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LE CONFESSIONI (Jean Jacques Rousseau)

PARTE PRIMA

Ecco il solo ritratto d'uomo, dipinto esattamente al naturale e assolutamente fedele al vero, che esiste e che mai probabilmente esisterà. Chiunque voi siate, che la mia sorte o la mia fiducia hanno reso arbitro di queste pagine, io vi scongiuro, per le mie sventure per le vostre viscere, e a nome dell'intiera specie umana, di non annientare un'opera utile e unica, un'opera che può servire come prima pietra di paragone per quello studio degli uomini che è ancora certamente da cominciare, e di non privare l'onore della mia memoria dell'unico sicuro documento sul mio carattere che non sia stato sfigurato dai miei avversari. E foste infine voi stessi uno dei miei implacabili nemici, desistete dall'esserlo verso le mie ceneri, e non perpetuate la vostra ingiustizia crudele sino al tempo in cui né voi né io esisteremo più, affinché possiate almeno una volta offrirvi la nobile prova d'essere stato generoso e buono quando avreste potuto essere malefico e vendicativo, ammesso che il male inflitto a un uomo che non ne ha mai fatto e voluto fare, possa assumere il nome di vendetta.

J.-J. Rousseau

LIBRO PRIMO

intus et in cute

Mi inoltro in un'impresa senza precedenti, l'esecuzione della quale non troverà imitatori. Intendo mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della sua natura; e quest'uomo sarò io.

Io solo. Sento il mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quanti ho incontrati; oso credere di non essere fatto come nessuno di quanti esistono. Se pure non valgo di più, quanto meno sono diverso. Se la natura abbia fatto bene o male a spezzare lo stampo nel quale mi ha formato, si potrà giudicare soltanto dopo avermi letto.

La tromba del giudizio finale suoni pure, quando vorrà: con questo libro fra le mani mi presenterò al giudice supremo. Dirò fermamente: «Qui è ciò che ho fatto, ciò che ho pensato, ciò che sono stato. Ho detto il bene e il male con identica franchezza. Nulla ho taciuto di cattivo e nulla ho aggiunto di buono, e se mi è occorso di usare, qua e là, qualche trascurabile ornamento, l'ho fatto esclusivamente per colmare i vuoti della mia debole memoria; ho potuto supporre vero quanto sapevo che avrebbe potuto esserlo, mai ciò che sapevo falso. Mi sono mostrato così come fui, spregevole e vile, quando lo sono stato, buono, generoso, sublime quando lo sono stato: ho disvelato il mio intimo così come tu stesso l'hai visto. Essere esterno, raduna intorno a me la folla innumerevole dei miei simili; ascoltino le mie confessioni, piangano sulle mie indegnità, arrossiscano delle mie miserie. Scopra ciascuno di essi a sua volta, con la stessa sincerità, il suo cuore ai piedi del tuo trono; e poi che uno solo osi dirti: «Io fui migliore di quell'uomo.»

Sono nato a Ginevra nel 1712, da Isaac Rousseau, cittadino, e da Suzanne Bernard, cittadina. La spartizione fra quindici figli di un patrimonio assai mediocre avendo ridotto pressoché a nulla la parte di mio padre, questi non disponeva per sopravvivere che del suo mestiere d'orologiaio, nel quale era in verità abilissimo. Mia madre, figlia del ministro del culto Bernard, era più ricca; non le mancavano saggezza e beltà: mio padre era riuscito ad ottenerla non senza difficoltà. I loro amori erano iniziati quasi con le loro esistenze: già all'età fra gli otto e i nove anni passeggiavano insieme sulla Treille tutte le sere; a dieci anni non potevano più staccarsi. La simpatia, l'accordo delle anime rafforzò il sentimento nato dall'abitudine. Entrambi, nati teneri e sensibili, non aspettavano che il momento di trovare in un altro le medesime disposizioni, o piuttosto quel momento attendeva loro, e ciascuno dei due riversò il proprio cuore nel primo che s'aprì a riceverlo. Il destino, che sembrava opporsi alla loro passione, non fece che accenderla. Il giovane innamorato, non potendo ottenere la sua eletta, si struggeva di dolore; lei gli consigliò di viaggiare per dimenticarla. Egli viaggiò inutilmente, e tornò più innamorato che mai. Ritrovò l'amata tenera e fedele. Dopo tale prova, non restava che amarsi tutta la vita. Lo giurarono, e il cielo benedisse il giuramento.

Gabriel Bernard, fratello di mia madre, s'innamorò di una sorella di mio padre; ma costei consentì a sposarlo solo a condizione che suo fratello ne sposasse la sorella. L'amore risolse tutto, e i due matrimoni vennero celebrati nello stesso giorno. Perciò mio zio materno era marito di mia zia paterna, e i loro figli furono doppiamente miei cugini primi. Ne nacque uno da entrambe le coppie in capo a un anno; poi bisognò di nuovo separarsi.

Mio zio Bernard era ingegnere: andò a prestare servizio nell'Impero e in Ungheria agli ordini del principe Eugenio. Si distinse nell'assedio e alla battaglia di Belgrado. Mio padre, dopo la nascita del mio unico fratello, partì per Costantinopoli, dov'era stato chiamato, e divenne orologiaio del Serraglio. Durante la sua assenza, la bellezza di mia madre, la sua intelligenza, le sue doti le attirarono varie attenzioni. Il signore della Closure, residente di Francia, fu tra i più zelanti ad offrigliene. La sua passione doveva essere dawero viva, se lo vidi trent'anni più tardi commuoversi ancora parlando di lei. Mia madre possedeva per difendersi qualcosa di più forte della pura virtù: amava teneramente suo marito; lo sollocitò a ritornare: egli lasciò tutto e venne a casa. Il triste frutto di questo ritorno fui io. Dieci mesi più tardi, venni al mondo debole e malaticcio; costai a mia madre la vita e la mia nascita fu la prima delle mie sventure.

Non ho mai saputo come mio padre sopportò quella perdita, ma so che non se ne consolò mai. Credeva di rivederla in me, senza poter dimenticare che io gliel'avevo tolta; non mi abbracciò mai senza che io avvertissi dai suoi sospiri, dalle sue strette convulse, che un rimpianto amaro si mescolava alle sue carezze; e che perciò erano anche più tenere. Quando mi diceva: «Jean-Jacques, parliamo di tua madre», io gli dicevo: «Ebbene, padre mio, ora dunque piangeremo» e già questa parola bastava a strappargli le lacrime. «Ah,» gemeva, «rendimela, consolami di lei, colma il vuoto che mi ha lasciato nell'anima. Ti amerei così se tu non fossi che mio figlio?» Quarant'anni dopo averla perduta, morì tra le braccia di una seconda moglie, ma col nome della prima sulle labbra, e la sua immagine in fondo al cuore.

Tali furono gli autori dei miei giorni. Di tutti i doni che il cielo aveva loro profusi, un cuore sensibile è l'unico che mi trasmisero; ma se esso aveva fatto la loro felicità, per me fu la fonte di tutte le mie sventure.

Ero nato quasi morente; non speravano di conservarmi in vita. Portai il germe di un male che gli anni hanno aggravato, e che ora non mi concede qualche momento di tregua se non per farmi soffrire più crudelmente in un'altra maniera. Una sorella di mio padre, ragazza amabile e saggia, mi prese tanto a cuore da salvarmi. Nel momento in cui scrivo queste pagine, ella vive ancora assistendo, all'età di ottant'anni, un marito più giovane, ma consumato dal bere. Cara zia, vi perdono di avermi fatto sopravvivere, e mi addolora non potervi rendere, alla fine della vostra vita, le tenere cure che mi avete prodigato all'inizio della mia. Mi è rimasta anche la mia balia Jacqueline, sana e robusta. Le mani che mi aprirono gli occhi alla mia nascita potranno chiuderli alla mia morte.

Sentii prima di pensare: è il destino comune all'umanità. Ne feci prova più di chiunque altro. Non so nulla di quanto feci fino a cinque o sei anni; ignoro come imparai a leggere; ricordo soltanto le mie prime letture e l'effetto che ebbero su di me: è il tempo cui faccio risalire senza interruzioni la coscienza di me stesso.

Mia madre aveva lasciato dei romanzi. Ci mettemmo a leggerli dopo cena, mio padre ed io. All'inizio, si trattava solo di esercitarmi alla lettura con qualche libro divertente; ma l'interesse divenne ben presto così vivo che leggevamo alternandoci senza sosta, e in questa occupazione trascorrevamo le notti. Non potevamo staccarcene che a libro finito. Qualche volta mio padre, sentendo le rondini del mattino, diceva tutto vergognoso: «Andiamo a letto, sono più bambino di te.» Acquistai in breve tempo, con questo pericoloso metodo, non soltanto una facilità estrema alla lettura e a capire me stesso, ma un'intelligenza delle passioni unica per la mia età. Ancora non avevo idea alcuna delle cose, e già conoscevo tutti i sentimenti. Non avevo concepito nulla, avevo sentito tutto. I turbamenti confusi che provavo uno dopo l'altro non influivano affatto sulla ragione, che ancora non avevo; ma me ne foggiarono una di tempra diversa, e mi dettero della vita umana nozioni bizzarre e romanzesche, dalle quali esperienza e riflessione non hanno mai potuto del tutto guarirmi.

I romanzi finirono con l'estate del 1719. L'inverno seguente, ci fu ben altro. Esaurita la biblioteca di mia madre, ricorremmo alla parte di quella di suo padre che era toccata a noi. Fortunatamente, vi si trovavano buoni libri; né poteva essere altrimenti, poiché si trattava di una biblioteca raccolta bensì da un ministro del culto, e anche dotto, come la moda voleva allora, ma uomo di gusto e d'ingegno. La Storia della Chiesa e dell'lmpero di Le Sueur; il Discorso sulla Storia universale di Bossuet; gli Uomini illustri di Plutarco; la Storia di Venezia di Nani; le Metamorfosi di Ovidio; la Bruyère; i Mondi di Fontenelle, i suoi Dialoghi dei Morti e alcuni tomi di Molière furono trasportati nel laboratorio di mio padre, e io glieli leggevo ogni giorno, mentre lui lavorava. Vi presi un gusto raro e forse unico per quell'età. Soprattutto Plutarco divenne la mia lettura favorita. Il piacere che provavo continuando a rileggerlo mi guarì un po'dai romanzi; e ben presto preferii Agesilao, Bruto, Aristide e Orondate, Artamene e Giuba.

