ma essenziale differenza; che rende il mio stato quasi razionalmente inconcepibile. Ero tornato dall'Italia non esattamente come vi ero andato, ma come forse alla mia età mai se n'è tornati. Ne avevo riportato non la mia verginità, ma il mio pulzellaggio. Avevo avvertito il progredire degli anni; il mio irrequieto temperamento s'era infine rivelato e la sua prima eruzione, del tutto involontaria, aveva gettato sulla mia salute ombre d'ansia che dipingono meglio di tutto l'innocenza nella quale ero vissuto fin lì. Presto rassicurato, conobbi quel pericoloso surrogato che inganna la natura e risparmia ai giovani della mia indole parecchi disordini, a spese della loro salute, del loro vigore, e talvolta della loro vita. Quel vizio che vergogna e timidezza trovarono così comodo, ha di più una grande attrattiva sulle immaginazioni vivaci: quella di disporre, per così dire, a loro piacimento, di tutto il sesso, e di assoggettare alle loro voglie la bellezza che li tenta senza bisogno di consenso. Sedotto da quel funesto vantaggio, lavoravo a distruggere la buona costituzione che la natura mi aveva dato e cui avevo lasciato il tempo di ben formarsi. A questa disposizione si aggiunga la situazione in cui venivo a trovarmi: alloggiato in casa di una bella donna, accarezzandone l'immagine in fondo al mio cuore, vedendola di continuo durante la giornata; circondato la sera d'oggetti che me la ricordavano, coricato in un letto dove sapevo che aveva dormito. Quanti stimoli! Il lettore che se li raffigura mi considera già mezzo morto. E invece, quel che mi doveva perdere fu precisamente quanto mi salvò, almeno per qualche tempo. Inebriato dall'incanto di vivere vicino a lei, dal desiderio ardente di trascorrervi i miei giorni, vedevo sempre in lei, assente o presente, una tenera madre, una cara sorella, una deliziosa amica, e nulla più. La vedevo sempre così, sempre la stessa, e non vedevo che lei. La sua immagine, sempre presente al mio cuore, non vi lasciava posto a nessun'altra; lei era per me l'unica donna che esistesse al mondo, e l'estrema dolcezza dei sentimenti che mi ispirava, non lasciando ai miei sensi il tempo di destarsi per altri, mi garantiva da lei e da tutto il suo sesso. In una parola, ero saggio perché l'amavo. Considerati questi effetti, che rendo così male, dica chi può di quale specie fosse il mio affetto per lei. Quanto a me, quel che posso dirne è che se già appare qualcosa di straordinario, poi lo sembrerà ancor di più. |[continua]|

|[LIBRO TERZO, 2]|

Trascorrevo il mio tempo nel modo più piacevole, occupato dalle cose che meno mi piacevano. Si trattava di progetti da redigere, di memorie da ricopiare, di ricette da trascrivere; e ancora erbe da triturare, droghe da pestare, alambicchi da governare. Attraverso tutto questo capitavano turbe di viandanti, di mendicanti, di visite di ogni genere. Bisognava intrattenere in una sola volta un soldato, uno speziale, un canonico, una bella donna, un frate laico. Inveivo, borbottavo, bestemmiavo, spedivo al diavolo quella maledetta folla. Quanto alla signora di Warens, che tutto prendeva allegramente, rideva dei miei furori fino alle lacrime, e ciò che ancor più la faceva ridere era vedermi tanto più furibondo quantomeno riuscivo a trattenermi io stesso dal ridere. Quei brevi intervalli in cui avevo il piacere di grugnire erano incantevoli, e se sopraggiungeva nel mezzo della discussione un altro importuno, lei sapeva approfittarne per divertirsi, prolungando maliziosamente la visita e lanciandomi sguardi per i quali l'avrei picchiata con piacere. Faticava a non scoppiare in una risata vedendomi lì, costretto e trattenuto dalla buona creanza, lanciandole occhiate da invasato, mentre in fondo al cuore, e a dispetto di me stesso, tutto ciò mi appariva comicissimo.

Tutto questo, pur senza piacermi per sé, mi divertiva, perché faceva parte di un modo di vivere che mi seduceva. Nulla di quanto accadeva intorno a me, nulla di ciò che mi si faceva fare era di mio gusto, ma tutto secondo il mio cuore. Credo che avrei finito per amare la medicina, se il disgusto che ne provavo non avesse animato scenette amene, che ci divertivano continuamente; forse per la prima volta quell'arte produsse simili effetti. Pretendevo di riconoscere a fiuto un libro di medicina, e divertente è che mi sbagliavo di rado. Ella mi faceva assaggiare le droghe più detestabili. Avevo un bel fuggire o tentare di difendermi: malgrado la mia resistenza e le mie orrende boccacce, malgrado la mia volontà e l'opposizione dei miei denti, quando vedevo quelle dita leggiadre avvicinarsi tutte impiastricciate alle mie labbra, bisognava che le aprissi e che succhiassi. Quando il suo piccolo mondo casalingo si trovava tutto riunito nella stessa stanza, a sentirci correre e gridare tra scoppi di risa, si sarebbe creduto che si recitasse qualche farsa, e non già che si fabbricasse dell'oppiato o un elisir.

Il mio tempo non trascorreva però tutto intiero in quelle monellerie. Avevo trovato alcuni libri nella stanza che occupavo: lo Spettatore, Puffendorf, Saint-Èvremond, la Henriade. Pur non avendo più la mia antica smania di lettura, leggevo per passatempo un po' di tutto questo. Lo Spettatore soprattutto mi piacque molto, e mi giovò. L'abate di Govone mi aveva insegnato a leggere meno avidamente e con maggiore riflessione; la lettura mi nutriva meglio. Mi educavo a riflettere sull'elocuzione, sull'eleganza delle costruzioni, mi esercitavo a distinguere il francese puro dai miei idiomi provinciali. Per esempio, fui corretto da un errore di ortografia, che commettevo come tutti i Ginevrini, da questi due versi della Henriade:

Soit qu'un ancien respect pour le sang de leurs maitres

Parlât encor pour lui dans le coeur de ces traîtes.

La parola parlât, che mi colpì, m'insegnò che la terza persona del congiuntivo voleva una t, mentre prima scrivevo e pronunciavo parla, come al passato remoto dell'indicativo.

A volte conversavo delle mie letture con Mamma, a volte leggevo accanto a lei; vi provavo un piacere profondo; mi esercitavo a legger bene, e questo mi fu molto utile. Ho già detto che lei aveva un ingegno ornato: era allora nel suo pieno fiorire. Parecchi uomini di lettere s'erano impegnati a piacerle, e le avevano insegnato a giudicare delle opere di cultura. Ella aveva, se così posso esprimermi, un gusto un po' protestante; non parlava che di Bayle, e faceva gran conto di Saint-Èvremond, che da molto tempo in Francia era morto. Ma questo non le impediva di conoscere la buona letteratura, e di saperne parlare benissimo. Era stata allevata in società elette; e venuta in Savoia ancor giovane, aveva perduto nel contatto incantevole con la nobiltà del paese il tono manierato del cantone di Vaud, dove le donne confondono il bello spirito con lo spirito di società, e non sanno parlare che per epigrammi.

Benché avesse visto la Corte solo di sfuggita, il rapido sguardo che vi aveva gettato le era bastato per conoscerla. Vi conservò sempre degli amici, e a dispetto di segrete gelosie e dei mormorii suscitati dalla sua condotta e dai suoi debiti, non perdette mai la sua pensione. Aveva esperienza del mondo e quello spirito di riflessione che fa trarre profitto da questa esperienza. Era il soggetto favorito delle sue conversazioni; e viste le mie idee chimeriche, era esattamente il tipo di insegnamento di cui più avevo bisogno. Leggevamo insieme La Bruyère: le piaceva più che La Rochefoucauld, scrittore triste e desolante, soprattutto in gioventù, quando non s'ama veder l'uomo com'è. Quando moraleggiava, ella si perdeva un po' nelle nuvole, a volte; ma baciandole di quando in quando la bocca o le mani, attingevo pazienza e le sue divagazioni non mi annoiavano.

Quella vita era troppo dolce perché potesse durare. Lo sentivo, e l'inquietudine di vederla finire era la sola cosa che ne turbasse la gioia. Pur tra i nostri scherzi, Mamma mi studiava, mi osservava, m'interrogava, e costruiva per il mio avvenire una quantità di progetti di cui avrei fatto a meno volentieri. Per fortuna, non bastava conoscere le mie inclinazioni, i miei gusti, le mie piccole capacità: bisognava trovare o far nascere le occasioni di trarne profitto, e tutto questo non poteva essere questione d'un giorno. I preconcetti stessi che la poverina concepiva in favore dei miei meriti allontanavano il momento di metterli alla prova, rendendo più difficile la scelta dei mezzi. Tutto procedeva insomma secondo i miei desideri, grazie alla buona opinione che lei aveva di me: ma bisognò cambiar tutto, e da quel momento addio tranquillità. Venne a trovarla un suo parente, certo signor d'Aubonne. Era un uomo d'ingegno vivace, intrigante, come lei con il genio d'intrecciare progetti, ma che non lo portavano affatto a disastri: una specie di avventuriero. Aveva da poco proposto al cardinale di Fleury un complicatissimo progetto di lotteria, che non era piaciuto. Ora si recava a proporlo alla corte di Torino, dove esso fu adottato e messo in pratica. Restò qualche tempo ad. Annecy, e si innamorò della signora Intendente, persona di gran fascino, che piaceva molto anche a me, ed era la sola che vedessi con piacere in casa di Mamma. Il signore d'Aubonne mi conobbe, la sua parente gli parlò di me: egli si premurò di esaminarmi, vedere a che cosa fossi adatto, e se trovava in me della stoffa, di cercarmi una sistemazione.

La signora di Warens mi mandò da lui due o tre mattine di seguito, col pretesto di qualche commissione, e senza avvertirmi di nulla. Egli fu abilissimo nel farmi chiacchierare, familiarizzò con me, mi mise il più possibile a mio agio, mi parlò di bagatelle e d'ogni genere d'argomenti, tutto senza mostrare d'osservarmi, senza la minima affettazione, come se, divertendosi con me, avesse voluto conversare senza impacci. Ne ero affascinato. Il risultato delle sue osservazioni fu che, nonostante quanto promettessero il mio aspetto e la mia espressione vivace, ero, se non del tutto inetto, quanto meno un ragazzotto di scarso ingegno, privo d'idee, quasi senza istruzione, in poche parole limitatissimo sotto ogni riguardo, e che l'onore di diventare un giorno curato di villaggio era il traguardo più alto cui potessi aspirare. Tale il giudizio che comunicò alla signora di Warens. Era la seconda o terza volta che mi si giudicava in quel modo: non fu l'ultima, e la sentenza del signor Masseron fu spesso confermata.

La causa di simili giudizi è troppo legata al mio carattere perché non senta qui il bisogno di spiegarla: in coscienza si capisce bene che non posso sinceramente sottoscrivervi, e pur con tutta l'imparzialità possibile, checché abbiano detto i signori Masseron, d'Aubonne e tanti altri, non posso prenderli in parola.

Due cose pressoché inconciliabili s'uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d'idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l'animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare. Lo strano è che mi soccorre, nondimeno, un tatto abbastanza sicuro, penetrazione, persino acume, purché mi si dia tempo: se ne dispongo, sono capace di eccellenti improvvisazioni, ma sull'istante non ho mai fatto né detto nulla che valga. Saprei tenere una piacevolissima conversazione per lettera, come si dice che gli spagnoli giochino a scacchi. Quando lessi l'aneddoto di un duca di Savoia che già lontano sul cammino del ritorno si volse a gridare: a Alla vostra gola, mercante di Parigi», mi dissi: «Eccomi dipinto.»

Questa lentezza nel pensare, unita alla vivacità del sentire, non l'ho soltanto nella conversazione, ma anche da solo e quando lavoro. Le idee si organizzano nella mia testa con incredibile fatica: vi circolano sordamente, vi fermentano sino ad agitarmi, ad affocarmi, a darmi palpitazioni; e immerso in tutta questa emozione, non vedo nulla nitidamente, non saprei scrivere una parola, bisogna che aspetti. A poco a poco, questo gran movimento s'acquieta, il caos si dipana, ogni cosa va al suo posto, ma lentamente, e dopo una lunga e confusa agitazione. Avete mai visto l'opera in Italia? Durante i cambiamenti di scena regna in quei grandi teatri un fastidioso disordine, che si protrae a lungo; tutti gli scenari sono mescolati insieme, ovunque si vede un trambusto penoso, c'è da credere che tutto vada a rotoli: eppure, a poco a poco tutto si organizza, non manca nulla, e si resta sorpresi dello spettacolo meraviglioso, che scaturisce dall'interminabile scompiglio. È quanto press'a poco accade nel mio cervello quando voglio scrivere. Se avessi saputo prima attendere e poi descrivere nella loro bellezza le cose che così vi si sono dipinte, pochi autori mi avrebbero superato.

Di qui viene l'estrema difficoltà che incontro nello scrivere. I miei manoscritti, raschiati, imbrattati, disordinati, indecifrabili, attestano la pena che mi sono costati. Non ce n'è uno che non abbia dovuto trascrivere quattro o cinque volte prima di affidarlo alle stampe. Non ho mai saputo combinar niente con la penna in mano di fronte al tavolino e alla carta bianca: è solo passeggiando, in mezzo a rocce e boschi, è di notte nel mio letto o durante le mie insonnie, che io scrivo nel mio cervello. Si può giudicare con quale lentezza, specie per un uomo assolutamente privo di memoria verbale, e che in vita sua non ha potuto tenere a mente sei versi. Taluni dei miei periodi me li sono girati e rigirati nella testa per cinque o sei notti, prima che potessero essere posti sulla carta.

Di qui deriva anche come riesca meglio nelle opere che esigono elaborazione piuttosto che in quelle affidate a una certa lievità, come le lettere, genere di cui non ho mai afferrato il giusto tono, e occupazione che è per me un supplizio. Mai che una lettera, anche sui più futili argomenti, non mi costi ore di fatica; oppure, se voglio scrivere di getto quel che mi viene, non so da che parte cominciare e dove finire. La mia lettera è un lungo e confuso sproloquio; leggendola, mi si capisce appena.

Le idee non mi costano solo a esprimerle, ma anche a assimilarle. Ho studiato gli uomini, e mi ritengo un buon osservatore: eppure, non so vedere nulla di ciò che scorgo, vedo bene soltanto nel ricordo, e l'ingegno mi è vivo solo nelle memorie. Di tutto quanto si dice, si fa, o avviene alla mia presenza, io non sento nulla, non comprendo nulla. L'aspetto esteriore è il solo che mi colpisca. Ma poi tutto mi torna in mente: ricordo il luogo, il tempo, il tono, lo sguardo, il gesto, la circostanza; nulla mi sfugge. Allora, da quanto si è fatto o detto, desumo quanto si è pensato, e di rado mi sbaglio.

Così poco padrone della mia mente quando sono solo con me stesso, si giudichi come devo essere nella conversazione, dove per parlare a proposito occorre pensare mille cose insieme e subito. La sola idea di tante convenienze, delle quali già son certo di dimenticarne più d'una, basta per intimidirmi. Non capisco nemmeno come si osi parlare in un circolo, giacché ad ogni parola bisognerebbe passare in rassegna tutti i presenti, bisognerebbe conoscere il carattere di tutti, sapere le loro storie, per essere sicuri di non dire nulla che possa offendere qualcuno. In questo, chi vive in società ha un grande vantaggio: sapendo meglio che cosa tacere, è più sicuro di ciò che dice; eppure accade ugualemnte che sfuggano sortite balorde. Si pensi a chi vi piove come dal cielo: gli è quasi impossibile parlare un minuto solo impunemente A tu per tu, c'è un altro inconveniente che trovo anche peggiore, la necessità di parlare sempre: se l'altro parla si deve rispondere, e se non apre bocca bisogna ravvivare la conversazione. Quest'insopportabile costrizione sarebbe bastata a disgustarmi della mondanità. Non esiste per me imbarazzo più atroce che l'obbligo di parlare a comando e a getto continuo. Non so se questo dipenda dalla mia mortale avversione per ogni sorta di asservimento; ma basta che io debba parlare a tutti i costi perché infallibilmente esca in un'idiozia.

Ancor più esiziale è che, invece di tacere quando non ho nulla da dire, proprio allora, per liberarmi più in fretta dal debito, mi prende la smania di parlare. Mi affretto a balbettare prontamente parole senza idee, felicissimo se non significano assolutamente nulla. Volendo vincere o nascondere la mia inettitudine, evito di rado d'esibirla. Tra mille esempi che potrei citare, ne scelgo uno che non risale alla mia giovinezza, ma ad un tempo in cui, essendo vissuto parecchi anni in società, avrei dovuto assumerne lo stile e il tono, se la cosa fosse stata possibile. Stavo una sera in compagnia di due grandi dame e d'un uomo che posso nominare: il duca di Gontaut. Non c'era nessun altro nella stanza, ed io mi sforzavo di contribuire con qualche parola, Dio sa quali! a una conversazione tra quattro persone, tre delle quali non avevano certo bisogno del mio supplemento. La padrona di casa si fece portare un oppiato che usava prendere un paio di volte al giorno per il suo stomaco. L'altra dama, vedendola fare una smorfia, disse ridendo: «È forse l'oppiato del dottor Tronchin?» a Non credo,» rispose la prima nello stesso tono. a Credo che non valga affatto di più,» intervenne galante lo spiritoso Rousseau. Rimasero tutti interdetti; non sfuggì una parola, un sorriso, e un istante dopo la conversazione prese un'altra piega. Detta a un'altra persona, la balordaggine avrebbe potuto suonare spiritosa; ma rivolta a una donna troppo amabile per non aver fatto un po' parlare di sé, e che assolutamente non avevo intenzione di offendere, era terribile; e credo che i due testimoni, l'uomo e la donna, dovettero faticare a contenersi. Ecco quali piacevolezze mi sfuggirono per voler parlare senza aver nulla da dire. Difficilmente dimenticherò quell'episodio, giacché, oltre ad essere in sé memorabile, sono convinto che abbia avuto conseguenze che me lo ricordano fin troppo spesso.

Credo che tanto basti a far capire come, pur non essendo uno sciocco, sono sovente passato per tale, anche agli occhi di persone capaci di giudizio: tanto più sfortunato quanto la mia fisionomia e il mio sguardo promettono di più, e questa aspettativa frustrata rende più sorprendente il rilevarsi della mia stupidità. La precisazione, nata da un'occasione particolare, non è inutile a quanto seguirà. In essa è la chiave di tante stravaganze che la gente mi ha visto fare e che attribuisce a un umore selvatico che non m'appartiene. La società mi piacerebbe come a chiunque altro, se non fossi sicuro di apparirvi non solo negli aspetti più sfavorevoli, ma del tutto diverso da come sono. Il partito che ho preso di scrivere e di nascondermi è esattamente quello che mi conveniva. Me presente, non si sarebbe mai saputo quanto valgo, non lo si sarebbe neppure supposto; ed è quanto è accaduto alla signora Dupin, benché donna d'ingegno e quantunque sia vissuto in casa sua molti anni. Me l'ha detto più volte lei stessa, dopo d'allora. Del resto, tutto ciò è suscettibile di qualche eccezione, sulle quali tornerò più avanti.

Stabilite in questa misura le mie capacità, delineato così lo stato che mi confaceva, per la seconda volta non si trattò che di soddisfare la mia vocazione. La difficoltà stava nel non aver compiuto i miei studi, e nel latino che non sapevo neppure abbastanza per fare il prete. La signora di Warens pensò di farmi studiare qualche tempo in seminario. Ne parlò al superiore. Era un lazzarista di nome Gros, bravo ometto, mezzo guercio, magro, brizzolato, il lazzarista più spiritoso e meno pedante che abbia conosciuto, e non è molto, in verità.

Veniva qualche volta a trovare Mamma, che lo accoglieva, lo accarezzava, lo stuzzicava persino, e si faceva talvolta allacciare il corsetto da lui, incarico che egli assumeva piuttosto volentieri. Mentre si adoperava alla funzione, lei correva di qua e di là per la stanza, facendo ora questo ora quello. Trascinato dal laccio, il signor Superiore le trottava dietro brontolando, e ripetendo ogni momento: «Ma signora, stia ferma dunque.» Era una scenetta abbastanza pittoresca.

Il signor Gros si prestò di cuore al progetto di Mamma. S'accontentò di una retta modicissima, e s'incaricò della mia istruzione. Mancava solo il consenso del Vescovo, che non solo l'accordò, ma volle pagare la retta lui stesso. Permise anche che restassi in abito laico, finché un esame non consentisse di giudicare quali risultati si potessero sperare.

Che cambiamento! Dovetti assoggettarmi. Andai in seminario come sarei andato al supplizio. Che triste dimora un seminario, per chi soprattutto esce da quella di una donna adorabile! Vi portai un solo libro, che avevo pregato Mamma di prestarmi, e che mi fu di grande aiuto. Non si indovinerà che genere di libro fosse: un libro di musica. Fra le doti che ella aveva coltivato, non era stata dimenticata la musica. Aveva un po' di voce, cantava discretamente, e suonava un poco il clavicembalo. Aveva avuto la compiacenza di darmi qualche lezione di canto, e bisognò cominciare di lontano, giacché appena conoscevo le note dei nostri salmi. Otto o dieci lezioni femminili, e molto discontinue, nonché mettermi in condizione di solfeggiare, non mi insegnarono un quarto della scrittura musicale. Tuttavia avevo una tale passione per quell'arte, che volevo tentare d'esercitarmi da solo. Il libro che portai non era nemmeno dei più facili: erano le cantate di Clérambault. Si capirà quali fossero la mia applicazione e la mia ostinazione quando dirò che, senza conoscere né trasposizione né quantità, riuscii a decifrare e cantare senza errori il primo recitativo e la prima aria della cantata di Alfeo e Aretusa, anche se è vero che quell'aria è così ben scandita che basta recitarne i versi con la loro misura per trovarvi quella della musica.

C'era al seminario un maledetto lazzarista che doveva iniziarmi, e che mi fece prendere in odio il latino che intendeva insegnarmi. Aveva capelli incollati, lustri e neri, un viso di pan pepato, una voce da butalo, uno sguardo da gufo, setole di cinghiale per barba; il sorriso era sardonico, le membra si muovevano come quelle di un manichino: ho dimenticato il suo odioso nome; ma la sua fisionomia obbrobriosa e melliflua mi è rimasta ben impressa, e stento a ricordarla senza fremere. Mi sembra d'incontrarlo ancora nei corridoi, mentre sporge graziosamente la sua lercia berretta per farmi segno d'entrare nella sua stanza, per me più spaventosa di una segreta. Si pensi al contrasto di un simile maestro per il discepolo di un abate di corte!

Se fossi rimasto due mesi alla mercé di quel mostro, sono convinto che il mio cervello non avrebbe resistito. Ma il buon signor Gros, accortosi di quant'ero triste, di come non mangiavo e smagrivo, intuì la causa della mia afflizione, cosa non difficile. Mi sottrasse alle grinfie della mia belva, e per un contrasto ancora più spiccato, mi affidò al più dolce degli uomini: un giovane abate del Faucigny, di nome Gatier, che studiava in seminario e che, per compiacere il signor Gros, e io credo anche per umanità, volle distogliere ai suoi studi il tempo per guidare i miei. Non ho mai visto fisionomia più toccante di quella del signor Gatier. Era biondo, con la barba che dava sul rosso; aveva il contegno abituale alla gente della sua provincia, che, sotto un'apparenza grezza, nasconde molto ingegno; ma ciò che davvero spiccava in lui era l'animo sensibile, affettuoso, amorevole. Aveva nei grandi occhi blu un misto di dolcezza, di tenerezza e di malinconia, tanto che non si poteva vederlo senza sentirsene attratti. Dallo sguardo, dai modi di quel povero giovane, si sarebbe detto che prevedesse il suo destino, e che si sentiva nato per essere infelice.

Il suo carattere non smentiva la sua fisionomia: pieno di pazienza e di comprensione, sembrava che studiasse insieme a me piuttosto che istruirmi. Non occorreva tanto per farmelo amare: il suo predecessore aveva reso la cosa facilissima. Tuttavia, malgrado il tempo che mi dedicava, nonostante la buona volontà che mettevamo entrambi e lo slancio del suo impegno, pur lavorando molto progredivo ben poco. È strano come, pur dotato di una certa intelligenza, non abbia mai saputo imparare qualcosa con i maestri; ad eccezione di mio padre e del signor Lambercier. Quel poco che so, l'ho imparato da solo, come si vedrà. Insofferente d'ogni specie di giogo, il mio intelletto non si assoggetta alla legge del momento; il timore stesso di non apprendere mi impedisce di stare attento; per paura di spazientire chi mi parla, fingo di capire, lui prosegue e io mi perdo. Il mio intelletto vuol marciare al suo ritmo, non può sottomettersi a quello altrui.

Venuto il tempo delle ordinazioni, il signor Gatier se ne tornò diacono alla sua provincia. Portò con sé il mio rimpianto, il mio affetto, la mia riconoscenza. Formulai per lui voti che non sono stati esauditi più di quelli fatti per me stesso. Qualche anno dopo seppi che, essendo vicario in una parrocchia, aveva avuto un figlio da una ragazza, l'unica di cui, col suo tenerissimo cuore, fosse mai stato innamorato. Fu uno scandalo spaventoso, in una diocesi amministrata con molto rigore. I preti, per buona regola, devono far figli solo con maritate. Per aver violato questa convenienza, fu messo in prigione, diffamato, scacciato. Non so se abbia potuto, in seguito, rifarsi, ma il sentimento della sua iattura, profondamente impresso nel mio cuore, mi tornò in mente quando scrissi l'Emilio, e fondendo insieme il signor Gatier e il signor Gaime feci di quei due degni preti il modello del Vicario savoiardo. Mi lusingo che l'imitazione non abbia fatto torto agli originali.

Mentre ero in seminario, il signor d'Aubonne fu costretto a lasciare Annecy. Il signor Intendente decise che non era bello che amoreggiasse con sua moglie. Era come voler fare il cane dell'ortolano, perché, pur essendo la signora Corvesi attraente, egli viveva in pessimi rapporti con lei: dei gusti oltremontani gliela rendevano inutile, e la trattava con tale brutalità che si parlò di separazione. Il signor Corvesi era un uomo sgradevole, nero come una talpa e cattivo come una civetta, e a forza di vessazioni finì per farsi cacciare anche lui. Si dice che i Provenzali si vendichino dei loro nemici con canzonette: il signor d'Aubonne si vendicò con una commedia e la mandò alla signora di Warens, che me la fece leggere. Mi piacque, e mi ispirò l'idea di scriverne una per saggiare se ero poi così stupido come l'autore di quella aveva decretato. Ma fu solo a Chambéry che misi a segno il progetto, scrivendo l'Amante di se stesso. Sicché, quando nella prefazione di quella commedia ho detto d'averla scritta a diciott'anni, ho mentito un po' sulla data.

Press'a poco a quel periodo risale un avvenimento poco significativo per sé, ma che ebbe per me qualche strascico, e che ha fatto scalpore in società quando già l'avevo dimenticato. Una volta alla settimana avevo il permesso di uscire; non ho bisogno di spiegare che uso ne facessi. Una domenica stavo con Mamma e prese fuoco un edificio dei Francescani, attiguo alla sua casa. L'edificio, dove tenevano il forno, era zeppo di fascine secche. Tutto andò a fuoco in un lampo: la casa correva un pericolo estremo avvolta dalle fiamme che il vento vi portava. Fummo costretti a sloggiare in tutta fretta e a trasportare i mobili in giardino, che era di fronte alle mie finestre d'un tempo e al di là del ruscello di cui parlai. Ero così sconvolto che gettavo senza badarci dalla finestra tutto ciò che mi veniva a tiro, persino un grosso mortaio di pietra che in altra occasione avrei faticato a sollevare. Ero sul punto di buttar giù allo stesso modo un grande specchio, se qualcuno non mi avesse trattenuto. Il buon vescovo, che quel giorno era venuto in visita da Mamma, non restò neppure lui con le mani in mano: la condusse in giardino, dove si mise a pregare insieme con lei e con quanti vi si trovavano; così, arrivando poco dopo, vidi tutti in ginocchio e mi ci misi come gli altri. Durante la preghiera del sant'uomo il vento cambiò, ma così repentinamente e a proposito, che le fiamme che avvolgevano la casa e già penetravano dalle finestre vennero sospinte dall'altro lato del cortile, e la casa non patì danni. Due anni dopo, morto il signor di Bernex, gli Antoniani, suoi antichi confratelli, cominciarono a raccogliere le prove utili alla sua beatificazione. Su preghiera di padre Boudet, aggiunsi a quelle prove un attestato degli eventi qui narrati, e in ciò agii bene; ma dove agii male fu nello spacciare l'episodio per un miracolo. Avevo visto il vescovo in preghiera, e durante la sua preghiera il vento cambiare, e giusto in tempo: ecco quanto potevo asserire e certificare. Ma che una cosa fosse causa dell'altra, ecco quanto non dovevo sostenere, poiché non potevo saperlo. Tuttavia, per quanto possa ricordare le mie idee, essendo allora sinceramente cattolico, ero in buona fede. L'amore del meraviglioso, così naturale al cuore umano, la mia venerazione per quel virtuoso prelato, il segreto orgoglio d'avere forse contribuito io stesso al miracolo, valsero a sedurmi; e, più che certo, se quel miracolo fosse stato effetto delle preghiere più ardenti, avrei ben potuto attribuirmi la mia parte.

Più di trent'anni dopo, quando ebbi pubblicato le Lettere dalla montagna, il signor Fréron riesumò non so come quel certificato, e ne fece uso nel suo giornale. Bisogna riconoscere che la scoperta era felice, e l'uso appropriato parve anche a me divertentissimo.

Ero destinato ad essere il rifiuto di tutte le condizioni. Benché il signor Gatier avesse riferito dei miei progressi il rendiconto meno sfavorevole possibile, risultava chiaro che non erano proporzionati al mio lavoro, e la cosa non incoraggiava il proseguimento dei miei studi. Così vescovo e superiore, sfiduciati, mi restituirono alla signora di Warens come un soggetto non adatto neppure a fare il prete; abbastanza un buon ragazzo, si diceva, per il resto, e niente affatto vizioso: il che valse almeno, malgrado tanti avvilenti giudizi sul mio conto, a trattenerla dall'abbandonarmi.

Le riportai trionfante il suo libro di musica, da cui avevo tratto tanto profitto. L'aria di Alfeo e Aretusa era press'a poco tutto ciò che avevo imparato in seminario. Il mio spiccato gusto per quell'arte le suggerì l'ispirazione di farmi musicista. L'occasione era propizia: almeno una volta alla settimana in casa sua si faceva musica, e il maestro di cappella della cattedrale, che dirigeva quel piccolo concerto, veniva a trovarla spessissimo. Era Parigino, il signor Le Maître, buon compositore, vivacissimo, allegrissimo, giovane ancora, abbastanza ben fatto, non molto intelligente, ma tutto sommato buon uomo. Mamma me lo presentò, io mi affezionai a lui, e non gli dispiacevo: parlarono della retta, si accordarono. Insomma, entrai alla sua scuola, e vi trascorsi l'inverno tanto più gradevolmente in quanto, essendo la scuola a non più di venti passi dalla casa di Mamma, eravamo da lei in un momento, e cenavamo molto spesso insieme.

È facile intuire come la vita in casa del maestro, sempre tra canti e allegria con i musicisti e i ragazzi del coro, mi piacesse assai più di quella del seminario con i padri di San Lazzaro. Ma quella vita, pur essendo più libera, non era meno monotona e regolata. Ero fatto per amare l'indipendenza e non abusarne mai. Per sei mesi intieri non uscii una sola volta che per andare da Mamma o in chiesa, e nemmeno ne fui tentato. Quel periodo fu uno di quelli che ho vissuti nella più grande calma, e che ricordo con maggior piacere. Nelle situazioni diverse in cui mi sono trovato, alcune furono improntate a un sentimento tale di benessere, che rievocandole ne sono commosso come se le vivessi tuttora. Non soltanto ricordo i tempi, i luoghi, le persone, ma tutti gli oggetti che mi circondavano, e la temperatura dell'aria, e il suo odore, e il suo colore, quella particolare impressione locale che non si è fatta avvertire che là, e il cui vivo ricordo mi ci riporta di nuovo. Per esempio, tutte le cose che si ripetevano alla scuola, tutti quei canti in coro, tutto ciò che vi si faceva, l'abito nobile e bello dei canonici, le pianete dei preti, le mitre dei cantori, l'aspetto dei musicanti, un vecchio carpentiere zoppo che suonava il contrabbasso, un abatino biondo che suonava il violino, lo straccetto di sottana che, deposta la spada, il signor Le Maître indossava sull'abito laico, e la bella cotta fine di cui ne copriva i brandelli per recarsi in coro; l'orgoglio con cui andavo, stringendo il mio piccolo flauto, a insediarmi in cantoria per un breve brano di recitativo che Le Maître aveva composto espressamente per me, il buon pranzo che ci aspettava alla fine, il buon appetito che vi portavamo; questo mondo d'oggetti riportato al vivo mi ha cento volte incantato nella memoria, quanto e più che nella realtà. Ho conservato sempre un tenero affetto per una cert'aria del Conditor alme siderum che procede per giambi, perché una domenica dell'Avvento udii dal mio letto cantare quell'inno prima di giorno sulla gradinata della cattedrale, secondo un rito di quella chiesa. La signorina Merceret, cameriera di Mamma, conosceva un po' di musica; non dimenticherò mai un piccolo mottetto dell'Afferte che il signor Le Maître mi fece cantare con lei, e che la sua padrona ascoltava deliziata. Insomma, tutto, sino alla buona servetta Perrine, che era una così brava ragazza e che i chierichetti facevano tanto arrabbiare; tutto, nei ricordi di quei tempi di felicità e d'innocenza, torna spesso a estasiarmi, e a rattristarmi.