Da queste letture appassionanti, dalle conversazioni che esse occasionavano fra mio padre e me, si formò quello spirito libero e repubblicano, quel carattere indomito e fiero intollerante d'ogni giogo e d'ogni schiavitù, che mi ha tormentato per tutta la vita nelle situazioni meno proprie a dargli slancio. Continuamente assorto in Roma e Atene vivendo per così dire con i loro grandi uomini, nato io stesso cittadino d'una repubblica, e figlio d'un padre la cui passione più forte era l'amore di patria, mi infiammavo al suo esempio, mi credevo greco o romano, diventavo il personaggio di cui leggevo la biografia: il racconto degli episodi di costanza e di coraggio che mi avevano colpito mi rendevano gli occhi scintillanti e più forte la voce. Un giorno che raccontavo a tavola l'avventura di Scevola, si spaventarono tutti vedendomi avanzare e mettere la mano sopra il braciere per rappresentare il suo gesto.

Avevo un fratello di sette anni maggiore di me. Imparava il mestiere di mio padre. L'estremo affetto che nutrivano per me faceva sì che venisse un po' trascurato, e non è cosa che possa approvare. La sua educazione risentì di tale trascuratezza. Prese la via del libertinaggio, ancor prima di avere l'età adatta a un vero libertino. Lo misero a fare l'apprendista presso un altro padrone, ma anche là seguitò con le sue scappatelle come già dalla casa paterna. Non lo vedevo quasi mai, appena posso dire d'averlo conosciuto; eppure non lo amavo per questo meno teneramente, ed egli mi voleva bene quanto un piccolo scapestrato può amare qualcosa. Mi ricordo d'una volta che mio padre lo castigava severamente, e con ira, e io mi gettai impetuosamente tra loro due, abbracciandolo stretto. Lo riparai così col mio corpo, ricevendo su di me le percosse che gli venivano inferte, e tanto mi òstinai in questo atteggiamento che mio padre dovette fargli grazia, disarmato dai miei strilli e dalle mie lacrime, e per non malmenare me più di lui. Mio fratello finì poi così male che fuggì e scomparve del tutto. Qualche tempo dopo, si seppe che era in Germania. Non scrisse una sola volta. Da allora non avemmo più sue notizie, ed ecco come sono rimasto figlio unico.

Se quel povero ragazzo fu allevato con trascuratezza, altrettanto non toccò a suo fratello, e i figli dei re non potrebbero essere curati con maggior zelo di quanto lo fui io nei miei primi anni, idolatrato da tutti coloro che mi circondavano e, caso molto più raro, trattato sempre da bambino amato, mai da bambino viziato. Non una volta, fino alla mia sortita dalla casa paterna, mi fu consentito di correre solo per strada con gli altri ragazzi; mai dovettero reprimere o soddisfare in me qualcuno di quei capricci bizzarri che vengono attribuiti alla natura, e che nascono tutti solo dall'educazione. Avevo i difetti della mia età; ero chiacchierone, goloso, qualche volta bugiardo. Avrò magari rubato frutta, dolci, roba da mangiare; mai però presi gusto a fare del male, dei danni, a incolpare gli altri, a tormentare povere bestie. Ricordo tuttavia di aver orinato una volta nella pentola di una nostra vicina, la signora Clot, mentre era alla predica. Confesso anche che il ricordo mi fa ancora ridere, perché la signora Clot, tutto sommato una brava persona, era di certo la vecchia più bisbetica che abbia mai conosciuto. Ecco la breve e veridica storia di tutti i miei misfatti infantili.

Come avrei potuto divenire cattivo, non avendo sotto gli occhi che esempi di dolcezza, e intorno a me la migliore gente del mondo? Mio padre, mia zia, la mia bambinaia, i miei parenti, i nostri amici, i nostri vicini, il mondo che mi circondava, se è vero che non obbediva a me, nondimeno mi voleva bene, e io altrettanto l'amavo.

Le mie volontà erano così poco eccitate e contrariate, che non mi veniva in mente neppure di averne. Posso giurare che, finchè non mi fu imposta la soggezione a un padrone, non ho saputo che cosa fosse un capriccio. Tolto il tempo che trascorrevo a leggere o a scrivere presso mio padre, e quello in cui la bambinaia mi conduceva a passeggio, stavo sempre con la zia a guardarla ricamare, a sentirla cantare, seduto o in piedi accanto a lei, ed ero contento. La sua gaiezza, la sua dolcezza, la sua piacevole fisionomia, mi lasciarono impressioni così profonde che ne vedo ancora l'espressione, lo sguardo, l'atteggiamento; mi ricordo le sue piccole frasi carezzevoli, saprei dire com'era vestita e pettinata, senza dimenticare le due crocchie che i suoi capelli neri le facevano sulle tempie, secondo la moda d'allora.

Sono convinto di dovere a lei il gusto, o meglio, la passione per la musica, che solo più tardi si è pienamente sviluppata in me. Conosceva una straordinaria quantità di arie e di canzoni che cantava con un dolce filo di voce. La serenità d'animo di quella eccellente ragazza allontanava da lei e da quanto le stava intorno l'inquietudine e la tristezza. Il fascino che il suo canto esercitava su di me fu tale che non soltanto molte delle sue canzoni mi sono sempre rimaste nella memoria, ma ancora oggi che l'ho perduta me ne tornano alla mente altre che, completamente dimenticate dopo l'infanzia, si ravvivano a mano a mano che invecchio, con un incanto inesprimibile. Chi direbbe che io, vecchio brontolone, tormentato da preoccupazioni e da affanni, mi sorprenda qualche volta a piangere come un bambino canticchiando quelle ariette con una voce già spezzata e tremolante? Ce n'è soprattutto una la cui aria mi è tornata in mente per intiero, mentre la seconda metà delle parole si è costantemente rifiutata a tutti i miei sforzi di ricordarla, sebbene me ne tornino confusamente le rime. Ecco l'inizio e quanto ho potuto ricordare del resto:

Tircis, je n'ose

Ecouter ton chalumeau

Sous l'ormeau;

Car on en cause

Déjà dans notre hameau.

. . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . .un berger

. . . . . . . .s'engager

. . . . . .sans danger

Et toujours l'épine est sous la rose.

Cerco dove sia il commovente fascino che il mio cuore sente in questa canzone: è un capriccio del quale non so rendermi conto; ma mi è assolutamente impossibile cantarla fino in fondo senza che le lacrime mi fermino. Mi sono riproposto cento volte di scrivere a Parigi per far cercare il resto delle parole, posto che qualcuno le ricordi ancora. Ma sono quasi certo che il piacere che provo a rammentare quest'aria svanirebbe in parte, se avessi la prova che altri l'hanno cantata, oltre alla mia povera zia Suzon.

Tali furono i primi affetti del mio ingresso alla vita: cominciava così a formarsi o a svelarsi in me questo cuore a un tempo così fiero e così tenero, questo carattere femmineo eppure indomito, che, oscillando sempre tra debolezza e coraggio, tra mollezza e virtù, mi ha posto sino all'ultimo in contraddizione con me stesso, e ha fatto sì che l'astinenza e la voluttà, il piacere e la saggozza mi siano parimenti sfuggiti.

Questa sorta di educazione fu interrotta da un incidente le cui conseguenze hanno influito sul resto della mia vita. Mio padre ebbe una lite con un certo signor Gautier, capitano in Francia e imparentato con qualcuno del Consiglio. Questo Gautier, personaggio insolente e vile, ne uscì col naso sanguinante, e per vendicarsi accusò mio padre di aver messo mano alla spada in piena città. Mio padre, che volevano mandare in prigione, si ostinava a pretendere che, secondo la legge, si incarcerasse anche l'accusatore. Non avendo potuto ottenerlo, preferì lasciare Ginevra, ed espatriare per il resto della vita, piuttosto che cedere su un punto in cui onore e libertà gli apparivano compromessi.

Restai sotto la tutela di mio zio Bernard, allora addetto alle fortificazioni di Ginevra. Sua figlia maggiore era morta, ma aveva un altro figlio della mia stessa età. Fummo entrambi mandati a Bossey, in pensione presso il ministro del culto Lambercier, per impararvi, insieme con il latino, tutta la paccottiglia che l'accompagna sotto il nome di educazione.

Due anni trascorsi al villaggio addolcirono un po' la mia asperità romana, e mi ricondussero alla condizione di fanciullo. A Ginevra, dove nulla mi era imposto, amavo applicarmi e leggere; era quasi il mio unico divertimento; a Bossey, il lavoro mi fece apprezzare i giochi che riuscivano ad alleggerirlo. La campagna era per me così nuova che non potevo stancarmi di goderne. Me ne prese una passione così viva che non si è mai potuta spegnere. Il ricordo dei giorni felici che vi trascorsi m'ha fatto rimpiangere quel soggiorno e i suoi piaceri in ogni età, fino a quella che mi ci ha ricondotto. Il signor Lambercier era un uomo di molto buon senso, che, senza trascurare la nostra educazione, non ci soffocava di obblighi eccessivi. Prova ne sia che, malgrado la mia avversione per ogni disagio, non ho mai ricordato con disgusto le mie ore di studio, e che, se pure non ho appreso gran che dal suo insegnamento, ciò che ho imparato l'ho imparato facilmente, e non ne ho dimenticato nulla.

La semplicità della vita campestre mi arricchì di un bene inestimabile, aprendo il mio cuore all'amicizia. Sino a quel momento non avevo conosciuto che sentimenti elevati, ma immaginari. L'abitudine di vivere insieme in una condizione di pace mi unì teneramente a mio cugino Bernard. In poco tempo ebbi per lui sentimenti più affettuosi di quelli nutriti per mio fratello, che non si sono mai più cancellati. Era un ragazzone assai magro e smilzo, mite d'animo quanto fragile di corpo, e non abusava della predilezione che avevano in casa per lui, come figlio del mio tutore. I nostri studi, i nostri svaghi, i nostri gusti erano gli stessi: eravamo soli, della stessa età, ciascuno di noi aveva bisogno di un compagno; separarci era, in qualche modo, annientarci. Quantunque avessimo scarse occasioni di metterlo alla prova, il nostro reciproco attaccamento era fortissimo, e non solo non potevamo vivere un istante separati, ma non riuscivamo neppure a immaginare d'esserlo mai. Facili entrambi a cedere alle carezze, compiacenti quando non si voleva costringerci, ci trovavamo sempre d'accordo su tutto. Se, grazie al favore di chi ci educava, egli aveva qualche ascendente su di me alla loro presenza, quando restavamo soli ne avevo su di lui che ristabiliva l'equilibrio. Nello studio, gli suggerivo la lezione quando esitava; quando avevo finito il mio tema, lo aiutavo a fare il suo, e nei nostri svaghi il mio gusto più vivace gli serviva sempre da guida. I nostri caratteri si accordavano insomma così bene, e l'amicizia che ci univa era tanto sincera, che, nei cinque anni e più che fummo pressoché inseparabili, così a Bossey come a Ginevra, spesso ci azzuffammo, lo confesso, ma non ci fu mai bisogno di separarci, mai una lite durò più d'un quarto d'ora e neppure una sola volta ci accusammo l'un l'altro. Queste considerazioni saranno, se si vuole, puerili, ma ne scaturisce un esempio forse unico da quando esistono ragazzi.