Vivevo ad Annecy da circa un anno senza dar esca al minimo biasimo; tutti erano contenti di me. Dopo la mia partenza da Torino non avevo più commesso sciocchezze, e non ne commisi finché rimasi sotto gli occhi di Mamma. Lei mi guidava, e mi guidava sempre bene; l'affetto per lei era divenuto la mia sola passione, e prova che non si trattava di una passione insensata, era il mio cuore che formava la mia ragione. Vero è che un sentimento esclusivo, assorbendo per così dire ogni mia facoltà, mi impediva di imparare alcunché, nemmeno la musica, sebbene le dedicassi tutti i miei sforzi. Ma non era colpa mia: la buona volontà c'era tutta, l'assiduità pure. Ero distratto, trasognato, sospiravo: che potevo farci? Ai miei progressi nulla mancava che dipendesse da me; ma a farmi commettere nuove follie bastava un pretesto che me le ispirasse. Il pretesto si presentò; il caso predispose le cose e, come si vedrà, la mia testa balzana ne approfittò.

Una sera del mese di febbraio, faceva molto freddo e stavamo tutti attorno al fuoco, quando udimmo bussare alla porta di strada. Perrine prende la lanterna, scende, apre; entra un giovane, sale con lei, si presenta con aria disinvolta e fa al signor Le Maître un complimento breve e forbito, dicendosi un musicista francese che le finanze precarie costringevano a suonare nelle chiese per proseguire il suo viaggio. Alle parole «musicista francese» il cuore del buon Le Maître sussultò: amava appassionatamente il suo paese e la sua arte. Accolse il giovane viandante, gli offrì l'ospitalità di cui sembrava avere un gran bisogno, venne accettato senza tanti complimenti. Lo scrutai mentre si scaldava e chiacchierava in attesa della cena. Era di statura bassa, ma largo di spalle; aveva un non so che di contraffatto nell'insieme senza deformità particolari; era per così dire un gobbo a spalle piatte, ma credo che zoppicasse un poco. Portava un abito nero più logoro che vecchio, e che cadeva a pezzi, una camicia finissima e sporchissima, bei polsini a frange ricamate, uose ciascuna delle quali avrebbe contenuto le due gambe, e per proteggersi dalla neve un cappelluccio di quelli che si portano sotto il braccio. Nella sua comica tenuta, c'era nondimeno qualcosa di nobile, e che il suo contegno non smentiva; la fisionomia appariva fine e piacevole; parlava con facilità e bene, ma con scarsissima modestia. Tutto indicava in lui un giovane dissoluto che aveva alle spalle una buona educazione, e che andava elemosinando non come un accattone ma come un folle. Ci disse di chiamarsi Venture di Villeneuve, che veniva da Parigi, che si era smarrito per strada; e dimenticando per un momento il suo ruolo di musicista, aggiunse che andava a trovare un suo parente a Grenoble, membro del parlamento.

Durante la cena, si conversò di musica, ed egli ne parlò da competente. Conosceva tutti i grandi virtuosi, tutte le opere celebri, tutti gli attori, le attrici, le belle donne, e tutti i gran signori. Pareva informato di tutto, ma appena avviato un argomento, imbrogliava il discorso con qualche battuta che faceva ridere e dimenticare quanto s'era detto. Era un sabato; il giorno dopo c'era concerto in cattedrale. Il signor Le Maître gli propone di cantarvi. «Molto volentieri.» Gli domanda quale sia la sua parte. «Contralto», e cambia discorso. Prima di andare in chiesa gli dettero la sua parte da studiare: non la degnò d'uno sguardo. La guasconata sorprese Le Maître. a Vedrete,» mi sussurrò all'orecchio, «che non sa una nota di musica.» «Temo proprio anch'io,» gli risposi. Li seguii con grande inquietudine. Quando si cominciò, mi prese un batticuore terribile, perché mi preoccupavo molto per lui.

Ebbi subito di che rassicurarmi. Cantò i suoi due recitativi con tutta la precisione e tutto il gusto immaginabili, e per giunta con una voce bellissima. Non ho mai provato sorpresa più piacevole. Dopo la messa, il signor Venture raccolse complimenti a non finire dai canonici e dai musicisti, ai quali rispose con qualche frizzo, ma sempre di buona grazia. Il signor Le Maître l'abbracciò di cuore, ed io altrettanto: egli vide com'ero contento, e parve che gli facesse piacere.

Si converrà, ne sono sicuro, che dopo essermi incapricciato di Bâcle, che tutto sommato era solo un tanghero, potessi infatuarmi del signor Venture, che dimostrava educazione, capacità, intelligenza, esperienza di mondo e che poteva considerarsi un amabile scapestrato. È giusto quanto m'accadde, e ciò che sarebbe capitato, io credo, a qualsiasi giovane al posto mio, tanto più facilmente quanto più avesse avuto un intuito più sensibile al merito e un gusto più vivo per affezionarsi; giacché Venture incontestabilmente di doti ne aveva, e ne aveva soprattutto una rarissima alla sua età, quella di non aver nessuna fretta di mostrare il prorpio valore. È vero che si vantava di molte cose che non conosceva affatto; ma di quelle che sapeva, ed erano molte, non faceva parola: attendeva l'occasione di mostrarle, se ne valeva allora con discrezione, e otteneva così il più grande effetto. Poiché soleva fermarsi, dopo ogni cosa, senza parlare del resto, non si riusciva mai a sapere quando avrebbe finito di rivelarsi. Spiritoso, spensierato, inesauribile, seducente nella conversazione, sempre sorridente senza ridere mai, diceva nello stile più elegante le cose più grossolane, e le faceva accettare. Le donne, anche le più modeste, si stupivano di ciò che le costringeva a sopportare. Avevano un bel sentire che bisognava offendersi: non ne avevano la forza. Per lui non ci volevano che ragazze perdute, e non credo fosse fatto per conquiste d'alta qualità, ma era fatto per diffondere infiniti piaceri nelle compagnie di persone che ne avessero il gusto. Era difficile che con tante piacevoli doti, in un paese dove vengono riconosciute e apprezzate, si trattenesse a lungo nella sola cerchia dei musicisti.

La mia infatuazione per il signor Venture, più ragionevole nella causa, fu anche meno stravagante negli effetti, sebbene più viva e più durevole di quella che avevo presa per Bâcle. Mi piaceva vederlo, ascoltarlo; mi sembrava incantevole tutto quel che faceva; tutte le sue parole mi apparivano oracoli; ma l'infatuazione non giungeva al punto che non potessi staccarmi da lui. Avevo vicino chi poteva proteggermi da tali eccessi. D'altra parte, pur trovando le sue massime adattissime a lui, sentivo che non erano per me; a me occorreva una voluttà d'altra specie, della quale non aveva idea e di cui non osavo nemmeno parlargli, certo che si sarebbe preso gioco di me. Eppure avrei voluto fondere questo affetto con quello che mi dominava. Ne parlavo a Mamma con entusiasmo; Le Maître gliene parlava con elogi. Ella consentì che glielo portassimo. Ma l'incontro non riuscì affatto: lui la giudicò una preziosa, lei un libertino; e, allarmandosi per me d'una così insidiosa amicizia, non solo mi proibì di ricondurlo da lei, ma mi dipinse a tinte tanto fosche i rischi che correvo con quel giovane, che divenni un po' più prudente nell'abbandonarmi, e fortunatamente per i miei costumi e per il mio cervello, fummo ben presto separati.

Il signor Le Maître aveva i gusti propri della sua arte: gli piaceva il vino. Pur essendo sobrio a tavola, quando lavorava nel suo studio gli era necessario bere. La sua domestica lo sapeva, e appena egli dava mano alla carta per comporre o afferrava il violoncello, l'istante appresso boccale e bicchiere gli comparivano accanto, e il boccale si ricolmava di tanto in tanto. Senza mai raggiungere l'ubriachezza completa, era quasi sempre brillo; e in verità era un peccato, trattandosi di un giovane essenzialmente buono, e così allegro che Mamma lo chiamava sempre gattino. Amando per sua sfortuna eccessivamente il proprio ingegno, lavorava molto e beveva altrettanto. La cosa influì sulla sua salute e alla fine sul suo carattere: a volte si mostrava ombroso e irascibile. Incapace di trivialità, o di mancar di rispetto a chicchessia, non diceva mai una parola offensiva, neppure a un suo corista; ma non bisognava del pari mancargli di rispetto, il che era giusto. Il male era che, poco perspicace, non sapeva discernere toni e caratteri, e andava spesso in furie per un niente.

L'antico capitolo di Ginevra, dove un tempo tanti principi e vescovi si facevano un onore di entrare, ha perduto nel suo esilio l'antico splendore, ma ha conservato la sua fierezza. Per esservi ammessi, occorre sempre essere gentiluomo o dottore della Sorbona, e se vi è un orgoglio perdonabile, dopo quello che deriva dal merito personale, è quello che viene dalla nascita. D'altra parte, tutti i preti che hanno laici alle loro dipendenze li trattano di solito con parecchia alterigia. È così che i canonici spesso trattavano il povero Le Maître. Il primo cantore soprattutto, l'abate di Vidonne, uomo dabbene peraltro, ma tronfio della sua nobiltà, non sempre gli destinava i riguardi che il suo ingegno meritava; e l'altro non incassava volentieri quegli spregi. Quell'anno essi ebbero, durante la settimana santa, un alterco più vivace del solito al pranzo tradizionale che il vescovo offriva ai canonici, e al quale Le Maître veniva sempre invitato. Il cantore gli usò qualche sgarbo, e gli rivolse qualche parola dura che l'altro non tollerò; decise sui due piedi di scapparsene la notte seguente, e nulla valse a distorglielo, benché la signora di Warens, cui andò a portare il suo addio, non risparmiasse sforzi per rabbonirlo. Non poté rinunciare al piacere di vendicarsi dei suoi tiranni, lasciandoli nei pasticci per le feste di Pasqua, periodo in cui si aveva maggior bisogno di lui. Ma nei pasticci si trovava lui stesso, a causa delle sue composizioni che intendeva portare con sé, cosa tutt'altro che facile: si trattava d'una cassa piuttosto grossa e pesantissima, che non si portava certo sotto il braccio.

Mamma fece quel che avrei fatto io, e ancora farei al suo posto. Dopo tanti inutili sforzi per trattenerlo, vedendolo risoluto a partire a qualsiasi costo, decise d'aiutarlo per quanto dipendeva da lei. Oso dire che era suo dovere. Le Maître s'era consacrato, per così dire, al suo servizio. Sia per quanto riguardava la sua arte, sia per le sue premure, era intieramente ai suoi ordini, e la sollecitudine con cui li eseguiva dava alla sua compiacenza un valore diverso. Ella non faceva dunque che ricambiare a un amico, in un'occasione cruciale, quanto l'altro aveva fatto per lei in mille particolari da tre o quattro anni; ma ella aveva un animo che per adempiere a simili obblighi non aveva bisogno di avvertirli per sé come tali. Mi chiamò, mi ordinò di seguire Le Maître almeno fino a Lione, e di restargli accanto finché avesse avuto bisogno di me. Mi confessò più tardi che il desiderio di allontanarmi da Venture aveva avuto il suo peso su quella decisione. Consultò Claude Anet, suo fedele domestico, per il trasporto della cassa. Costui suggerì che, anziché noleggiare ad Annecy una bestia da soma, che ci avrebbe immancabilmente traditi, bisognava, a notte fatta, trasportare la cassa a braccia fino a una certa distanza, e poi noleggiare un asino in qualche villaggio per portarla sino a Seyssel dove, trovandoci ormai in territorio francese, non avremmo più corso rischi. Il consiglio fu seguito: partimmo la sera stessa alle sette, e Mamma, col pretesto di pagare le mie spese, impinguò la borsa del povero gattino con un supplemento che non gli fu superfluo. Claude Anet, il giardiniere ed io trasportammo la cassa come potemmo fino al primo villaggio, dove un asino ci sollevò dal suo peso, e la notte stessa raggiungemmo Seyssel.

Credo di aver già osservato che vi sono periodi in cui sono così poco simile a me stesso che mi si scambierebbe per tutt'altra persona, di carattere completamente opposto. Eccone un esempio. Il signor Reydelet, curato di Seyssel, era canonico di San Pietro, quindi conoscente di Le Maître, e uno degli uomini dai quali più doveva nascondersi. Il mio parere fu, invece, di presentarci con qualche pretesto a chiedergli ospitalità, come se fossimo in viaggio col consenso del Capitolo. Le Maître apprezzò la trovata, che rendeva la sua vendetta beffarda e spassosa. Ci recammo dunque sfrontatamente dal signor Reydelet, che ci fece un'ottima accoglienza. Le Maître gli disse che andava a Belley, su preghiera del vescovo, a dirigere i concerti delle feste di Pasqua; che contava di ripassare di lì a pochi giorni; ed io, a sostegno di quella menzogna, ne infilai cento altre così verosimili che il signor Reydelet, giudicandomi un bravo ragazzo, mi prese in simpatia e mi elargì mille complimenti. Fummo nutriti e alloggiati benissimo. Il signor Reydelet non sapeva più cosa fare per noi; e ci lasciammo come i migliori amici del mondo, con la promessa che ci saremmo trattenuti più a lungo al ritorno. A malapena aspettammo d'essere soli prima di dar la stura alle nostre risate e confesso che, ripensandoci, me ne vengono ancora, perché sarebbe difficile escogitare una marioleria meglio sostenuta e più felice. Ci avrebbe tenuti allegri per tutto il viaggio, se Le Maître, che non smetteva di bere e di sragionare, non fosse stato colto due o tre volte da crisi alle quali andava soggetto sempre più di frequente, e che somigliavano molto all'epilessia. Ciò mi cacciò in tali impicci che mi spaventarono, ai quali pensai bene di sottrarmi alla prima occasione.

Ci recammo a Belley a passare le feste di Pasqua, come avevamo detto al signor Reydelet; e pur non essendo attesi, fummo ricevuti dal maestro di musica e accolti da tutti con grande piacere. Le Maître godeva di reputazione nella sua arte, e la meritava. Il maestro di musica di Belley sfoggiò le sue migliori composizioni, e cercò l'approvazione di un giudice tanto stimato: Le Maître, infatti, oltre ad essere un intenditore, era equanime, nient'affatto geloso e tanto meno adulatore. Era tanto al di sopra di tutti quei maestri di provincia, e lo capivano essi stessi così bene, da considerarlo, più che collega, come il loro capo.

Dopo quattro o cinque giorni di piacevolissimo soggiorno a Belley, ripartimmo, e il nostro viaggio proseguì senza altri incidenti oltre a quelli che ho appena narrato. A Lione, alloggiammo a Notre-Dame-de-Pitié, aspettando la cassa che, grazie a un'altra bugia, avevamo imbarcata sul Rodano a cura del nostro buon patrono Reydelet. Le Maître si recò a visitare i suoi conoscenti, fra i quali padre Caton, francescano, di cui si parlerà in seguito, e l'abate Dortan, conte di Lione. Lo accolsero entrambi bene; ma come si vedrà lo tradirono: la sua fortuna s'era eclissata in casa del signor Reydelet.

Due giorni dopo il nostro arrivo a Lione, passando per una stradina non lontana dal nostro albergo, Le Maître fu sorpreso da una delle sue crisi, questa volta così violenta che ne fui terrorizzato. Gridai, invocai soccorso, detti il nome dell'albergo e supplicai che ve lo portassero; poi, mentre la gente si affollava e si dava da fare intorno a un uomo caduto privo di sensi e schiumante in mezzo alla strada, l'unico amico sul quale potesse contare lo abbandonò. Colsi l'istante in cui nessuno badava a me; girai l'angolo e scomparvi. Grazie al cielo, sono al termine di questa terza penosa confessione. Se me ne restassero molte altre, abbandonerei l'impresa iniziata.

Di quanto ho detto finora, qualche traccia è rimasta nei luoghi dove ho vissuto; ma quanto ho da dire nel libro seguente, è quasi del tutto ignorato. Sono le più folli stravaganze della mia vita, ed è una fortuna che non siano finite peggio. Ma la mia testa, accordata sul registro di uno strumento alieno, era uscita dal suo diapason: vi tornò da sola, e allora smisi le mie pazzie, o quanto meno ne commisi altre più in armonia con la mia natura. Di tutta la mia giovinezza, questo è il periodo su cui ho le idee più confuse. Quasi nulla vi accadde che appassionasse talmente il mio cuore da riportarmene vivo il ricordo, e difficilmente potrò evitare, in tanto andare e tornare, in tanti successivi spostamenti, qualche trasposizione di tempi o di luoghi. Scrivo assolutamente a memoria, senza testimonianze, senza materiali che possano ravvivarmela. Ci sono avvenimenti della mia vita che mi sono presenti come se fossero appena accaduti; ma ci sono vuoti e lacune che non posso colmare se non con racconti confusi quanto i ricordi che ne conservo. Ho dunque potuto commettere, a volte, errori, e altri potrei commetterne su qualche inezia, fino al tempo in cui dispongo su me stesso di informazioni più sicure; ma in ciò che veramente sostanzia l'argomento, sono certo di essere esatto e fedele, come cercherò d'esserlo sempre in tutto: su questo si può contare.

Appena abbandonato Le Maître, la mia decisione fu presa, e ripartii per Annecy. Lo scopo e il mistero della nostra partenza avevano suscitato in me un grande interesse per la sicurezza della nostra fuga, e questa preoccupazione, assorbendomi interamente, m'aveva per qualche giorno distratto da quella che mi richiamava indietro; ma appena la sicurezza cessò di occupare i miei pensieri, il sentimento dominante riprese il sopravvento. Nulla mi attraeva, nulla mi tentava, non avevo desiderio che di tornare vicino a Mamma. La tenerezza e la verità del mio affetto per lei avevano sradicato dal mio cuore tutti i progetti fantastici, tutte le follie dell'ambizione. Non vedevo altra felicità che quella di viverle accanto, e non muovevo un passo senza sentire che m'allontanavo da quella felicità. Vi tornai, dunque, appena mi fu possibile. Il mio ritorno fu così rapido e la mia mente così assorta che, pur ricordando con tanto piacere tutti gli altri miei viaggi, di quello non ho il minimo ricordo; non rammento assolutamente nulla, solo la partenza da Lione e l'arrivo ad Annecy. Si giudichi soprattutto se quest'ultimo periodo ha potuto svanire dalla mia memoria! Al mio arrivo, non trovai più la signora di Warens: era partita per Parigi.

Non ho mai saputo bene il segreto di quel viaggio. Me lo avrebbe detto, ne sono sicurissimo, se avessi insistito; ma nessuno fu mai meno curioso di me sui segreti dei miei amici: il mio cuore, assorbito unicamente nel presente, ne colma tutta la sua capacità, tutto il suo spazio, e tranne per i piaceri passati, che sono ormai la mia sola gioia, non vi resta nessun angolino disponibile per quanto non esiste più. Dal poco che lei mi ha detto, m'è parso solo d'intravvedere che, nella rivoluzione avvenuta a Torino per l'abdicazione del re di Sardegna, temeva di venir dimenticata, e volle, grazie agli intrighi del signor D'Aubonne, cercare i medesimi vantaggi presso la Corte di Francia, dove, come spesso mi disse, avrebbe preferito goderli, perché la moltitudine degli affari importanti impedisce d'esservi spiacevolmente sorvegliati. Se è così, è molto strano che al suo ritorno non le abbiano riservato un trattamento più duro, e che abbia continuato a godere della sua pensione senza interruzioni. Parecchi hanno creduto che avesse ricevuto l'incarico di qualche missione segreta, o da parte del vescovo, che allora aveva affari presso la Corte di Francia, dove anch'egli fu costretto a recarsi, o da parte di qualcuno ancora più potente, che seppe garantirle un felice ritorno. Se così è, bisogna dire che l'ambasciatrice non era scelta male, e che, bella e giovane ancora, aveva tutte le doti per cavarsela brillantemente in un negoziato.

LIBRO QUARTO

Arrivo, e non la trovo più. Si giudichi la mia sorpresa e il mio dolore. È allora che il rimorso di aver abbandonato vilmente Le Maître cominciò a farsi sentire; e divenne ancora più rovente quando seppi la disgrazia che gli era capitata. La cassa della sua musica, che conteneva tutto il suo tesoro, quella cassa preziosa salvata con tanta fatica, arrivando a Lione era stata sequestrata per mandato del conte Dortan, che il Capitolo aveva preavvisato di quella furtiva sottrazione. Invano Le Maître aveva reclamato i suoi averi, il suo unico provento, il lavoro di tutta la sua vita. La proprietà della cassa era quanto meno controversa, ma non ci fu discussione. La questione fu risolta a tambur battente dalla legge del più forte, e il povero Le Maître perse così il frutto del suo ingegno, l'opera della sua giovinezza e la risorsa della sua vecchiaia.

Nulla mancò al colpo che ricevetti per renderlo schiacciante. Ma ero in un'età in cui i grandi dolori hanno meno presa, e mi provvidi subito di che consolarmi. Speravo di ricevere presto notizie dalla signora di Warens, sebbene non ne sapessi l'indirizzo e lei che io ero tornato; e quanto alla mia diserzione, tutto sommato, non la reputavo troppo colpevole. Ero stato utile a Le Maître nella sua fuga, ed era l'unico servizio che dipendesse da me. Se fossi restato con lui in Francia, non l'avrei guarito del suo male, non avrei salvato la cassa, non avrei che raddoppiato le sue spese senza recargli alcun giovamento. Ecco come vedevo allora la cosa: oggi la vedo altrimenti. Una cattiva azione non ci tormenta appena compiuta, ma quando torna, dopo tanto tempo, alla memoria, perché il ricordo non cessa di bruciare.

La sola decisione che potevo prendere per avere notizie di Mamma era quella di aspettarle; dove cercarla, infatti, a Parigi, e con quali risorse mettermi in viaggio? Non c'era luogo più sicuro di Annecy per sapere, presto o tardi, dove si trovasse. Vi restai, dunque. Ma mi comportai piuttosto male. Non andai dal Vescovo, che mi aveva protetto e ancora poteva proteggermi. Non avevo più la mia patrona presso di lui; e temevo le reprimende per la nostra evasione. Tanto meno andai al seminario. Il signor Gros non c'era più. Non vidi nessun conoscente; sarei andato volentieri dalla signora Intendente, ma non ne ebbi mai il coraggio. Feci di peggio. Ritrovai Venture, al quale, malgrado i miei entusiasmi, non avevo nemmeno pensato dopo la mia partenza. Lo ritrovai brillante e corteggiato da tutta Annecy, le dame se lo contendevano. Il suo successo finì per darmi alla testa. Non vidi più che Venture, ed egli mi fece quasi dimenticare la signora di Warens. Per meglio approfittare dei suoi insegnamenti, gli proposi di spartire con me il suo alloggio; e me lo concesse. Abitava in una casa di un calzolaio, buffo e grottesco personaggio, che, nel suo gergo, non chiamava sua moglie altrimenti che «sozzeria», appellativo che la donna meritava abbastanza. Aveva con lei delle liti che Venture si divertiva a prolungare, mostrando di volere il contrario. Gli rivolgeva freddamente, e col suo accento provenzale, parole che producevano il più grande effetto; erano scene da morir dal ridere. Le mattine passavano così, senza parere: verso le due o le tre si mangiava un boccone, Venture se ne andava nelle sue società, dove cenava, ed io me ne andavo a passeggiare da solo, meditando sul suo eccelso valore, ammirando e invidiando le sue splendide doti, e maledicendo la mia grama stella che non mi chiamava a quella vita felice. Ah, come mi conoscevo male! La mia sarebbe stata cento volte più incantevole, se fossi stato meno ottuso e se avessi saputo goderne meglio.

La signora di Warens aveva condotto con sé solo Anet; e lì aveva lasciato la Merceret, la cameriera di cui ho parlato. La trovai che occupava ancora l'appartamento della sua padrona. La signorina Merceret era una ragazza con qualche anno più di me, non proprio graziosa ma abbastanza piacevole; una brava Friburghese senza malizia, alla quale non ho riscontrato altro difetto che quello d'essere a volte un po' scontrosa con la sua padrona. Andavo a trovarla piuttosto spesso; era una vecchia conoscenza, e vederla mi ricordava una presenza più cara che me la faceva amare. Aveva molte amiche, e fra le altre una certa signorina Giraud, Ginevrina, che per mia sventura decise d'invaghirsi di me. Tormentava di continuo la Merceret perché mi portasse da lei; mi ci lasciavo trascinare, perché volevo piuttosto bene alla Merceret e perché là trovavo altre giovani che vedevo volentieri. Quanto alla signorina Giraud, che mi prodigava ogni sorta di moine, nulla potrebbe superare l'avversione che provavo per lei. Quando avvicinava al mio viso il suo muso secco e nero imbrattato di tabacco di Spagna, stentavo a non sputarvi. Ma sopportavo con pazienza; e a parte quello, mi divertivo molto in mezzo a tante ragazze, e tutte, sia per compiacere la signorina Giraud, sia per me stesso, facevano a gara nel festeggiarmi. In tutto questo non vedevo che amicizia. Poi, ho pensato che spettava solo a me vedervi qualcosa di più, ma non me ne accorsi, non ci pensai.

D'altro canto, le sartine, le cameriere, le piccole bottegaie, non mi tentavano affatto. Per me ci volevano damigelle. Ciascuno ha le sue fantasticherie; questa è stata sempre la mia, e non la penso come Orazio su questo punto. Eppure non è affatto la vanità della condizione e del rango ad attirarmi, bensì la carnagione meglio curata, le mani più belle, l'abbigliamento più grazioso, un'aria di delicatezza e di lindore in tutta la persona, maggior eleganza nel modo d'atteggiarsi e d'esprimersi, una veste più fine e fatta meglio, calzature più minute, nastri, merletti, capelli meglio acconciati. Preferirei sempre la meno bella purché adorna di tutto questo. Capisco anch'io quanto sia ridicola questa preferenza, ma il mio cuore la concede mio malgrado.

Ebbene, quest'occasione si presentava ancora, e dipese ancora da me profittarne. Come mi piace perdermi di tanto in tanto nei piacevoli momenti della mia giovinezza! M'erano così dolci, sono stati tanto brevi, così rari, e li ho gustati così a buon mercato! Ah, il solo ricordo colma ancora il mio cuore d'una voluttà pura, di cui sento il bisogno per rianimare il mio coraggio e sopportare i tedi del resto dei miei anni.

L'aurora un mattino m'apparve così bella che, vestitomi a precipizio, raggiunsi di corsa la campagna per assistere al levare del sole. Gustai quel piacere in tutto il suo incanto; era la settimana dopo la festa di San Giovanni. La terra, nella sua veste più smagliante, era coperta d'erbe e di fiori; gli usignoli, quasi al termine del loro canto, pareva gioissero a ravvivarla; tutti gli uccelli in concerto davano il loro addio alla primavera, cantavano la nascita di una bella giornata d'estate, una di quelle belle giornate che alla mia età non si vedono più, e che mai più ho veduto nella triste terra dove oggi abito.

Mi ero insensibilmente allontanato dalla città; il caldo aumentava, e passeggiavo all'ombra di un vallone lungo un ruscello. Odo alle mie spalle uno scalpitare di cavalli e voci di ragazze che parevano in difficoltà, e nondimeno ridevano di cuore. Mi volto, mi chiamano per nome, mi avvicino, e vedo due fanciulle di mia conoscenza, la signorina di Graffenried e la signorina Galley, che, non essendo cavallerizze provette, non sapevano come convincere i loro cavalli ad attraversare il ruscello. La signorina di Graffenried era una giovane Bernese graziosissima, che, scacciata dal suo paese per qualche follia della sua età, aveva imitato la signora di Warens, presso la quale l'avevo vista qualche volta; ma non disponendo come lei di una pensione, era stata ben felice di appoggiarsi alla signorina Galley, che, avendola presa in amicizia, aveva persuaso la madre a dargliela come compagna, finché non si fosse potuto sistemarla altrimenti. La signorina Galley, di un anno più giovane, era ancora più bella; aveva un non so che di più delicato, di più fine; era insieme molto minuta e ben formata: il momento più bello di una fanciulla. Entrambe si amavano teneramente, e il buon carattere dell'una e dell'altra non poteva che prolungare quell'unione, se qualche amante non fosse sopraggiunto a turbarla. Mi dissero che andavano a Thônes, antico castello della signora Galley, e implorarono il mio aiuto per far guadare i cavalli, non venendone a capo da sole. Volli frustare le bestie, ma le fanciulle temevano i calci per me, e gli sbalzi per loro. Ricorsi a un altro espediente. Afferrai per la briglia il cavallo della signorina Galley, poi tirandomelo appresso, attraversai il ruscello con l'acqua a metà gamba, e l'altro cavallo seguì docilmente. Ciò fatto, volli salutare le signorine e andarmene come uno sciocco; esse si scambiarono qualche parola sottovoce, e la signorina di Graffenried, rivolta a me, disse: «No, no: non ci sfuggirete così. Vi siete inzuppato per aiutarci; e a noi spetta in coscienza la cura di asciugarvi. Bisogna, per piacere, che veniate con noi: siete nostro prigioniero.» Il cuore mi batteva, e guardavo la signorina Galley. «Sì, sì,» aggiunse lei, ridendo della mia aria smarrita, «prigioniero di guerra. Montate in groppa dietro a lei: vogliamo rispondere di voi.» «Ma, signorina, io non ho l'onore d'essere conosciuto dalla signora vostra madre: che dirà vedendomi arrivare?» «Sua madre,» rispose la signorina di Graffenried, «non è a Thônes, siamo sole; torniamo questa sera e tornerete con noi.»

L'effetto dell'elettricità non è più fulmineo di quello che produssero su di me quelle parole. Balzando sul cavallo della signorina de Graffenried, tremavo di gioia, e quando bisognò che l'abbracciassi per sorreggermi, il cuore mi batteva tanto forte che lei se ne accorse; mi disse che anche il suo batteva per la paura di cadere, ed era quasi, in quella posizione, un invito a verificare il fatto. Non osai, e per l'intiero tragitto le mie braccia le servirono da cintura, strettissima in verità, ma senza spostarsi un istante. Ogni mia lettrice mi schiaffeggerebbe volentieri, e non avrebbe torto.

L'allegria del viaggio e il cinguettio delle ragazze eccitarono a tal punto il mio che sino a sera, e finché restammo insieme, non smettemmo un momento di parlare. Mi avevano messo così perfettamente a mio agio che la mia lingua parlava quanto i miei occhi, benché non esprimesse le stesse cose. Solo per qualche istante, quando mi trovavo a tu per tu con l'una o con l'altra, la conversazione s'impacciava un poco; ma l'assente tornava prestissimo e non dava all'impaccio il tempo di chiarirsi.

Arrivati a Thônes, e io ben asciugato, facemmo colazione. Poi bisognò procedere all'importante operazione di preparare il pranzo. Le due signorine, mentre cucinavano, baciavano di tanto in tanto i figli della castalda, e il povero sguattero guardava, mordendo il freno. Dalla città erano state inviate delle provviste e c'era di che preparare un pranzo eccellente, soprattutto in fatto di ghiottonerie; ma sfortunatamente avevano dimenticato il vino. La dimenticanza non era strana per le ragazze che non bevevano; ma io ne fui seccato, perché avevo un po'contato su quell'aiuto per farmi coraggio. Anch'esse ne furono seccate, forse per lo stesso motivo, ma non posso giurarlo. La loro allegria vivace e deliziosa era l'innocenza stessa; e, d'altra parte, che cosa avrebbero fatto di me, tra loro due? Mandarono dappertutto, nei dintorni, a cercare del vino; non se ne trovò, tanto i contadini di quel cantone sono sobri e poveri. Siccome mi esprimevano il loro disappunto, dissi di non preoccuparsene tanto, ché non avevano bisogno di vino per inebriarmi. Fu l'unica galanteria che azzardai in tutta la giornata; ma credo che le furbette vedessero come quella galanteria rispondesse a verità.

Pranzammo nella cucina della castalda, le due amiche sedute sulle panche ai due lati della lunga tavola, e l'ospite in mezzo a loro, su uno sgabello a tre piedi. Che pranzo! Che ricordo affascinante! Come si può, potendo gustare a così poco prezzo piaceri tanto puri e tanto veri, pretendere di cercarne altri? Mai cena parigina in ambienti galanti uguagliò quel pranzo, non dico soltanto in allegria, nella dolce gioia; dico anche nella sensualità.