Il modo in cui vivevo a Bossey mi conveniva talmente che solo il fatto di non durare più a lungo gli vietò di fissare definitivamente il mio carattere. I sentimenti teneri, affettuosi, pacifici, ne costituivano il fondo. Credo che mai un individuo della nostra specie ebbe per natura meno vanità di me. Mi elevavo impetuosamente a moti sublimi, ma ripiombavo subito nel mio languore. Essere amato da quanti m'awicinavano era il mio più vivo desiderio. Ero dolce, mio cugino lo era; e coloro che ci educavano del pari. Durante due intieri anni non fui né testimone né vittima d'un sentimento violento. Tutto nel mio cuore nutriva le disposizioni ricevute dalla natura. Non conoscevo nulla di più affascinante che veder tutti contenti di me e d'ogni cosa. Mi ricorderò sempre che al tempio, rispondendo al catechismo, nulla mi turbava di più, se m'accadeva di esitare, come scorgere sul viso della signorina Lambercier segni d'inquietudine e di pena. Questo solo già mi affliggeva, più della vergogna di sbagliare in pubblico, che pur mi addolorava estremamente; poichè, poco sensibile alle lodi, lo fui sempre molto alla vergogna, e posso qui dire che il timore dei rimproveri della signorina Lambercier mi angosciava meno del timore di rattristarla.

Nondimeno, ella non mancava all'occorrenza di severità, al pari di suo fratello; ma poiché questa severità, quasi sempre giusta, non era mai astiosa, me ne affliggevo, ma non mi ribellavo. Mi rincresceva più deludere che venire punito, e un segno di malcontento m'era più crudele di un castigo corporale. È per me imbarazzante spiegarmi meglio, ma necessario. Come si cambierebbe metodo, con i giovani, se si cogliessero più lucidamente le conseguenze lontane di quello che senza discernimento e spesso indiscretamente viene sistematicamente impiegato! La grande lezione che si può trarre da un esempio tanto comune quanto funesto mi convince a riferirlo.

Come nutriva per noi l'affetto di una madre, la signorina Lambercier ne esercitava anche l'autorità, che la spingeva talvolta fino al punto di infliggerci il castigo che si dà ai bambini, quando l'avevamo meritato. Per molto tempo si limitò alla minaccia, e questa minaccia di un castigo per me del tutto nuovo mi spaventava moltissimo; ma poi che l'ebbi subito, lo trovai meno terribile, in realtà, di quanto me l'ero aspettato, e ancora più strano è come quel castigo mi affezionasse anche più a colei che me l'aveva inflitto. Occorreva veramente tutta la schiettezza di questo affetto e tutta la mia naturale dolcezza, per impedirmi di cercare di meritarmi nuovamente un trattamento del genere: perché avevo trovato nel dolore, nella vergogna stessa, una mescolanza di sensualità che mi aveva lasciato più desiderio che timore di subirlo una volta ancora dalla stessa mano. È pur vero che, insinuandosi senza dubbio in tutto questo qualche precoce istinto del sesso, il medesimo castigo non mi sarebbe affatto parso piacevole, se a infliggermelo fosse stato il fratello di lei. Ma, dato il suo umore, una tale sostituzione non era da temersi; e se mi astenevo dal meritare il castigo, era soltanto per la paura di scontentare la signorina Lambercier. Tale è in me, difatti, L'impero della benevolenza, anche di quella scaturita dai sensi, ch'essa impose sempre loro la legge del mio cuore.

La recidiva, che allontanavo senza temerla, arrivò senza mia colpa, vale a dire senza ch'io lo volessi, e ne approfittai, posso dire, in tranquillità di coscienza. Ma quella seconda volta fu anche l'ultima: la signorina Lambercier, essendosi indubbiamente resa conto, da qualche indizio, che il castigo non otteneva il suo scopo, dichiarò di rinunciarvi e che la affaticava troppo. Avevamo dormito fino a quel momento nella sua camera, e d'inverno, qualche volta, perfino nel suo stesso letto. Due giorni dopo ci sistemarono in un'altra stanza; e da quel momento godetti il privilegio, al quale avrei volentieri rinunciato, d'essere trattato da lei come un ragazzo maturo.

Chi crederebbe che quel castigo da bambino, ricevuto a otto anni per mano d'una donna di trenta, abbia potuto determinare i miei gusti, i miei desideri, le mie passioni, la mia personalità per il resto della vita, e precisamente nel senso opposto a quello che sarebbe dovuto derivarne naturalmente? Nel momento stesso in cui i miei sensi si accesero, i miei desideri cedettero a un tale inganno che, limitati a quanto avevano provato, non s'indirizzarono alla ricerca d'altre motivazioni. Con un sangue che ardeva di sensualità pressoché dalla nascita, mi conservai puro da ogni sozzura fino all'età in cui si sviluppano i temperamenti più freddi e più tardivi. A lungo tormentato senza scoprirne il motivo, divoravo con occhi ardenti le belle donne; la mia immaginazione me le richiamava senza tregua, esclusivamente per farle agire a modo mio, e per farne altrettante signorine Lambercier.

Anche dopo l'età del celibato, quel gusto bizzarro, sempre persistente e spinto fino alla depravazione, fino alla follia, mi ha conservati onesti i costumi che sembrerebbe dovesse invece minacciare. Se mai educazione fu modesta e casta, tale fu certamente quella che ricevetti io. Le mie tre zie non solo erano persone d'esemplare onestà, d'una riservatezza da gran tempo perduta alle donne. Mio padre, personaggio gaudente ma con la galanteria dei tempi antichi, non tenne mai, con le donne che più gli piacevano, discorsi di cui una vergine avrebbe potuto arrossire, e mai quanto nella mia famiglia e alla mia presenza si è scrupolosamente osservato il rispetto dovuto ai fanciulli. Né trovai meno scrupolo su questi argomenti in casa del signor Lambercier, e un'ottima domestica fu messa alla porta per una parola un po'sboccata che le era sfuggita in presenza nostra. Non soltanto non ebbi fino all'adolescenza alcuna idea precisa sull'unione dei sessi, ma quest'idea confusa non mi si presentò mai se non nella forma di un'immagine odiosa e di disgusto. Nutrivo per le donne pubbliche un orrore che mai si è cancellato, non potevo vedere un dissoluto senza sdegno, persino senza timore; e l'avversione che portavo alla dissolutezza giungeva a tal punto da quando, andando un giorno al Petit Sacconex per un viottolo incassato, vidi ai due lati certi anfratti nel terreno dove mi dissero che quella gente soleva accoppiarsi. Ciò che avevo visto degli accoppiamenti canini mi tornava sempre alla mente, pensando agli altri, e il solo ricordo bastava a nausearmi.

Questi pregiudizi dell'educazione, atti di per sé a ritardare le prime esplosioni di un temperamento infiammabile, furono aiutati, come ho detto, dalla diversione che subirono in me i primi stimoli della sensualità. Non sapendo immaginare che il tipo di sensazioni già provate, malgrado certe effervescenze di sangue assai moleste, i miei desideri sapevano indirizzarsi solo verso quel genere di voluttà che mi era nota, senza mai spingersi fino a quella che m'era stata resa odiosa e che era pure all'altra tanto vicina, senza che ne avessi ii minimo sospetto. Nelle mie sciocche fantasie, nei miei erotici furori, negli atti stravaganti ai quali qualche volta essi mi spingevano, ricorrevo con l'immaginazione all'aiuto dell'altro sesso, senza mai pensare che si offrisse a un uso diverso da quello che ardevo di ricavarne.

Non solo, dunque, pur con un temperamento straordinariamente acceso, lascivo e precoce, superai la pubertà senza desiderare né conoscere piaceri dei sensi diversi da quelli cui la signorina Lambercier mi aveva, in tutta innocenza, iniziato; ma quando finalmente il passare degli anni fece di me un uomo, fu ancora quel che doveva perdermi a preservarmi. Il mio vecchio vizio di ragazzo, anziché svanire, si fuse a tal punto con l'altro che non riuscii mai a disgiungerlo dai desideri che accendevano i miei sensi, e questa follia, congiunta alla mia naturale timidezza, mi ha reso sempre assai poco intraprendente con le donne, non osando dir tutto né potendo osar tutto, poiché il genere di godimento di cui l'altro non era per me che il termine estremo, non può essere strappato da chi lo desideri, né indovinato da colei che può accordarlo. Ho trascorso così la mia vita a bramare e a tacere accanto alle persone che più amavo. Non osando mai confessare il mio gusto, lo accarezzavo se non altro con rapporti che me ne conservavano l'idea. Essere alle ginocchia di un'amante imperiosa, obbedire ai suoi ordini, doverle chiedere perdono, erano per me gioie dolcissime, e più la mia vivace immaginazione m'infuocava il sangue, più assumevo l'aria di un amante intimidito. Si capisce che un modo simile di fare all'amore non porta a progressi rapidissimi, e non risulta troppo pericoloso per la virtù di quelle donne che ne costituiscono l'oggetto. Ho dunque posseduto pochissime donne, ma non ho mancato di godere molto, a modo mio, vale a dire con l'immaginazione. Ecco come i miei sensi, in accordo con la mia indole timida e con il mio spirito romanzesco, mi hanno conservato sentimenti puri e costumi onesti, malgrado quei gusti che forse, con una maggiore sfrontatezza, mi avrebbero tuffato nelle più brutali pratiche voluttuose.

Ho fatto il primo e più penoso passo nel labirinto oscuro e fangoso delle mie confessioni. Non costa di più a dirsi ciò che è delittuoso, ma quanto appare ridicolo e vergognoso. D'ora in poi mi sento sicuro di me: dopo quanto ho osato dire, nulla può più fermarmi. Si giudicherà quanto mi siano costate simili confessioni considerando che, durante tutta la mia vita, travolto talora accanto alle donne che amavo dai furori di una passione che mi toglieva la tacoltà di vedere, di udire, fuori di me e preda d'un tremito convulso in tutto il corpo, mai ho potuto risolvermi a dichiarare la mia follia e ad implorare da loro nella più confidente intimità, il solo favore che mancasse agli altri. Questo mi accadde una sola volta nell'infanzia, con una fanciulla della mia età; e fu lei ad avanzarmi la prima proposta.

Risalendo così alle prime tracce del mio essere sensibile, trovo elementi che, pur apparendo talvolta incompatibili, non mancarono di fondersi per produrre con forza un effetto uniforme e semplice, mentre altri ne trovo che, identici in apparenza, produssero, col concorso di talune circostanze, combinazioni così differenti da non immaginare mai che esistesse alcun rapporto tra loro. Chi crederebbe, per esempio, che uno degli stimoli più vigorosi del mio animo sia scaturito dalla sorgente stessa dalla quale scorsero nel mio sangue lussuria e mollezza? Senza abbandonare l'argomento fin qui trattato, se ne vedrà sortire un'impressione ben diversa.