Dopo pranzo facemmo un'economia. Anziché prendere il caffé, che ci restava dalla colazione, lo serbammo per gustarlo a merenda con la panna e i pasticcini che esse avevano portato; e per mantener sveglio l'appetito, andammo nel frutteto a completare il nostro pranzo con le ciliege. Io salii sull'albero, e ne lanciavo giù a mazzettini, di cui esse mi rispedivano i noccioli attraverso i rami. Una volta, la signorina Galley, sollevando il grembiule e spostando indietro la testa, si offrì così bene al bersaglio, e io mirai così giusto, che le feci cadere un mazzetto giusto nel seno; e la risata! Dicevo dentro di me: «Perché le mie labbra non sono ciliege! Come gliele getterei volentieri!»

La giornata trascorse così, a folleggiare con la massima libertà e sempre con la maggior decenza. Non una sola parola equivoca, non uno scherzo arrischiato; e questa decenza non ce la imponevamo affatto, veniva spontanea, obbedivamo al tono che ci dettavano i cuori. Infine la mia modestia, altri diranno la mia ottusità, fu tale che la più audace intimità che mi sfuggì fu di baciare una sola volta la mano della signorina Galley. È vero che la circostanza rese prezioso questo lieve favore. Eravamo soli, io respiravo a fatica, lei teneva gli occhi bassi. Anziché cercare parole, la mia bocca scelse di posarsi sulla sua mano, che lei dolcemente ritirò dopo il bacio, guardandomi con un'espressione che nulla aveva d'irato. Non so che cosa avrei potuto dirle: la sua amica entrò, e in quel momento mi parve orribile.

Si ricordarono infine che non bisognava aspettare la notte per rientrare in città. Ci restava appena il tempo per arrivare prima di buio, e ci affrettammo a partire, sistemandoci come nel venire. Avrei potuto, se ne avessi avuto l'ardire, cambiare quell'ordine, perché lo sguardo della signorina Galley mi aveva acceso il cuore; ma non osai dir nulla, e non toccava a lei proporlo. Andando dicevamo che era un peccato che la giornata finisse, ma, anziché lamentarci della sua brevità, notammo come avessimo avuto il potere di renderla lunga, con tutte le piacevolezze di cui avevamo saputo colmarla.

Le lasciai press'a poco dove mi avevano trovato. Con che dispiacere ci separammo! E con che piacere progettammo di rivederci! Dodici ore trascorse insieme valevano per noi secoli di intimità. Il dolce ricordo di quella giornata non costava nulla a quelle amabili fanciulle; la tenera unione che regnava fra noi tre valeva i piaceri più intensi, e con essi non sarebbe potuta sussistere: ci amavamo senza misteri e senza vergogna, e volevamo amarci sempre così. L'innocenza dei costumi ha la sua voluttà, che vale quanto l'altra, giacché non conosce interruzioni e premia di continuo. Quanto a me, so che il ricordo di un giorno tanto bello mi commuove di più, mi incanta di più, mi torna di più al cuore d'ogni altro piacere gustato in vita mia. Non sapevo bene che cosa cercassi in quelle due deliziose persone, ma mi attraevano molto entrambe. Non dico che, fossi stato padrone di scegliere, il mio cuore si sarebbe diviso; avvertivo una certa preferenza. Sarei stato felice di avere per amante la signorina di Graffenried; ma, dovendo scegliere, credo che l'avrei preferita come mia confidente. Comunque, mi parve nel lasciarle che non avrei più potuto vivere senza l'una e senza l'altra. Chi avrebbe detto che non le avrei mai più riviste, e che lì sarebbero finiti i nostri effimeri amori?

Chi mi legge non potrà che sorridere delle mie avventure galanti, notando come, dopo tanti preliminari, le più audaci finiscano con un baciamano. Lettori, non vi ingannate! Ho avuto forse piaceri più intensi io, coronandoli su quella mano baciata, di quanto non ne aveste voi, cominciando per lo meno di lì.

Venture, che si era coricato tardissimo la vigilia, rincasò poco dopo di me. Quella volta non lo vidi col piacere di sempre, e mi guardai dal raccontargli come avevo passato la giornata. Le due signorine mi avevano parlato di lui con scarsa stima, e m'erano parse scontente di sapermi in così cattive mani: questo lo fece scadere nella mia stima; e d'altra parte tutto ciò che mi distraeva dal loro pensiero non poteva che spiacermi. Tuttavia, egli mi richiamò ben presto ai suoi e ai miei problemi parlandomi della mia situazione. Era troppo critica per poter durare. Benché spendessi pochissimo, il mio scarno peculio era agli sgoccioli; mi trovavo nei guai. Nessuna notizia di Mamma; non sapevo che fare, e provavo una crudele stretta al cuore vedendo l'amico della signorina Galley ridotto all'elemosina.

Venture mi disse che aveva parlato di me al signor Giudice; che voleva portarmi a pranzo da lui il giorno dopo; che si trattava d'un uomo in grado d'aiutarmi grazie alle sue amicizie, e del resto una buona conoscenza da fare, un uomo intelligente e colto, dalla piacevolissima conversazione, che aveva doti di spirito e che le apprezzava. Poi, mescolando secondo il solito le cose più serie alle più banali frivolezze, mi mostrò una graziosa strofetta giunta da Parigi, sull'aria di un'opera di Mouret allora sulle scene. La strofetta era così piaciuta al signor Simon (era il nome del giudice), che questi intendeva comporne un'antifona sulla stessa aria. Aveva detto a Venture di prepararne una a sua volta, e a questi venne l'idea balzana di farmene comporre una terza, affinché, diceva, il giorno dopo si vedessero arrivare le strofette come le lettighe del Romanzo comico.

Quella notte, non riuscendo a dormire, composi come meglio potei la mia strofetta. Per essere i primi versi in cui mi cimentavo, non erano brutti, persino migliori, o almeno composti con maggior gusto di quanto avrei potuto la vigilia, aggirandosi il tema su una situazione molto tenera, alla quale il mio cuore era già interamente predisposto. Il mattino dopo mostrai la strofetta a Venture che, trovandola graziosa, se la mise in tasca senza dirmi se aveva scritto la sua. Andammo a pranzo dal signor Simon, che ci accolse affabilmente. La conversazione fu gradevole: non poteva essere altrimenti fra due uomini di spirito, ai quali le buone letture avevano giovato. Quanto a me, sostenevo la mia parte, ascoltavo, e tacevo. Né l'uno né l'altro accennarono alle strofette; io nemmeno, e mai, che io sappia, si parlò della mia.

Il signor Simon parve soddisfatto del mio contegno: è press'a poco quanto poté conoscere di me in quell'occasione. Mi aveva già visto diverse volte in casa della signora di Warens, senza prestarmi soverchia attenzione. Così è da quel pranzo che posso datare la nostra conoscenza, che se non servì affatto allo scopo che l'aveva motivata, mi procurò in seguito altri benefici che me la fanno ricordare con piacere.

Farei male a non parlare del suo aspetto, che per la sua qualità di magistrato, e per l'ingegno brillante di cui si compiaceva, non si potrebbe immaginare se ne tacessi. Il signor giudice Simon non raggiungeva certamente due piedi di altezza. Le sue gambe, diritte, minute e persino abbastanza lunghe, l'avrebbero alzato se fossero state verticali; invece erano divaricate come un compasso molto aperto. Il suo corpo non soltanto era corto, ma esile, e in tutti i sensi di una piccolezza inverosimile. Nudo, doveva sembrare una cavalletta. La testa, di proporzioni normali, con un viso ben modellato, l'espressione nobile, occhi piuttosto belli, sembrava una testa posticcia piazzata sopra un moncherino. Avrebbe potuto risparmiarsi ogni spesa di vestiario, giacché il suo parruccone lo vestiva perfettamente da capo a piedi.

Aveva due voci del tutto differenti, che si mescolavano di continuo nella sua conversazione con un contrasto dapprima molto attraente, ma in breve sgradevolissimo. Una era grave e risonante; ed era, se così posso esprimermi, la voce della sua testa. L'altra, chiara, acuta, e penetrante, era la voce del suo corpo. Quando si controllava attentamente, e parlava ponderando, dosando il fiato, poteva usare in continuità la sua voce grossa; ma per poco che s'animasse, e un accento più vivace eludesse il suo controllo, quell'accento scaturiva come il fischio da una chiave, e faceva una fatica d'inferno a riguadagnare i toni bassi.

Con la figura che ho qui tratteggiato senza alcuna esagerazione, il signor Simon mirava al galante; gran vagheggino e puntiglioso nell'agghindarsi con una cura che rasentava la civetteria. Poiché tentava di avvantaggiarsi, dava udienza preferibilmente la mattina a letto; vedendo infatti una bella testa sul cuscino, nessuno avrebbe immaginato che era tutto lì. La cosa dava sovente adito a scenette che, sono certo, tutta Annecy ricorda ancora. Una mattina, mentre in quel letto aspettava, o meglio su quel letto, i litiganti, con una bella cuffietta da notte finissima e candida, adorna di due grossi fiocchi di nastro rosa, arriva un contadino e bussa alla porta. La domestica era uscita. Il signor giudice, udendo raddoppiare i colpi, urla: «Avanti!» e la parola, detta un po' troppo forte, sfuggì dalla sua voce acuta. L'uomo entra; cerca di dove venga quella voce femminile, e vedendo in quel letto una cuffietta e tutto un fiorire di nastri, fa per uscire, con tante scuse a madama. Il signor Simon va in bestia, e strilla più acuti che mai. Il contadino, sempre più convinto della sua idea, e credendosi insultato, gliele canta chiare, gli dice che evidentemente è una sgualdrinella, e che il signor giudice non dà certo un buon esempio in casa sua. Il giudice, furibondo, non trovando arma migliore del vaso da notte, stava per scaraventarlo in testa al pover'uomo, quando arrivò la governante.

Quel nanerottolo, fatto dalla natura così disgraziato nel corpo, era stato compensato nell'ingegno, che aveva d'una piacevolezza spontanea e che egli coltivava con cura. Quantunque fosse, a quanto si diceva, buon giurista, non amava la sua professione. Si era dedicato alla letteratura, e con successo. Ne aveva acquisito, soprattutto, quella patina risplendente, quella fioritura che adorna il conversare, anche con le donne. Sapeva a memoria tutto il repertorio di storielle e simili amenità: aveva il dono di farle apprezzare raccontando con calore, con aria di mistero e come un aneddoto del giorno prima quanto era accaduto sessant'anni addietro. Conosceva la musica e cantava gradevolmente con la voce maschile: aveva insomma molte belle doti per un magistrato. A forza di corteggiare le dame di Annecy, era venuto di moda fra di esse; se lo trascinavano dietro come uno scimmiotto. Pretendeva anche di avere successo, cosa che le divertiva molto. Una certa signora d'Epagny andava dicendo che il massimo favore cui il giudice aspirasse era baciare una donna sul ginocchio.

Poiché conosceva i buoni libri e ne parlava volentieri, la sua conversazione era non solo divertente, ma istruttiva. In seguito, quando mi appassionai allo studio, coltivai la sua conoscenza, e mi trovai benissimo. Andavo qualche volta a fargli visita, da Chambéry, dove allora abitavo. Egli lodava, stimolava la mia emulazione, e mi dava, per le mie letture, ottimi consigli, da cui spesso ho tratto giovamento. Purtroppo, in quel corpo così fragile albergava un animo sensibilissimo. Qualche anno dopo, subì non so che rovescio di cui tanto patì da morirne. Fu un peccato; era sicuramente un buon ometto; si cominciava col riderne e si finiva con l'amarlo. Anche se la sua vita non fu molto legata alla mia, siccome ne ho ricavato insegnamenti preziosi, ho creduto di potergli dedicare, per gratitudine, un piccolo ricordo.

Appena libero, corsi nella via della signorina Galley, sperando di veder entrare o uscire qualcuno, o almeno schiudersi qualche finestra. Nulla, non comparve nemmeno un gatto, e per tutto il tempo che vi rimasi la casa restò chiusa come se fosse disabitata. La via era piccola e deserta, la presenza di un uomo si notava: di tanto in tanto qualcuno passava, entrava o usciva dal vicinato. Ero molto imbarazzato; temevo che s'indovinasse il motivo per cui mi trattenevo là, e l'idea mi metteva alla tortura, perché ai miei piaceri ho sempre anteposto l'onore e la quiete delle donne che mi erano care.

Stanco infine di fare l'amante spagnolo per di più senza chitarra, decisi di scrivere alla signorina di Graffenried. Avrei preferito scrivere alla sua amica, ma non osavo, ed era meglio cominciare con quella cui dovevo la conoscenza dell'altra e con la quale ero più in confidenza. Scritta la lettera, la portai alla signorina Giraud, come s'era convenuto fra me e le damigelle nel separarci. L'espediente fu suggerito da loro. La Giraud, che era tappezziera, qualche volta lavorava in casa della signora Galley, dove aveva libero ingresso. La scelta della messaggera non mi parve del tutto felice; ma temevo che, avanzando riserve su di lei, non me ne avrebbero proposto nessun'altra. Di più, non osavo dire che costei progettava di lavorare in proprio. Mi sentivo umiliato dalla sua pretesa di apparire, ai miei occhi, del medesimo sesso di quelle fanciulle. Preferivo in definitiva quell'intermediario a nessuno, e ne accettai ogni rischio.

Alla prima parola la Giraud intuì tutto: non era difficile. Quand'anche una missiva da recapitare a due ragazze non fosse stata di per sé eloquente, la mia espressione stolida e impacciata mi avrebbe da sola tradito. Facile immaginare quanto poco la missione potesse andarle a genio; tuttavia se ne incaricò e l'eseguì fedelmente. Corsi da lei il mattino seguente e vi trovai la risposta. Con quanta fretta mi precipitai fuori, a leggerla e baciarla in libertà! Non occorre dirlo; ma è necessario, invece, chiarire l'atteggiamento assunto dalla signorina Giraud, nel quale ho trovato maggior delicatezza e moderazione di quanto non mi sarei aspettato. Mostrando buon senso sufficiente ad accorgersi che con i suoi trentasette anni, gli occhi leporini, il naso tabaccoso, la voce stridente e la pelle nera, non aveva buon gioco contro due fanciulle piene di grazia e in tutto lo splendore della bellezza, non volle né tradirle né servirle, e preferì perdermi anziché lusingarmi nel loro favore.

Già da qualche tempo la Merceret, mancando di notizie della padrona, pensava di tornarsene a Friburgo; la Giraud finì di convincerla. Fece di più, e le fece capire quanto sarebbe stato opportuno che qualcuno la riaccompagnasse da suo padre, e propose me. La piccola Merceret, alla quale non dispiacevo affatto, trovò eccellente la proposta. Me ne parlarono il giorno stesso come di una cosa conclusa; e siccome non vedevo nulla di spiacevole in quel modo di disporre di me, acconsentii considerando quel viaggio una faccenda d'otto giorni al più. La Giraud, che non la pensava così, combinò tutto. Dovetti confessare lo stato delle mie finanze. Si provvide: la Merceret si assunse di pagarmi le spese; e per recuperare da un lato ciò che si perdeva dall'altro si decise, accogliendo una mia preghiera, di spedire innanzi il suo piccolo bagaglio, e di seguirlo a piedi, a piccole tappe. E così facemmo.

Mi dispiace far innamorare tante ragazze. Ma siccome non ho di che vantarmi del profitto che ho tratto da tanti amori, credo di poter raccontare la verità senza scrupoli. La Merceret, più giovane e meno scaltrita della Giraud, non mi ha mai fatto moine altrettanto ardite; ma imitava i miei modi, i miei accenti, ripeteva le mie parole, aveva per me le attenzioni che avrei dovuto dedicarle, e aveva sempre gran cura, essendo paurosissima, che dormissimo nella stessa stanza: intimità che raramente si limita a questo, in un viaggio d'un ragazzo di vent'anni con una ragazza di venticinque.

Quella volta si fermò lì davvero. La mia semplicità fu tale, che sebbene la Merceret non fosse affatto spiacevole, non mi passò neppure per la mente, durante tutto il viaggio, non dico la minima tentazione galante, ma fino la minima idea che l'adombrasse; e se pure mi fosse balenata, ero troppo sciocco per saperla realizzare. Non immaginavo neppure come una ragazza e un giovanotto finissero per andare a letto insieme; credevo che occorressero secoli per preparare quel terribile evento. Se la povera Merceret, spesandomi, contava su qualche equivalente, rimase scornata, e a Friburgo arrivammo esattamente com'eravamo partiti da Annecy.

Passando da Ginevra, non andai a trovar nessuno, ma sui ponti per poco non svenni. Non ho mai veduto le mura di quella gloriosa città, non vi sono mai entrato senza avvertire un mancamento del cuore che scaturiva da un eccesso di tenerezza. Mentre la nobile immagine della libertà mi elevava l'animo, quella dell'eguaglianza, dell'unione, della mitezza dei costumi, mi commuovevano fino alle lacrime, e m'ispiravano un vivo rimpianto d'aver perduto tutti quei beni. In quale errore cadevo, ma com'era naturale! Credevo di vedere tutto ciò nella mia patria, perché lo portavo nel mio cuore.

Bisognava passare per Nyon. Passarvi senza vedere il mio buon padre! Se avessi avuto quel coraggio, sarei morto di rammarico. Lasciai la Merceret all'albergo, e affrontai il rischio di andare a trovarlo. Ah, quanto mi sbagliavo a temerlo! Vedendomi, il suo animo si aperse ai sentimenti paterni che lo colmavano. Quante lacrime versammo riabbracciandoci! In un primo momento, credette che fossi tornato da lui. Gli raccontai la mia storia, e gli dissi la mia decisione. La combatté fiaccamente. Mi espose i rischi cui andavo incontro, mi disse che le follie più brevi sono le migliori. Del resto, non lo sfiorò nemmeno la tentazione di trattenermi con la forza; e stimo che in ciò avesse ragione; ma certamente non fece, per ricondurmi a sé, quanto avrebbe potuto, o perché dopo il passo da me compiuto giudicasse lui stesso che non dovevo tornare indietro, o forse perché imbarazzato a decidere che farsene di me, alla mia età. Seppi poi che si fece della mia compagna di viaggio un'opinione alquanto ingiusta e lontanissima dal vero, ma del resto piuttosto naturale. La mia matrigna, brava donna, un po' melliflua, fece mostra di volermi a cena. Non restai ma dissi che contavo di trattenermi con loro più a lungo ai ritorno, e lasciai in deposito il mio fagotto, che avevo fatto venire col battello, e che m'infastidiva. Il giorno dopo, partii di buon mattino, ben contento d'aver visto mio padre e trovato il coraggio di fare il mio dovere.

Arrivammo felicemente a Friburgo. Verso la fine del viaggio le premure della Merceret diminuirono un po'. Dopo il nostro arrivo, non mi mostrò che freddezza, e suo padre, che non nuotava nell'oro, non mi riservò nemmeno lui una gran bella accoglienza; andai ad alloggiare all'osteria. Mi recai a trovarli il giorno dopo, mi offrirono il pranzo e accettai. Ci separammo senza lacrime: tornai la sera alla mia bettola, e ripartii due giorni dopo il mio arrivo, senza saper troppo bene dove desiderassi andare.

Ecco un'altra circostanza della mia vita in cui la provvidenza mi offriva precisamente quanto mi occorreva per trascorrere giornate felici. La Merceret era una buonissima ragazza, non brillante, non bella, ma non certo brutta; poco vivace ma ragionevolissima, con qualche piccolo malumore che si sfogava in pianto, e che non aveva mai conseguenze burrascose. Aveva una vera passione per me; avrei potuto sposarla senza difficoltà e seguire il mestiere del padre. La mia passione per la musica me l'avrebbe fatta amare. Mi sarei stabilito a Friburgo, cittadina poco graziosa ma abitata da brava gente. Avrei senza dubbio perduto dei grandi piaceri, ma sarei vissuto in pace fino alla mia ultima ora; e devo sapere meglio di chiunque altro che non c'è da esitare nello scambio.

Tornai non a Nyon, ma a Losanna. Volevo saziarmi alla vista di quel lago bellissimo che si ammira là nella sua più vasta distesa. La maggior parte delle mie segrete motivazioni determinanti non furono molto più sostanziose. Solo raramente prospettive lontane hanno il potere di spingermi all'azione. L'incertezza del futuro m'ha sempre fatto considerare i progetti di lunga esecuzione come esche per gonzi. Mi abbandono come chiunque altro alla speranza, purché nutrirla non mi costi nulla; ma, se è indispensabile penare a lungo, non ci sto più. Il minimo piacere che si offre a portata di mano mi tenta più delle gioie del Paradiso. Escludo però quel piacere cui debba seguire la pena; non mi tenta, perché non mi piacciono che le gioie pure, quali mai è dato di gustarne quando si sappia che avviano al pentimento.

Avevo gran bisogno di arrivare dovunque fosse, e il posto più vicino era il migliore, perché, essendomi smarrito per strada, mi ritrovai la sera a Moudon; dove spesi il poco che restava, tranne dieci kreutzer che sfumarono nel pranzo il giorno dopo; e, arrivato la sera a un piccolo villaggio nei pressi di Losanna, entrai in un'osteria senza un soldo per pagarmi da dormire, e senza sapere che cosa avrei fatto. Avevo una gran fame: con la massima disinvoltura, ordinai la cena come se avessi avuto di che pagare. Me ne andai a letto senza pensare a nulla, dormii tranquillo, e il mattino dopo, fatta colazione e chiesto il conto all'oste, per la somma di sette batz, quant'era il mio debito, volli lasciargli in pegno il farsetto. Il brav'uomo rifiutò; mi disse che grazie al cielo non aveva mai spogliato nessuno e non voleva cominciare per sette batz, tenessi pure il mio farsetto, avrei pagato quando potevo. Fui commosso dalla sua generosità, ma meno di quanto avrei dovuto e di come, ripensandoci, m'è accaduto poi. Non tardai a mandargli, tramite un conoscente fidato, denaro e ringraziamenti; ma quindici anni dopo, ripassando per Losanna di ritorno dall'Italia, fui veramente dispiaciuto d'aver dimenticato il nome dell'osteria e dell'oste. Avrei voluto rivederlo; mi avrebbe fatto molto piacere ricordargli la sua buona azione e dimostrargli che non l'aveva sprecata. Servigi senza dubbio più importanti, ma resi con maggiore ostentazione, non mi son parsi degni di riconoscenza quanto l'umanità schietta e modesta di quel galantuomo.

Avvicinandomi a Losanna, pensavo alle strettezze in cui venivo a trovarmi, ai mezzi per uscirne senza mostrare la mia miseria alla matrigna e mi confrontavo, in quel pellegrinaggio pedestre, al mio amico Venture quando era arrivato ad Annecy. Mi scaldai tanto a quell'idea che, trascurando di considerare che non disponevo né della sua grazia né delle sue doti, mi misi in testa di fare a Losanna il piccolo Venture di insegnar la musica, che non sapevo, e di spacciarmi per parigino senza aver mai visto Parigi. Sviluppando questo bel progetto, siccome non c'era scuola di canto in cui far da vicario, e non avevo, d'altra parte, la sfrontatezza di andare a cacciarmi tra la gente dell'arte, cominciai con l'informarmi di qualche alberghetto dove star bene a buon mercato. Mi indicarono un certo Perrotet, che teneva gente a pensione. Quel Perrotet si rivelò il miglior uomo del mondo, e mi accolse benissimo. Gli raccontai le mie piccole bugie così come le avevo progettate. Promise di parlarne in giro e di procurarmi allievi; mi disse che non m'avrebbe chiesto denaro se non quando l'avrei guadagnato. La sua pensione era di cinque scudi bianchi; poco per quanto valeva, ma molto per me. Mi consigliò di mettermi, all'inizio, solo a mezza pensione, che comprendeva una buona zuppa e nient'altro per pranzo, ma una cena sostanziosa di sera. Accettai. Il povero Perrotet mi offrì tutto questo con la massima cordialità, e nulla risparmiava per essermi d'aiuto. Come mai, avendo incontrato tante brave persone nella giovinezza, ne trovo così poche nell'età matura? Se n'è forse estinta la razza? No, ma il ceto dove oggi debbo cercarle non è più lo stesso dove le trovai allora. Nel popolo, dove le grandi passioni non parlano che a intermittenze, i sentimenti della natura si fanno intendere più sovente. Nel ceto più elevato essi sono assolutamente soffocati, e sotto la maschera del sentimento non parla mai altro che l'interesse o la vanità.

Da Losanna scrissi a mio padre, che mi spedì il mio fagotto e mi trasmise consigli eccellenti, di cui avrei dovuto giovarmi meglio. Già accennai a dei momenti di delirio inconcepibile, in cui non ero più me stesso. Eccone un altro dei più notevoli. Per capire a che punto la testa mi girasse allora, a che punto mi fossi per così dire «venturizzato», basta vedere quante stranezze accumulai in una volta. Eccomi maestro di canto senza saper decifrare un'aria quand'anche i sei mesi passati con Le Maître m'avessero giovato, non sarebbero mai stati sufficienti. Inoltre imparavo da un maestro: quanto basta per imparar male. Parigino di Ginevra, e cattolico in un paese protestante, pensai bene di cambiarmi nome, al pari della religione e della patria. Mi awicinavo sempre al gran modello per quanto era possibile. Egli s'era chiamato Venture di Villeneuve; io anagrammai Rousseau in Vaussore, e mi ribattezzai Vaussore de Villeneuve. Venture conosceva la composizione, benché non ne parlasse; io senza conoscerla me ne vantai con tutti, e pur non sapendo trascrivere il più semplice motivetto, mi spacciai per compositore. Non basta: presentato al signor di Treytorens, professore di diritto, appassionato di musica che organizzava concerti in casa sua, volli dargli un saggio del mio talento, e mi misi a comporre un pezzo per il suo concerto con la sicumera di chi sappia da che parte cominciare. Ebbi la costanza di lavorare quindici giorni su quell'opera d'arte, di ricopiarla, di farne le partiture e di distribuirle, con la sicurezza che mi avrebbe concesso un capolavoro di armonia. E per finire, c'è da non crederlo ma è verissimo, onde coronare degnamente la sublime creazione, ci misi in coda un grazioso minuetto, che correva per le strade e che tutti forse ricordano, su queste parole un tempo così note:

Quel caprice!

Quelle injustice!

Quoi! ta Clarice

trahirait tes feux? ecc.

Venture mi aveva insegnato quell'aria col contrabbasso su altre parole infami, grazie alle quali l'avevo tenuta a mente. Aggiunsi dunque alla fine della mia composizione quel minuetto e il suo accompagnamento, sopprimendo le parole, e tutto con la baldanza d'uno che parla ad abitanti della Luna.

Ci si riunisce per eseguire il mio pezzo. Spiego a ciascuno il tipo di movimento, il gusto dell'esecuzione, gli attacchi delle parti; ero indaffaratissimo. Si accordano gli strumenti in cinque o sei minuti, che furono per me cinque o sei secoli. Finalmente, quando tutto fu pronto, batto con un bel rotolo di carta sul leggio direttoriale i cinque o sei colpi dell'«Attenzione si comincia». Si fa silenzio, inizio solennemente a battere il tempo, si attacca... No, da quando esistono opere francesi, mai s'udì levarsi un simile concerto di dissonanze. Qualsiasi cosa si potesse pensare del mio preteso talento, l'effetto superò la più nera aspettativa. I musicisti soffocavano dal ridere; gli ascoltatori sgranavano gli occhi e avrebbero ben voluto tapparsi le orecchie, ma non c'era scampo. Quei miei carnefici di esecutori, che volevano divertirsi, raschiavano da rompere i timpani a un sordo. Ebbi la costanza di andare fino in fondo, sudando, è vero, a goccioloni, ma trattenuto dalla vergogna, non osando scappar via e piantar tutto. Per mia consolazione, sentivo intorno a me gli ascoltatori dirsi l'un l'altro all'orecchio, o meglio al mio: a Ma non c'è proprio niente di sopportabile»; un altro: «Che rabbia d'una musica!»; un altro: «Che baccano indiavolato!». Povero Jean-Jacques, non speravi davvero, in quel crudele momento, che un giorno, davanti al re di Francia e a tutta la sua Corte, i tuoi suoni avrebbero suscitato mormorii di sorpresa e di plauso, e che, in tutti i palchi intorno a te, le più belle donne si sarebbero sussurrate a mezza voce: «Che suoni incantevoli!» «Che musica affascinante!» «Come questi canti scendono tutti al cuore!»

Ma ciò che mise tutti di buon umore fu il minuetto. Appena se ne udì qualche battuta, dappertutto sentii scoppi di risa. Ognuno mi felicitava per il mio squisito gusto del canto; mi si garantiva che quel minuetto avrebbe fatto parlare di me, e che meritavo d'essere ascoltato dovunque. Non ho bisogno di descrivere la mia angoscia, né di confessare che la meritavo tutta.

Il giorno dopo uno dei miei esecutori, tale Lutold, venne a trovarmi, e fu abbastanza galantuomo da non felicitarmi del mio successo. La profonda consapevolezza della mia stupidità, la vergogna, il rimorso, la disperazione per lo stato in cui ero ridotto, l'impossibilità di tenere il mio cuore chiuso sulle sue grandi pene, mi spinsero a confidarmi con lui; sciolsi il freno alle lacrime, e anziché limitarmi a confessargli la mia ignoranza, gli dissi tutto, chiedendogli il segreto, che mi promise e che serbò com'è facile immaginare. La sera stessa tutta Losanna seppe chi ero; e, cosa più notevole, nessuno me ne diede segno, neppure il buon Perrotet, che malgrado tutto non si scoraggiò d'alloggiarmi e di nutrirmi.

Vivevo, ma assai tristemente. Le conseguenze di un simile debutto non fecero per me di Losanna un soggiorno piacevole. Allievi non se ne presentavano a frotte; neppure una scolara, e nessuno della città. Ebbi in tutto due o tre grossi Teutsches, ottusi quant'io ero ignorante, che mi annoiavano a morte e che, nelle mie mani, non divennero certo grandi musicanti. Fui chiamato in una sola casa, dove un serpentello di ragazza si concesse il gusto di mostrarmi una quantità di musica di cui non seppi leggere una nota, e che poi ebbe la malizia di cantare davanti al signor maestro per mostrargli come si eseguiva. Ero così poco in grado di leggere un'aria a prima vista che, nel brillante concerto di cui ho parlato non mi riuscì di seguire un momento l'esecuzione per sincerarmi se suonavano bene ciò che tenevo sotto gli occhi e che avevo composto io stesso.

In mezzo a tante umiliazioni avevo dolcissime consolazioni nelle notizie che di tanto in tanto ricevevo dalle mie due graziose amiche. Ho sempre trovato nel bel sesso una grande virtù consolatrice, e nulla addolcisce di più le mie afflizioni quanto sentire, nelle mie sventure, che una persona amabile se ne interessa. La corrispondenza tuttavia finì poco tempo dopo, e non fu mai ripresa; ma fu colpa mia. Cambiando luogo, trascurai di comunicare il mio nuovo indirizzo, e costretto dalle circostanze a pensare soprattutto a me stesso, finii ben presto per dimenticarle.

È molto che non parlo della mia povera Mamma: ma chi credesse che l'abbia dimenticata sbaglierebbe di grosso. Non mi stancavo di pensare a lei, e di desiderare di ritrovarla, non solo per le esigenze della sopravvivenza ma ancor più per le esigenze del mio cuore. Il mio affetto per lei, per quanto vivo e tenero fosse, non mi impediva di amarne altre; mai però nello stesso modo. Tutte erano egualmente debitrici della mia tenerezza ai loro fascini, ma quella era esclusivamente legata a questi, e non sarebbe sopravvissuta; mentre Mamma poteva diventar vecchia e brutta senza ch'io l'amassi meno teneramente. Il mio cuore aveva pienamente trasferito sulla sua persona l'omaggio che all'inizio aveva offerto alla sua bellezza; e comunque mutasse, purché restasse lei, i miei sentimenti non potevano cambiare. So bene che le dovevo della riconoscenza, ma in verità non ci pensavo. Qualsiasi cosa avesse fatto o mancato di fare per me, sarebbe stato sempre eguale. Non l'amavo né per dovere, né per interesse, né per convenienza: l'amavo perché ero nato per amarla. Quando mi innamoravo di qualche altra, ne ero distratto, lo confesso, e pensavo meno spesso a lei; ma ci pensavo con lo stesso piacere, e mai, innamorato o no, mi sono occupato di lei senza avvertire che non poteva esserci, per me, vera felicità nella vita finché ne fossi separato.

Pur mancando di sue notizie da tanto tempo, non credetti mai d'averla perduta per sempre, né che avesse potuto dimenticarmi. Mi dicevo: «Presto o tardi saprà che vado errando, e mi darà un segno di vita; la ritroverò, ne sono certo.» Nell'attesa, era per me una dolcezza abitare nel suo paese, passare per le strade dove lei era passata, davanti alle case dove lei aveva abitato, e tutto per congetture, giacché una delle mie inette bizzarrie mi vietava l'ardire di chiedere o di pronunciare il suo nome senza la più assoluta necessità. Mi pareva che il solo nominarla rivelasse tutto ciò che m'ispirava, che la mia bocca tradisse il segreto del mio cuore, e in qualche modo la compromettessi. Credo persino che, in tutto, si mescolasse il timore di sentirne dir male. S'era parlato molto del suo passo, e un po' della sua condotta. Per paura che non mi dicessero quello che amavo sentire, preferivo non parlarne affatto.

Siccome i miei scolari non m'occupavano troppo, e la sua città natale era a quattro leghe soltanto da Losanna, vi feci una gita di due o tre giorni, durante i quali la più dolce emozione non mi abbandonò. La visione del lago di Ginevra e delle sue rive mirabili ebbe sempre ai miei occhi un'attrattiva particolare che non saprei definire, e che non dipende solo dallo splendore dello spettacolo, ma da un non so che di più profondo che mi emoziona e mi intenerisce. Ogni volta che mi avvicino al cantone di Vaud, provo un'impressione che assomma il ricordo della signora di Warens, che vi è nata, di mio padre, che ci vive, della signorina di Vulson che vi colse le primizie del mio cuore, delle gite di piacere che vi feci nella mia infanzia, e, mi sembra, di qualche altra più segreta ragione, e più forte ancora di tutto. E quando il desiderio ardente di quella vita felice e dolce che mi sfugge e alla quale ero nato viene accendendo la mia immaginazione, sempre essa torna a fissarsi nel cantone di Vaud, accanto al lago, nelle incantate campagne. Mi occorre assolutamente un frutteto sulla riva di quel lago e non di un altro; mi occorre un amico sicuro, una donna amabile, una mucca e una barchetta. Non godrò sulla terra d'una perfetta felicità se non quando avrò tutto questo. Rido dell'ingenuità con cui sono andato varie volte in quel cantone esclusivamente per cercarvi questa felicità immaginaria. Ero sempre meravigliato di scoprire che gli abitanti, le donne soprattutto, erano di carattere ben diverso da quello che vi cercavo. Quale contrasto m'appariva! Il paese e il popolo che lo abita non mi sono mai parsi l'uno fatto per l'altro.

In quella gita a Vevey mi abbandonavo, lungo la splendida riva, alla più dolce malinconia. Il mio cuore si lanciava con ardore fra mille innocenti beatitudini; m'intenerivo, sospiravo e piangevo come un fanciullo. Quante volte, fermandomi per piangere liberamente, seduto sopra un macigno, m'incantavo a guardare le mie lacrime stillare nell'acqua!

A Vevey andai ad alloggiare a La Clef; e nei due giorni che vi trascorsi senza vedere nessuno concepii per quella città un amore che mi ha seguito in tutti i miei viaggi, e che mi ha spinto infine ad ambientarvi gli eroi del mio romanzo. Direi volentieri alle persone di gusto e d'animo sensibile: «Andate a Vevey, visitate il paese, esaminate i luoghi, e dite se la natura non ha creato questo bel paese per una Julie, per una Claire, per un Saint-Preux; ma rinunciate a cercarli.» Torno alla mia storia.

Essendo cattolico e presentandomi come tale, seguivo senza mistero e senza scrupolo il culto che avevo abbracciato. Le domeniche, quand'era bel tempo, andavo a messa ad Assens, a due leghe da Losanna. Di solito facevo quella passeggiata con altri cattolici, e soprattutto con un ricamatore parigino di cui ho dimenticato il nome. Non era parigino come me, ma un autentico parigino di Parigi, un arciparigino del buon Dio, buon uomo come uno champenois. Amava tanto la sua città che non volle mai dubitare che io non vi fossi nato, per paura di perdere quella occasione di parlarne. Il signor di Crousaz, vicebalivo, aveva un giardiniere pure di Parigi, ma meno compiacente, e che vedeva la gloria del suo paese compromessa da chi osava passarsi per suo figlio senza averne l'onore. M'interrogava con l'aria dell'uomo sicuro di cogliermi in fallo, e sorrideva poi malignamente. Una volta mi chiese che cosa ci fosse di notevole al Marché-Neuf. Come si può immaginare, menai il can per l'aia. Dopo aver passato vent'anni a Parigi, ora dovrei conoscere la città; eppure, se mi si ponesse oggi una domanda del genere, non sarei meno imbarazzato a rispondere; e dal mio imbarazzo si potrebbe del pari concludere che non sono mai stato a Parigi: tanto, anche di fronte al vero, si è soggetti a fondarsi su presupposti ingannevoli!

Non saprei dire esattamente quanto rimasi a Losanna. Di quella città non serbai ricordi che mi ravvivino. So soltanto che, non trovandovi da vivere, mi trasferii a Neufchatel, e vi passai l'inverno. In quest'ultima città, mi andò meglio; vi trovai qualche scolaro e guadagnai abbastanza per sdebitarmi col buon amico Perrotet, che mi aveva fiduciosamente spedito il mio piccolo bagaglio, malgrado gli dovessi parecchio denaro.

Imparavo la musica insegnandola, quasi senza accorgermene. La mia vita era piuttosto dolce; un uomo ragionevole se ne sarebbe accontentato: ma il mio cuore irrequieto esigeva ben altro. Le domeniche e i giorni nei quali ero libero facevo lunghe camminate per le campagne e i boschi dei dintorni, sempre vagabondo, sognante, sospiroso; e una volta uscito dalla città, non vi rientravo che la sera. Un giorno, a Boudry, entrai in un'osteria per pranzare: scorsi un uomo con una gran barba, un abito violetto alla greca, un berretto di pelo, la tenuta e il portamento alquanto nobili, e che aveva spesso difficoltà a farsi capire, non parlando che un gergo quasi indecifrabile, ma simile all'italiano più che ad ogni altra lingua. Capivo quasi tutto quanto diceva, ed ero il solo; con l'oste e con la gente del paese non riusciva a intendersi che a segni. Gli rivolsi qualche parola in italiano che capì perfettamente: si alzò e venne ad abbracciarmi con effusione. L'amicizia fu presto fatta e da quel momento gli feci da interprete. Il suo pranzo era buono, il mio men che mediocre. M'invitò a spartire il suo, e non feci complimenti. Bevendo e sforzandoci di capirci perfezionammo la familiarità, e alla fine del pranzo già eravamo inseparabili. Mi raccontò d'essere un prelato greco e archimandrita di Gerusalemme, incaricato d'una questua in Europa per restaurare il Santo Sepolcro. Mi mostrò suggestive patenti della Zarina e dell'Imperatore; ne aveva di molti altri sovrani. Era abbastanza soddisfatto di quanto aveva accumulato fin lì; ma aveva subito traversie incredibili in Germania, non sapendo una parola di tedesco, di latino e di francese, e ridotto per tutta risorsa al suo greco, al turco e alla lingua franca; cosa che non gli fruttava molto nel paese in cui s'era ficcato. Mi propose di accompagnarlo come segretario e interprete. Malgrado il mio abituccio violetto di recente acquisto, che non s'accordava troppo male col mio nuovo impiego, avevo un'aria così sparuta che non reputò difficile guadagnarmi, e non si sbagliò. Ci si mise d'accordo alla svelta; io non chiedevo nulla e lui prometteva molto. Senza cauzione, senza garanzia, senza esperienza, mi affido alla sua guida e, dal giorno dopo, eccomi in viaggio per Gerusalemme. |[continua]|

|[LIBRO QUARTO, 2]|

Iniziammo il nostro giro dal cantone di Friburgo, dove non concluse molto. La dignità episcopale non consentiva di mendicare e di questuare dai privati, ma presentammo la sua missione al Senato, che gli concesse una piccola somma. Di là passammo a Berna. Qui ci volle maggior diplomazia, e l'esame delle credenziali non fu affare d'un giorno. Alloggiammo al Falcone, a quei tempi buon albergo, dove si trovava ottima compagnia. La tavola era affollata e ben servita. Da molto tiravo la cinghia; avevo un gran bisogno di rifarmi, ne avevo l'occasione e ne approfittavo. Monsignor archimandrita era anche lui un uomo di compagnia, cui piaceva tener tavola, allegro, buon parlatore per chi lo capiva, non digiuno di qualche nozione, e capace di sfruttare la sua erudizione greca abbastanza piacevolmente. Un giorno, alla frutta, sgusciando nocciole, si tagliò profondamente un dito; e come il sangue scorreva abbondante, mostrò il dito alla compagnia e disse ridendo: «Mirate, signori; questo è sangue pelasgo.»

A Berna le mie funzioni non gli furono inutili, e me la cavai meglio di quanto avessi temuto. Ero molto più ardito e parlavo meglio di come avrei fatto per me stesso. Le cose non filarono lisce come a Friburgo. Occorsero lunghi e frequenti colloqui con le autorità dello Stato, e l'esame delle credenziali non fu affare d'un giorno. Infine, tutto essendo in regola, egli fu ammesso all'udienza del Senato. Entrai con lui come interprete, e mi si disse di parlare. Non m'aspettavo una cosa del genere, e non m'era neppure passato per la mente che dopo aver lungamente conferito con í membri bisognasse rivolgersi al corpo come se nulla si fosse detto. Figurarsi il mio imbarazzo! Per un uomo così timido, parlare non solo in pubblico, ma di fronte al Senato di Berna, e dover improvvisare senza un minuto per prepararmi: c'era di che annientarmi. Non fui neppure intimidito. Esposi succintamente e con chiarezza la missione dell'archimandrita. Lodai la pietà dei principi che avevano contribuito alla colletta per la quale era venuto. Stimolando d'emulazione quella delle Eccellenze, dissi che non c'era da sperar meno dalla loro abituale munificienza; e poi, cercando di dimostrare che quell'opera buona era ugualmente giovevole a tutti i cristiani senza distinzione di setta, finii col promettere le benedizioni celesti a coloro che vi avrebbero partecipato. Non dirò che il mio discorso avesse fatto effetto, ma è certo che venne apprezzato, e al termine dell'udienza l'archimandrita ricevette una donazione assai cospicua, e, per di più, dei rallegramenti sull'ingegno del suo segretario che io ebbi il gradevole compito di tradurre, ma che non osai rendere alla lettera. Ecco l'unica volta in vita mia che parlai in pubblico e al cospetto di un sovrano, e anche la sola volta forse che parlai arditamente e bene. Che differenza nelle attitudini della stessa persona! Tre anni fa, essendo andato a trovare il mio vecchio amico Roguin a Yverdon, ricevetti una delegazione venuta a ringraziarmi per qualche libro donato alla biblioteca di quella città. Gli svizzeri sono grandi oratori; e quei signori mi arringarono. Mi credetti obbligato a rispondere, ma mi ingarbugliai talmente e la testa mi si confuse tanto, che restai a secco e mi esposi al dileggio. Benché timido per natura, a volte fui ardito nella mia giovinezza, mai nell'età matura. Più ho conosciuto il mondo, meno ho potuto adattarmi al suo tono.

Lasciata Berna, andammo a Solcure. Il progetto dell'archimandrita era di riprendere la strada della Germania, e tornarsene attraverso l'Ungheria o la Polonia, il che faceva un percorso immenso: ma, siccome cammin facendo la sua borsa s'impinguava più che svuotarsi, non temeva le diversioni. Quanto a me, che provavo quasi altrettanto piacere a cavallo o a piedi, non avrei chiesto di meglio che viaggiare così tutta la vita: ma era scritto che non sarei andato tanto lontano.

La prima cosa che facemmo appena a Solcure, fu di recarci a salutare il signor Ambasciatore di Francia. Per disgrazia del mio vescovo, si trattava del marchese di Bonac, che era stato ambasciatore presso la Sublime Porta, e che doveva essere al corrente di tutto ciò che riguardava il Santo Sepolcro. L'archimandrita ebbe un'udienza di un quarto d'ora, alla quale non fui ammesso, perché l'ambasciatore capiva la lingua franca e parlava italiano almeno quanto me. Quando il mio greco uscì, volli seguirlo; mi trattennero: toccava a me. Essendomi spacciato per parigino, ero come tale sotto la giurisdizione di Sua Eccellenza. Mi domandò chi fossi, mi esortò a dir la verità; glielo promisi chiedendogli un'udienza privata, che mi fu concessa. L'ambasciatore mi condusse nel suo studio, di cui chiuse la porta, e là, gettandomi ai suoi piedi, mantenni la promessa. Non avrei detto meno anche senza promesse, perché un bisogno continuo di espressione mette ogni momento il mio cuore sulle mie labbra; e, dopo che m'ero confessato senza riserve al musicante Lutold, non avevo bisogno di fare il misterioso con il marchese di Bonac. Fu così contento della mia breve storia e della sincera effusione con cui sentì che l'avevo narrata, che mi prese per mano, mi condusse dalla signora ambasciatrice e mi presentò a lei riassumendole il mio racconto. La signora di Bonac m'accolse con bontà, e disse che non bisognava lasciarmi andare con quel monaco greco. Venne deciso che sarei rimasto nel palazzo in attesa che si stabilisse come disporre di me. Volevo andare a congedarmi dal povero archimandrita, al quale avevo finito per affezionarmi: non me lo permisero. Si mandò a comunicargli il mio arresto, e un quarto d'ora dopo vidi arrivare il mio fagotto. Il signor della Martinière, segretario d'ambasciata, fu in qualche modo incaricato d'occuparsi di me. Conducendomi alla stanza destinatami, mi disse: «Questa stanza è stata occupata, sotto il conte Du Luc, da un uomo celebre che aveva il vostro stesso nome: sta solo in voi sostituirlo in tutto e far dire un giorno Rousseau primo, Rousseau secondo.» Questa successione, che allora non speravo, avrebbe meno lusingato i miei desideri se avessi potuto prevedere a che prezzo l'avrei un giorno acquistata.

Quanto m'aveva detto il signor della Martinière eccitò la mia curiosità. Lessi le opere dell'uomo di cui occupavo la stanza, e sullo slancio dell'augurio rivoltomi, persuaso d'esser vocato alla poesia, composi, come saggio, una cantata in lode della signora di Bonac. La vocazione non resse. Ho composto ogni tanto qualche verso mediocre; è un esercizio abbastanza utile per addestrarsi alle inversioni eleganti e imparare a scrivere meglio in prosa; ma non ho mai colto nella poesia francese attrattive sufficienti a impegnarmi sino in fondo.

Il signor della Martinière volle un assaggio del mio stile, e mi chiese per scritto gli stessi particolari raccontati all'ambasciatore. Gli scrissi una lunga lettera, e ho saputo che è stata conservata dal signor di Marianne, da tempo addetto al marchese di Bonac e in seguito succeduto al signor della Martinière durante l'ambasciata del signor di Courteilles. Ho pregato il signor di Malherbes di procurarmi una copia di quella lettera. Se potrò averla da lui o da altri, la si troverà nella raccolta che deve accompagnare le mie Confessioni.

L'esperienza che cominciavo ad avere moderava a poco a poco i miei progetti romanzeschi e, per esempio, non solo non m'innamorai della signora di Bonac, ma capii subito che non potevo fare molta strada in casa di suo marito. Il signor della Martinière in carica, e il signor di Marianne, per così dire, già preparato alla successione, mi lasciavano sperare, come sola fortuna, un posto di sottosegretario, che non mi tentava eccessivamente. Così, quando fui consultato su ciò che volevo fare, palesai un gran desiderio di andare a Parigi. L'ambasciatore apprezzò quell'idea, che gli consentiva almeno di sbarazzarsi di me. Il signor di Merveilleux, segretario interprete dell'ambasciata, disse che il suo amico Gaudard, colonnello svizzero al servizio della Francia, cercava qualcuno da collocare presso il nipote, che entrava giovanissimo in servizio, e pensò che potessi convenirgli. In base a quell'idea presa con una certa leggerezza, la mia partenza fu decisa; ed io, che vedevo solo un bel viaggio a Parigi come meta, ero folle di gioia in cuor mio. Mi diedero alcune lettere, accompagnate da una quantità di eccellenti consigli, e partii.

Impiegai in quel viaggio una quindicina di giorni che posso contare tra i più felici della mia vita. Ero giovane, in buona salute, avevo sufficiente denaro, molte speranze, e viaggiavo, viaggiavo a piedi, viaggiavo solo. Sembrerebbe strano che ne sottolinei l'aspetto vantaggioso, se già il lettore non si fosse dovuto familiarizzare col mio carattere. Le mie dolci chimere mi tenevano compagnia, e mai il fervore della mia immaginazione ne generò di più splendide. Quando mi si offriva qualche posto libero in carrozza, o qualcuno mi avvicinava per strada, temevo di veder rovesciare la fortuna che sui miei passi andavo edificando. Questa volta le mie idee erano marziali. M'accingevo a dispormi al seguito di un militare e a farmi militare io stesso, giacché s'era d'accordo che avrei cominciato dal grado di cadetto. Già credevo di vedermi in divisa d'ufficiale con un bel pennacchio bianco. Il mio cuore si gonfiava a quel nobile pensiero. Avevo qualche infarinatura di geometria e di fortificazioni; avevo uno zio ingegnere; ero in un certo senso figlio d'arte. La mia vista debole era un po' d'ostacolo, ma non me ne preoccupavo: contavo di supplire a quel difetto a forza di sangue freddo e di valore. Avevo letto che il maresciallo Schomberg aveva la vista cortissima; perché il maresciallo Rousseau non avrebbe potuto averla? Mi infervoravo tanto in simili follie che non vedevo più che truppe, bastioni, gabbioni, batterie, e me stesso in mezzo al fuoco e al fumo, impartire freddamente i miei ordini, col cannocchiale in mano. Tuttavia, quando passavo fra quelle amene campagne, e scorgevo boschetti e ruscelli, quella visione commovente mi faceva sospirare di rimpianto; sentivo, nel pieno della gloria, che il mio cuore non era fatto per tanto frastuono, e in breve, senza sapere come, mi ritrovavo fra i prediletti incanti pastorali, dimissionario per sempre dalle fatiche di Marte.

Come l'ingresso a Parigi smentì l'idea che ne avevo! Lo scenario esteriore che avevo visto a Torino, la bellezza delle strade, la simmetria e l'allineamento delle case, mi facevano cercare a Parigi qualcosa di più. M'ero figurato una città tanto bella quanto grande, dall'aspetto più maestoso, dove non si scorgessero che vie superbe, palazzi di marmo e d'oro. Entrando dal sobborgo Saint-Marccau, non vidi che viuzze sudice e fetide, sordide case nere, aria di sporcizia e di povertà, mendicanti, carrettieri, rammendatrici, venditrici di tisane e di cappelli vecchi. Tutto ciò mi scosse d'acchito a tal punto, che quanto poi a Parigi ho visto di reale magnificenza non ha potuto cancellare quella prima impressione, e m'è restato sempre una segreta ripugnanza ad abitare in questa capitale. Posso dire che tutto il tempo che successivamente vi trascorsi, non lo vissi che per cercarvi le risorse che mi consentissero di tenermene lontano. Tale il frutto di un'immaginazione troppo fervida, che esagera oltre l'esagerazione umana, e sempre vede più di quanto le si dica. M'avevano talmente vantato Parigi, che me l'ero immaginata come l'antica Babilonia, nella quale forse avrei trovato, se l'avessi vista, altrettante ragioni di ridimensionare il quadro che me ne son fatto. La stessa cosa mi capitò all'Opéra, dove mi affrettai a recarmi l'indomani del mio arrivo; la stessa mi capitò in seguito a Versailles; e poi ancora vedendo il mare; e sempre mi accadrà lo stesso di fronte a spettacoli troppo decantati, perché è impossibile agli uomini e difficile persino alla natura superare in ricchezza la mia immaginazione.

Dal modo in cui venni ricevuto da tutti coloro per i quali avevo lettere di presentazione, credetti bell'e fatta la mia fortuna. Colui al quale ero più raccomandato, e che mi fece meno complimenti, era il signor di Surbeck, che ritiratosi dal servizio, viveva da filosofo a Bagneux, dove andai più volte a trovarlo, e dove mai m'offrì un bicchier d'acqua. Ebbi migliore accoglienza dalla signora di Merveilleux, cognata dell'interprete, e da suo nipote, ufficiale delle guardie: non solo madre e figlio m'accolsero cordialmente, ma misero a mia disposizione la loro tavola, di cui sovente approfittai durante il mio soggiorno a Parigi. La signora di Merveilleux mi parve fosse stata bella; aveva capelli d'un nero lucente che le facevano, alla vecchia moda, ricciolo sulle tempie. Le restava ciò che non muore con la beltà: un'intelligenza piacevolissima. Mi parve che apprezzasse la mia, e fece quanto poteva per aiutarmi; ma nessuno assecondò i suoi sforzi e in breve rimasi deluso di tutta quella gran premura esibita nei miei confronti. Bisogna tuttavia render giustizia ai francesi: non si profondono, quanto si dice, in proteste d'amicizia, e quelle che fanno sono quasi sempre sincere, ma hanno un modo d'interessarsi in apparenza a voi che inganna più delle parole. Gli sperticati complimenti degli svizzeri illudono solo i gonzi; i modi dei francesi sono più accattivanti proprio perché più semplici: si crederebbe che non vi dicano tutto ciò che hanno in animo di fare, per sbalordirvi più piacevolmente. Direi di più: non sono affatto ipocriti nelle loro attestazioni; sono naturalmente premurosi, umani, benevoli e persino, checché se ne dica, più sinceri d'ogni altro popolo; ma sono leggeri e volubili. Nutrono davvero il sentimento che vi dimostrano, ma quel sentimento svanisce come è venuto. Parlandovi, sono presi di voi; non vedendovi più, vi dimenticano. Nulla è duraturo nel loro cuore: tutto è in loro frutto del momento.

Fui, dunque, molto blandito e poco aiutato. Il colonnello Gaudard, al cui nipote ero stato destinato, si rivelò un vecchio avaraccio, che, sebbene imbottito d'oro, vedendo le mie strettezze, mi volle avere per nulla. Pretendeva che entrassi al servizio del nipote in veste di domestico senza salario, piuttosto che di vero e proprio precettore. Continuamente legato a lui, e perciò dispensato dal servizio, dovevo vivere della mia paga di cadetto, ossia di soldato; e a stento consentiva di fornirmi l'uniforme: avrebbe voluto che mi contentassi di quella del reggimento. La signora di Merveilleux, indignata per le sue proposte, mi sconsigliò lei stessa di accettarle, e suo figlio fu dello stesso avviso. Si cercava un'alternativa, e non si trovava. Intanto cominciavo ad aver fretta, e i cento franchi con cui m'ero messo in viaggio non potevano condurmi molto lontano. Per fortuna ricevetti, dall'ambasciatore, un altro po' di denaro che mi fu provvidenziale; e credo che egli non mi avrebbe abbandonato, se avessi avuto più pazienza: ma languire, aspettare, sollecitare, sono cose impossibili per me. Mi disgustai; non mi feci più vivo, e tutto finì. Non avevo dimenticato la mia povera Mamma; ma come trovarla? Dove cercarla? La signora di Merveilleux, che conosceva la mia storia, mi aveva aiutato in quella ricerca, e a lungo senza risultato. Finalmente mi informò che la signora di Warens era ripartita da oltre due mesi, ma che non si sapeva s'era andata in Savoia o a Torino, e che alcuni sostenevano che fosse tornata in Svizzera. Non mi ci volle di più per spingermi a seguirla, certissimo che dovunque si trovasse, l'avrei rintracciata più facilmente in provincia di quanto non m'era riuscito a Parigi.

Prima di partire esercitai il mio nuovo talento poetico in un'epistola al colonnello Gaudard, nella quale lo demolii del mio meglio. Feci leggere i miei sgorbi alla signora di Merveilleux, la quale, anziché rimproverarmi come avrebbe dovuto fare, rise allegramente dei miei sarcasmi, così come il figlio, che non credo amasse troppo il signor Gaudard, e bisogna ammettere che questi non era simpatico. Ero tentato di mandargli i miei versi; essi mi incoraggiarono: ne feci un plico indirizzato a lui, e siccome non esisteva in quel tempo a Parigi un servizio postale cittadino, me lo misi in tasca e glielo spedii passando da Auxerre. Rido ancora qualche volta pensando alle smorfie che dovette fare leggendo quel panegirico, dov'era ritratto a perfezione. Cominciava così:

Tu croyois, vieux pénard, qu'une folle manie

d'élever ton neveu m'inspireroit l'envie.

Questa breve composizione, mal fatta per la verità, ma che non mancava di sale, e che preannunciava una vocazione alla satira, è tuttavia il solo scritto satirico uscito dalla mia penna. Ho il cuore troppo poco astioso per valermi di questo talento: ma credo che si possa giudicare, da alcuni scritti polemici vergati di tanto in tanto a mia difesa, come, se fossi stato di carattere battagliero, i miei avversari avrebbero avuto raramente le risate dei lettori dalla loro parte.

La cosa che più rimpiango, nei particolari della mia vita di cui ho perso il ricordo, è di non aver mai tenuto diari dei miei viaggi. Non ho mai tanto pensato, tanto vissuto, mai sono esistito e con tanta fedeltà a me stesso, se così posso dire, quanto in quei viaggi che ho compiuto da solo e a piedi. La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l'aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell'osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, di tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più audacia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell'immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura. Dispongo da padrone dell'intiera natura; il mio cuore, errando da un oggetto all'altro, si unisce, si identifica con quelli che lo nutrono, si circonda d'immagini sorridenti, s'inebria di sentimenti deliziosi. Se per fissarli mi diletto a descriverli in me stesso, che pennello vigoroso, che freschezza di colori, quale energia d'espressione trasfondo in essi! Si è trovato, a quanto dicono, tutto ciò nelle mie opere, benché scritte sul declino dei miei anni. Oh, se avessero conosciuto quelle della mia prima giovinezza, quelle composte durante i miei viaggi, concepite e mai scritte... Perché, direte, non scriverle? E perché farlo? vi risponderò: perché togliermi l'incanto immediato del piacere, per dire ad altri che ne avevo goduto? Che m'importava dei lettori, del pubblico e di tutta la terra, mentre mi libravo nei cieli? D'altronde, portavo forse con me carta e penna? Se mi fossi preoccupato di tutto questo, non mi sarebbe nato un pensiero. Non prevedevo che avrei avuto delle idee; vengono quando gli garba, non quando voglio io. O non vengono affatto, o arrivano in folla, mi subissano col loro numero e la loro forza. Dieci volumi al giorno non sarebbero bastati. Dove trovare il tempo per scriverli? All'arrivo non pensavo che a pranzar bene. Partendo, non pensavo che a marciar bene. Sentivo che un nuovo paradiso mi aspettava alla porta. Non pensavo che di andare a cercarlo.

Mai sentii tutto questo come nel viaggio di ritorno di cui sto parlando. Venendo a Parigi, m'ero chiuso nel giro d'idee correlate allo scopo del mio viaggio. Mi ero lanciato nella carriera dove intendevo inoltrarmi, e l'avevo percorsa con sufficiente gloria: ma non era quella la carriera cui mi chiamava il cuore, e gli esseri reali combattevano gli esseri immaginari. Il colonnello Gaudard e suo nipote si immiserivano a fronte di un eroe come me. Grazie al cielo m'ero liberato da quegli ostacoli: potevo immergermi a mio piacere nel regno delle chimere, perché davanti a me non restava che questo. Così mi ci smarrii a tal punto che persi davvero più volte la strada; e mi sarebbe assai dispiaciuto procedere più speditamente, perché sentendo che a Lione sarei ripiombato sulla terra, avrei voluto non arrivarci mai.

Un giorno fra i tanti, essendomi sviato di proposito per ammirare da vicino un posto che mi parve incantevole, me ne entusiasmai tanto e vi intrecciai tanti giri che mi perdetti del tutto. Dopo parecchie ore di inutili corse, stanco e mezzo morto di sete e di fame, entrai in una casa contadina non bella d'aspetto, ma l'unica che vedessi nei paraggi. Credevo che fosse come a Ginevra o in Svizzera, dove tutti gli abitanti sono in condizione di esercitare senza pena l'ospitalità. Pregai il contadino di darmi da mangiare, pagando. Mi offrì del latte scremato e una pagnotta d'orzo, dicendomi che era tutto quanto aveva. Sorbivo quel latte con delizia e masticavo quel pane, paglia e tutto; ma non era di gran ristoro per un uomo spossato dalla fatica. Il contadino, che mi osservava, giudicò dal mio appetito la verità della mia storia. D'improvviso, dopo avermi detto che ben vedeva come fossi un bravo giovane onesto non certo capitato lì per denunciarlo, aprì una piccola botola accanto alla sua cucina, scese e tornò in un momento con un bel pane bigio di puro frumento, un prosciutto appetitosissimo benché intaccato, e una bottiglia di vino la cui vista mi rallegrò il cuore più di tutto il resto. Si aggiunse a ciò una frittata piuttosto robusta, e feci un pranzo come nessuno, tranne un viandante, si gustò mai. Quando arrivò il momento di pagare, eccolo di nuovo preso da titubanze e timori; non voleva il mio denaro, lo respingeva con straordinario turbamento; e il comico era che non riuscivo a immaginare di che cosa avesse paura. Finalmente pronunciò rabbrividendo le terribili parole di esattori e di «topi di cantina». Mi fece capire che nascondeva il vino per via delle tasse, il pane per via dell'imposta fondiaria, e che sarebbe stato un uomo rovinato se si fosse dubitato che moriva di fame. Tutto quanto mi disse in proposito, e di cui non avevo la minima idea, mi fece un'impressione che non dimenticherò mai. Là nacque il germe di quell'odio inestinguibile che poi mi si sviluppò nel cuore contro le vessazioni patite dallo sventurato popolo e contro i suoi oppressori. Quell'uomo, benché agiato, non ardiva mangiare il pane guadagnato col sudore della fronte, e non poteva scongiurare la sua rovina che esibendo la stessa miseria dominante attorno a lui. Uscii dalla sua casa indignato e commosso insieme, deplorando la sorte di quella bella contrada cui la natura ha prodigato i suoi doni solo per darli in preda a barbari pubblicani.

Ecco il solo ricordo ben distinto che serbo di quanto mi accadde durante quel viaggio. Ricordo soltanto che avvicinandomi a Lione fui tentato di prolungare il mio cammino per andare a vedere le rive del Lignon; perché, fra i romanzi letti con mio padre, l'Astrée non era stato dimenticato, ed era quello che più frequentemente mi tornava al cuore. Chiesi la strada per Forez; e chiacchierando con un'ostessa, seppi da lei ch'era un buon paese per gli operai, che c'erano molte fucine e vi si lavorava benissimo il ferro. L'elogio smorzò di colpo la mia romanzesca curiosità, e non ritenni opportuno andare in cerca di Diane e Silvandri tra un popolo di fabbri. La brava donna che mi incoraggiava m'aveva certo preso per un garzone di magnano. Non mi recavo a Lione privo del tutto di prospettive. Appena arrivato, andai a trovare, alle Chasottes, la signorina di Chatelet, amica della signora di Warens, e per la quale, quando ci ero venuto con Le Maître, mi aveva dato una lettera: era così una vecchia conoscenza. La signorina di Chatelet mi informò che la sua amica era effettivamente passata da Lione, ma ignorava se si fosse spinta sino in Piemonte, e che nel partire era incerta lei stessa se fermarsi o no nella Savoia; se volevo, avrebbe scritto per avere notizie, e il miglior partito da prendere era per me d'aspettarla a Lione. Accettai l'offerta: ma non osai confessare alla signorina di Chatelet che la risposta mi urgeva, e che il mio esangue borsellino non mi consentiva di attenderla a lungo. Se ebbi ritegno non fu perché m'avesse accolto male. Anzi, mi aveva fatto una quantità di complimenti, e mi trattava su un piano di parità che mi toglieva il coraggio di mostrarle il mio stato, e di abbassarmi dal ruolo di giovane ammodo a quello di un disgraziato mendicante.

Mi sembra di vedere con estrema chiarezza la concatenazione di quanto ho narrato in questo libro. Credo però di ricordare, nello stesso periodo, un altro viaggio a Lione che non riesco a situare nel tempo, e nel quale mi trovai in grandi strettezze. Un piccolo aneddoto, piuttosto difficile da raccontare, non mi permetterà mai di dimenticarlo. Una sera ero seduto in Bellecour, dopo una cena molto magra, pensando a come togliermi dai guai, quando un uomo in berretta venne a sedermisi accanto. L'uomo aveva l'aria d'uno di quegli operai setaioli che a Lione chiamano taffetatiers. Mi rivolse la parola, gli risposi, ed ecco avviata la conversazione. Avevamo chiacchierato appena un quarto d'ora, che, sempre con la stessa freddezza e senza cambiar tono, mi propose di divertirci in compagnia. Aspettavo che mi chiarisse quel genere di spasso; ma, senz'altro aggiungere, si sentì in dovere di offrirmi l'esempio. Ci toccavamo quasi, e la notte non era tanto buia che m'impedisse di vedere a quale esercizio si preparasse. Non pretendeva nulla dalla mia persona, o per lo meno nulla ne annunciava l'intenzione, e il luogo non l'avrebbe favorita. Voleva esattamente, come mi aveva detto, soltanto divertirsi, e che io mi divertissi, ciascuno per proprio conto; e la cosa gli sembrava tanto semplice che neppure aveva supposto un mio diverso avviso. Mi spaventai talmente di tanta impudenza, che, senza rispondere, mi alzai a precipizio e fuggii a gambe levate, credendo il miserabile alle mie calcagna. Ero così sconvolto, che invece di raggiungere il mio albergo per la rue Saint-Dominique, corsi verso il lungofiume, e non mi fermai che oltre il ponte di legno, tremante come se avessi appena commesso un delitto. Ero schiavo dello stesso vizio; quel ricordo me ne guarì a lungo.