Stavo studiando un giorno la mia lezione, solo nella camera attigua alla cucina. La domestica aveva messo ad asciugare alla piastra del caminetto i pettini della signorina Lambercier. Quando tornò a riprenderli, ne trovò uno con tutta una parte dei denti spezzata. Con chi prendersela per il danno? Nessuno tranne me era entrato nella stanza. Mi interrogano; nego d'aver toccato il pettine. Il signore e la signorina Lambercier, concordi, mi esortano, mi sollecitano, mi minacciano; io persisto caparbiamente; ma la convinzione era troppo radicata e l'ebbe vinta su tutte le mie proteste, benché fosse la prima volta che mi trovavano tanta audacia nel mentire. La cosa venne presa sul serio, e meritava d'esserlo. La cattiveria, la menzogna, l'ostinazione, parvero egualmente degne di punizione; ma per questa volta non venne inflitta dalla signorina Lambercier. Scrissero allo zio Bernard, ed egli venne. Il mio povero cugino era accusato di un'altra malefatta, non meno grave; fummo coinvolti nella medesima esecuzione. Fu terribile. Se, cercando il rimedio nel male stesso, avessero voluto spegnere per sempre i miei sensi depravati, non avrebbero potuto agire per il meglio. Così, mi lasciarono tranquillo a lungo.

Non riuscirono a strapparmi la confessione che esigevano. Riafferrato a più riprese e ridotto in uno stato penoso, fui irremovibile. Avrei sopportato la morte, e vi ero risoluto. La violenza stessa dovette infine cedere alla diabolica caparbietà di un ragazzo, poiché non definirono altrimenti la mia costanza. Uscii finalmente da quella prova crudele in pezzi, ma trionfante.

Sono ormai passati quasi cinquant'anni da quella avventura, e non ho più paura oggi d'essere punito di nuovo per lo stesso fatto. Ebbene, dichiaro a cospetto del cielo che ero innocente; non avevo né spezzato né toccato il pettine, non m'ero avvicinato alla piastra, e non mi era passato neppure per la mente. Non chiedetemi come il guasto sia avvenuto: non lo so e non riesco a rendermene conto; di certo so che ero innocente.

Immaginate un carattere timido e docile nella vita ordinaria, ma ardente, fiero, indomabile nelle passioni; un ragazzo sempre guidato dalla voce della ragione, sempre trattato con dolcezza, equità, compiacenza, che nemmeno aveva idea dell'ingiustizia, e che per la prima volta ne subisce una così terribile, e proprio da quelle persone che egli ama e rispetta di più. Che capovolgimento di idee! Che scompiglio di sentimenti! Quale sommovimento nel suo cuore, nella sua mente, in tutto il suo piccolo essere intelligente e morale! Immaginate tutto ciò, se vi è possibile, ripeto, perché, quanto a me, non mi sento capace di spiegare, di seguire la minima traccia di quello che accadeva allora in me.

Non ero ancora abbastanza ragionevole per rendermi conto di come le apparenze mi condannassero, e mettermi nei panni degli altri. Mi attenevo al mio punto di vista, e mi colpiva solo il rigore di un castigo intollerabile per una colpa che non avevo commesso. Il dolore fisico, per quanto vivo, lo sentivo poco; sentivo solo l'indignazione, la collera, la disperazione. Mio cugino, per un caso più o meno simile, e che era stato punito per una colpa involontaria come per un atto premeditato, era preda del furore sul mio esempio, e s'innalzava, per così dire, al mio unisono. Entrambi nello stesso letto, ci abbracciavamo in convulsi trasporti, ci soffocavamo, e quando i nostri giovani cuori, un po' sollevati, potevano sfogare la loro collera, ci drizzavamo a sedere e ci mettevamo a gridare insieme cento volte con tutte le nostre forze: «Carnifex, carnifex, carnifex!»

Sento ancora, mentre scrivo, il polso accelerare: quei momenti mi saranno davanti sempre, vivessi centomila anni. Quel primo sentimento della violenza e dell'ingiustizia è rimasto così profondamente impresso nel mio animo, che ogni idea che vi si connetta mi riporta la mia prima commozione, e quel sentimento, che nella sua origine riguarda me, ha preso in sé tale consistenza, e s'è talmente distaccato da qualsiasi personale interesse, che il mio cuore si infiamma allo spettacolo o al racconto di ogni azione ingiusta, qua lunque sia l'oggetto e dovunque sia commessa, come se l'effetto ricadesse su di me. Quando leggo delle crudeltà di un feroce tiranno, delle sottili perfidie di un prete briccone, correrei volentieri a pugnalare quei miserabili, dovessi cento volte soccombere. Più volte mi son messo in un bagno di sudore per inseguire di corsa oppure a sassate un gallo, una vacca, un cane, un animale che avevo visto tormentarne un altro unicamente perché si sentiva il più forte. Questo impulso può essere in me connaturato, e credo lo sia; ma il ricordo profondo della prima ingiustizia patita vi fu troppo a lungo e troppo fortemente legato per non averlo vieppiù rafforzato.

Ebbe così termine la serenità della mia vita infantile. Da quel momento cessai di godere una felicità pura, e ancora oggi sento che il ricordo degli incanti della mia infanzia si arresta là. Restammo a Bossey per qualche mese ancora. Vi fummo come ci viene rappresentato il primo uomo ancora nel paradiso terrestre ma che ha cessato ormai di goderne. La situazione era apparentemente la stessa, ma, in effetti, il modo d'essere era tutt'altro. L'affetto, il rispetto, l'intimità, la fiducia, non legavano più gli allievi ai maestri; non li guardavamo più come dei che leggevano nei nostri cuori: ci vergognavamo meno di far male e ci preoccupavamo di più d'essere accusati; cominciavamo a fingere, a ribellarci, a mentire. Tutti i vizi della nostra età corrompevano la nostra innocenza, e imbruttivano i nostri giochi. Persino la campagna smarrì ai nostri occhi quell'attrattiva di dolcezza e di semplicità che va dritta al cuore. Ci pareva deserta e cupa, come coperta d'un velo che ce ne nascondeva le bellezze. Smettemmo di coltivare i nostri giardinetti, le nostre erbe, i nostri fiori. Non andavamo più a grattare leggermente la terra per gridare di gioia quando scoprivamo il germe del grano che avevamo seminato. Ci disgustammo di quella vita; essi si disgustarono di noi; mio zio venne a riprenderci, e ci separammo dal signore e dalla signorina Lambercier, sazi gli uni degli altri, lasciandoci senza grande rimpianto.

Quasi trent'anni trascorsero dalla mia partenza da Bossey senza che quel soggiorno mi tornasse alla memoria in modo piacevole attraverso ricordi un po' concatenati; ma da quando, superata la maturità, declino verso la vecchiaia, sento che quegli stessi ricordi rinascono, mentre altri svaniscono, e si imprimono nella mia memoria con tratti nei quali fascino e forza aumentano di giorno in giorno; come se, sentendomi già sfuggire la vita, cercassi di riafferrarla alle sue origini. Ogni minimo evento di quell'epoca mi seduce solo perché le appartiene. Mi ricordo tutte le circostanze dei luoghi, delle persone, delle ore. Vedo la domestica o il famiglio sfaccendare nella stanza, una rondine irrompere dalla finestra, una mosca posarmisi sulla mano mentre recitavo la lezione; vedo tutta la disposizione della stanza dove stavamo; lo studio del signor Lambercier a destra, una stampa raffigurante tutti i papi, un barometro, un grande calendario, alcune piante di lampone che, da un giardino altissimo nel quale la casa si incassava sul retro, giungevano a ombreggiare la finestra e a volte penetravano all'interno. So bene che il lettore non ha bisogno di sapere tante cose, ma sono io che ho bisogno di dirgliele. Perché non oso raccontargli anche tutti i più minuti episodi di quell'età felice, che ancora mi fanno trasalire di gioia quando me li ricordo! Cinque o sei, soprattutto... Veniamo a patti: vi faccio grazia dei cinque; ma ne voglio riferire uno, uno solo, purché me lo si lasci raccontare il più a lungo possibile, per prolungare il mio piacere.

Se non cercassi che il vostro piacere, potrei scegliere l'episodio del deretano della signorina Lambercier che, per un malaugurato capitombolo in fondo al prato, fu messo in piena mostra davanti al re di Sardegna, al suo passaggio: ma quello del noce del terrazzo è più divertente per me che ne fui attore, mentre del capitombolo non fui che spettatore. E confesso che non trovai la minima parola per divertirmi di un incidente che, per quanto comico in sé, mi impensieriva per una persona che amavo come una madre, e forse più.

O voi, lettori curiosi della grande storia del noce del terrazzo, ascoltatene l'orribile tragedia, e astenetevi dal fremere, se ne siete capaci!

C'era, oltre la porta del cortile, un terrazzo, a sinistra entrando, dove spesso andavamo a sederci nel pomeriggio ma che non aveva un filo d'ombra. Per dargliene, il signor Lambercier vi fece piantare un noce. L'albero fu collocato con solennità: i due alunni furono i padrini; e, mentre si colmava la buca, noi reggevamo l'albero ciascuno con una mano cantando inni trionfali. Per annaffiarlo, si preparò una specie di bacino tutt'attorno al piede. Ogni giorno, spettatori entusiasti dell'annaffiatura, mio cugino ed io ci rafforzavamo nella persuasione naturalissima ch'era più bello piantare un albero su un terrazzo che un vessillo sulla breccia, e decidemmo di procurarci quella gloria senza spartirla con alcuno.

A questo scopo andammo a tagliare il germoglio di un giovane salice, e lo piantammo sul terrazzo, a otto o dieci piedi dall'augusto noce. Non dimenticammo di scavare una fossetta anche intorno al nostro albero: la difficoltà stava nel trovare di che riempirla, perché l'acqua veniva da lontano e non ci lasciavano andare a prenderla. Tuttavia era assolutamente indispensabile per il nostro salice. Ricorremmo a espedienti d'ogni sorta per fornirgliene durante qualche giorno, e vi riuscimmo così bene che lo vedemmo germogliare e buttar fogliette di cui d'ora in ora misuravamo la crescita, persuasi che, quantunque non s'innalzasse più d'un piede da terra, non avrebbe tardato a darci ombra.

Siccome il nostro albero, occupandoci totalmente, ci rendeva incapaci d'ogni applicazione, d'ogni studio, presi come in un delirio, e non riuscendo a capire che cosa avessimo, ci lasciavano meno liberi di prima, vedemmo approssimarsi l'istante fatale in cui l'acqua ci sarebbe mancata e ci consumavamo d'angoscia nel timore che il nostro albero perisse di siccità. Infine la necessità, madre dell'iniziativa, ci ispirò una trovata per salvare l'albero e noi da sicura morte: fu di scavare sotto terra un canaletto che dirottasse segretamente fino al salice una parte dell'acqua destinata ad innaffiare il noce. L'impresa, eseguita con ardore, non riuscì tuttavia di primo acchito. Avevamo sfruttato così male la pendenza, che l'acqua non scorreva affatto; la terra franava e bloccava il canaletto, l'imbocco si ostruiva di rifiuti, tutto andava a rovescio. Nulla valse a scoraggiarci: Omnia vincit labor improbus. Scavammo più in profondità la terra e il nostro bacino, per favorire scorrimento all'acqua; tagliammo qualche fondo di scatola in strette listerelle, alcune delle quali sistemate in fila di piatto e altre piazzate ad angolo ai due lati di esse, formarono un canaletto triangolare per il nostro condotto. All'imbocco piantammo pezzetti di legno sottili, distanziati in modo che formando una sorta di griglia o di bocchetta trattenevano il limo e i sassolini senza bloccare il flusso dell'acqua. Ricoprimmo scrupolosamente la nostra opera con terriccio ben pressato e il giorno che tutto fu pronto attendemmo con patemi di paura e di speranza l'ora dell'annaffiatura. Dopo secoli d'attesa, l'ora finalmente giunse; anche il signor Lambercier venne come il solito ad assistere all'operazione, durante la quale ce ne stavamo entrambi dietro di lui per nascondergli il nostro albero, al quale fortunatamente volgeva le spalle.

S'era appena finito di versare il primo secchio d'acqua, che cominciammo a vederla scorrere nel nostro bacino. A quella vista, la prudenza ci abbandonò; cominciammo a lanciare grida di gioia che fecero voltare il signor Lambercier, e fu peccato perché aveva preso un gran gusto a vedere quant'era buona la terra del noce e come assorbiva avidamente la sua acqua. Scosso dal vederla dividersi fra due bacini, lancia a sua volta un urlo, guarda, scopre la bricconata, si fa portare rapidamente una zappa, dà un colpo, fa volare due o tre schegge delle nostre listerelle, e gridando a squarciagola «Un acquedotto! Un acquedotto!» mena colpi spietati da ogni parte, ciascuno dei quali ci affonda nel cuore. In un batter d'occhio legnetti, condotto, bacino, salice, tutto andò distrutto, tutto sconvolto, senza che venisse proferita, durante quella terribile impresa, nessun'altra parola fuorché l'esclamazione che non si stancava di ripetere: «Un acquedotto,» gridava fracassando tutto, «un acquedotto! Un acquedotto!»

Si penserà che l'avventura si concludesse al peggio per i piccoli architetti. Ma si sbaglierebbe: tutto finì lì. Il signor Lambercier non ci rivolse una parola di rimprovero, non ci guardò neppure a viso duro, e non ne parlò più; l'udimmo persino ridere poco dopo a piena gola con sua sorella, poiché la risata del signor Lambercier si sentiva di lontano, e cosa ancora più strana, passato il primo sgomento, nemmeno noi ci sentimmo troppo afflitti. Piantammo altrove un altro albero, e rievocammo spesso la catastrofe del primo, ripetendo fra noi con enfasi: «Un acquedotto! Un acquedotto!» Fino a quel momento avevo provato, a intervalli, qualche accesso d'orgoglio quand'ero Aristide o Bruto. Fu questo il mio primo moto ben dichiarato di vanità. Esser riusciti a costruire con le nostre mani un acquedotto, aver messo un germoglio in concorrenza con un grande albero, mi pareva il grado supremo della gloria. A dieci anni giudicavo meglio io di Cesare a trenta.

L'esperienza di quel noce e la piccola storia che vi è connessa mi sono così bene rimaste impresse o tornate alla memoria, che uno dei miei più gradevoli progetti durante il mio viaggio a Ginevra, nel 1754, era di recarmi a Bossey e rivedervi i monumenti dei miei giochi d'infanzia, soprattutto il diletto noce che allora doveva avere ormai un buon terzo di secolo. Fui così costantemente assillato, tanto poco padrone di me stesso, che non riuscii a trovare il momento di soddisfare quel desiderio. Non direi che un'occasione del genere possa mai ripresentarsi, per me. Ma persa la speranza, non ho perduto il desiderio, e sono quasi sicuro che se, tornando in quei cari luoghi, ritrovassi il mio caro noce ancora vivo, lo bagnerei con le mie lacrime. |[continua]|

|[LIBRO PRIMO, 2]|

Tornato a Ginevra, trascorsi due o tre anni in casa di mio zio, aspettando che decidessero che cosa si sarebbe fatto di me. Siccome mio zio destinava suo figlio al Genio, gli fece imparare un po' di disegno e gli insegnava gli Elementi di Euclide. Imparavo tutto ciò standogli vicino, e vi presi gusto, soprattutto al disegno. Discutevano frattanto se farmi orologiaio, procuratore o ministro del culto. Mi sarebbe piaciuto diventare ministro, perché mi pareva bellissimo tener sermoni. Ma la piccola rendita dell'eredità di mia madre, da spartire tra me e mio fratello, non mi bastava per proseguire gli studi. Poiché l'età in cui ero non imponeva una scelta troppo immediata, continuavo ad aspettare in casa dello zio, pressappoco perdendo il mio tempo, e non mancando di pagare, come era giusto, una pensione piuttosto salata.

Mio zio, un gaudente come mio padre, non sapeva come lui assoggettarsi ai propri doveri, e si prendeva ben poca cura di noi. Mia zia era una devota un po'pietista, più propensa a cantar salmi che a vegliare sulla nostra educazione. Ci lasciavano una libertà quasi assoluta, della quale mai abusammo. Sempre inseparabili, bastavamo l'uno all'altro, e non essendo tentati di frequentare i monelli della nostra età, non prendemmo nessuna delle abitudini libertine che l'ozio poteva ispirarci. Ho persino torto di supporci oziosi, poiché mai lo fummo meno, e c'era di buono che i divertimenti ai quali successivamente ci si appassionava, ci tenevano occupati insieme in casa, senza che ci sfiorasse neppure la tentazione di scendere per strada. Costruivamo gabbie, flauti, volani, tamburi, case, cerbottane, balestre.

Guastavamo gli arnesi del mio buon vecchio nonno, per fare orologi a sua imitazione. Avevamo una spiccata preferenza per imbrattar fogli, disegnare, acquarellare, miniare, sprecar colori. Arrivò a Ginevra un ciarlatano italiano, un certo Gambacorta; andammo a vederlo una volta e poi non volemmo più tornarci: ma aveva delle marionette, e ci mettemmo a costruire marionette; le sue marionette recitavano specie di commedie, e noi componemmo commedie per le nostre. Non disponendo dello strumento per alterare la voce, imitavamo con la gola quella di Pulcinella per allestire quelle incantevoli commedie che i nostri poveri bravi parenti pazientemente si sorbivano. Ma un giorno, dopo che zio Bernard ebbe letto in famiglia un suo meraviglioso sermone, piantammo le commedie e ci mettemmo a comporre sermoni. Questi dettagli non sono molto interessanti, lo ammetto; ma dimostrano fing a che punto la nostra prima educazione fosse stata ben diretta, se, quasi padroni del nostro tempo e di noi, in età tanto tenera, fossimo così poco tentati d'abusarne. Sentivamo così poco il bisogno di farci dei compagni, che ne trascurammo fino l'occasione. Quando si andava a passeggio, guardavamo passando i loro giochi, senza desiderio, senza nemmeno pensare a prendervi parte. L'amicizia colmava così appieno i nostri cuori, che ci bastava stare insieme perché i gusti più semplici si trasformassero in delizie.

A forza di vederci sempre insieme, fummo notati; tanto più che mio cugino era assai grande e io piuttosto piccolo, il che componeva una coppia abbastanza buffa. La sua figura lunga e sottile, il suo visetto di pera cotta, la sua aria molle, la sua andatura ciondolante, stuzzicavano i ragazzi a prenderlo in giro.

Nel dialetto del paese gli affibbiarono il nomignolo di Barna Bredanna e non potevamo uscire in strada senza sentirci tutt'attorno Barna Bredanna. Lui sopportava più tranquillamente di me. Io mi arrabbiai, volli battermi; giusto quel che cercavano i bricconcelli. Picchiai e fui picchiato. Il mio povero cugino mi aiutava come poteva; ma era debole, con un cazzotto lo stendevano. Allora mi infuriavo. Ma per quanto di ceffoni ne incassassi parecchi, non ce l'avevano con me, ma con Barna Bredanna. Se non che, reagendo con la mia collera, aggravai le cose al punto che non ci azzardavamo più ad uscire se non nelle ore in cui erano a scuola, per paura d'essere seguiti con urla di scherno.

Eccomi già nel ruolo di raddrizzatore di torti. Per essere un paladino in piena regola, non mi mancava che la dama: ne ebbi due. Di tanto in tanto andavo a trovare mio padre a Nyon, cittadina del cantone di Vaud, dove s'era stabilito. Mio padre era molto benvoluto, e la benevolenza si rifletteva sul figlio. Nei brevi soggiorni a casa sua, facevano a gara per festeggiarmi. Una certa signora di Vulson, soprattutto, mi gratificava di mille carezze e, per di più, sua figlia mi scelse come suo cavaliere. Si capisce che cosa può essere un cavaliere di undici anni per una ragazza di ventidue. Ma queste furbacchione sono tutte così disposte a mettere in mostra i bambolotti per nascondere i grandi, o per tentarli con lo spettacolo di un gioco che sanno rendere attraente! Per parte mia, non cogliendo alcuna discordanza tra lei e me, presi la cosa sul serio, mi abbandonai di tutto cuore, o meglio, di tutta testa, giacché solo con questa ero innamorato, quantunque alla follia, anche se i miei trasporti, le mie agitazioni, i miei furori animavano scenette da morir dal ridere.

Conosco due tipi di amore nettamente distinti, realissimi, e che quasi nulla hanno in comune, benché entrambi vivissimi e diversi dalla affettuosa amicizia. Il corso della mia vita si è sempre diviso tra questi due amori di natura così diversa, e li ho persino provati contemporaneamente; perché, ad esempio, al tempo di cui parlo, mentre mi impossessavo della signorina di Vulson così pubblicamente e tirannicamente da non tollerare che nessun uomo l'avvicinasse, intrattenevo con una piccola signorina Goton rapidi ma vivaci convegni, nei quali ella si degnava di farmi da maestra di scuola, ed era tutto; ma questo tutto, che veramente era tutto per me, mi appariva come la massima felicità e, sentendo già il valore del mistero, per quanto non sapessi usarne che infantilmente, ricambiavo alla signorina di Vulson, che non s'accorgeva di nulla, la pena che si dava nel servirsi di me per schermare altri amori. Ma, con mio grande rincrescimento, il mio segreto fu scoperto, o meno ben protetto dalla mia maestrina che da me, perché non tardarono a separarci, e qualche tempo dopo, di ritorno a Ginevra, passando da Coutance, udii delle ragazzine che mi apostrofavano a mezza voce, dicendo: «Goton tic-tac Rousseau.»