In quello stesso viaggio, ebbi un'altra avventura press'a poco di quel genere, ma che mi espose a rischi peggiori. Vedendo i miei spiccioli vicini a finire, centellinavo i miseri resti. Mangiavo meno spesso in albergo, e presto non vi mangiai più, potendo con cinque o sei soldi sfamarmi alla taverna non diversamente che in albergo con venticinque. Non mangiandovi più, non sapevo come andarvi a dormire, non perché dovessi gran cosa, ma mi vergognavo di occupare una camera senza alcun profitto per l'ostessa. La stagione era bella. Una sera che faceva molto caldo, decisi di passar la notte in piazza, e già m'ero sistemato su una panca, quando un abate di passaggio, vedendomi coricato in quel modo, s'avvicinò e mi chiese se fossi senza alloggio. Gli confessai il mio stato, e ne parve commosso; sedette accanto a me e cominciammo a conversare. Era un parlatore gradevole; quanto mi disse m'ispirò la miglior opinione di lui. Come mi vide ben disposto, mi disse che non disponeva d'un alloggio spazioso, non aveva che una stanza; ma assolutamente non m'avrebbe lasciato dormire così all'aperto; era tardi per trovarmi un alloggio, e per quella notte m'offriva metà del suo letto. Accetto l'offerta, sperando già di farmi un amico forse utile. Andiamo, batte l'acciarino: la sua stanza mi parve linda nella sua piccolezza; me ne fece gli onori con estrema cortesia. Prese da un armadio un vaso di ciliege all'acquavite; ne mangiarono due ciascuno e andammo a letto.

Quest'uomo aveva gli stessi gusti del moro dell'ospizio, ma non li manifestava così brutalmente. O perché, sapendo che potevano udirmi, temesse di suscitare le mie difese, o perché fosse in realtà meno risoluto nei suoi piani, non osò propormene apertamente l'esecuzione, e cercava di eccitarmi senza allarmarmi. Più istruito della prima volta, intuii rapidamente i suoi fini, e ne rabbrividii; non sapendo in quale casa e in quali mani mi trovassi, temetti, scatenando un baccano, di pagarlo con la vita. Finsi di ignorare ciò che voleva da me; ma mostrandomi intollerante delle sue carezze e ben deciso a non sopportarne gli sviluppi, mi portai così bene che fu costretto a contenersi. Gli parlai allora con tutta la dolcezza e la fermezza di cui ero capace; e fingendo di nulla sospettare, mi scusai dell'inquietudine che gli avevo palesata giustificandola con la mia vecchia avventura, che gli riferii ostentatamente in termini tali di disgusto e di orrore che, credo, nausearono persino lui, e rinunciò del tutto al suo sordido disegno. Trascorremmo quietamente il resto della notte. Mi disse una quantità di ottime cose, sensatissime, e non era certo un uomo privo di meriti, quantunque gran dissoluto.

La mattina seguente, il signor abate, che non voleva apparire scontento, parlò di colazione, e pregò una figlia dell'ostessa, graziosissima ragazza, di farcela portare. Lei gli disse che non aveva tempo: si rivolse alla sorella, che non si degnò di rispondere. Aspettavamo pazientemente: la colazione non compariva. Alla fine passammo nella stanza delle signorine. Accolsero l'abate con scarsissima cordialità, e io ebbi ancor meno a compiacermi del loro benvenuto. La maggiore, voltandosi, pestò col suo tacco appuntito il mio piede, giusto dove un dolorosissimo callo m'aveva costretto a tagliare la scarpa; l'altra venne a togliermi bruscamente la sedia di sotto mentre stavo per sedermi; la madre, nel rovesciare l'acqua dalla finestra, me ne schizzò in viso: dovunque mi mettessi mi cacciavano con la scusa di cercare qualcosa; non mi ero mai trovato a una simile festa. Ravvisavo nei loro sguardi insolenti e beffardi un furore represso di cui stupidamente non capivo la ragione. Sbalordito, stupefatto, pronto a crederle tutte invasate, cominciai a spaventarmi sul serio, quando l'abate, che fingeva di non vedere e di non sentire, reputando che ormai non c'era nessuna colazione da sperare, prese la decisione di uscire, e io mi affrettai a seguirlo, contentissimo di sfuggire alle tre furie. Camminando, mi propose di far colazione al caffé. Benché avessi una fame dannata, non accettai l'offerta, e anche lui non volle insistere; ci separammo al terzo o quarto cantone, io felice di perdere di vista tutto ciò che apparteneva a quella maledetta casa, e lui lietissimo, credo, di avermene allontanato abbastanza da rendermi difficile ritrovarla. Siccome né a Parigi né in alcun'altra città mi accadde mai nulla di simile a quelle due avventure, mi è rimasta un'impressione poco edificante della popolazione lionese, e ho sempre considerato quella città come quella dove regna la più spaventosa corruzione in Europa.

La memoria degli estremi cui fui ridotto, non contribuisce certo a rallegrarmene il ricordo. Se fossi stato della pasta ordinaria, e avessi avuto il genio di chieder prestiti e di indebitarmi all'osteria, me la sarei cavata agevolmente; ma la mia inettitudine era pari alla ripugnanza, e per intendere dove giungono entrambe, basti sapere che dopo aver passato quasi tutta la vita in strettezze, e sovente quasi privo del pane, non mi è capitato una sola volta di farmi chiedere denaro da un creditore senza immediatamente soddisfarlo. Non ho mai saputo contrarre debiti clamorosi, e ho sempre preferito soffrire piuttosto che dovere.

Era certo soffrire vedermi ridotto a passar la notte in strada, e mi accadde più volte, a Lione. Preferivo impiegare i centesimi rimasti per pagarmi il pane e non un letto, perché tutto sommato rischiavo meno di morir di sonno che di fame. Lo strano è che in quell'atroce situazione non ero né inquieto né triste. Non avevo la minima preoccupazione dell'avvenire, e aspettavo le risposte che la signorina di Chatelet doveva ricevere, coricandomi sotto le stelle e dormendo steso per terra o sopra una panca, tranquillo come su un letto di rose. Ricordo anche di aver trascorso una notte deliziosa fuori città, in un sentiero che costeggiava il Rodano o la Saône, non so bene quale dei due. Terrazze a giardino costeggiavano il sentiero dalla parte opposta. Era stata una giornata torrida, la sera era incantevole; la rugiada inumidiva l'erba avvizzita; niente vento, una notte tranquilla. L'aria era fresca senz'essere fredda; il sole, dopo il tramonto, aveva lasciato in cielo rossi vapori il cui riflesso tingeva di rosa le acque; gli alberi delle terrazze erano gremiti d'usignoli che si rispondevano l'un l'altro. Passeggiavo in una specie d'estasi, abbandonando i miei sensi e il mio cuore al godimento di tutto, soltanto un poco sospirando al rimpianto d'essere solo a goderne. Assorto nel mio dolce fantasticare, prolungai la mia passeggiata molto innanzi nella notte, senza accorgermi della stanchezza. Me ne accorsi, infine. Mi distesi voluttuosamente sulla base d'una specie di nicchia o di falsa porta ricavata nel muro del terrazzo; il baldacchino del mio letto erano le chiome degli alberi; un usignolo era esattamente sopra di me, m'addormentai al suo canto: ebbi un sonno dolce e un risveglio più dolce. Era giorno fatto: aprii gli occhi sull'acqua, il verde, il paesaggio mirabile. Mi levai, mi stirai, la fame mi colse, m'incamminai allegramente verso la città deciso a spendere in una buona colazione i due pezzi di «sei bianchi» che mi restavano. Ero d'umore così buono che cantai per tutto il tragitto, e ricordo anche che cantavo una cantata di Battistin intitolata Les bains de Thomery, che conoscevo a memoria. Sia benedetto il buon Battistin e la sua bella cantata, che mi valse una colazione migliore di quella in programma e un pranzo ancor meglio, sul quale non speravo affatto. Sul più bello del mio cammino e del mio canto, sento qualcuno dietro di me, mi volto e vedo un monaco antoniano che sembrava, seguendomi, ascoltarmi con piacere. M'avvicina, saluta, e mi chiede se conosco la musica. «Un po'», rispondo, per far intendere: «Molto». Continua a interrogarmi: gli narro una parte della mia storia. Mi chiede se ho mai copiato musica. «Spesso», gli dico, Ed era vero, il metodo migliore per impararla era stato per me di copiarla. «Ebbene,» mi dice, «venite con me. Potrò darvi lavoro per alcuni giorni, durante i quali non vi mancherà nulla purché consentiate a non uscire dalla stanza.» Consentii di buon grado e lo seguii.

L'antoniano si chiamava Rolichon; amava e conosceva la musica, e cantava in piccoli concerti che faceva con gli amici. Non v'era nulla in tutto ciò che non fosse innocente e onesto; ma la passione degenerava evidentemente in una frenesia che egli era costretto a nascondere in parte. Mi condusse in una cameretta dove mi sistemai, e dove trovai molta musica copiata da lui. Me ne diede altra da copiare; in specie la cantata udita da me e che anch'egli doveva cantare qualche giorno dopo. Vi rimasi tre o quattro giorni, a copiare tutto il tempo in cui non mangiavo, perché mai in vita mia fui più affamato e meglio nutrito. Mi portava i pasti lui stesso dalla cucina dei monaci, e bisognava che fosse buona se il loro vitto ordinario valeva il mio. Non mangiai mai con tanto gusto, e bisogna ammettere che quelle mangiate venivano a proposito, perché ero secco come un legno. Lavoravo quasi con lo stesso slancio con cui mangiavo, e non è poco. È vero che non ero corretto quanto zelante. Di lì a qualche giorno, il signor Rolichon, che incontrai per la strada, mi informò che le mie trascrizioni avevano reso la musica ineseguibile, tant'erano zeppe d'omissioni, ripetizioni e trasposizioni. Devo confessare che scelsi, in seguito, il mestiere cui ero meno adatto Non che la mia notazione non fosse bella e che non copiassi con tutta chiarezza; ma la noia di un lungo lavoro mi porta a distrazioni così grandi che passo più tempo a raschiare che a tracciar note, e che se non presto la massima attenzione nel collezionare le mie parti, esse fanno sempre fallire l'esecuzione. Feci, dunque, malissimo volendo far benissimo, e per andar di volata, andai di traverso. Ciò non impedì a Rolichon di trattarmi bene sino all'ultimo, e di darmi anche, quando me ne andai, un piccolo scodo che non meritavo affatto, e che mi rimise del tutto in sesto, perché pochi giorni dopo ebbi notizie di Mamma, che era a Chambéry, e un po' di denaro per raggiungerla, cosa che feci con entusiasmo. Da quel tempo le mie finanze sono state spesso a corto, ma mai al punto di costringermi al digiuno. Noto questo periodo con cuore grato alle cure della provvidenza. Fu l'ultima volta in vita mia che provai miseria e fame.

Mi trattenni a Lione sette o otto giorni ancora, per aspettare che la signorina Chatelet eseguisse le commissioni di cui Mamma l'aveva incaricata. La frequentai, in quel periodo, con maggiore assiduità di prima, gustando il piacere di parlare con lei della sua amica, e non essendo più distratto dai crudeli pensieri sul mio stato, che mi obbligavano a nasconderlo. La signorina di Chatelet non era né giovane né bella, ma non mancava di grazia; era affabile e cordiale, e il suo spirito valorizzava quella cordialità. Aveva quel gusto dell'osservazione morale che induce allo studio degli uomini; ed è da lei, all'origine, che mi venne la stessa passione. Le piacevano i romanzi di Le Sage, specialmente Gil Blas; me ne parlò, me lo prestò, lo lessi con piacere, ma non ero maturo ancora per quel genere di letture, mi occorrevano i romanzi dai grandi sentimenti. Passavo così il mio tempo alla grata della signorina di Chatelet, con piacere e profitto insieme, ed è certo che le conversazioni appassionate e ragionevoli con una donna di valore sono, più di tutta la pedantesca filosofia dei libri, adatto alla formazione di un giovane. Alle Chasottes feci conoscenza con altre pensionanti e con le loro amiche; fra le altre con una giovinetta di quattordici anni, la signorina Serre, alla quale non prestai sul momento soverchia attenzione, ma di cui m'appassionai otto o nove anni dopo, e con ragione, giacché era una ragazza deliziosa.

Preso tutto dall'attesa di rivedere presto la mia buona Mamma, diedi un po' di tregua alle mie chimere, e la felicità reale che mi aspettava mi dispensò dal cercarne nelle mie visioni. Non solo la ritrovavo, ma ritrovavo accanto a lei, e grazie a lei, una condizione gradevole, giacché mi annunciava d'avermi trovato un'occupazione che sperava mi convenisse, e che non mi avrebbe allontanato da lei. Mi smarrivo in congetture per indovinare di che occupazione si trattasse, e per azzeccarla bisognava essere davvero indovini. Avevo sufficiente denaro per un viaggio comodo. La signorina di Chatelet voleva che prendessi un cavallo; non volli consentire ed ebbi ragione: avrei perso il piacere dell'ultimo viaggio a piedi di tutta la mia vita, poiché non posso dare questo nome alle gite compiute spesso nei dintorni, quando soggiornavo a Motiers.

È davvero strano che la mia immaginazione non si accenda mai tanto piacevolmente come quando la mia situazione è la meno gradevole, e che invece meno mi sorrida quando tutto ride intorno a me. La mia sciagurata testa non sa assoggettarsi alle cose. Non saprebbe abbellire: vuol creare. Gli oggetti reali vi si rispecchiano tutt'al più come sono; essa non sa adornare che gli oggetti immaginari. Se voglio dipingere la primavera, bisogna che sia d'inverno; se voglio descrivere un bel paesaggio, occorre che sia tra quattro mura; e ho detto cento volte che se mai fossi cacciato alla Bastiglia, vi dipingerei il quadro della libertà. Partendo da Lione non vedevo che un piacevole avvenire; ero così contento, e avevo motivo d'esserlo, quanto poco ero lieto partendo da Parigi. Eppure, in quel viaggio, non mi accompagnarono le deliziose fantasticherie che mi avevano seguito nell'altro. Avevo il cuore sereno, ma era tutto. Mi avvicinavo, colmo di tenerezza, all'eccellente amica che avrei rivisto tra poco. Pregustavo, ma senza ebbrezza, la gioia di viverle accanto: lo avevo sempre atteso, era come se nulla mi accadesse di nuovo. Mi angustiavo di ciò che avrei fatto, come se fosse stato un problema preoccupante. I miei pensieri erano tranquilli e dolci, non celesti ed estasianti. Tutti gli oggetti che incontravo richiamavano il mio sguardo; ero attento ai paesaggi, notavo gli alberi, le case, i ruscelli; sceglievo con ponderazione, ai crocicchi, la mia via, avevo paura di perdermi, e non mi perdevo. In poche parole, non ero più nell'empireo; ero a volte dove mi trovavo, a volte dove andavo, e mai altrove.

Nel descrivere i miei viaggi, mi sento come quando li vivevo: non vorrei mai arrivare. Il cuore mi batteva di gioia avvicinandomi alla mia cara Mamma, eppure non mi affrettavo. Mi piace camminare a mio agio e fermarmi quando mi aggrada. La vita ambulante è quella che fa per me. Camminare a piedi col bel tempo, in un bel paese, senza fretta, e avere per meta un oggetto piacevole: ecco fra i modi di vivere il più caro ai miei gusti. Del resto, si sa già che cosa intendo per bel paese. Mai paese di pianura, per bello che fosse, parve tale ai miei occhi. Mi ci vogliono torrenti, rupi, abeti, fondi boschi, montagne, scoscesi sentieri da salire o discendere, precipizi ai miei fianchi da farmi paura. Provai quel piacere, e lo gustai in tutto il suo incanto, avvicinandomi a Chambéry. Non lontano da una gola chiamata Pas-de-l'Echelle, sotto al gran passaggio scavato nella roccia in località detta Chailles, corre e ribolle in orridi abissi un fiumicello che sembra abbia consumato millenni a scavarli. Sull'orlo del sentiero hanno costruito un parapetto per scongiurare le disgrazie: ciò mi consentiva di contemplare il fondo e di guadagnarmi vertigini a mio perfetto agio giacché quel che c'è di più piacevole nella mia passione per i luoghi dirupati è che mi danno il capogiro, e mi piace molto la vertigine purché mi senta al sicuro. Ben appoggiato al parapetto, sporgevo il naso, e restavo lì ore intere, intravvedendo di tanto in tanto quella spuma e quell'acqua azzurra di cui udivo il mugghiare attraverso le strida dei corvi e degli uccelli rapaci che volavano di roccia in roccia e di fratta in fratta, cento tese sotto di me. Dove il pendio era abbastanza uniforme e la sterpaglia abbastanza rada per lasciar passare dei sassi, andavo a cercarne lontano i più grossi che riuscivo a portare, li ammucchiavo sul parapetto, e poi, lanciandoli uno dopo l'altro, mi divertivo a vederli rotolare, rimbalzare e volare in mille schegge prima di toccare il fondo del precipizio.

Più vicino a Chambéry ebbi uno spettacolo simile in senso contrario. Il sentiero passa ai piedi della più bella cascata che abbia mai visto. La montagna è talmente scoscesa che l'acqua si stacca di netto e piomba in un'arcata, lontano quanto basta perché si possa passare, tra roccia e cascata, qualche volta senza bagnarsi. Ma se non si prendono bene le misure, ci si trova facilmente ingannati, come accadde a me: infatti, a causa dell'altezza estrema, l'acqua si divide e cade polverizzandosi, e avvicinandosi troppo a quella nuvola senza avvedersi subito che ci si bagna, in un istante si è fradici.

Arrivo, finalmente, la rivedo. Non era sola. Quando entrai, era con lei l'Intendente generale. Senza parlarmi, mi prende per mano, e mi presenta a lui con quella grazia che le apriva ogni cuore: «Eccolo, signore, questo povero giovane. Degnatevi di proteggerlo fino a quando lo meriterà; non sono più in pena per lui per il resto della sua vita.» Poi, rivolgendo la parola a me: «Figlio mio,» mi disse, «voi appartenete al re; ringraziate il signor Intendente che vi offre il pane.» Spalancavo gli occhi senza parole, senza troppo sapere che cosa pensare; poco mancò che l'ambizione nascente non mi desse alla testa, che già non mi sentissi il piccolo Intendente. La mia fortuna si rivelò meno splendida di quanto potessi arguire da quell'esordio; ma per il momento c'era di che vivere, e per me era molto. Ecco di che si trattava.

Il re Vittorio Emanuele, persuaso dall'esito delle guerre precedenti e dalla posizione dell'antico patrimonio dei suoi padri, che un giorno o l'altro esso gli sarebbe sfuggito, non cercava che di sfruttarlo a fondo. Pochi anni prima, avendo deciso di imporre una taglia alla nobiltà, aveva ordinato un catasto generale dell'intiero paese, affinché, rendendo reale l'imposta, si potesse più equamente ripartirla. Il lavoro, iniziato sotto il padre, venne condotto a termine sotto il figlio. Due o trecento uomini, fra agrimensori che si dicevano geometri e scrivani che si dicevano segretari, furono assunti per quest'opera, e appunto fra questi ultimi Mamma aveva fatto assumere anche me. Il posto, senza essere molto lucroso, dava, di che vivere largamente in quel paese. Il guaio era che si trattava di un impiego transitorio, ma consentiva di cercare e di attendere; e appunto per previdenza ella cercava di ottenermi la protezione particolare dell'Intendente, per poter passare a qualche impiego più solido quando il termine del primo venisse a scadere.

Entrai nelle mie funzioni pochi giorni dopo il mio arrivo. Il lavoro non presentava difficoltà, e l'appresi in breve. Così, quattro o cinque anni dopo la mia fuga da Ginevra, spesi in corse, follie e sofferenze, per la prima volta cominciai a guadagnarmi onorevolmente il pane.

Questi particolari minuti della mia prima giovinezza saranno parsi ben puerili, e me ne spiace: benché nato uomo sotto certi aspetti, sono rimasto a lungo ragazzo, e lo sono ancora in molti altri. Non ho promesso di offrire ai lettori un grande personaggio, ho promesso di descrivermi come sono; e per conoscermi nell'età matura bisogna avermi conosciuto bene in gioventù. Siccome gli oggetti suscitano su di me in generale minor impressione del loro ricordo, ed essendo le mie idee tutte in immagini, i primi segni che si sono impressi nel mio cervello vi sono rimasti, e quelli incisi successivamente anziché cancellarli si sono combinati con gli altri. C'è una certa successione di affetti e di idee che modificano quelle susseguenti, e bisogna conoscerle per ben giudicare. Mi sforzo sempre di evidenziare le cause primarie per far sentire il concatenarsi degli effetti. Vorrei in certo modo rendere la mia anima trasparente agli occhi del lettore, e per ciò cerco di mostrargliela sotto tutti i punti di vista, d'illuminarla con ogni luce, di fare in modo che nulla vi si muova che gli sfugga, per consentirgli di giudicare da sé il principio che l'attiva.

Se gli presentassi il risultato soltanto, e gli dicessi: «Tale è il mio carattere», egli potrebbe credere, se non proprio che lo inganni, almeno che sia io a sbagliarmi. Ma descrivendogli con semplicità tutto quanto mi è accaduto, tutto quanto ho fatto, ho pensato, ho sentito, non posso indurlo in errore, a meno che non lo voglia io; e quand'anche lo volessi, non ci riuscirei in questo modo facilmente. Tocca a lui mettere insieme questi elementi e determinare l'essere che compongono: l'esito dovrà risultare opera sua; e se allora si ingannerà, l'errore sarà suo soltanto. Ora, non basta per questo scopo che i miei racconti siano fedeli, bisogna anche che siano esatti. Non tocca a me giudicare l'importanza dei fatti, devo dirli tutti, e lasciare a lui il compito di sceglierli. È quanto ho fin qui perseguito con tutto il mio coraggio, e non verrò meno in seguito. Ma i ricordi dell'età matura sono sempre meno vivi di quelli della prima giovinezza. Ho cominciato ricavando da questi il miglior profitto possibile. Se gli altri mi torneranno in mente con la stessa forza, forse i lettori impazienti si annoieranno, ma io non sarò insoddisfatto del mio lavoro. Una cosa soltanto ho da temere in quest'impresa: non di dir troppo o di dire menzogne, ma di non dir tutto o di tacere qualche verità.

LIBRO QUINTO

Fu nel 1732, a quanto ricordo, che arrivai a Chambéry, come già ho raccontato, dove cominciai a lavorare quale impiegato del catasto al servizio del re. Avevo passati i vent'anni, ero quasi ai ventuno. Ero abbastanza sviluppato per la mia età, quanto a intelligenza, ma poco o nulla in fatto di giudizio, e avevo un gran bisogno delle mani in cui caddi per imparare a condurmi; giacché alcuni anni di esperienza non mi avevano ancora radicalmente guarito delle mie visioni romanzesche, e nonostante i tanti mali sofferti, conoscevo così poco il mondo e gli uomini come se non avessi fatte mie quelle lezioni.

Alloggiavo a casa mia, ossia in casa di Mamma; ma non ritrovai la mia stanza di Annecy. Non più giardino, ruscello, paesaggio. La casa che ella occupava era buia e triste, e la mia stanza era la più buia e la più triste della casa. Un muro come veduta, un vicolo cieco come strada, poca aria, poca luce, poco spazio, grilli, topi, travi marce; tutto ciò non costituiva un'abitazione gradevole. Ma stavo con lei, vicino a lei; costantemente in ufficio o nella sua stanza, non m'accorgevo della bruttezza della mia; non avevo il tempo di pensarci. Sembrerà strano che si fosse stabilita a Chambéry apposta per abitare quell'orrenda casa: fu da parte sua una dimostrazione di sagacia che non posso passare sotto silenzio. A Torino si recava con ripugnanza, ben comprendendo come, dopo rivoluzioni ancora recentissime e nell'agitazione tutt'ora regnante a Corte, non fosse il momento ideale per presentarvisi. Nondimeno i suoi affari esigevano che vi si mostrasse; temeva di essere osteggiata o dimenticata. Sapeva che in particolare il conte di Saint-Laurent, intendente generale alle finanze, non le era favorevole. Costui possedeva a Chambéry una vecchia casa, mal costruita e in una posizione così infelice che restava sempre vuota: ella la prese in affitto e vi si stabilì. La cosa le giovò meglio di un viaggio; la sua pensione non fu soppressa e da allora il conte di Saint-Laurent le fu sempre amico.

Trovai la sua casa press'a poco organizzata come prima, e il fedele Claude Anet sempre con lei. Come mi sembra d'aver già detto, era un contadino di Montru, che, nella sua infanzia, raccoglieva erbe nel Giura per farne tè di Svizzera, ed ella l'aveva assunto per via delle sue droghe, trovando comodo disporre d'un erborista fra i suoi domestici. Egli si appassionò tanto allo studio delle piante, e lei favorì così bene la sua inclinazione, che divenne un vero botanico; e se non fosse morto giovane, si sarebbe fatto un nome in quella scienza, come già si distingueva fra la gente onesta. Serio com'era, solenne persino, e poiché ero più giovane di lui, divenne per me una specie di educatore che mi salvò da molte follie: m'incuteva rispetto e non osavo in sua presenza lasciarmi andare. Incuteva soggezione persino alla sua padrona, che conosceva il suo buon senso, la sua dirittura, la sua inviolabile devozione per lei, e lo ricambiava. Claude Anet era, indiscutibilmente, un uomo raro, il solo anzi della sua specie che io abbia mai conosciuto. Lento, posato, riflessivo, oculato nella sua condotta, freddo nei modi, laconico e lapidario nell'eloquio, era nelle sue passioni di un'impetuosità che mai lasciava trasparire, ma che lo divorava nell'intimo, e che non gli consentì in tutta la vita che un'unica pazzia, ma terribile: quella di avvelenarsi. La tragica scena ebbe luogo poco dopo il mio arrivo, ed era necessaria per rivelarmi l'intimità di quel giovane con la sua padrona; perché se non me l'avesse detto lei stessa, mai ne avrei avuto il sospetto. Certo, se l'affetto, lo zelo e la fedeltà possono meritare una simile ricompensa, essa gli era dovuta, e a prova d'esserne degno egli mai ne abusò. Di rado litigavano, e rappacificandosi sempre. Ma ci fu una volta che finì male: la sua padrona, in un impeto di collera, gli rivolse una parola oltraggiosa, ch'egli non poté incassare. Non consultò che la sua disperazione, e trovandosi sottomano una fiala di laudano, ne inghiottì il contenuto, poi si coricò tranquillo, contando di non svegliarsi mai più. Per fortuna, la signora di Warens, agitata anche lei, errando inquieta per la casa trovò la fiala vuota e indovinò il resto. Volando a soccorrerlo, lanciò urla che fecero scattare anche me; mi confessò tutto, implorò il mio aiuto, e riuscì con difficoltà a fargli vomitare l'oppio. Testimone di quella scena, ammirai la mia ottusità per non aver mai minimamente subodorato i legami che ella mi svelava. Ma Claude Anet era così discreto che anche persone più accorte di me si sarebbero potute ingannare. La riconciliazione fu tale che anch'io ne fui profondamente commosso, e da quel momento, aggiungendo il rispetto alla stima, divenni in certo modo suo discepolo, e non me ne trovai male.

Non appresi tuttavia senza dolore che qualcuno poteva vivere con lei in maggiore intimità di me. Non avevo neppure pensato a desiderare per me quel posto, ma mi era duro vederlo occupato da un altro; e la cosa era del tutto naturale. Pure, anziché nutrire dell'astio verso l'uomo che me l'aveva soffiata, sentii realmente estendersi a lui l'affetto che avevo per lei. Desideravo, sopra ogni altra cosa, che lei fosse felice: e poiché aveva bisogno di lui per esserlo, ero contento che anch'egli lo fosse. Da parte sua, egli condivideva perfettamente le vedute della sua padrona, e prese in sincera amicizia l'amico che lei s'era scelto. Senza ostentare nei miei confronti l'autorità che il suo posto autorizzava, prese con naturalezza quella che il suo discernimento esercitava sul mio. Non osavo far nulla che mostrasse di disapprovare, e lui disapprovava solo ciò che era male. Vivevamo così in un'unione che ci rendeva tutti felici, e che solo la morte poté distruggere. Una prova dell'eccellente carattere di quella donna adorabile è che quanti l'amavano, si amavano fra loro. La gelosia, e persino la rivalità cedevano al sentimento dominante che ella ispirava, e non vidi mai alcuno di quanti la circondavano volersi male l'un l'altro. I miei lettori sospendano per un momento la lettura, a questo elogio, e se trovano, pensandoci, qualche altra donna di cui possano dire altrettanto, che si uniscano a lei per la pace della loro esistenza, fosse pure, per il resto, l'ultima delle sgualdrine.

Si apre qui un intervallo di otto o nove anni, dal mio arrivo a Chambéry alla mia partenza per Parigi nel 1741, durante il quale avrò pochi avvenimenti da narrare, perché la mia vita è stata tanto semplice quanto dolce, e quest'uniformità era esattamente la cosa di cui avevo maggior bisogno per conseguire la piena maturità del mio carattere, cui i continui turbamenti impedivano di precisarsi. In questo prezioso intervallo la mia educazione, confusa e sconnessa, avendo preso consistenza, ha fatto di me la persona che mai ho cessato di essere attraverso le tempeste che mi attendevano. Fu un progresso lento e inavvertibile, segnato da pochi eventi memorabili; ma nondimeno merita d'essere seguito e analizzato.

All'inizio non mi occupavo che del mio lavoro; le preoccupazioni dell'ufficio non mi lasciavano pensare ad altro. Trascorrevo il poco tempo libero accanto alla mia buona Mamma, e non avendo neppure il tempo per leggere, non me ne veniva il desiderio. Ma quando il mio lavoro, divenuto una specie di abitudine, occupò meno il mio spirito, l'inquietudine lo riprese; la lettura mi ridivenne necessaria, e come se si fosse sempre più esasperata per la difficoltà di appagarsi, quest'inclinazione sarebbe ridivenuta passione, come quand'ero dal mio padrone, se altri gusti non fossero sopravvenuti a interporvi un imprevisto diversivo.

Quantunque le nostre operazioni non richiedessero un'aritmetica troppo trascendente, ne occorreva quanta bastava a pormi qualche volta in imbarazzo. Per superare le difficoltà, acquistai alcuni libri di aritmetica, e l'imparai bene, perché la imparai da solo. L'aritmetica pratica è più estesa di quanto si pensi, quando vi si cerchi l'assoluta precisione. Vi sono operazioni di un'estrema lunghezza, a metà delle quali ho visto talvolta smarrirsi eccellenti geometri. La riflessione, unita alla pratica, dà idee chiare, e si scoprono allora metodi abbreviati la cui invenzione lusinga l'amor proprio e la cui esattezza soddisfa la mente, facendoti affrontare con piacere un lavoro per sé ingrato. Mi ci immersi a tal punto che non c'era problema solubile con le sole cifre che mi vedesse in difficoltà, e anche adesso, che tutto quanto sapevo si cancella dalla mia memoria giorno per giorno, questa cognizione vi resta ancora in parte a distanza di trent'anni. Pochi giorni orsono, durante un soggiorno a Davenport, in casa del mio ospite, assistendo alla lezione d'aritmetica dei suoi figlioli, ho risolto senza errori, con piacere incredibile, un'operazione delle più complesse. Mi sembrava, incolonnando le cifre, di trovarmi ancora a Chambéry nei miei giorni felici. Era un ritornare di lontano sui miei passi.

Le mappe all'acquerello dei nostri geometri m'avevano anche ridato il gusto del disegno. Comprai i colori e mi misi a dipingere fiori e paesaggi. Peccato che mi sia scoperto scarso talento per quest'arte; l'inclinazione l'avevo tutta. Tra matite e pennelli avrei trascorso mesi interi senza uscire di casa. Divenendo quell'occupazione per me troppo assorbente, erano costretti a strapparmene. Così avviene di tutti i gusti cui comincio ad abbandonarmi: si evolvono, diventano passioni, e in breve non vedo altro al mondo che il divertimento nel quale sono preso. L'età non mi ha affatto guarito da questo difetto, né l'ha attenuato, e ora che scrivo queste pagine, eccomi come un vecchio rimbambito incapricciato d'un altro studio inutile di cui non capisco un corno, e che persino chi vi ha dedicato la sua giovinezza è costretto ad abbandonare nell'età in cui io pretendo di cominciarlo.