Quella piccola signorina Goton era davvero una persona singolare. Senza essere bella, aveva un viso che è difficile dimenticare, e che tuttora ricordo, anche troppo spesso per un vecchio matto. Gli occhi soprattutto non erano della sua età, e neppure la figura e il portamento. Aveva un'arietta solenne e fiera, appropriatissima alla sua parte, e che ne aveva suscitato la prima idea fra noi. Ma il più bizzarro in lei era un misto di audacia e di riservatezza difficile a concepirsi. Con me si permetteva le più grandi intimità, senza consentirmene alcuna verso di lei; mi trattava esattamente come un bambino: il che mi fa pensare che ella avesse già cessato d'esserlo, oppure che lo fosse ancora abbastanza da non vedere che il gioco là dove si esponeva a un rischio.

Appartenevo interamente, per così dire, a ciascuna di quelle due persone, e così perfettamente che in compagnia dell'una mai mi accadeva di pensare all'altra. Non c'era d'altronde, nulla di identico in ciò che ciascuna mi faceva provare. Avrei passato tutta la vita con la signorina di Vulson senza pensare a lasciarla; ma, avvicinandola, la mia gioia era quieta e non arrivava al turbamento. Mi piaceva soprattutto quando s'era in compagnia di molti; gli scherzi, le moine, le stesse gelosie mi attraevano, mi interessavano; trionfavo con orgoglio delle preferenze che mi accordava sui rivali adulti, che pareva maltrattare. Ero tormentato, ma quel tormento mi piaceva. Gli applausi, gli incitamenti, le risate mi riscaldavano, mi animavano. Mi lanciavo in effusioni, in frizzi; nella cerchia mi sentivo trascinato dalla passione; a tu per tu sarei stato impacciato, freddo, forse annoiato. Nondimeno mi interessavo teneramente a lei, soffrivo quand'era ammalata, avrei dato la mia salute in cambio della sua, e notate che sapevo benissimo, per esperienza, che cosa fosse malattia e che cosa fosse salute. Quand'era lontana, pensavo a lei, mi mancava; vicina, le sue carezze mi erano dolci al cuore, non ai sensi. Ero impunemente confidenziale con lei, la mia immaginazione non chiedeva di più di quanto ella m'accordasse; eppure non avrei tollerato di vederle fare altrettanto con altri. L'amavo come un fratello, ma ne ero geloso come un amante.

Lo sarei stato della signorina Goton come un turco, come un folle, come una tigre, se avessi soltanto immaginato che potesse concedere a un altro lo stesso trattamento riservato a me, poiché anche questo era una grazia che occorreva chiedere in ginocchio. Avvicinavo la signorina di Vulson con piacere vivissimo, ma senza turbamento; bastava invece che vedessi la Goton e non vedevo più nient'altro, i miei sensi erano tutti sconvolti. Ero familiare con la prima senza avere reali familiarità; al contrario ero tremante e agitato dinanzi alla seconda, persino al colmo delle più grandi familiarità. Credo che se fossi rimasto troppo a lungo con lei, non sarei potuto vivere; i palpiti mi avrebbero soffocato. Temevo egualmente di dispiacere a entrambe; ma ero più compiacente con l'una e più obbediente con l'altra. Per nulla al mondo avrei voluto contrariare la signorina di Vulson, ma se la Goton mi avesse ordinato di gettarmi nel fuoco, credo che le avrei obbedito all'istante.

I miei amori o piuttosto i miei convegni con lei durarono poco, per fortuna d'entrambi. Quantunque i miei rapporti con la signorina di Vulson non corressero i medesimi rischi, ebbero anch'essi la loro catastrofe, dopo essersi prolungati un po' di più. Le conclusioni di questo genere di vicende devono sempre avere risvolti un po' romanzeschi, e offrire aspetti esclamativi. Sebbene il mio rapporto con la signorina di Vulson fosse meno vivo, era forse più stretto. I nostri distacchi non erano mai senza lacrime, ed è strano in che vuoto opprimente mi sentivo cadere dopo averla lasciata. Non riuscivo a parlare che di lei, né a pensare che a lei: i miei rimpianti erano veri e vivi; ma credo che in fondo gli eroici rimpianti non erano tutti per lei, e che gli svaghi di cui ella era il centro avessero in tutto questo, senza che io me ne rendessi conto, una parte di rilievo. A mitigare i dolori dell'assenza, ci scrivevamo lettere di un patetico da spezzare le pietre. Ebbi infine la gloria ch'ella non poté più resistere, e venne a trovarmi a Ginevra. Il colpo mi fece girare la testa davvero; fui ebbro e folle per i due giorni in cui rimase. Quando partì, volevo gettarmi in acqua dietro di lei, e feci lungamente riecheggiare l'aria delle mie grida. Otto giorni dopo, mi mandò dei dolci e dei guanti; il che mi sarebbe parso molto galante, se non avessi appreso contemporaneamente che si era maritata, e che lo scopo del suo viaggio, del quale compiacentemente mi aveva attribuito l'onore, era l'acquisto degli abiti nuziali. Non descriverò il mio furore: lo si può immaginare. Giurai nel mio nobile corruccio di non rivedere mai più la perfida, non concependo per lei punizione più terribile. Non ne mori certamente poiché vent'anni dopo, essendo andato a trovare mio padre e passeggiando con lui sul lago, domandai chi fossero le donne che vedevo in un battello poco lontano dal nostro. «Ma come,» disse mio padre sorridendo, «il cuore non te lo dice? Sono i tuoi antichi amori: è la signora Christin, la signorina di Vulson.» Trasalii a quel nome quasi dimenticato: ma dissi ai barcaioli di cambiar rotta; sebbene mi si offrisse abbastanza facile il gioco di prendermi una rivincita, non giudicai che valesse la pena d'essere spergiuro, e rinnovare una briga vecchia di vent'anni con una donna di quaranta.

Si perdeva così in sciocchezze il più prezioso tempo della mia infanzia, prima che si fosse deciso del mio destino. Dopo lunghe discussioni per favorire le mie naturali disposizioni, si adottò alla fine la scelta per la quale ne avevo meno, e mi si mandò dal signor Masseron, cancelliere della città, per imparare alle sue dipendenze quello che il signor Bernard definiva l'utile mestiere del grattacarte. Il nomignolo mi disgustava estremamente; la speranza di guadagnare una quantità di scudi per una via ignobile non lusingava il mio carattere altero; l'occupazione mi pareva noiosa, insopportabile; l'assiduità forzata, la dipendenza, finirono per disgustarmi, e non rientravo mai in cancelleria senza un orrore che cresceva di giorno in giorno. Il signor Masseron, da parte sua, poco soddisfatto di me, mi trattava con aria sprezzante, rimproverandomi continuamente la mia pigrizia, la mia ottusità, e ogni giorno ripetendomi che mio padre gli aveva garantito «che sapevo, che sapevo», mentre in realtà non sapevo un bel niente; che gli aveva promesso un bel giovanotto e gli aveva rifilato un asino. Infine venni ignominiosamente licenziato dalla cancelleria per inettitudine, e dai commessi del signor Masseron fu decretato che non ero buono ad altro che a menar la lima.

Determinata così la mia vocazione, fui messo come apprendista non da un orologiaio, ma da un incisore. La disistima del cancelliere m'aveva profondamente umiliato, e obbedii senza aprir bocca. Il mio padrone, un certo Ducommun, era un giovane rustico e violento, che riuscì in brevissimo tempo ad offuscare tutto lo splendore della mia infanzia, ad abbrutire il mio carattere affettuoso e vivace, e a ridurmi, sia nello spirito che nella condizione, al mio vero stato di apprendista. Il mio latino, la mia passione per l'antichità e per la storia, tutto fu per lungo tempo dimenticato; non ricordavo nemmeno che fossero esistiti al mondo dei romani. Mio padre, quando andavo a trovarlo, non vedeva più in me il suo idolo; non ero più per le signore il galante Jean-Jacques, e mi rendevo conto così bene io stesso che il signore e la signorina Lambercier non avrebbero riconosciuto in me il loro allievo, che ebbi vergogna di ripresentarmi, e da quel tempo non li rividi più. Le propensioni più vili, la più volgare furfanteria sostituirono i miei svaghi gentili, senza lasciarmene la più lontana idea. Nonostante l'educazione più onesta, dovevo avere una disposizione particolare a degenerare; visto che accadde così rapidamente, senza la minima difficoltà, e mai un Cesare tanto precoce si mutò così rovinosamente in Laridon.

Non era il mestiere in sé a dispiacermi: avevo una spiccata inclinazione per il disegno, il lavoro di bulino mi divertiva abbastanza e poiché il talento di incisore da orologeria è assai limitato, speravo di raggiungervi la perfezione. Ci sarei arrivato, probabilmente, se la brutalità del mio padrone e l'eccessiva soggezione non mi avessero disgustato del lavoro. Gli sottraevo il mio tempo per impiegarlo in occupazioni dello stesso genere, ma che avevano per me l'attrattiva della libertà. Incidevo una specie di medaglie che a me e ai miei amici servivano come insegna di un ordine cavalleresco. Il padrone mi sorprese in quel lavoro di contrabbando e mi picchiò di santa ragione, sostenendo che mi esercitavo a battere moneta falsa, poiché le nostre medaglie recavano le armi della Repubblica. Posso giurare che non avevo neanche un'idea della moneta falsa, e pochissime di quella vera. Sapevo meglio come erano fatti gli assi romani che i nostri pezzi da tre soldi.