Allora, sarebbe stato al suo posto. L'occasione era buona ed ebbi qualche tentazione di approfittarne. La soddisfazione che leggevo negli occhi di Anet, quando tornava carico di nuove piante, mi suscitò due o tre volte l'impulso di andare con lui a erborizzare. Sono quasi certo che se ci fossi andato una volta, ne sarei rimasto conquistato, e forse oggi sarei un grande botanico: non conosco infatti nessun altro studio che si armonizzi meglio con le mie inclinazioni naturali, e la vita che da dieci anni conduco in campagna non è che un continuo erborizzare, invero senza scopo e senza coerenza; ma non avendo allora alcuna idea della botanica, la consideravo con una sorta di disprezzo e persino di disgusto, giudicandola niente più che uno studio da speziale. Anche Mamma, cui piaceva, non ne usava altrimenti; cercava solo le piante comuni, per manipolare le sue droghe. Così botanica, chimica e anatomia, confuse nella mia mente sotto il nome di medicina, non servivano che a ispirarmi tutto il giorno divertenti sarcasmi, e a procurarmi a volte qualche schiaffo. D'altra parte, una passione diversa e fin troppo contraria andava gradualmente crescendo, e in breve assorbì ogni altra. Alludo alla musica. Debbo essere sicuramente nato per quest'arte, perché cominciai ad amarla dall'infanzia, ed è la sola che abbia seguitato ad amare in ogni tempo. È strano come un'arte per la quale ero nato m'abbia fatto penare tanto per impararla, e con esiti così lenti che dopo la pratica di tutta una vita, mai sono riuscito a cantare con sicurezza ad apertura di libro. Ciò che soprattutto mi rendeva allora piacevole quello studio, era che potevo esercitarlo con la Mamma. Pur avendo su altre cose gusti discordi, la musica era per noi un punto d'incontro che mi piaceva utilizzare. Lei non si faceva pregare; ero a quei tempi press'a poco al suo stesso livello; in due o tre letture decifravamo un'aria. A volte, vedendola affaccendata attorno a un fornello, le dicevo: «Mamma, ecco un incantevole duetto che ha tutta l'aria di far arrostire le vostre droghe.» «In fede mia,» ribatteva, «se me le farai bruciare ti costringerò a mangiarle.» Seguitando a litigare, la trascinavo al clavicembalo: ci si dimenticava; l'estratto di ginepro o di assenzio si calcinava, lei me ne impiastricciava il viso, e tutto ciò era delizioso.

Come si vede, pur con poco tempo libero, avevo molte cose in cui impiegarlo. Eppure vi si aggiunse un altro svago che valorizzò tutti gli altri.

Vivevamo in una prigione così soffocante, che sentivamo a volte il bisogno d'andare a prender aria in campagna. Anet convinse la Mamma ad affittare in un sobborgo un giardino per sistemarvi le sue piante. C'era nel giardino anche una casetta abbastanza graziosa che fu arredata con lo stretto necessario. Vi mettemmo un letto, andavamo sovente a pranzarvi, e qualche volta io vi dormivo. A poco a poco mi invaghii di quel piccolo eremo; vi portai alcuni libri, parecchie stampe; dedicavo parte del mio tempo ad ornarlo e a preparare qualche piacevole sorpresa per Mamma, quando ci veniva a passeggiare. La lasciavo solo per andar lì ad occuparmi di lei, per pensare a lei con maggior piacere; altro capriccio che non giustifico e non spiego, ma che confesso perché le cose stavano così. Ricordo che una volta la signora di Luxembourg mi parlò, deridendolo, d'un uomo che lasciava la sua amante per scriverle. Le dissi che sarei potuto essere quell'uomo, e avrei potuto aggiungere che lo ero stato talvolta. Ma vicino a Mamma non ho mai sentito questo bisogno di allontanarmi da lei per amarla di più: a tu per tu con lei ero così perfettamente a mio agio come se fossi stato solo, e questo non m'è accaduto con nessun altro, né uomo né donna, quale fosse l'affetto provato per loro. Ma ella era così spesso attorniata, e da persone che mi piacevano così poco, che dispetto e noia mi cacciavano nel mio rifugio, dove la avevo come la volevo, senza timore che gli importuni ci seguissero.

Mentre, così diviso fra lavoro, piacere e istruzione, vivevo nella più dolce quiete, l'Europa non era altrettanto tranquilla. La Francia e l'Imperatore s'erano dichiarati la guerra; il re di Sardegna era entrato nella contesa, e l'armata francese attraversava il Piemonte per entrare nel Milanese. Ne passò una colonna per Chambéry, e fra gli altri il reggimento di Champagne, di cui era colonnello il duca della Trimouille, al quale fui presentato, che mi promise una quantità di cose, e che per certo non s'è mai più ricordato di me. Il nostro giardinetto era precisamente in cima al sobborgo dal quale entravano le truppe, cosicché mi saziavo del piacere di vederle passare, e mi appassionavo agli esiti di quella guerra come se vi trovassi un personale interesse. Fino a quel momento non m'era ancora capitato di occuparmi di politica, e per la prima volta mi misi a leggere le gazzette, ma con una tale parzialità per la Francia che mi batteva il cuore di gioia ad ogni suo minimo successo, e i suoi rovesci mi affliggevano come se fossero piombati sul mio capo. Se si fosse trattato d'una follia passeggera, non degnerei di parlarne; ma s'è talmente radicata nel mio cuore, senza ragione alcuna, che quando, in seguito, ho fatto a Parigi l'antidespota e il fiero repubblicano, provavo, a dispetto di me stesso, una segreta predilezione per quella stessa nazione che giudicavo servile e per il governo che ostentavo di criticare. Il buffo era che, vergognandomi d'una inclinazione tanto contraria ai miei principi, non ardivo confessarla, e schernivo i francesi per le loro sconfitte, mentre il mio cuore sanguinava più del loro. Sono certamente il solo che, vivendo in una nazione che lo trattava bene e da lui adorata, si sia fatta ai suoi occhi la falsa fama di sprezzarla. Questa inclinazione si è dimostrata insomma così disinteressata, così forte, costante, invincibile, che anche dopo la mia uscita dal regno, dopo che governo, magistrati, scrittori, si sono scatenati a gara contro di me, dopo ch'è diventato un fatto d'eleganza subissarmi d'ingiustizie e di oltraggi, non sono riuscito a guarire della mia follia. Li amo a dispetto di me stesso, per quanto mi maltrattino. Vedendo già cominciare quella decadenza dell'Inghilterra che predissi nel colmo dei suoi trionfi, mi lascio cullare dalla folle speranza che la nazione francese, a sua volta vittoriosa, venga forse un giorno a liberarmi dalla triste cattività nella quale vivo.

Ho cercato a lungo la causa di questa parzialità, e ho potuto trovarla solo nell'occasione che la vide nascere. Una passione crescente per la letteratura mi attirava verso i libri francesi, i loro autori, e verso il paese di quegli autori. Nello stesso momento in cui sfilava sotto i miei occhi l'armata francese, leggevo I grandi capitani di Brantôme. Avevo piena la testa dei Clisson, dei Baiardo, dei Lautrec, dei Colygny dei Montmorency, dei La Tremouille, e mi affezionavo ai loro discendenti come agli eredi dei loro meriti e del loro coraggio. In ogni reggimento che passava, credevo di rivedere quelle famose bande nere che in altri tempi avevano compiuto tante imprese in Piemonte. Applicavo insomma a quel che vedevo le idee attinte dai libri; le mie letture continue e sempre tratte dalla medesima nazione nutrivano il mio affetto e mi inculcarono infine una passione cieca che nulla ha potuto superare. Ho avuto in seguito occasione di notare nei miei viaggi che questo sentimento non mi era peculiare, e che, agendo più o meno in tutti i paesi sulla parte della nazione che si appassionava alla lettura e coltivava le lettere, compensava l'odio generale ispirato dalla presunzione dei francesi. I romanzi più che gli uomini conquistano loro le donne di tutti i paesi, i capolavori drammatici suscitano l'entusiasmo della gioventù per il loro teatro. La celebrità del teatro parigino vi attrae folle di stranieri che ne ritornano estasiati: insomma, il gusto eccellente della loro letteratura soggioga tutti gli animi sensibili, e nella guerra tanto sciagurata dalla quale escono appena, ho visto i loro autori e filosofi sostenere la gloria del nome francese offuscata dai loro guerrieri.

Ero dunque ardente francese, e ciò mi rese avido di notizie. Andavo con la folla degli oziosi ad attendere in piazza l'arrivo dei corrieri, e, più bestia dell'asino della favola, mi inquietavo molto per sapere di quale padrone avrei avuto l'onore di portare il basto; giacché allora si pretendeva che appartenessimo alla Francia, e si proponeva uno scambio della Savoia col Milanese. Bisogna convenire tuttavia che qualche motivo di timore l'avevo, perché se quella guerra fosse andata male per gli alleati, la pensione di Mamma avrebbe corso gravi rischi. Ma ero pieno di fiducia nei miei buoni amici, e per questa volta, nonostante lo smacco patito dal signor di Broglie, la fiducia non fu tradita, grazie al re di Sardegna, al quale non avevo pensato.

Mentre in Italia si combatteva, in Francia si cantava. Le opere di Rameau cominciavano a far scalpore, e riportarono all'attenzione i suoi scritti teorici, la cui oscurità rendeva accessibili a pochi. Sentii parlare per caso del suo Trattato di armonia, e non mi detti pace finché non l'ebbi acquistato. Per un altro caso, mi ammalai. Si trattava d'una affezione infiammatoria; fu violenta e breve, ma la convalescenza si prolungò e per un mese non fui in condizioni di uscire. Durante quel periodo, scandagliai, divorai il mio Trattato di armonia; ma era così lungo, così prolisso e disordinato, che capii come mi sarebbe occorso un tempo considerevole per studiarlo e decifrarlo. Misi da parte il mio impegno e mi ricreai gli occhi con la musica. Le cantate di Bernier, sulle quali mi esercitavo, non mi uscivano di mente. Ne imparai a memoria quattro o cinque, fra le altre quella degli Amori dormienti, che da allora non ho più veduta, e che ancora ricordo quasi per intero, come l'Amore punto dall'ape, graziosissima cantata di Clérambault, che appresi press'a poco nello stesso periodo.

Per compir l'opera, arrivò dalla Val d'Aosta un giovane organista, l'abate Palais, buon musicista, brav'uomo, eccellente accompagnatore di clavicembalo. Feci conoscenza con lui, ed eccoci inseparabili. Era allievo di un monaco italiano, grande organista. Mi parlava dei suoi principi; li confrontavo con quelli del mio Ralmeau e mi riempivo la testa di accompagnamenti, accordi, armonia. Occorreva assuefare l'orecchio a tutto ciò: proposi a Mamma un piccolo concerto ogni mese, e lei acconsentì. Eccomi infatuato di quel concerto al punto che giorno e notte non mi occupavo d'altro; e realmente la cosa mi occupava, e molto, per mettere insieme la musica, i concertisti, gli strumenti, trarre le parti, ecc. Mamma cantava, il padre Caton, del quale ho già parlato, e di cui dovrò parlare ancora, cantava anche lui; un maestro di danza, certo Roche, e suo figlio suonavano il violino; Canavas, musicista piemontese, impiegato al catasto, e che poi si sposò a Parigi, suonava il violoncello; l'abate Palais accompagnava al clavicembalo: io avevo l'onore di dirigere, non senza il bastone di boscaiolo. Si può giudicare quanto tutto ciò fosse bello! Non proprio come a casa del signor di Treytorens, ma poco Ci mancava.

Il piccolo concerto della signora di Warens, neo-convertita che viveva, stando alle voci, della carità del re, faceva mormorare la cerchia dei bigotti; ma era uno svago piacevole per parecchi onest'uomini. Si indovinerà chi pongo alla loro testa in questa occasione? Un monaco, ma un monaco valent'uomo e anche simpatico, le cui successive sventure mi hanno addolorato profondamente, e il cui ricordo, legato ai miei bei giorni, mi è tuttora caro. Si tratta del padre Caton, francescano, che, d'accordo col conte Dortan, aveva fatto sequestrare a Lione la musica del povero gattino; gesto che non spicca tra i migliori della sua vita. Era baccelliere della Sorbona, era vissuto a lungo a Parigi nel più gran mondo e intimissimo soprattutto del marchese d'Entremont, allora ambasciatore di Sardegna. Era un uomo alto, ben fatto, il viso pieno, gli occhi a fior di testa, capelli neri che gli formavano spontaneamente un ricciolo di lato, sulla fronte; il portamento insieme nobile, aperto, modesto, si presentava bene e con semplicità, non avendo né il contegno ipocrita o sfrontato dei monaci, né il piglio cavalleresco dell'uomo alla moda, sebbene lo fosse, ma la sicurezza di un onest'uomo che, senza arrossire del suo abito, si onora da sé e si sente sempre al posto suo tra le persone ammodo. Pur non possedendo la cultura di un dottore, padre Caton ne aveva molta per un uomo di mondo; e non mostrando fretta di sfoggiare le sue cognizioni, le usava così a proposito che ne sembrava ancor più ricco. Essendo vissuto molto in società, si era dedicato più alle doti piacevoli che alla solidità del sapere. Era un uomo di spirito, componeva versi, parlava bene, cantava meglio, aveva bella voce, suonava l'organo e il clavicembalo. Non ci voleva tanto per essere considerato: e infatti lo era. Ma ciò gli fece così poco trascurare le cure del suo stato, che pervenne, a dispetto di concorrenti gelosissimi, ad essere eletto definitore della sua provincia, o come si dice, uno dei grandi collari dell'Ordine.

Il padre Caton fece la conoscenza di Mamma in casa del marchese d'Entremont. Sentì parlare dei nostri concerti, e volle parteciparvi; ci venne e li rese brillanti. Fummo ben presto legati dalla comune inclinazione per la musica, che era in entrambi una passione vivissima, con la differenza che lui era un musicista autentico mentre io ero solo un pasticcione. Con Canavas e l'abate Palais andavamo a far musica nella sua stanza, e a volte sul suo organo nei giorni di festa. Pranzavamo sovente alla sua modesta tavola; poiché, cosa sorprendente per un monaco, era generoso, munifico e amante dei piaceri senza volgarità. Nei giorni dei nostri concerti cenava dalla Mamma. Erano cene in piena allegria, piacevolissime; si scherzava e si conversava seriamente, si cantavano duetti, io mi trovavo bene, apparivo spiritoso e arguto, il padre Caton era affascinante, Mamma adorabile; l'abate Palais, con la sua voce di bue, la nostra vittima. Da quanto tempo ve ne siete andati, momenti dolci di spensierata giovinezza!

Siccome non avrò più occasione di parlare del povero padre Caton, concludo qui in due parole la sua triste storia. Gli altri monaci, gelosi o meglio furiosi di vedere in lui un valore, un'eleganza di costumi che nulla aveva della crapula monastica, lo presero in odio perché non era odioso come loro. I capi si allearono contro di lui, e sobillarono i fraticelli invidiosi della sua carica, che prima neppure osavano guardarlo. Gli fecero mille affronti, lo destituirono, gli tolsero la stanza, che aveva arredato con gusto ma con semplicità, lo relegarono non so dove; insomma quei miserabili infierirono su di lui con tanti oltraggi che la sua anima onesta e giustamente fiera non seppe resistere, e dopo aver deliziato le più amabili società, morì di dolore su un vile giaciglio, in fondo a qualche cella o segreta, commiserato e rimpianto da tutte le persone oneste che lo conoscevano, e che non gli hanno trovato altro difetto che d'essere monaco.

Quella vita modesta in pochissimo tempo fece tanto che, tutto preso dalla musica, fui incapace di pensare ad altro. All'ufficio non andavo che controvoglia; le preoccupazioni e la noia del lavoro me lo resero un'insopportabile tortura, e alla fine giunsi a desiderare di lasciarlo per dedicarmi intieramente alla musica. Figurarsi se quella pazzia passò senza opposizioni. Lasciare un impiego onesto e uno stipendio sicuro per correr dietro a scolari incerti, era una scelta troppo irragionevole per piacere a Mamma. Anche a supporre i miei futuri progressi grandiosi come io li immaginavo, ridurmi per tutta la vita al mestiere di musicista significava limitare assai modestamente la mia ambizione. A lei che non concepiva progetti se non magnifici, e che non mi considerava più secondo il giudizio impartito dal signor d'Aubonne, dispiaceva vedermi coltivare sul serio un'inclinazione che stimava così frivola, e mi ripeteva spesso quel proverbio di provincia, un po' meno vero a Parigi, che «chi ben canta e ben danza, fa mestier che poco avanza». Mi vedeva d'altra parte trascinato da una vocazione irresistibile; la mia passione per la musica si trasformava in furore, e c'era da temere che il mio lavoro, risentendo delle mie distrazioni, mi attirasse un licenziamento che valeva meglio prevenire. Le ricordavo anche che quell'impiego non doveva durare a lungo, che mi occorreva un'arte per vivere, e che era più sicuro finir d'acquisire con la pratica quella cui mi portava l'inclinazione, e che lei m'aveva scelto, piuttosto che mettermi alla mercé delle protezioni, o tentare nuovi esperimenti che potevano fallire, e restare, passata l'età in cui si impara, senza risorse per guadagnarmi il pane. Estorsi infine il suo consenso più con le insistenze e le carezze che con ragioni di cui persuadersi. Subito mi precipitai a ringraziare fieramente il signor Coccelli, direttore generale del catasto, come se facessi il più eroico dei gesti, e lasciai volontariamente il mio impiego, senza motivo, senza ragione, senza pretesto, con tanta più gioia di quanta ne avevo provata assumendolo, neppure due anni avanti.

Per quanto folle, la decisione mi fruttò nel paese una sorta di considerazione che mi giovò. Alcuni mi attribuirono risorse che non avevo; altri, vedendomi dedicare interamente alla musica, apprezzarono il mio talento dal mio sacrificio, e si convinsero che se avevo tanta passione per quell'arte, dovevo essere straordinariamente dotato. Nel regno dei ciechi l'orbo è re: passai colà per un buon maestro, giacché non ce n'erano che di mediocri. Del resto, non privo d'un certo gusto per il canto, e d'altra parte favorito dalla mia età e dal mio aspetto, ebbi in breve più allievi di quanti ne occorressero per sopperire alla mia paga di segretario.

Certo, per il piacere di vivere, non si poteva passare più rapidamente da un estremo all'altro. Al catasto, assorbito per otto ore al giorno nel lavoro più tedioso, con gente anche più tediosa, chiuso in un tetro ufficio appestato dal respiro e dal sudore di tanti zotici, i più mal pettinati e troppo sudici, mi sentivo a volte oppresso fino alla vertigine dall'applicazione, dal cattivo odore, dal disagio e dalla noia. Invece, eccomi di colpo lanciato nel bel mondo, accolto, desiderato nelle case migliori; ovunque un'accoglienza graziosa, lusinghiera, un'aria festosa: amabili damigelle vestite in eleganza m'aspettano, mi ricevono premurose; non vedo che oggetti incantevoli, non respiro che rosa e fior d'arancio; si canta, si conversa, si ride, ci si diverte; non esco di lì che per trovare altrove eguali delizie. Si converrà che a parità di vantaggi, non c'era da esitare nella scelta. Fui così soddisfatto della mia, che non m'accadde mai di pentirmene, e non me ne pento neppure adesso, quando misuro col peso della ragione gli atti della mia vita e sono libero dai motivi poco sensati che mi trascinarono.

Fu questa forse l'unica volta che, pur ascoltando solo le mie inclinazioni, non vidi tradite le mie aspettative. La buona accoglienza, lo spirito socievole, il facile umore degli abitanti del paese, mi resero gradevoli i rapporti col mondo, e il gusto che allora vi presi mi ha ampiamente dimostrato che se non mi piace vivere fra gli uomini, è meno colpa mia che loro.

Peccato che i Savoiardi non siano ricchi, o forse sarebbe un peccato che lo fossero, perché così come sono costituiscono la popolazione migliore e più cordiale che io conosca. Se c'è al mondo una cittadina dove si gusta la dolcezza di vivere in rapporti piacevoli e sicuri, questa è Chambéry. La nobiltà di provincia, che vi risiede, non dispone che del necessario per vivere; non ha abbastanza per far fortuna, e non potendo abbandonarsi all'ambizione, segue per necessità il consiglio di Cinea. Dedica la sua giovinezza alla carriera militare, poi torna a quietamente invecchiare nel suo paese. Onore e ragione presiedono a questa partizione. Le donne sono belle, e potrebbero farne a meno: hanno tutto ciò che può valorizzare la bellezza, e perfino sopperirvi. È strano come, chiamato dal mio ruolo a vedere una quantità di fanciulle, non ricordi d'averne incontrato a Chambéry una sola che non fosse incantevole. Si dirà che ero ben disposto a trovarle tali, e forse è vero; ma non avevo bisogno di metterci del mio, per apprezzarle. In verità, non posso rievocare senza piacere il ricordo delle mie giovani scolare. Perché non ho la facoltà, nominando qui le più adorabili, di richiamarle anche all'età felice, e me stesso con loro, quando vivevamo gli istanti, dolci e innocenti insieme, che io passai vicino a loro? La prima fu la signorina di Mellarède, mia vicina, sorella dell'allievo di don Gaime. Era una bruna vivacissima, ma d'una vivacità carezzante, colma di grazie e senza grilli. Era un po' magra, come la maggioranza delle ragazze alla sua età; ma i suoi occhi lucenti, la figura fine e l'espressione attraente, non avevano bisogno di forme appariscenti per piacere. Andavo da lei la mattina, e la trovavo di solito in vestaglia, senz'altra acconciatura che i suoi capelli negligentemente rialzati, adorni di alcuni fiori che metteva al mio arrivo, e toglieva quando uscivo, per abbigliarsi. Non temo nulla al mondo quanto una graziosa creatura in veste da camera: la temerei cento volte meno vestita di tutto punto. La signorina di Menthon, dalla quale andavo di pomeriggio, la vedevo sempre abbigliata, e mi ispirava un'impressione pure dolce, ma diversa. Aveva capelli d'un biondo cenere, era minutissima, timidissima e bianchissima; una voce netta, armoniosa e flautata, ma che non ardiva elevarsi. Aveva al petto la cicatrice di una scottatura d'acqua bollente che un fisciù di ciniglia azzurra non nascondeva del tutto. Quel segno attraeva a volte la mia attenzione, che in breve non era più sulla cicatrice. La signorina di Challes, un'altra delle mie vicine, era donna fatta: grande, formosa, florida, era stata bellissima. Non era più una bellezza, ma restava notevole per la buona grazia, il carattere costante, la bontà naturale. Sua sorella, la signora di Charly, la più bella donna di Chambéry, non studiava più musica, ma la faceva imparare a sua figlia, ancora giovanissima, ma la cui nascente bellezza avrebbe promesso d'emulare quella della madre se, per disgrazia, non fosse stata un po' fulva. Dalle Visitandine insegnavo a una piccola signorina francese, di cui ho dimenticato il nome, ma che merita un posto nella lista delle mie preferenze. Aveva assunto il tono lento e strascicato delle monache, e in quella cadenza strascicata diceva cose vivacissime che non sembravano accordarsi col suo contegno. Per il resto, era pigra, non le piaceva affannarsi a sfoggiare il suo spirito, ed era un favore che non accordava a tutti. Solo dopo un mese o due di lezioni e di negligenza ricorse a quell'espediente per rendermi più assiduo; giacché non riuscii mai a prendere l'iniziativa di esserlo. Mi dilettavo delle mie lezioni, quando le facevo, ma non mi piaceva esservi obbligato, né che l'ora me lo comandasse. In ogni cosa disagio e asservimento mi sono intollerabili; mi forzerebbero a detestare persino la voluttà. Si dice che fra i maomettani un uomo sul far del giorno passa nelle strade per ordinare ai mariti di compiere il loro dovere con le mogli. In quelle ore sarei un pessimo Turco.

Avevo qualche scolara anche nella borghesia; fra le altre una che fu causa indiretta di un mutamento di rapporti di cui devo parlare, giacché infine devo dir tutto. Era figlia di un droghiere, e si chiamava signorina Lard, vero modello di statua greca, e che citerei come la più bella ragazza che abbia mai visto, se esistesse vera bellezza senza vita e senz'anima. La sua indolenza, la sua freddezza, la sua insensibilità, erano incredibili. Piacerle o dispiacerle era del pari impossibile, e sono persuaso che, se si fosse tentato qualche azzardo su di lei, avrebbe lasciato fare, non per gusto, ma per stupidità. Sua madre, che non voleva correr rischi, non la lasciava d'un passo. Facendole studiar canto, dandole un maestro giovane, faceva del suo meglio per animarla; ma il tentativo non riuscì. Mentre il maestro doveva stuzzicar la figlia, la madre stuzzicava il maestro, e nemmeno questo andò meglio. La signora Lard aggiungeva alla sua naturale vivacità tutta quella che avrebbe dovuto avere sua figlia. Era un musetto sveglio, irregolare ma attraente, lievemente segnato dal vaiolo. Aveva occhietti ardentissimi e un po' rossi, perché erano quasi sempre ammalati. Ogni mattina, arrivando, trovavo pronto il mio caffè con panna, e la madre non mancava mai d'accogliermi con un bacio scoccato sulla bocca, e che avrei voluto restituire alla figlia per la curiosità di vedere come l'avrebbe preso. D'altra parte, tutto ciò accadeva con tale naturalezza e così scarse conseguenze che, quando il signor Lard era presente, moine e baci non venivano meno. Era un gran brav'uomo, vero padre di sua figlia, e la moglie non lo ingannava perché non ce n'era bisogno.

Mi prestavo a quelle carezze con la mia consueta dabbenaggine, scambiandole in tutta innocenza per manifestazioni di semplice amicizia. Ne ero anche infastidito, talvolta; giacche l'esuberante signora Lard non mancava di esigenze, e se durante la giornata passavo senza fermarmi davanti alla sua bottega, erano fior di scenate. Bisognava, quando avevo fretta, che scantonassi per un'altra strada, sapendo quant'era facile entrar da lei e come difficile uscirne.

La signora Lard si occupava troppo di me perché io non mi occupassi di lei. Le sue attenzioni mi turbavano molto; ne parlavo a Mamma come di cosa senza mistero, e quand'anche ve ne fosse stato, gliene avrei parlato ugualmente, poiché serbarle un qualsiasi segreto mi sarebbe stato impossibile: il mio cuore era aperto davanti a lei come davanti a Dio. Ella non prese affatto la cosa con la mia stessa ingenuità. Là dove avevo visto solo amicizia, vide chiare profferte; giudicò che la signora Lard, facendosi un punto d'onore di lasciarmi meno sciocco di quanto m'avesse trovato, sarebbe riuscita in un modo o nell'altro a farsi capire, e a parte che non era giusto che un'altra donna s'incaricasse dell'istruzione del suo discepolo, lei aveva più degni motivi dell'altra per salvaguardarmi dalle insidie alle quali età e condizione mi esponevano. Al tempo stesso, mi si tese un'insidia di un genere più pericoloso, alla quale sfuggii, ma che le fecero capire come i rischi che senza tregua mi minacciavano richiedessero tutte le contromisure di cui disponeva.

La signora contessa di Menthon, madre di una mia allieva, era una donna di grande spirito, e aveva fama di altrettanta cattiveria. A quanto dicevano, era stata causa di infinite discordie, una delle quali con conseguenze fatali per la casa d'Entremont. Mamma le era stata abbastanza amica per conoscerne il carattere; e avendo innocentemente ispirato simpatia a qualcuno su cui la signora di Menthon avanzava qualche pretesa, restò macchiata ai suoi occhi del delitto di quella preferenza, sebbene non l'avesse né provocata né accettata; e da allora la signora di Menthon cercò di giocare alla rivale parecchi brutti tiri, ma nessuno andò a segno. Ne riferirò uno dei più spassosi, a titolo d'esempio. Stavano insieme in campagna con alcuni gentiluomini dei dintorni; tra i quali lo spasimante in questione. La signora di Menthon disse un giorno a uno di quei signori che la signora di Warens non era che una preziosa; che non aveva gusto, si vestiva male e si copriva il seno come una borghese. «Quanto a quest'ultimo punto,» le rispose il giovane maliziosamente, «ha le sue buone ragioni: so che ha impresso sul seno un grosso e orribile topo, ma così somigliante che si direbbe che corra.» L'odio rende creduli quanto l'amore. La signora di Menthon decise di trar partito da quella scoperta, e un giorno che Mamma stava giocando con l'ingrato favorito della dama, quest'ultima colse il momento opportuno per passare alle spalle della rivale, poi, mezzo rovesciando la sua sedia, le strappò abilmente il fazzoletto. Ma invece del grosso topo, il messere scorse ben altro oggetto, non più facile da dimenticare che da vedere, e la cosa non giocò certo a favore della dama.

Non ero un personaggio tale da interessare la signora di Menthon, che voleva intorno a sé solo gente brillante. Nondimeno, mi prestò un po' di attenzione, non per il mio aspetto, di cui non le importava certo nulla, ma per l'ingegno che mi attribuivano, e che avrebbe potuto rendermi utile alle sue inclinazioni. Ne aveva una, vivissima, per la satira. Le piaceva comporre canzoni e versi contro le persone che non le garbavano. Se mi avesse scoperto sufficiente ingegno per aiutarla a rifinire i suoi versi, e la compiacenza di scriverli fra lei e me avremmo messo sottosopra Chambéry. Si sarebbe risaliti alla fonte di quei libelli: la signora di Menthon se la sarebbe cavata sacrificando me, e io sarei stato rinchiuso forse per il resto dei miei giorni, per insegnarmi a far l'Apollo con le dame.

Per fortuna, non accadde nulla di simile. La signora di Menthon mi trattenne a pranzo due o tre volte per farmi chiacchierare, e giudicò ch'ero solo uno sciocco. Me ne rendevo conto io stesso, e ne soffrivo, invidiando le doti del mio amico Venture, mentre avrei dovuto ringraziare la mia ottusità per i pericoli che mi risparmiava. Per la signora di Menthon rimasi il maestro di canto di sua figlia, e nulla più: ma vissi tranquillo e sempre benvoluto a Chambéry. Meglio che passare ai suoi occhi per un uomo di spirito, e a quelli del paese per una serpe.

Comunque, Mamma capì che per strapparmi ai pericoli della mia giovinezza, era tempo di trattarmi da uomo; e lo fece, ma nel modo più singolare scelto mai da una donna in un'occasione del genere. Le trovai un'aria grave, e discorsi più moraleggianti del solito. Alla spensierata gaiezza che abitualmente mescolava ai suoi insegnamenti, subentrò di colpo un tono sempre sostenuto, che non era né familiare né severo, ma che sembrava preparare una spiegazione. Dopo aver cercato invano dentro di me la ragione di quel mutamento, la chiesi a lei. Era quanto aspettava. Mi propose per il giorno dopo una passeggiata al nostro giardinetto: ci arrivammo sin dal mattino. Aveva preso le sue misure per restarvi soli tutto il giorno; lo impiegò per prepararmi alle bontà che intendeva elargirmi, non, come altre donne, con maneggi e moine, ma con discorsi pieni di sentimento e di saggezza, fatti più per istruirmi che per sedurmi, e che parlavano al mio cuore più che ai miei sensi. Tuttavia, per quanto eccellenti e utili fossero quei discorsi, per quanto non suonassero che freddi e tristi, non vi prestai tutta l'attenzione che meritavano, e non me li stampai nella memoria come avrei fatto in ogni altro momento. L'esordio, quell'aria di preparativi, mi avevano insinuato addosso una certa apprensione: mentre lei parlava, io, pensieroso e distratto mio malgrado, ero meno attento a quanto diceva che a dove voleva arrivare, e appena l'ebbi intuito, cosa che non mi fu facile, la novità di quell'idea, che da quando vivevo con lei non m'era mai passata per la mente, dominandomi allora interamente, non mi lasciò più padrone di pensare a quanto andava dicendomi. Non pensavo che a lei, senza ascoltarla.

Voler costringere i giovani a stare attenti alle parole loro rivolte, mostrando come scopo un oggetto per essi estremamente attraente, è un controsenso molto diffuso fra gli educatori, che io stesso non ho saputo evitare nell'Emilio. Il giovane, attratto dall'oggetto che gli si offre, si dedica esclusivamente a quello, salta a piè pari ogni vostro discorso preliminare, e punta direttamente dove lo state conducendo con una lentezza troppo inadeguata al suo desiderio. Quando si vuole attrarre la sua attenzione, non bisogna lasciarsi capire in anticipo, ed è qui che Mamma fu maldestra. Per una stranezza tipica del suo spirito sistematico, si preoccupò inutilmente di porre le sue condizioni; ma non appena ne intuii il prezzo, non le ascoltai neppure, e mi affrettai a consentire su tutto. Dubito persino che, in un caso del genere, esista sulla terra un uomo così franco e coraggioso che ardisca mercanteggiare, e una sola donna che possa perdonarglielo. Obbedendo alla stessa stranezza, Mamma impose al nostro accordo le formalità più gravose, e mi concesse otto giorni per riflettere, dei quali ipocritamente assicurai di non aver bisogno: per colmo di stranezza, fui invece felicissimo di averli, tanto la novità di quelle idee m'aveva impressionato, e tale uno sconvolgimento sentivo nelle mie, che esigeva tempo per schiarirle.

Si crederà che quegli otto giorni mi durassero otto secoli. Al contrario: avrei voluto che davvero fossero durati tanto. Non so come descrivere lo stato in cui mi trovavo, pieno di un certo sgomento misto a impazienza, paventando quanto desideravo al punto di cercare davvero nella mia testa, a volte, un mezzo onesto per evitare d'essere felice. Si immagini il mio temperamento ardente e lascivo, il mio sangue infuocato, il mio cuore ebbro d'amore, il mio vigore, la mia salute, la mia età; si pensi che in quello stato, arso dalla sete delle donne, non ne avevo ancora toccata nessuna; che l'immaginazione, il bisogno, la vanità, la curiosità, si univano, per divorarmi, col desiderio ardente d'essere uomo e di dimostrarlo. Si aggiunga soprattutto, giacché non si deve dimenticarlo, che il mio vivo e tenero attaccamento per lei, anziché intepidirsi, non aveva fatto che crescere di giorno in giorno; che non stavo bene se non con lei; che mi allontanavo solo per pensarla, che avevo colmo il cuore non solo delle sue bontà, del suo carattere amabile, ma del suo sesso, del suo volto, della sua persona, in una parola di lei, in tutti i sensi nei quali poteva essermi cara; e neppure si immagini che quei dieci o dodici anni che avevo meno di lei la rendessero vecchia o l'invecchiassero ai miei occhi. Nei cinque o sei anni trascorsi da quando avevo provato emozioni così dolci vedendola per la prima volta, era veramente cambiata assai poco, e a me pareva non lo fosse affatto. È sempre stata incantevole per me, e lo era ancora per tutti. Solo la figura s'era un po' arrotondata. Per il resto, lo stesso occhio, lo stesso colorito, lo stesso seno, gli stessi lineamenti, gli stessi splendidi capelli biondi, la stessa allegria, e tutto, persino la stessa voce, quella voce argentina della giovinezza: su di me produsse sempre tanta impressione che ancora oggi non posso udire senza emozionarmi il suono di una voce graziosa di fanciulla.

Naturalmente, ciò che avevo da temere, nell'attesa di possedere una donna così cara, era di anticipare la cosa, e di non riuscire a dominare i miei desideri e la mia immaginazione abbastanza da restar padrone di me. Si vedrà come, nell'età più matura, il solo pensiero di qualche lieve favore che mi attendeva presso la donna amata, accendesse il mio sangue al punto che mi risultava impossibile percorrere impunemente il breve tragitto che mi separava da lei. Come mai, per quale prodigio, nel fiore della mia giovinezza, ebbi così poca impazienza per il mio primo amplesso? Come potei vederne avvicinare l'ora con una pena che superava il piacere? Come mai, invece delle delizie che dovevano inebbriarmi, provavo quasi ripugnanza e paura? Se avessi potuto sottrarmi alla felicità dignitosamente, non c'è dubbio che l'avrei fatto di tutto cuore. Ho promesso delle stravaganze nella storia del mio affetto per lei: eccone una certamente imprevedibile.

Il lettore, già disgustato, reputa che appartenendo a un altro uomo ella si degradava, spartendosi, ai miei occhi, e che un sentimento di disistima intepidisse quelli che mi aveva ispirati: egli si sbaglia. La spartizione, è vero, mi costava una pena crudele, sia per naturale delicatezza, sia perché non m'appariva degna di lei e di me; ma i miei sentimenti per lei non ne erano minimamente influenzati, e posso giurare che non l'ho mai amata più teneramente di quando avevo così poco desiderio di possederla. Conoscevo troppo bene il suo cuore casto e il suo temperamento di ghiaccio per credere un solo momento che il piacere dei sensi giocasse una minima parte in quella concessione di sé: ero perfettamente sicuro che solo la preoccupazione di strapparmi a pericoli altrimenti quasi inevitabili, e di conservarmi integro a me e ai miei doveri, le faceva infrangere un dovere che non valutava con l'occhio delle altre donne, come verrà detto qui di seguito. La compiangevo e mi compiangevo. Avrei voluto dirle: «No, Mamma, non è necessario: vi rispondo di me senza giungere a tanto!» Ma non osavo; prima di tutto perché non era cosa da dirsi, e poi perché sentivo che in fondo non era vero, e che in realtà una sola donna avrebbe potuto salvaguardarmi dalle altre e mettermi al sicuro dalle tentazioni. Senza desiderare di possederla, ero contento che mi togliesse il desiderio di averne altre, tanto consideravo tutto ciò che poteva distrarmi da lei come un'infelicità.

La lunga abitudine di vivere insieme e di viverci innocentemente, anziché indebolire i miei sentimenti per lei, li aveva rafforzati, ma al tempo stesso li aveva altrimenti indirizzati, rendendoli più affettuosi, forse più teneri, ma meno sensuali. A forza di chiamarla Mamma, di usare con lei la familiarità di un figlio, mi ero assuefatto a considerarmi tale. Credo fosse questo il vero motivo per cui non ardevo di possederla, sebbene mi fosse così cara. Ricordo benissimo che i miei primi sentimenti, senza essere più vivi, erano più voluttuosi. Ad Annecy, ero in uno stato di ebbrezza; a Chambéry non più. L'amavo sempre con la maggior passione possibile; ma l'amavo più per lei e meno per me, o almeno cercavo più la mia felicità che il mio piacere accanto a lei: era per me più d'una sorella, più d'una madre, più di un'amica, persino più di un'amante, e proprio per questo non era un'amante. Insomma, l'amavo troppo per concupirla, ecco quanto c'è di più chiaro nelle mie idee.

Quel giorno, più temuto che atteso, finalmente venne. Promisi tutto, e non mentii. Il mio cuore confermava i miei giuramenti, senza desiderarne il prezzo. L'ottenni, tuttavia. Mi vidi per la prima volta tra le braccia di una donna, e di una donna che adoravo. Fui felice? No; gustai il piacere. Non so quale invincibile tristezza ne avvelenava l'incanto. Era come se avessi commesso un incesto. Due o tre volte, stringendola con foga tra le braccia, inondai il suo seno di lacrime. Lei, non era né triste né accesa; era carezzevole e tranquilla. Poiché era poco sensuale e non aveva cercato la voluttà, non ne ebbe le delizie e non ne ha mai avuto i rimorsi.

Lo ripeto: tutte le colpe le vennero dai suoi errori, mai dalle sue passioni. Era di alti natali, aveva un cuore puro, amava le cose oneste, le sue inclinazioni erano rette e virtuose, i suoi gusti delicati; era fatta per un'eleganza di costumi che sempre predilesse e mai seppe seguire, perché invece di ascoltare il cuore, che la guidava bene, ascoltò la ragione, che la guidava male. Quando falsi principi l'hanno fuorviata, i suoi veri sentimenti li smentirono sempre: ma sfortunatamente aveva ambizioni filosofiche e la morale che si era costruita guastò quella che le dettava il cuore.

Il signor di Tavel, suo primo amante, fu il suo maestro di filosofia, e i principi che le insegnò furono quelli di cui aveva bisogno per sedurla. Trovandola legata al marito, ai suoi doveri, sempre fredda, ragionevole e inattaccabile per la via dei sensi, l'assalì con i sofismi, e riuscì a farle apparire i doveri cui era così fedele come fole da catechismo, fatte solo per divertire i bambini, l'unione dei sessi come l'atto in sé più insignificante, la fedeltà coniugale come un'apparenza obbligata in cui tutta la moralità dipendeva dall'opinione, la pace dei mariti come sola regola del dovere delle mogli, cosicché le infedeltà ignorate, inesistenti per chi le subisce restano tali anche per la coscienza; insomma la convinse che la cosa in sé non era nulla, che non esisteva se non con lo scandalo, e che ogni donna che apparisse onesta, per ciò stesso lo era in realtà. Così lo sciagurato raggiunse il suo scopo corrompendo la ragione di una fanciulla della quale non era riuscito a corrompere il cuore. Ne fu punito dalla più divorante gelosia, convinto che lo trattasse come lui stesso le aveva insegnato a trattare il marito. Non so se si ingannasse su questo punto. Il ministro Perret passò per il suo successore. So solo che il temperamento freddo di quella giovane donna che avrebbe dovuto preservarla da quel sistema, fu ciò che le impedì in seguito di rinunciarvi. Non poteva concepire che si desse tanta importanza a cose che per lei non ne avevano alcuna. Non onorò mai col nome di virtù un'astinenza che le costava così poco.

Per se stessa, non avrebbe dunque affatto abusato di quel falso principio; ne abusò per altri, e grazie a un'altra massima quasi altrettanto falsa, ma più in armonia con la bontà del suo cuore. Fu sempre convinta che nulla leghi un uomo a una donna quanto il possesso, e benché non provasse per i suoi amici altro amore che l'amicizia, era un'amicizia così tenera che si serviva di tutti i mezzi a sua disposizione per legarli più intimamente. È straordinario come vi sia quasi sempre riuscita. Era davvero così amabile che, più s'approfondiva l'intimità con cui si viveva con lei, più si scoprivano nuovi motivi d'amarla. Altro fatto degno di nota è che, dopo la sua prima caduta, non concesse i suoi favori che agli sventurati; gli uomini di mondo hanno tutti sprecato i loro affanni, con lei: ma bisognava che un uomo che ella cominciava col compiangere fosse davvero detestabile, perché non finisse con l'amarlo. Quando le accadde di compiere scelte indegne di lei, non fu per basse inclinazioni, che mai sfiorarono il nobile cuore, ma per l'eccessiva generosità del suo animo, troppo compassionevole, troppo sensibile, e che non sempre ella dominò con sufficiente discernimento.

Se alcuni falsi principi l'hanno sviata, quanti ne aveva di ammirevoli, dai quali non si scostava mai! Con quanta virtù riscattava le sue debolezze, se si possono chiamare con tale nome errori nei quali i sensi avevano così poca parte! Lo stesso uomo che l'ingannò su un punto, l'istruì egregiamente su mille altri; e le sue passioni, che non erano infuocate, le consentivano di seguire sempre i suoi principi: ella agiva bene quando i suoi sofismi non la sviavano. Le sue ragioni erano lodevoli persino negli errori; poteva, illudendosi, agire male, ma non poteva desiderare nulla che fosse male. Aborriva la doppiezza, la menzogna; era giusta, equanime, umana, disinteressata, fedele alla sua parola, agli amici, ai doveri che riconosceva come tali, incapace di odio e di vendetta, e non concepiva nemmeno che nel perdono vi fosse il minimo merito. Infine, per tornare a quanto in lei era meno scusabile, senza stimare i suoi favori nel loro valore, non ne fece mai un vile mercato; li prodigava, ma non li vendeva, benché sempre costretta a espedienti per vivere, e oso dire che se Socrate poté stimare Aspasia, avrebbe rispettato la signora di Warens.

Prevedo già che attribuendole un carattere sensibile e un temperamento freddo, verrò accusato come al solito di contraddirmi, e non senza ragione. Può darsi che la natura abbia avuto torto, e che questa combinazione non avrebbe dovuto esistere; so solo che c'è stata. Quanti conobbero la signora di Warens, e ne esiste ancora un gran numero, hanno potuto constatare che era fatta così. Oso aggiungere persino che ha conosciuto un solo vero piacere al mondo: procurarne a coloro che amava. Nondimeno, è concesso a ciascuno di argomentare come crede su questo punto, e di dimostrare dottamente il contrario. Il mio compito è di dire la verità, non d'imporla.

Appresi a poco a poco tutto quanto ho detto qui, nei colloqui che seguirono la nostra unione, e che da soli la resero deliziosa. Ella aveva avuto ragione sperando che la sua compiacenza mi sarebbe stata preziosa: ne trassi grandi vantaggi per la mia istruzione. Fino a quel momento mi aveva parlato solo di me come si parla a un ragazzo. Cominciò a trattarmi da uomo, e mi parlò di sé. Tutte le cose che mi diceva erano per me così interessanti, me ne sentivo così commosso che, rispecchiandole in me, applicavo a mio vantaggio le sue confidenze più di quanto avessi fatto con le sue lezioni. Quando si sente davvero che il cuore parla, il nostro si apre per accogliere le sue effusioni; e mai tutta la morale di un pedagogo varrà il chiacchierio amoroso e tenero di una donna intelligente, per la quale si prova affetto.

L'intimità nella quale vivevo con lei avendole consentito di apprezzarmi più che nel passato, ritenne che a dispetto dei miei modi goffi valesse la pena di coltivarmi per il gran mondo, e che se un giorno me ne fossi dimostrato all'altezza, vi avrei fatto la mia strada. Con questi presupposti, si dedicava a formare non solo il mio giudizio, ma anche il mio aspetto esteriore, le mie maniere, a rendermi amabile quanto stimabile, e se è vero che il successo nel mondo può unirsi alla virtù, cosa che non credo, sono almeno certo che non c'è per questo via migliore di quella da lei scelta, e che voleva insegnarmi. La signora di Warens, infatti, conosceva gli uomini e possedeva in grado superiore l'arte di trattarli senza menzogna e senza imprudenza, senza ingannarli e senza irritarli. Ma quest'arte era nel suo carattere assai più che nelle sue lezioni; sapeva meglio praticarla che insegnarla, e io ero l'uomo meno adatto al mondo per impararla. Così tutto quel che fece al riguardo fu press'a poco fatica sprecata, come la preoccupazione che le venne di darmi maestri di danza e di scherma. Sebbene svelto e armonioso nel corpo, non riuscii a imparare a danzare un minuetto. Avevo talmente preso l'abitudine, durante le mie marce, di camminare sui calcagni, che Roche non poté farmela perdere, e pur col mio aspetto vigoroso non ho mai saputo saltare un mediocre fossato. Fu anche peggio in sala d'armi. Dopo tre mesi di lezioni tiravo ancora al muro, non essendo in condizioni di sferrare un assalto, e non ebbi mai il polso agile o il braccio fermo quanto bastasse a trattenere il fioretto, se al maestro garbava di farmelo saltare. Si aggiunga il mio mortale disgusto per quell'esercizio e per il maestro che cercava di insegnarmelo. Non avrei mai creduto che si potesse menar tanto vanto dell'arte di uccidere un uomo. Per rendermi accessibile il suo vasto genio, non si esprimeva che per paragoni tratti dalla musica, di cui non sapeva nulla. Scopriva sorprendenti analogie fra le botte di terza e di quarta e gli intervalli musicali dello stesso nome. Quando voleva fare una finta, mi diceva di guardarmi da quel diesis, perché anticamente i diesis si chiamavano «finte»; quando mi aveva fatto saltare di mano il fioretto, diceva ghignando che era «una pausa». Insomma non conobbi in vita mia un pedante più insopportabile di quel poveraccio col suo pennacchio e il suo piastrone.

Feci dunque scarsi progressi nei miei esercizi, che presto abbandonai per puro disgusto; ma ne feci di maggiori in un'arte più utile, quella di accontentarmi della mia sorte, e di non desiderarne una più brillante, per la quale cominciavo a capire di non esser fatto. Dedito interamente al desiderio di rendere a Mamma la vita felice, ero sempre contento di starle accanto, e quando dovevo allontanarmi per correre in città, nonostante la mia passione per la musica, cominciavo a sentire il peso delle lezioni. |[continua]|

|[LIBRO QUINTO, 2]|

Ignoro se Claude Anet s'accorse dell'intimità dei nostri rapporti. Ho motivo di credere che non gli sfuggì. Era un giovane molto perspicace, ma discretissimo, che mai contraddiceva con le parole il pensiero, ma non sempre lo manifestava. Senza minimamente mostrarmi d'essere informato, dalla sua condotta sembrava che lo fosse; una condotta non dettata certo da bassezza d'animo, quanto dall'aver assimilato i principi della padrona al punto che non poteva disapprovarne il comportamento ad essi coerente. Sebbene giovane quanto lei, era così maturo e grave che ci considerava quasi come due ragazzi degni d'indulgenza, e noi lo guardavamo entrambi come un uomo rispettabile di cui dovevamo meritarci la stima. Solo dopo che gli fu infedele, conobbi a fondo l'affetto che ella aveva per lui. Sapendo che io non pensavo, non sentivo, non respiravo che per lei, mi dimostrava quanto l'amasse, perché io del pari l'amassi, dando risalto non tanto alla sua amicizia per lui quanto alla sua stima, poiché era il sentimento che più pienamente potevo condividere. Quante volte intenerì i nostri cuori e ci fece abbracciare con le lacrime agli occhi, dicendoci che eravamo entrambi necessari alla felicità della sua vita! Le donne che leggeranno questo non sorridano maligne. Col temperamento che aveva, questo bisogno non era equivoco: era unicamente il bisogno del suo cuore.

Si stabilì fra noi tre in questo modo un'unione forse senza esempio sulla terra. Tutti i nostri desideri, le nostre cure, i nostri cuori, erano in comune. Nulla accadeva fuori di quel piccolo cerchio. L'abitudine di vivere insieme e di viverci esclusivamente divenne così grande, che se alla nostra tavola mancava uno dei tre o si aggiungeva un quarto, tutto si scomponeva, e, nonostante i nostri particolari legami, i colloqui a tu per tu ci erano meno dolci dell'unione fra noi. Un'estrema fiducia reciproca preveniva ogni disagio tra noi, e le nostre continue occupazioni ci difendevano dalla noia. Mamma, sempre in pieni progetti e sempre in moto, non ci lasciava mai oziosi, né l'uno né l'altro, e ciascuno per conto proprio avevamo inoltre di che occupare il nostro tempo. A mio avviso, l'ozio è un flagello della società non meno della solitudine. Nulla restringe di più la mente, nulla genera maggiormente le meschinità, i battibecchi, le malizie, gli intrighi, le menzogne quanto lo stare eternamente chiusi in una stanza, l'uno di fronte all'altro, ridotti per tutta occupazione alla necessità di chiacchierare ininterrottamente. Quando tutti hanno i loro impegni, non si parla che come si ha qualcosa da dire; ma quando non si ha nulla da fare, bisogna assolutamente parlar sempre, ed ecco, fra tutti i disagi, il più molesto e pericoloso. Oso andare anche oltre, e sostengo che per rendere una cerchia veramente attraente, occorre non solo che ciascuno faccia qualche cosa, ma qualcosa che esiga una certa attenzione. Far nodi è un far niente, e occorre lo stesso impegno per divertire una donna che faccia nodi quanto una che se ne stia con le mani in mano. Ma quando ricama, è già diverso; è assorta quanto basta a colmare le pause di silenzio. La cosa urtante, ridicola, è vedere intanto una dozzina di spilungoni alzarsi, sedersi, andare, venire, piroettare sui tacchi, spostare duecento volte i gingilli del caminetto, e stancare la loro Minerva obbligandola a un flusso inesauribile di parole: che bella occupazione! Costoro, qualunque cosa facciano, saranno sempre di peso agli altri e a se stessi. Quand'ero a Motiers, andavo a fabbricare stringhe in casa delle mie vicine; se tornassi nel bel mondo porterei sempre in tasca un misirizzi e ci giocherei tutto il giorno per dispensarmi dall'aprir bocca quando non avessi niente da dire. Se ciascuno facesse così, gli uomini diverrebbero meno malvagi, i loro rapporti più sicuri e, penso, più piacevoli. Insomma, ridano pure i burloni, se credono, ma io sostengo che l'unica morale adeguata al nostro secolo è la morale del misirizzi.

Del resto, non lasciavano affatto a noi soli la preoccupazione di scongiurare la noia; e gli importuni, con la loro insistenza, ce ne procuravano troppa per lasciarcene quando restavamo soli. L'insofferenza che m'avevano ispirata in passato non s'era attenuata, e la sola differenza era che avevo meno tempo per abbandonarmici. Mamma, poverina, non aveva perduto la sua vecchia smania di imprese e di sistemi. Anzi: più i suoi bisogni domestici si facevano impellenti, più, per farvi fronte, si abbandonava alle sue chimere. Meno disponeva di risorse immediate, più se ne costruiva nell'avvenire. Il passare degli anni non faceva che aumentare quella mania; e quanto più perdeva il gusto dei piaceri mondani e della giovinezza, tanto più vi subentrava quello dei segreti e dei progetti. La casa era sempre piena di ciarlatani, inventori, alchimisti, imprenditori d'ogni specie, che distribuendo ricchezza a milioni, finivano per aver bisogno di uno scudo. Nessuno usciva a mani vuote da casa sua, e uno dei miei motivi di stupore è come abbia potuto far fronte così a lungo a tanta prodigalità senza esaurirne la fonte e senza stancare i creditori.

Il progetto che più l'appassionava nel tempo di cui parlo, e che non era il più irragionevole da lei concepito, era quello di istituire a Chambéry un Giardino reale delle piante, con un dimostratore stipendiato; e già s'intuisce a chi quel posto fosse destinato. La posizione della città, nel cuore delle Alpi, era assai favorevole alla botanica, e Mamma, che facilitava sempre un progetto assommandolo a un altro, vi aggiungeva un Collegio di farmacia, che in verità appariva utilissimo in un paese tanto povero, dove gli speziali sono press'a poco i soli medici. Il ritiro a Chambéry del protomedico Grossi, dopo la morte di re Vittorio, le parve favorire molto il progetto, e forse glielo suggerì. Comunque, si mise a vezzeggiare Grossi, che pur non era troppo aperto ai complimenti; essendo anzi il più caustico e brutale individuo che abbia mai conosciuto. Si giudicherà da due o tre aneddoti che citerò a titolo d'esempio.

Un giorno era a consulto con altri medici, e fra gli altri con uno che avevano fatto arrivare da Annecy, e che era il medico curante del malato. Quel giovane, ancora alle prime armi come medico, osò manifestare un'opinione contraria a quella del signor Grossi. Questi, per tutta risposta, gli chiese a che ora partiva, da che parte passava e quale carrozza prendeva. L'altro, soddisfatta la richiesta, gli domandò a sua volta se potesse fare qualche cosa per lui. «Niente, niente,» disse Grossi, «ma voglio mettermi alla finestra, quando passate, per avere il piacere d'assistere al passaggio di un asino a cavallo.» Era tanto avaro quanto ricco e duro. Un giorno, un suo amico gli chiese del denaro in prestito fornendogli buone garanzie. «Amico mio,» rispose lui, stringendogli le braccia e digrignando i denti, «se San Pietro in persona scendesse dal cielo per chiedermi un prestito di dieci pistole, dandomi in pegno la Trinità, non gliele presterei.» Una volta, invitato a pranzo in casa del conte Picon, governatore della Savoia e uomo devotissimo, arriva in anticipo, e Sua Eccellenza, occupato in quel momento a recitare il rosario, gliene offre lo svago. Non sapendo bene come rispondere, Grossi fa un'orrida smorfia e si inginocchia. Ma ha appena recitato due Ave che, non potendone più, si alza bruscamente, afferra il bastone e se ne va senza dir verbo. «Signor Grossi, signor Grossi, non andatevene! C'è per voi una squisita pernice allo spiedo!» «Signor conte,» replica lui voltandosi, «non resterei neppure se mi offriste un arrosto d'angelo.» Ecco com'era il protomedico Grossi, che Mamma pretese e riuscì ad addomesticare. Sebbene occupatissimo, prese l'abitudine di venire spessissimo da lei, divenne amico di Anet, mostrò di apprezzare le sue cognizioni, ne parlava con stima, e, cosa imprevedibile da un orso simile, ostentava di trattarlo con considerazione, per cancellare le impressioni del passato. Infatti, per quanto Anet non fosse più alla stregua di un domestico, si sapeva che lo era stato, e non ci voleva meno dell'esempio e dell'autorità del signor protomedico per conferirgli una dignità cui nessun altro lo avrebbe elevato. Claude Anet in abito nero, parrucca ben pettinata, portamento solenne e decoroso, condotta saggia e circospetta, estese cognizioni in materia medica e botanica, e il favore del capo della facoltà, poteva ragionevolmente sperare di occupare con plauso la carica di dimostratore reale delle piante, se la progettata istituzione si realizzava, e Grossi ne aveva realmente apprezzato il progetto, l'aveva adottato, e aspettava solo, per proporlo alla Corte, il momento in cui la pace avrebbe permesso di pensare alle cose utili, e di disporre del denaro necessario a provvedervi.

Ma il progetto, la cui esecuzione mi avrebbe probabilmente lanciato nella botanica, per la quale mi sembra che fossi nato, fallì per uno di quei colpi inattesi che sconvolgono i piani meglio concertati. Ero destinato a diventare, gradualmente, un campione delle miserie umane. Si direbbe che la Provvidenza, chiamandomi a quelle grandi prove, togliesse di mezzo tutto ciò che mi avrebbe impedito di cadervi. In un'escursione compiuta da Anet in alta montagna, per cercarvi il ginepro, pianta rara che cresce solo sulle Alpi, e di cui il signor Grossi aveva bisogno, il povero ragazzo si accaldò tanto che si buscò una pleurite, dalla quale il ginepro non valse a salvarlo, pur essendone, a quanto si dice, lo specifico, e nonostante tutta l'arte di Grossi, che era certamente un uomo abilissimo, nonostante le cure infinite che gli dedicammo, la sua buona padrona ed io, morì cinque giorni dopo fra le nostre braccia dopo la più crudele agonia, durante la quale non ebbe altre esortazioni che le mie; e gliele prodigai con slanci di dolore e di zelo che, se avesse potuto sentirmi, avrebbero dovuto arrecargli qualche sollievo. Ecco come persi l'amico più fidato di tutta la mia vita, uomo stimabile e raro, nel quale la natura tenne luogo d'educazione, che nutrì nella servitù tutte le qualità dei grandi uomini, e al quale forse non mancò, per dimostrarsi tale a tutti, che l'occasione di vivere e di farsi largo.

Il giorno dopo ne parlavo con Mamma, nell'afflizione più profonda e sincera, e, di colpo, nel pieno del discorso, ebbi il vile e indegno pensiero che avrei ereditato i suoi abiti, soprattutto un bel vestito nero che mi aveva dato all'occhio. Lo pensai, e, di conseguenza, lo dissi; giacché con lei era per me tutt'uno. Nulla le fece sentire la perdita che aveva subito più di quelle vili e odiose parole, giacché disinteresse e nobiltà d'animo erano fra le qualità che il defunto aveva posseduto in modo eminente. La povera donna, senza rispondere, si volse dall'altra parte e si mise a piangere. Care e preziose lacrime! Ne intesi tutto il senso, e mi scesero nel profondo del cuore; vi levarono sin le ultime tracce di un sentimento basso e disonesto; da allora non ve n'è più entrato nessuno.

Quella perdita procurò a Mamma un danno pari al dolore. Da quel momento i suoi affari non smisero di volgere al peggio. Anet era un giovane scrupoloso e avveduto, che manteneva l'ordine in casa della sua padrona. La sua vigilanza era temuta, e lo spreco era minore. Ella stessa temeva le sue censure, e conteneva più accortamente le proprie dissipazioni. Non le bastava il suo affetto, voleva conservare la sua stima, e paventava il giusto rimprovero che a volte egli ardiva rivolgerle: di prodigare i beni altrui quanto i propri. Io pensavo come lui, e lo dicevo anche; ma non avevo su di lei lo stesso ascendente, e i miei discorsi non si imponevano altrettanto. Quando lui non ci fu più, fui costretto ad assumerne il ruolo, verso il quale ero poco versato quanto scarsamente attratto; lo mantenni male. Ero poco diligente, timidissimo; pur recriminando tra me e me, lasciavo andar tutto come andava. D'altronde avevo ottenuto la stessa fiducia, non la stessa autorità. Vedevo il disordine, ne soffrivo, me ne lagnavo, e non ero ascoltato. Ero troppo giovane e vivace per avere il diritto d'essere giudizioso, e quando volevo fare il censore, Mamma mi allungava qualche carezzevole buffetto, mi chiamava il suo «piccolo Mentore», e mi costringeva a riprendere la parte che mi si addiceva.

Il sentimento profondo dell'angustia nella quale presto o tardi le sue incaute spese dovevano necessariamente trascinarla, m'ispirò un'inquietudine tanto più sentita in quanto, divenuto l'ispettore della sua casa, constatavo coi miei occhi lo squilibrio del bilancio fra dare e avere. Faccio risalire a quel periodo la tendenza all'avarizia che poi ho sempre avvertita. Non sono mai stato follemente prodigo che per ventate; ma sin allora non mi ero mai eccessivamente preoccupato di aver poco o molto denaro. Cominciai a starci attento e a prender cura della mia borsa. Diventavo meschino per un motivo nobilissimo, giacché in verità non pensavo che a risparmiare per Mamma qualche risorsa nella catastrofe che presagivo. Temevo che i creditori facessero sequestrare la sua pensione, o che le fosse del tutto soppressa, e immaginavo, nella mia miopia, che il mio gruzzolo esiguo le sarebbe stato allora d'enorme aiuto. Ma per raggranellarlo, e soprattutto per conservarlo, bisognava nasconderglielo, perché sarebbe stato increscioso, mentre ella campava d'espedienti, che venisse a sapere della mia riserva di contanti. Andavo dunque cercando qua e là tutti i nascondigli dove depositavo qualche luigi, ripromettendomi di arricchire continuamente quel deposito fino al momento di deporlo ai suoi piedi. Ma ero così maldestro nella scelta dei miei nascondigli, che lei li scopriva sempre; poi, per farmi capire che li aveva scovati, prendeva l'oro che vi avevo messo e ne metteva di più in monete diverse. Andavo allora tutto vergognoso a versare nella borsa comune il mio piccolo tesoro, e immancabilmente lei lo spendeva in ninnoli o mobili per me, come una spada d'argento, un orologio o cose del genere.

Convintissimo che non sarei mai riuscito a risparmiare, e che per lei sarebbe stata una ben misera risorsa, finalmente capii che non mi restava altro rimedio contro la paventata disgrazia se non quello di pormi io stesso in condizioni di provvedere alla sua esistenza, quando, non potendo più provvedere alla mia, avrebbe visto il pane prossimo a mancarle. Purtroppo, orientando i miei progetti nel senso dei miei gusti, mi ostinavo insensatamente a cercare la mia fortuna nella musica, e sentendomi nascere in testa idee e canti, ritenni che, appena in condizione di trarne vantaggio, sarei diventato un uomo celebre, un moderno Orfeo, i cui suoni avrebbero attratto tutto l'argento del Perù. Leggendo già discretamente la musica, si trattava per me d'imparare la composizione. Ma era difficile trovare chi me la insegnasse; perché col mio solo Rameau, non speravo di riuscirci da me, e dopo la partenza di Le Maître non c'era nessuno in Savoia che capisse qualcosa di armonia.

Si vedrà qui un'altra delle incoerenze di cui è piena la mia vita, e che così spesso mi hanno fatto andare contro il mio scopo proprio quando pensavo di tendervi direttamente. Venture mi aveva molto parlato dell'abate Blanchard, suo maestro di composizione, uomo di valore e di grande ingegno, che a quei tempi era maestro di cappella della cattedrale di Besançon, e che ora è maestro a quella di Versailles. Mi misi in testa di andare a Besançon, a prendere lezioni dall'abate Blanchard, e l'idea mi apparve tanto sensata che riuscii a persuaderne anche Mamma. Eccola al lavoro attorno al mio piccolo corredo, con la profusione che metteva in ogni cosa. Così, sempre nell'intento di scongiurare una bancarotta e di por riparo nell'avvenire alla sua opera di dissipazione, cominciai intanto coll'imporle un salasso di ottocento franchi: acceleravo la sua rovina per mettermi in condizione di rimediarvi. Per folle che fosse la mia condotta, l'illusione era totale da parte mia, e anche da parte sua. Eravamo entrambi convinti: io di lavorare utilmente per lei, lei che io lavorassi utilmente per me.

Avevo sperato di trovare Venture ancora ad Annecy, per chiedergli una lettera di presentazione all'abate Blanchard. Non c'era più. Dovevo accontentarmi, come sola referenza, di una messa in quattro parti composta e scritta di suo pugno, che egli mi aveva lasciata. Con questa raccomandazione mi recai a Besançon passando per Ginevra, dove visitai i miei parenti, e per Nyon, dove andai a trovare mio padre, che mi accolse come sempre e si incaricò di spedirmi la valigia, che mi seguiva, perché viaggiavo a cavallo. Arrivo a Besançon. L'abate Blanchard mi riceve bene, mi promette le sue lezioni e mi offre i suoi servigi. Eravamo pronti a cominciare quando una lettera di mio padre mi annuncia che il bagaglio mi è stato sequestrato a Rousses, ufficio di dogana francese sulla frontiera svizzera. Spaventato dalla notizia, impiego le conoscenze fatte a Besançon per sapere il motivo del sequestro, poiché, sicurissimo di non aver nulla di contrabbando, non riesco a capire di quale pretesto abbiano potuto avvalersi. Infine posso saperlo: bisogna che lo racconti, perché è un fatto curioso.