La tirannia del mio padrone finì per rendermi insopportabile il lavoro, che avrei amato, e per procurarmi vizi che avrei odiati, quali la menzogna, la poltroneria, il furto. Nulla m'ha insegnato la differenza che corre tra la dipendenza filiale e la schiavitù servile, come il ricordo dei mutamenti prodottisi in me durante questo periodo. Timido e vergognoso per natura, non provai mai tanta ripugnanza per alcun difetto quanto per la sfrontatezza. Ma avevo goduto di una libertà onesta, che sino allora s'era andata solo gradualmente restringendo, ed ora svanì del tutto. Ero ardito in casa di mio padre, libero in quella del signor Lambercier, discreto da mio zio; divenni pavido presso il padrone, e da allora fui un ragazzo perduto. Assuefatto a una perfetta eguaglianza con i miei superiori nel modo di vivere, a non conoscere un piacere che non fosse alla mia portata, a non vedere una pietanza senza averne la mia parte, a non avereun desiderio senza esternarlo, a mettere insomma sulle mie labbra tutti i moti del mio cuore: si giudichi che cosa dovetti diventare in una casa dove non osavo aprir bocca, dove bisognava allontanarsi dalla tavola a un terzo del pasto, e dalla stanza non appena non vi avevo più niente da fare, dove, incatenato senza tregua al lavoro, vedevo solo oggetti di godimento per gli altri e di privazione per me; dove l'immagine della libertà del padrone e dei lavoranti aggravava il peso della mia dipendenza; dove nelle discussioni sugli argomenti che meglio conoscevo non osavo aprir bocca; dove insomma tutto ciò che vedevo diventava per il mio cuore oggetto di cupidigia unicamente perché ero privo di tutto. Addio spigliatezza, allegria, frasi felici che così spesso un tempo m'avevano risparmiato, nei miei errori, il castigo. Non posso ricordare senza ridere la sera, in casa di mio padre, che condannato per qualche monelleria a coricarmi senza cena, attraversando la cucina col mio triste tozzo di pane, vidi e annusai l'arrosto che girava allo spiedo. Stavano attorno al fuoco, passando bisognava salutarli tutti. Fatto il giro, sbirciando con la coda dell'occhio quell'arrosto che aveva un così bell'aspetto e un profumo così appetitoso, non riuscii a trattenere una riverenza anche per lui, dicendogli lamentosamente: «Addio, arrosto.» L'ingenua battuta parve così spiritosa, che mi lasciarono cenare. Avrebbe forse avuto altrettanto fortuna col mio padrone, ma è certo che non mi sarebbe venuta, o non l'avrei mai azzardata.

Ecco come imparai a desiderare in silenzio, a nascondermi, a dissimulare, a mentire, e persino a rubare, fantasia che fino a quel momento non m'era mai venuta, e dalla quale dopo d'allora non mi riuscì di guarire del tutto. Cupidigia e impotenza portano sempre là. Ecco perché tutti i domestici sono furfanti e tutti gli apprendisti devono esserlo; ma in uno stato costante e tranquillo, in cui tutto ciò che vedono è alla loro portata, crescendo, questi ultimi perdono la vergognosa inclinazione. Non avendo goduto lo stesso vantaggio, non potei trarne il medesimo profitto.

Sono quasi sempre i buoni sentimenti mal indirizzati che fanno compiere ai ragazzi il primo passo verso il male. Malgrado le privazioni e le tentazioni continue, ero rimasto colmio padrone più di un anno senza potermi decidere a prendere nulla, nemmeno qualcosa da mangiare. Il mio primo furto fu una questione di compiacenza; ma aprì la porta ad altri che non avevano un fine così lodevole.

C'era dal mio padrone un lavorante di nome Verrat, la cui casa, nei dintorni, aveva un giardino piuttosto lontano che produceva bellissimi asparagi. A Verrat, che non disponeva di troppo denaro, venne voglia di rubare a sua madre un po' di asparagi primaticci, e di venderli per pagarsi qualche buona colazione. Siccome non voleva esporsi di persona, e non era molto in gamba, scelse me per quell'impresa. Dopo alcune moine preliminari, che tanto più mi conquistarono quanto meno ne colsi lo scopo, me la propose come un'idea venutagli al momento. Discussi molto, lui insisteva. Non ho mai saputo resistere alle lusinghe: mi arresi. Andavo ogni rmattina a cogliere gli asparagi più belli; li portavo a Molard, ' dove qualche brava donna accorgendosi che li avevo appena rubati, me lo diceva per abbassarne il prezzo. Nel mio spavento prendevo quanto le andava di darmi, e lo portavo al signor Verrat. I quattrini si trasformavano prontamente in una colazione alla quale provvedevo io stesso, e che lui divideva con un altro compagno; e quanto a me, contentissimo di riceverne qualche briciola, non toccavo neppure il loro vino.

Il piccolo traffico durò parecchi giorni senza che mi venisse neppure in mente di derubare il ladro e di taglieggiare il signor Verrat sul ricavato dei suoi asparagi. Eseguivo la mia mascalzonata con la massima lealtà; il mio solo scopo era di compiacere chi me la faceva commettere. Eppure, fossi stato sorpreso, quante botte, quante ingiurie, che crudeltà avrei dovuto subire, mentre il miserabile, smentendomi, sarebbe stato creduto sulla parola, ed io punito doppiamente per aver osato incolparlo, tenuto conto che lui era lavorante e io soltanto apprendista! Ecco come in ogni situazione il colpevole forte si salva sulla pelle del debole innocente.

Imparai così che rubare non era così terribile come avevo creduto, e subito trassi dalla mia scienza tanto profitto che nulla di ciò che desideravo era al sicuro, se appena mi capitava a portata di mano. Non ero assolutamente mal nutrito in casa del mio padrone, e la sobrietà mi pesava soltanto perché così poco osservata da lui. La consuetudine di allontanare da tavola i giovani quando vi servivano ciò che più li tenta, mi pareva ispirata giusto a renderli tanto golosi quanto bricconi. Divenni in breve l'uno e l'altro; e di solito me ne trovavo benissimo, a volte malissimo se venivo sorpreso.

Un ricordo che ancora mi fa fremere e ridere insieme, è quello di una caccia alle mele che mi costò cara. Le mele erano in fondo a una dispensa che, attraverso un'alta gelosia, prendeva luce dalla cucina. Un giorno che ero solo in casa, salii sulla madia per ammirare nel giardino delle Esperidi il prezioso frutto al quale non potevo awicinarmi. Andai a prendere lo spiedo per vedere se con quello potevo raggiungerlo: era troppo corto. Lo allungai con un altro spiedo più piccolo, da selvaggina minuta, giacché al mio padrone piaceva la cacciagione. Infilzai più volte senza successo; finalmente sentii con gioia che pescavo una mela. Tirai con estrema lentezza: già la mela toccava la gelosia, ero sul punto di afferrarla. Chi dirà il mio dolore? La mela era troppo grossa e non passava dal buco. Quante invenzioni improvvisai per prenderla! Occorse trovare dei sostegni per reggere fermo lo spiedo, un coltello lungo abbastanza per tagliare la mela, un'assicella per sostenerla. A forza di abilità e di tempo riuscii a tagliarla, sperando di recuperare poi i pezzi uno dopo l'altro; ma, non appena tagliati, essi piombarono entrambi nella dispensa. Lettore pietoso, partecipa alla mia afflizione.

Non mi persi di coraggio; ma avevo perduto molto tempo. Temevo d'essere sorpreso; rinviai all'indomani un tentativo più fortunato e mi rimisi al lavoro tutto tranquillo, come se non avessi fatto nulla, senza pensare ai due indiscreti testimoni che in dispensa deponevano contro di me.

Il giorno dopo, ritrovata la buona occasione, tento un nuovo assalto. Monto sui miei trespoli, allungo lo spiedo, l'aggiusto; ero pronto a infilzare... Sfortunatamente il dragone non dormiva; d'un colpo la porta della dispensa si spalanca: viene fuori il mio padrone, incrocia le braccia, mi guarda ed esclama: «Coraggio!»... La penna mi cade di mano.

In breve, a forza di subire maltrattamenti, mi resi meno sensibile; mi parvero alla fine una sorta di compensazione del furto, che mi desse il diritto di continuare. Invece di volgere indietro lo sguardo e guardare alla punizione, lo volgevo innanzi e guardavo alla vendetta. Reputavo che picchiarmi come un mascalzone significasse autorizzarmi ad esserlo. Trovavo che rubare ed essere battuto andavano insieme, e in qualche modo costituivano una condizione, e adempiendo la parte di quella condizione che dipendeva da me, potevo lasciare al mio padrone la preoccupazione dell'altra. Persuaso di questo, mi misi a rubare più tranquillo di prima. Mi dicevo: «Che sarà, tirate le somme? Verrò battuto. E sia: sono fatto per questo.»

Mi piace mangiare, senza essere avido: sono sensuale, non goloso. Troppi altri piaceri mi distraggono da quello. Non mi sono occupato del mio palato se non quando il mio cuore era ozioso, e ciò mi accadde nella vita così di rado, che non ho quasi avuto il tempo di pensare ai bocconcini prelibati. Ecco perché non limitai a lungo le mie ruberie al campo dei cibi, ma le estesi ben presto a tutto ciò che mi tentava; e se non divenni un ladro in tutto e per tutto, fu perché il denaro non mi attrasse mai eccessivamente. Nel laboratorio comune, il padrone disponeva di un locale particolare che teneva chiuso a chiave. Trovai il mezzo di aprire la porta e di richiuderla senza che apparisse. Là approfittavo a mio vantaggio dei suoi ottimi attrezzi, dei suoi migliori disegni, dei suoi stampi, di tutto ciò che gli invidiavo e che egli ostentava di tenermi lontano. Risultavano, in fondo, furti ben innocenti, eseguiti com'erano solo per essere utili al suo servizio. Ma mi sentivo in estasi quando avevo quelle inezie in mio potere: mi illudevo di rubare l'ingegno insieme con i suoi prodotti. Del resto, nelle sue scatole c'erano anche frammenti d'oro e d'argento, gioiellini, pezzi di valore e monete. Quando avevo in tasca quattro o cinque soldi era molto: eppure, lungi dal toccar qualcosa di quella roba, non ricordo nemmeno d'avervi mai posato uno sguardo di desiderio. Vedevo quelle cose più con angoscia che con piacere. Credo anche che quell'orrore per il furto di denaro e di quanto vi è connesso mi venisse in buona parte dall'educazione. Vi si mescolavano segrete idee d'infamia, di prigione, di castigo, di patibolo, che mi avrebbero fatto rabbrividire se fossi stato tentato; i miei tiri mi sembravano invece birichinate, e in effetti non erano molto di più. Tutto questo poteva costarmi solo qualche energica strigliata del padrone, e vi ero rassegnato in partenza.

Ma, ripeto, non desideravo neppure abbastanza da dovermi astenere; non sentivo nulla da dover combattere. Un solo foglio di bella carta da disegno mi tentava più del denaro sufficiente a comprarne una risma. Questa stranezza è connessa a una delle singolarità del mio carattere; e ha avuto un tale influsso sulla mia condotta che è necessario spiegarla.

Ho passioni ardentissime e finché mi agitano nulla eguaglia la mia impetuosità; non conosco più né riguardi, né rispetto, né paura, né buona creanza; sono cinico, sfrontato, violento, intrepido; non c'è vergogna che mi freni né rischio che mi spaventi: all'infuori dell'oggetto che mi occupa, il mondo intero non è più niente per me. Ma tutto ciò non dura che un momento, e il momento che segue già mi annienta. Prendetemi nella calma, sono l'indolenza e la timidozza in persona; tutto mi sgomenta, tutto mi ripugna; ho paura del volo di una mosca; dire una parola, fare un gesto spaventa la mia pigrizia; paura e vergogna mi soggiogano al punto che vorrei eclissarmi agli occhi di tutti i mortali. Se occorre agire, non so che fare; se occorre parlare, non so che dire; se mi si guarda, mi smarrisco. Quando mi appassiono, so trovare a volte le parole da dire; ma nelle conversazioni abituali non trovo nulla, proprio nulla; mi riescono insopportabili solo per questo: sono obbligato a parlare.