Vedevo a Chambéry un vecchio Lionese, bravissima persona, certo Duvivier, che aveva lavorato alla vidimazione sotto la Reggenza e che, rimasto privo d'impiego, era venuto a lavorare al catasto. Era vissuto nel bel mondo, disponeva di buone doti, una certa istruzione, dolcezza, cortesia; conosceva la musica, e poiché lavoravamo nello stesso ufficio, ci eravamo legati di preferenza, in mezzo a quegli orsi arruffati che ci stavano intorno. Riceveva da Parigi lettere che gli fornivano quelle minime inezie, quelle novità effimere che hanno corso non si sa perché, muoiono non si sa come, e mai nessuno ricorda quando si è smesso di parlarne. Poiché lo portavo qualche volta a pranzo da Mamma, mi faceva in certo modo la corte, e per rendersi gradito, cercava di farmi apprezzare quella paccottiglia della quale ho sempre avuto un tale disgusto che non mi è mai capitato di leggerne una di mia iniziativa. Per compiacerlo, prendevo queste preziose carte igieniche, le mettevo in tasca e non me ne ricordavo che per il solo uso al quale si prestano. Per mia sfortuna uno di quei maledetti fogli restò nella tasca di un abito nuovo che avevo indossato due o tre volte per essere in regola con la dogana. Era una parodia giansenista alquanto triviale della bella scena del Mitridate di Racine. Non ne avevo letto dieci versi, e me l'ero dimenticata in tasca. Ecco che cosa provocò il sequestro del mio corredo. I doganieri, in testa all'inventario del bagaglio, stesero un magnifico processo verbale nel quale, supponendo che lo scritto provenisse da Ginevra per essere stampato e distribuito in Francia, si profondevano in sante invettive contro i nemici di Dio e della Chiesa, e in elogi della loro pia vigilanza, che aveva sventato l'esecuzione di quel piano infernale. Scoprirono senza dubbio che anche le mie camicie puzzavano d'eresia; poiché, in virtù di quel terribile foglio, tutto mi fu confiscato, senza che mai, per quanto mi sia dato da fare, abbia avuto ragione o notizia della mia povera paccottiglia. Gli impiegati della dogana, ai quali ci si rivolse, esigevano tali e tante informazioni, istruzioni, certificati, memorie, che, smarritomi mille volte in quel labirinto, fui costretto ad abbandonare ogni cosa. È un vero peccato che io non abbia conservato il processo verbale dell'ufficio di Rousses. Era un documento che avrebbe fatto la sua brava figura nella raccolta che accompagnerà questo scritto.

La perdita mi costrinse a un immediato ritorno a Chambéry, senza aver combinato nulla con l'abate Blanchard, e, tutto sommato, vedendo la sfortuna seguirmi in tutte le mie iniziative, decisi di dedicarmi unicamente a Mamma, di condividere la sua sorte, e di non più preoccuparmi inutilmente di un futuro sul quale non potevo nulla. Ella mi accolse come se le avessi portato tesori, ricostruì a poco a poco il mio guardaroba; e la mia disgrazia, piuttosto ragguardevole per l'uno e per l'altra, fu quasi dimenticata più in fretta di quanto mi colpì.

Sebbene quella disgrazia avesse raffreddato i miei entusiasmi musicali, non trascuravo di studiare sempre il mio Rameau; e a furia di sforzi riuscii finalmente a capirlo, e a tentare qualche piccolo saggio di composizione, il cui successo mi incoraggiò. Il conte di Bellegarde, figlio del marchese d'Entremont, era tornato da Dresda, dopo la morte di re Augusto. A lungo era vissuto a Parigi: gli piaceva immensamente la musica, e s'era appassionato a quella di Rameau. Suo fratello, il conte di Nangis, suonava il violino, la contessa della Tour, loro sorella, cantava un po'. Questo insieme di cose portò in voga la musica a Chambéry, e si organizzò una specie di concerto pubblico, di cui mi si volle affidare inizialmente la direzione. Ma presto s'accorsero che non ne ero all'altezza, e provvidero altrimenti. Non trascuravo di farvi eseguire qualche piccolo pezzo di mia composizione, e fra gli altri una cantata che piacque molto. Non era un pezzo ben fatto, ma era pieno di motivi nuovi e di cose d'effetto che da me non s'aspettavano. Quei signori non poterono credere che, leggendo così male la musica, riuscissi a comporne di passabile, e non dubitarono che mi fossi fatto bello con panni altrui. Per appurarlo, una mattina il signor Nangis venne a trovarmi con una cantata di Clérambault, che aveva trasportato, diceva, per adattarla alla voce, e alla quale occorreva arrangiare un altro accompagnamento perché la trasposizione rendeva impraticabile quello di Clérambault sullo strumento. Risposi che si trattava di un lavoro considerevole, e non poteva eseguirsi sul momento. Credette che cercassi un pretesto e insistette perché facessi almeno l'accompagnamento di un recitativo. Lo feci, dunque, male certamente perché in ogni cosa mi occorre, per far bene, agio e libertà; ma se non altro lo eseguii secondo la regola, e siccome era presente egli non poté dubitare che conoscessi gli elementi della composizione. Così non persi le mie allieve, ma mi raffreddai un po' per la musica, vedendo che si dava un concerto e facevano a meno di me.

Press'a poco in quel tempo, conclusa la pace, l'esercito francese ripassò i monti. Numerosi ufficiali vennero a trovare Mamma, e fra gli altri il conte di Lautrec, colonnello del reggimento d'Orléans, poi plenipotenziario a Ginevra, e infine maresciallo di Francia, al quale ella mi presentò. Da quanto lei gli disse, parve interessarsi molto alla mia persona, e mi promise un'infinità di cose, delle quali non si è ricordato che nell'ultimo anno della sua vita, quando non avevo più bisogno di lui. Il giovane marchese di Sennecterre, il cui padre era allora ambasciatore a Torino, passò nello stesso periodo da Chambéry. Pranzò in casa della signora di Menthon; quel giorno vi pranzavo anch'io. Dopo pranzo si parlò di musica; egli la conosceva benissimo. L'opera Jefte era la novità del momento; ne parlò, la fecero portare. Mi fece fremere proponendomi di eseguire, noi due, quell'opera, e aprendo lo spartito capitò sul celebre brano a due cori:

La Terre, l'enfer, le Ciel même,

tout tremble devant le Seigneur.

Mi disse: «Quante parti volete fare? Io eseguirò queste sei.» Non ero ancora avvezzo a quella petulanza francese; e quantunque avessi a volte compitato qualche spartito, non capivo come lo stesso uomo potesse eseguire simultaneamente sei parti, o anche due. Nulla mi è risultato più penoso, nell'esercizio della musica, quanto saltare con leggerezza da una parte all'altra, e tener d'occhio a un tempo l'intera partitura. Dal modo in cui me la cavai in quell'impresa, il signor di Sennecterre dovette esser tentato di credere che non conoscevo la musica. Forse per verificare quel dubbio, mi propose di notare una canzone che intendeva offrire alla signorina di Menthon. Non potevo esimermene. Cantò la canzone; io scrissi senza neppure fargliela troppo ripetere. Subito la lesse e vide, come infatti era, che l'avevo scritta nel modo più corretto. Aveva notato il mio imbarazzo, e si compiacque di valorizzare quel piccolo successo. Era nondimeno una cosa semplicissima. In fondo, conoscevo perfettamente la musica; non mi mancava che quella prontezza d'occhio che non ebbi mai in nulla, e che nella musica si acquisisce solo con una pratica consumata. Apprezzai comunque la sua onesta premura di cancellare nella mente degli altri, e nella mia, la piccola vergogna che avevo subita e dodici, o quindici anni dopo, incontrandolo in diverse case di Parigi, fui più volte tentato di rammentargli l'episodio, e dimostrargli che ne serbavo il ricordo. Ma dopo quel tempo egli aveva perso la vista: temetti di rinnovare il suo dolore ricordandogli l'uso che aveva saputo farne, e tacqui.

Giungo ora al momento in cui il mio passato comincia a legarsi col presente. Alcune amicizie di quei tempi prolungatesi fino a questi, mi sono divenute preziosissime. Sovente mi hanno fatto rimpiangere la felice oscurità nella quale quanti mi Si dicevano amici lo erano davvero e mi amavano per me stesso, per pura benevolenza, non per la vanità di aver rapporti con un uomo famoso, o per il segreto desiderio di trovare così più occasioni di nuocergli. A questo tempo risale la mia prima conoscenza col mio vecchio amico Gaffecourt, amicizia che mi è sempre rimasta, a dispetto di tutti gli sforzi per strapparmela. Sempre rimasta! No, ahimè. L'ho appena perduta. Ma egli ha cessato di amarmi solo cessando di vivere, e la nostra amicizia non è finita che con lui. Il signor di Gaffecourt era uno degli uomini più amabili che siano esistiti. Era impossibile vederlo senza amarlo; e vivere con lui senza profondamente affezionarsi. Mai vidi in vita mia una fisionomia più aperta, più dolce, pervasa da maggior serenità, che esprimesse maggior sentimento e intelligenza, che ispirasse maggior fiducia. Per quanto riservati si potesse essere, non si poteva, sin dal primo incontro, fare a meno di sentirsi con lui familiari come se lo si conoscesse da vent'anni, ed io che provavo tanta difficoltà a trovarmi a mio agio con volti nuovi, mi ci trovai con lui dal primo istante. Il tono, l'accento, i discorsi, s'accordavano perfettamente con la sua fisionomia. Il suono della voce era netto, pieno, con un bel timbro, una bella voce di basso, sonora e penetrante, che riempiva l'orecchio e risuonava in cuore. Impossibile avere una allegria più costante e più dolce, qualità più spontanee e più semplici, doti più naturali e coltivate con miglior gusto. Aggiungete un cuore amoroso, ma amoroso un po' troppo con tutti, un carattere servizievole con poche preferenze, pronto a servire con zelo gli amici, o piuttosto a farsi amico di chi poteva servire, e capace di fare molto accortamente i propri affari prendendo molto a cuore quelli degli altri. Gaffecourt era figlio di un semplice orologiaio, ed era stato orologiaio anche lui. Ma la sua figura e le sue doti lo chiamavano in un'altra sfera, dove non tardò ad entrare. Fece conoscenza col signor di La Closure, residente di Francia a Ginevra, che gli divenne amico. Gli procurò a Parigi altre conoscenze che gli furono utili, grazie alle quali poté ottenere la fornitura dei sali del Vallese, che gli fruttava ventimila lire l'anno. La sua fortuna, abbastanza buona, si fermò qui quanto agli uomini; ma quanto alle donne, furono una folla: ebbe da scegliere e fece quel che volle. La cosa più rara e più onorevole in lui fu che, avendo relazioni in tutti i ceti, fu dovunque gradito, ricercato da tutti, senza mai essere invidiato né odiato da nessuno, e credo che sia morto senza aver avuto un solo nemico in vita sua. Uomo felice! Tutti gli anni si recava ai bagni di Aix, dove si raduna la buona società delle regioni vicine. Legato con tutta la nobiltà della Savoia, veniva da Aix a Chambéry a trovare il conte di Bellegarde, e suo padre il marchese d'Entremont, in casa del quale Mamma fece, e mi fece fare, conoscenza con lui. La conoscenza, che sembrava non condurre a nulla, e rimase per molti anni interrotta, si rinnovò nell'occasione che dirò e divenne un autentico affetto. È sufficiente ad autorizzarmi a parlare di un amico col quale ho intrattenuto così stretti legami; ma anche se non mi sollecitasse alcun interesse personale alla sua memoria, era un uomo tanto amabile e con un'indole così felice che per l'onore della specie umana, la riterrei sempre degna di tramandarsi. Quest'uomo così attraente aveva purtuttavia i suoi difetti, al pari di chiunque, come si potrà vedere fra breve; ma se non li avesse avuti, sarebbe stato forse meno amabile. Per renderlo attraente quanto poteva esserlo, ci voleva qualcosa da perdonargli.

Un'altra amicizia di quello stesso periodo non si è spenta, e mi alletta ancora con quella speranza di felicità temporale così dura a morire nel cuore dell'uomo. Il signor di Conzié, gentiluomo savoiardo, giovane e amabile allora, ebbe l'ispirazione di imparare la musica, o meglio di conoscere colui che l'insegnava. All'ingegno e all'inclinazione per le buone cognizioni, il signor di Conzié univa una dolcezza di carattere che lo rendeva affabilissimo, e lo ero anch'io moltissimo con le persone in cui la trovavo. L'amicizia fu presto fatta. Il germe della letteratura e della filosofia che cominciava a fermentare nella mia mente e che per sbocciare del tutto non aspettava che un po' di cultura e d'emulazione, le scopriva entrambe in lui. Il signor di Conzié aveva poca disposizione per la musica: per me fu un bene. Le ore di lezione passavano in tutt'altro che nei solfeggi. Facevamo colazione, conversavamo, leggevamo qualche novità, e non una parola di musica. Il carteggio di Voltaire con il principe reale di Prussia faceva scalpore in quel tempo: parlavamo sovente di quei due uomini celebri, uno dei quali, da poco sul trono, si annunciava già quale doveva in breve rivelarsi, e l'altro, tanto esecrato allora quanto oggi ammirato, ci faceva sinceramente compiangere la sventura che pareva perseguitarlo, e che appare così spesso come il retaggio dei grandi ingegni. Il principe di Prussia era stato poco felice nella giovinezza, e Voltaire sembrava nato per non esserlo mai. L'interesse che noi nutrivamo per l'uno e per l'altro, si estendeva a tutto ciò che li riguardava. Nulla di quanto Voltaire scriveva poteva sfuggirci. La passione di quelle letture m'ispirò il desiderio d'imparare a scrivere con eleganza, e di cercare di imitare il bel colorito di quell'autore che mi incantava. Qualche tempo dopo apparvero le Lettere filosofiche. Sebbene non siano certamente la sua opera migliore, fu quella che più mi attrasse verso lo studio, e quel gusto nascente da allora non si spense più.

Ma non era ancora venuto il momento di dedicarmici sul serio. Persisteva in me un umore alquanto mutevole, una smania di andare e venire, che s'era castigata piuttosto che spenta, e che l'andamento usuale di casa Warens alimentava, troppo rumoroso per il mio umore solitario. La folla di sconosciuti che giornalmente vi affluiva da ogni parte e la mia persuasione che quella gente cercasse solo d'ingannarla ciascuno a suo modo, mi rendevano davvero penoso abitarvi. Da quando, succeduto a Claude Anet nella fiducia della padrona, seguivo più da vicino lo stato dei suoi affari, vi scorgevo un progresso verso il peggio che mi atterriva. Cento volte avevo ammonito, pregato, insistito, scongiurato, e sempre invano. Mi ero prostrato ai suoi piedi, le avevo descritto a fosche tinte la catastrofe che la minacciava, l'avevo appassionatamente esortata a ridurre le spese, cominciando da me, e a soffrire un po' ora, mentre era ancora giovane, piuttosto che, seguitando a moltiplicare debiti e creditori, esporsi nella vecchiaia alle loro vessazioni e alla miseria. Sensibile alla sincerità del mio zelo, ella s'inteneriva con me, e mi prometteva le cose più belle del mondo. Arrivava uno scroccone, e immediatamente tutto era dimenticato. Dopo mille prove dell'inutilità delle mie rimostranze, che cosa mi restava da fare se non distogliere gli occhi dal male che non potevo scongiurare? Mi allontanavo dalla casa di cui non potevo custodire la porta; facevo viaggetti a Nyon, a Ginevra, a Lione, che, distraendomi dalla mia pena segreta, ne accrescevano a un tempo il motivo, per via delle mie spese. Posso giurare che avrei sopportato con gioia ogni costrizione, se Mamma si fosse giovata davvero di quel risparmio; ma nella certezza che ciò di cui mi privavo finiva nelle mani di furfanti, abusavo della sua prodigalità per spartire con loro, e come il cane che torna dal macellaio, strappavo il mio boccone dal pezzo che non avevo potuto salvare.

Non mi mancavano pretesti per tutti quei viaggi, e Mamma da sola me ne avrebbe d'altronde forniti in quantità, tante conoscenze, traffici, affari, commissioni da affidare a persona sicura ella aveva dovunque. Lei non chiedeva che di mandarmi in giro, io non chiedevo che di andare; non poteva che sortirne una vita alquanto vagabonda. I viaggi mi consentirono di allacciare buone conoscenze, che mi furono in seguito piacevoli o preziose; fra le altre, a Lione, quella del signor Perrichon, che mi rammarico di non aver coltivato abbastanza, vista la bontà che mi dimostrò; quella del buon Parisot, di cui parlerò a suo tempo; a Grenoble, della signora Deybens e della signora presidentessa di Bardonanche, donna di molto spirito, e che mi sarebbe diventata amica se avessi potuto vederla più spesso; a Ginevra, quella del signor di La Closure, residente di Francia, che mi parlò sovente di mia madre, il cui ricordo, nonostante la morte e il tempo, non s'era cancellato dal suo cuore; quella dei due Barillot: il padre, che mi chiamava nipotino, era di una socievolezza amabilissima, uno degli uomini più degni da me conosciuti. Durante i torbidi della Repubblica, quei due cittadini si schierarono nei due opposti partiti: il figlio in quello della borghesia, il padre in quello dei magistrati, e quando nel 1737 si venne alle armi, trovandomi a Ginevra vidi padre e figlio uscire armati dalla stessa casa, l'uno per salire al Municipio, l'altro per raggiungere il suo quartiere, certi di trovarsi due ore dopo, l'uno di fronte all'altro, nella condizione di sgozzarsi a vicenda. L'atroce spettacolo mi fece un'impressione così profonda che giurai di non immischiarmi mai in nessuna guerra civile, e di non difendere mai, all'interno, la libertà con le armi, né con la mia persona né col mio consenso, se mai fossi rientrato nei miei diritti di cittadino. Rendo testimonianza a me stesso d'aver tenuto fede all'impegno in un'occasione delicata; e si constaterà, almeno penso, che tale moderazione ebbe qualche pregio.

Ma non ero ancora a quel primo fermento di patriottismo che Ginevra in armi suscitò nel mio cuore. Quanto ne fossi lontano, si giudicherà da un episodio gravissimo, a mio carico, che ho dimenticato di collocare al posto suo, e che non deve essere taciuto.

Mio zio Bernard si era trasferito da qualche anno nella Carolina, per costruirvi la città di Charlestown, di cui aveva steso il progetto. Vi morì poco dopo; il mio povero cugino era morto a sua volta al servizio del re di Prussia, e mia zia perdeva così quasi contemporaneamente figlio e marito. Le perdite riaccesero un poco la sua amicizia per il parente più prossimo che le restava, e che ero io. Quando mi recavo a Ginevra, alloggiavo da lei, e mi divertivo a frugare e a sfogliare libri e carte lasciati dallo zio. Vi scopersi una quantità di cose curiose, e certe lettere di cui sicuramente non si sospetterebbe. Mia zia, che badava poco a quelle scartoffie, mi avrebbe lasciato portar via tutto, se avessi voluto. Mi accontentai di due o tre libri postillati di pugno di mio nonno Bernard, il ministro, fra cui le Opere postume di Rohault, in quarto, i cui margini erano gremiti di eccellenti note che mi entusiasmarono della matematica. Il libro è rimasto fra quelli della signora di Warens; ho sempre rimpianto di non averlo conservato. Aggiunsi ai libri cinque o sei memorie manoscritte, e una sola stampata, che era del famoso Micheli Ducret, uomo di grande ingegno, dotto illuminato, ma troppo irrequieto, trattato assai crudelmente dai magistrati di Ginevra, e morto recentemente nella fortezza di Arberg, dov'era imprigionato da lunghi anni per aver partecipato, si diceva, alla cospirazione di Berna.

La memoria era una critica abbastanza giudiziosa del grande e comico piano di fortificazioni che fu in parte eseguito a Ginevra, fra lo spasso della gente del mestiere, che non conosceva lo scopo segreto del Consiglio nell'esecuzione di quella magnifica impresa. Micheli, espulso dalla Camera delle fortificazioni per aver biasimato il piano, aveva reputato, come membro dei Duecento, e anche come cittadino, di poter esprimere la sua opinione più diffusamente, e lo aveva fatto con quella memoria, che ebbe l'imprudenza di stampare, ma non di pubblicare; poiché ne fece tirare solo il numero d'esemplari che inviò ai Duecento, e che furono tutti intercettati alla posta per ordine del Piccolo Consiglio. Trovai la memoria tra le carte di mio zio, con la risposta che egli aveva avuto incarico di redigere, e portai via entrambe. Avevo fatto quel viaggio poco dopo aver lasciato il catasto, e avevo mantenuto qualche rapporto con l'avvocato Coccelli, che ne era il capo. Qualche tempo dopo, il direttore della dogana ebbe la trovata d'invitarmi a battezzargli un figlio, e mi diede per comare la signora Coccelli. Gli onori mi davano alla testa, e fiero di trovarmi fra gli intimi del signor avvocato, cercai di darmi importanza per mostrarmi degno di tanta gloria.

Entrato in quell'ordine di idee, credetti di non poter fare di meglio che mostrargli la memoria a stampa di Micheli, documento veramente raro, per convincerlo che appartenevo a notabili ginevrini al corrente dei segreti di stato. Tuttavia, per una mezza riserva che mi sarebbe difficile spiegare, non gli mostrai la risposta di mio zio a quella memoria, forse perché era manoscritta, mentre al signor avvocato bisognava dare cose stampate. Egli intuì così bene il valore dello scritto da me con dabbenaggine affidatogli, che non potei più né riaverlo né rivederlo, e persuaso dell'inutilità dei miei sforzi, mi feci della cosa un merito e trasformai il furto in dono. Non dubito un solo istante che non abbia sfruttato a dovere, alla Corte di Torino, quel documento, seppure più curioso che utile, e che non si sia dato da fare per ottenere in un modo o nell'altro il rimborso del denaro che avrebbe dovuto costargli l'acquisto. Per fortuna, fra tutte le future evenienze, una delle meno probabili è che un giorno il re di Sardegna assedii Ginevra. Ma poiché la cosa non è del tutto impossibile, dovrò sempre rimproverare alla mia sciocca vanità di aver svelato i maggiori difetti di quella piazza al suo più autentico nemico.

Trascorsi in quel modo due o tre anni, fra musica, magisteri, progetti, viaggi, incessantemente fluttuando dall'una all'altra cosa, cercando di concentrarmi senza sapere su che, e nondimeno gradualmente trascinato verso lo studio; frequentando letterati, ascoltando parlare di letteratura, mettendomi a parlarne qualche volta anch'io, e assimilando piuttosto il gergo libresco che la cognizione dei contenuti. Nei miei viaggi a Ginevra passavo di tanto in tanto a trovare il mio vecchio e buon amico Simon, che fomentava molto la mia nascente ambizione con notizie freschissime della repubblica delle lettere, desunte dal Baillet o dal Colomiès. Vedevo anche spesso a Chambéry un domenicano, professore di fisica, un brav'uomo di monaco, di cui ho dimenticato il nome, e che sovente eseguiva piccole esperienze estremamente divertenti per me. Volli, imitando il suo esempio, fabbricare inchiostro simpatico. A tale scopo, riempita più che a mezzo una bottiglia con calce viva, orpimento e acqua, la tappai ben bene. L'effervescenza iniziò quasi immediatamente violentissima. Corsi alla bottiglia per stapparla, ma non arrivai in tempo: mi saltò in faccia come una bomba. Inghiottii orpimento e calce, per poco non ne morii. Restai accecato più di sei settimane, e imparai così a non impicciarmi di fisica sperimentale senza conoscerne gli elementi.

L'avventura capitò a sproposito per la mia salute, che da qualche tempo andava notevolmente alterandosi. Non so da che cosa dipendesse che pur avendo un torace ben sviluppato e non praticando eccessi di alcun genere, deperivo a vista d'occhio. Ho spalle abbastanza larghe, petto ampio, i miei polmoni devono trovarvi spazio a volontà; eppure avevo il respiro corto, mi sentivo opprimere, sospiravo senza volere, soffrivo di palpitazioni, sputavo sangue; sopravvenne la febbre lenta, dalla quale non guarii mai del tutto. Come si può cadere in questo stato nel fiore degli anni, senza aver nessun organo viziato, senza aver fatto nulla per pregiudicare la propria salute?

La spada consuma la guaina, si dice qualche volta. Ecco la mia storia. Le mie passioni mi hanno fatto vivere e le mie passioni mi hanno ucciso. Si chiederà: «Quali passioni?» Inezie: le cose più puerili al mondo, ma che mi accoravano come se si fosse trattato del possesso di Elena o del trono dell'universo. Innanzitutto le donne. Quando ne ebbi una, i miei sensi furono appagati, ma non mai il mio cuore. Il bisogno d'amore mi divorava pur al colmo del piacere. Avevo una madre tenera, un'amica diletta; ma mi mancava un'amante. Me la figuravo al suo posto; me la creavo in mille modi per dar tregua a me stesso. Se avessi creduto di stringere Mamma tra le mie braccia, quando la abbracciavo, le mie strette non sarebbero state meno vive, ma i miei desideri si sarebbero spenti tutti; avrei singhiozzato di tenerezza, ma non avrei potuto godere. Godere! È per l'uomo questa sorte? Ah, se nella mia esistenza mai avessi gustato una sola volta nella loro pienezza tutte le delizie dell'amore, credo che la mia fragile vita non avrebbe saputo reggere: sarei morto sul fatto.

Bruciavo dunque d'amore senza oggetto: ed è forse così che consuma di più. Ero inquieto, tormentato dal minaccioso andamento degli affari della mia povera Mamma, e della sua imprudente condotta, che inevitabilmente la conduceva verso una prossima e totale rovina. La mia crudele immaginazione, che va sempre incontro alle disgrazie, mi mostrava incessantemente quella rovina in tutta la sua gravità e in tutte le sue conseguenze. Già sin d'ora mi vedevo dalla miseria strappato a forza alla donna cui avevo consacrato la mia vita, e senza poterne godere. Ecco come avevo sempre l'anima agitata. Desideri e timori mi divoravano alternativamente.

La musica era per me un'altra passione, meno focosa, ma non meno struggente per l'ardore che vi votavo, per lo studio caparbio degli oscuri testi di Rameau, per la mia invincibile ostinazione a volermene inzeppare la memoria, che sempre vi si ribellava, per le mie continue rincorse, per le sterminate compilazioni che ammucchiavo, trascorrendo spessissimo a copiare intere notti. E perché fermarmi alle cose abituali, mentre tutte le follie che attraversavano la mia testa incostante, le fugaci passioni di un giorno solo, un viaggio, un concerto, una cena, una passeggiata da fare, un romanzo da leggere, una commedia da vedere, tutto ciò che nei miei piaceri o nei miei affari c'era di più lontano da ogni premeditazione, si trasformava per me in violente passioni che nel loro comico impeto mi infliggevano il più vero tormento? La lettura delle immaginarie sventure di Cléveland condotta con furore e spesso interrotta, mi fece, credo, soffrire più delle mie.

C'era un ginevrino, un certo signor Bagneret, il quale era stato impiegato sotto Pietro il Grande alla corte di Russia, uno degli uomini più volgari e dei pazzi peggiori che abbia mai incontrati, pieno sempre di progetti folli come lui, che faceva piovere milioni come acqua, e al quale gli zeri non costavano nulla. Quest'uomo, venuto a Chambéry per qualche processo al Senato, s'impadronì di Mamma com'era logico, e con i suoi tesori di zeri che generosamente le prodigava, le spillava pezzo a pezzo i suoi miseri scudi. Non mi piaceva affatto, e lo vedeva: con me non è difficile; non c'era bassezza che non usasse per blandirmi. Si mise in mente d'insegnarmi il gioco degli scacchi, che conosceva un po'. Mi ci provai quasi mio malgrado, e dopo aver imparato bene o male le mosse, il mio progresso fu così rapido che avanti la fine della prima seduta gli restituii la torre che mi aveva concesso per cominciare. Non ci volle altro: eccomi fanatico degli scacchi. Compro una scacchiera, compro il Calabrese, mi chiudo nella mia stanza, vi passo giorni e notti a tentare di mandare a memoria tutte le combinazioni, a conficcarmele in testa volente o nolente, a giocare da solo senza tregua e senza fine. Dopo due o tre mesi di questo bel lavoro, e di sforzi inimmaginabili, vado al caffè, magro, giallo e quasi inebetito. Provo, rigioco con Bagneret: mi batte una volta, due volte, venti volte; tante combinazioni si erano ingarbugliate nella mia testa, e la mia immaginazione si era talmente affievolita che davanti a me non vedevo che nebbia. Ogni volta che, con i libri del Philidor o dello Stamma ho voluto esercitarmi a studiare le partite, mi è successa la stessa cosa, e dopo essermi spremuto di fatica mi sono ritrovato più debole di prima. Del resto, che abbia abbandonato gli scacchi o che giocando mi sia rimesso in esercizio, non ho mai fatto un passo rispetto a quella prima partita, e mi sono ritrovato sempre al punto stesso in cui la finii. Potrei esercitarmi migliaia di secoli, conquisterei la restituzione della torre a Bagneret e niente più. «Ecco del tempo speso bene!» direte. E non fu poco. Conclusi quel primo tentativo solo quando non ebbi più la forza di continuare. Quando, uscendo dalla mia stanza, mi facevo vedere, avevo l'aria di un redivivo, e se avessi continuato di quel passo, non sarei rimasto tale a lungo. Si converrà che è difficile, soprattutto nell'ardore della giovinezza, che una testa simile conservi sempre la salute del corpo.

L'alterazione della mia influì sul mio umore, e temperò l'ardore delle mie voglie. Sentendomi illanguidire, divenni più quieto, e persi un poco la smania dei viaggi. Divenuto più sedentario, non la noia mi colse, ma la malinconia; le brume succedettero alle passioni, il mio languore si mutò in tristezza, piangevo e sospiravo per un niente; sentivo la vita sfuggirmi senza averla assaporata, gemevo sullo stato in cui avrei lasciato la povera Mamma, su quello in cui la vedevo prossima a cadere; posso dire che staccarmene e lasciarla in condizioni da far pena era il mio solo rammarico. Alla fine mi ammalai sul serio. Ella mi curò più che una madre un figlio, e questo fece bene anche a lei, distraendola dai progetti e tenendola lontana dai progettisti. Che dolce morte, se fosse venuta allora! Se pur avevo gustato appena i beni della vita, poco ne avevo avvertito i dolori. La mia anima pacifica poteva congedarsi senza l'atroce sentimento dell'ingiustizia umana, che attossica vita e morte. Avevo la consolazione di sopravvivermi nella metà migliore di me stesso: a malapena un morire. Senza le inquietudini che m'angustiavano sul suo destino, sarei morto come avrei potuto addormentarmi, e quelle stesse inquietudini s'accentravano su un oggetto d'amore e di tenerezza che me ne mitigava l'amaro. Le dicevo: «Eccovi depositaria di tutto il mio essere: fate in modo che sia felice.» Due o tre volte, quando stavo peggio, mi capitò di alzarmi la notte, e di trascinarmi fino alla sua stanza per darle, sulla sua condotta, consigli, oso dire ricchi d'esattezza e di buon senso, ma nei quali l'interesse per la sua sorte spiccava sopra tutto. Come se le lagrime fossero il mio nutrimento e la mia medicina, mi fortificavo di quelle versate vicino a lei, con lei, seduto sul suo letto, le sue mani strette nelle mie. Le ore stillavano in quei notturni conversari, e io ne tornavo in condizioni migliori di quando vi ero andato; pago e calmo nelle promesse che mi aveva fatto, nelle speranze che mi aveva dato; sulle quali mi addormentavo con la pace in cuore e la rassegnazione nella Provvidenza. Piaccia a Dio che dopo tanti motivi per odiare la vita, dopo tante tempeste che hanno agitato la mia, e che ormai non me ne fanno che un peso, la morte che deve suggellarla mi sia così poco crudele come sarebbe stata in quel momento.

A forza di cure, di vigilanza e d'incredibili pene, ella mi salvò, ed è certo che lei sola lo poteva. Ho poca fede nella medicina e nei medici, ma ne ho molta in quella dei veri amici; le cose dalle quali dipende la nostra felicità si fanno sempre molto meglio di ogni altra. Se nella vita esiste un sentimento delizioso, fu quello che provammo di vederci restituiti l'uno all'altra. Il nostro vicendevole affetto non s'accrebbe, perché non era possibile; ma assunse un non so che di più intimo, di più commovente, nella sua grande semplicità. Divenivo intieramente opera sua, intieramente suo figlio, e più che se fosse stata la mia vera madre. Cominciammo, senza pensarci, a non separarci più l'uno dall'altra, a mettere in qualche modo la nostra esistenza in comune; e sentendo che reciprocamente ci eravamo non solo necessari, ma bastevoli, ci abituammo a non pensare a nulla che ci fosse estraneo, a limitare assolutamente la nostra felicità e i nostri desideri a quel reciproco possesso, forse unico fra gli uomini, che non era, come ho detto, quello dell'amore, ma un possesso più essenziale, che, senza toccare i sensi, il sesso, l'età, l'aspetto, toccava tutto ciò per cui si è se stessi, e che non si può perdere senza cessare di esserlo.

Da che dipese che quella preziosa crisi non abbia assicurato la felicità al resto dei suoi e dei miei giorni? Non da me, me ne rendo la consolante testimonianza. Né da lei, o almeno dalla sua volontà. Era scritto che in breve l'invincibile natura avrebbe ripreso il suo imperio. Ma quel totale ritorno non avvenne di colpo. Grazie al cielo, vi fu un intermezzo, breve e prezioso intermezzo, che non fini per mia colpa, e di cui non mi rimprovererò di aver profittato male.

Benché guarito dalla mia grave malattia, non avevo riguadagnato il mio vigore. Il mio petto non si era ristabilito, un residuo di febbre perdurava, e mi teneva in languore. Non desideravo più nulla se non di finire i miei giorni vicino a colei che