Nessuno dei miei gusti dominanti, per giunta, si soddisfa di cose che si comprano. Non ho bisogno che di piaceri puri, e il denaro li avvelena tutti. Amo, per esempio, i piaceri della tavola; ma non potendo soffrire né il disagio della buona società né la crapula dell'osteria, non posso gustarli che in compagnia di un amico, perché da solo mi è impossibile; la mia immaginazione s'occupa allora d'altro e il piacere di mangiare mi sfugge. Se il mio sangue acceso mi chiede delle donne, il mio cuore agitato ancor più mi chiede amore. Donne prezzolate perderebbero ai miei occhi ogni fascino; dubito persino che riuscirei a goderne. Così è di tutti i piaceri che mi sono accessibili. Se non sono gratuiti, li trovo insipidi. Amo solo i beni che non appartengono ad altri che al primo capace di gustarli.

Il denaro non mi parve mai cosa tanto preziosa come si dice. Di più, non m'è mai parso tanto comodo; non serve a nulla di per sé, occorre trasformarlo per goderne; bisogna comprare, contrattare, lasciarsi spesso abbindolare, pagare molto ed essere serviti male. Vorrei una cosa buona per la sua qualità: col denaro sono sicuro di averla cattiva. Compro caro un uovo fresco, è stantio; un bel frutto, è acerbo; una ragazza, ed è bacata. Mi piace il buon vino, ma dove lo trovo? Da un vinaio? Comunque faccia, mi avvelenerà. Desidero assolutamente essere servito bene? Quante preoccupazioni, quanti fastidi! Disporre d'amici, di corrispondenti, inviare commissioni, scrivere, andare, venire, aspettare; e alla fine di tutto, essere ancora sovente ingannato. Quante noie, con tutto il mio denaro! Lo temo più di quanto ami il buon vino.

Mille volte, durante e dopo il mio apprendistato, uscii con l'intenzione di acquistare qualche ghiottoneria. Mi avvicino alla bottega d'un pasticciere, scorgo delle donne al banco; credo già di vederle ridere e burlarsi tra loro del piccolo ghiottone. Passo davanti a una fruttaiola, sbircio con la coda dell'occhio le belle pere, il loro proLumo mi tenta; due o tre giovanotti là accanto mi guardano, un uomo che mi conosce sta davanti alla sua bottega; vedo di lontano arrivare una ragazza: non è la domestica di casa? La vista corta mi crea mille inganni. Scambio tutti quelli che passano per gente di conoscenza; dovunque mi sento intimidito, trattenuto da qualche ostacolo; il mio desiderio cresce con la mia vergogna, e alla fine rincaso come uno sciocco, preda di bramosie che quanto trattengo in tasca basterebbe a soddisfare, ma senza aver osato comprar nulla.

Mi attarderei sui particolari più insipidi se, sull'impiego del mio denaro da parte mia o d'altri insistessi a descrivere l'imbarazzo, la vergogna, la ripugnanza, gli inconvenienti e i disgusti d'ogni genere che ho sempre provato. Via via che, proseguendo nel racconto della mia vita, il lettore prenderà dimestichezza del mio carattere, sentirà tutto ciò senza che io mi dilunghi a spiegarlo.

Chiarito questo punto, si comprenderà agevolmente una delle mie pretese contraddizioni: quella di associare un'avarizia quasi sordida col più grande disprezzo del denaro. È per me un bene così scomodo che non penso nemmeno di desiderarlo quando mi manca; e quando ne dispongo lo conservo a lungo senza spenderlo, non sapendolo usare a modo mio; ma se si presenta l'occasione propizia e gradevole ne approfitto così bene che la mia borsa si vuota prima che me ne sia accorto. Del resto, non cercate in me la mania degli avari, quella di spendere per ostentazione; al contrario, spendo in segreto e per il piacere: lungi dal gloriarmi delle mie spese, le nascondo. Sento talmente che il denaro non fa per me, che mi vergogno quasi di averne, e più ancora di servirmene. Avessi mai disposto d'una rendita sufficiente a vivere comodamente, l'avarizia non mi avrebbe affatto tentato, ne sono più che certo. Spenderei tutto il mio reddito senza cercare di aumentarlo. La precarietà della mia situazione mi rende invece pavido. Adoro la libertà; aborro il disagio, la fatica, la schiavitù. Finché dura, il denaro che ho nella borsa assicura la mia indipendenza; mi risparmia la briga di cercarne altro, necessità che ebbi sempre in orrore. Ma per paura di vederlo finire, lo tengo da conto. Il denaro che si possiede è uno strumento di libertà; quello cui si dà la caccia è uno strumento di servitù. Ecco perché stringo bene i cordoni e non desidero nulla.

Il mio disinteresse non è dunque che pigrizia; il piacere di avere non vale la pena che costa; e la mia dissipazione, anch'essa, non è che pigrizia; quando si presenta l'occasione di spendere piacevolmente, non si riesce mai ad approfittarne abbastanza. Sono meno tentato dal denaro che dalle cose, perché tra il denaro e il possesso desiderato c'è sempre un intermediario, mentre tra la cosa e il suo godimento non ce n'è nessuno. Vedo la cosa, mi tenta; se non vedo che il mezzo di procurarmela, non sono tentato. Sono stato dunque un briccone, e qualche volta ancora lo sono per le quisquilie che mi attraggono e che preferisco prendere piuttosto che chiedere. Ma da piccolo o da grande non ricordo d'aver preso un centesimo a nessuno in vita mia, tranne una sola volta, nemmeno quindici anni fa, che rubai sette lire e dieci soldi. L'avventura merita d'essere raccontata, perché vi si assommano incredibilmente sfrontatezza e stupidità, al punto che stenterei a crederlo se si trattasse di un altro.

Accadde a Parigi. Passeggiavo col signor di Francueil al Palais-Royal, verso le cinque. Lui tira fuori l'orologio, lo guarda, e mi dice: «Andiamo all'Opéra.» Sono d'accordo e si va. Acquista due biglietti di anfiteatro, me ne dà uno, e passa per primo con l'altro. Io lo seguo, lui entra. Entrando a mia volta, trovo la porta ingombra. Guardo, e vedo tutti in piedi. Penso che potrei benissimo perdermi in quella ressa, o quanto meno lasciar supporre al signor di Francueil che mi sono perduto. Esco, ritiro la mia contromarca, poi il denaro, e me ne vado, senza pensare che, appena avessi raggiunto la porta, tutti si sarebbero messi a sedere, e il signor di Francueil avrebbe così visto chiaramente che io non c'ero più.

Siccome nulla fu mai più estraneo al mio carattere di questo comportamento, lo riferisco per mostrare come vi siano momenti di una sorta di delirio nei quali non bisogna giudicare gli uomini dalle loro azioni. Non avevo esattamente rubato quel denaro, quanto il suo impiego: meno era un furto, più era un'infamia.

Non la finirei più con questi particolari, se volessi seguire tutte le strade per le quali, nel corso del mio apprendistato, passai dalla sublimità dell'eroismo alla bassezza di un mascalzone. Nondimeno, se presi tutti i vizi del mio stato, mi fu impossibile assumerne del tutto le propensioni. Mi annoiavo degli svaghi dei miei compagni; e quando l'eccessivo disagio mi ebbe disgustato anche del lavoro, m'annoiai di tutto. La situazione mi restituì quel gusto della lettura che da tempo avevo perduto. Carpite al mio lavoro, le letture divennero una nuova colpa che mi attirò nuovi castighi. Questo gusto, acuito dalle contrarietà, divenne passione, e in breve furore. La Tribu, nota noleggiatrice di libri, me ne forniva d'ogni genere. Buoni e cattivi, tutti mi andavano; non sceglievo neppure: leggevo ogni cosa con la stessa avidità. Leggevo al banco di lavoro, leggevo andando in giro per le commissioni, leggevo al gabinetto di decenza, e mi ci dimenticavo ore intiere; la testa mi girava per il gran leggere, non facevo altro che leggere. Il padrone mi spiava, mi sorprendeva, mi picchiava, mi sequestrava i libri. Quanti volumi furono strappati, bruciati, gettati dalla finestra! Quante opere restarono scompagnate nella biblioteca della Tribu! Quando non avevo più di che pagarla, le davo le mie camicie, le mie cravatte, i miei vestiti; i miei tre soldi di mancia finivano ogni domenica sul suo banco, regolarmente.

Ecco dunque, mi si dirà, il denaro divenuto necessario. È vero, ma fu quando la lettura mi ebbe sottratto a ogni attività. Interamente abbandonato alla mia nuova passione, non facevo che leggere, e non rubavo più. Anche qui traspare una delle mie differenze caratteristiche. Nel pieno d'una certa abitudine di essere, un nonnulla mi distrae, mi cambia, mi avvince, infine mi appassiona; e allora tutto è dimenticato, non penso ad altro che al nuovo oggetto d'interesse. Il cuore mi batteva per l'impazienza di sfogliare il libro nuovo che avevo in tasca; appena solo lo tiravo fuori, e non pensavo più a rovistare nel laboratorio del padrone. Stento persino a credere che avrei rubato anche se avessi avuto passioni più costose. Fissato com'ero al presente, non entrava nel giro dei miei pensieri alcuna preoccupazione per l'avvenire. La Tribu mi faceva credito: gli anticipi erano modesti, e quando avevo intascato il mio libro non pensavo più a niente. Il denaro che mi veniva naturalmente passava egualmente a quella donna, e quando costei diventava insistente, niente era più sveltamente sotto mano che il mio stesso corredo. Rubare in anticipo era un eccesso di previdenza, e rubare per pagare non mi tentava neppure.

A forza di rimproveri, percosse, letture clandestine e scelte male, il mio umore divenne taciturno, selvaggio; la mia testacominciava ad alterarsi, e vivevo da vero orso cominciava ad alterarsi, e vivevo da vero orso. Nondimeno, se il mio gusto non mi salvò dai libri banali e volgari, la mia fortuna mi protesse dai libri osceni e licenziosi: non perché la Tribu, donna accomodantissima sotto ogni aspetto, si facesse scrupolo di prestarmene, quanto perché, a renderli più preziosi, me li nominava con un'aria di mistero che raggiungeva precisamente l'effetto opposto, e mi induceva a rifiutarli sia per disgusto che per vergogna. Il caso assecondò così bene il mio umore pudico che avevo più di trent'anni quando detti il primo sguardo a qualcuno di quei libri pericolosi che una bella donna di mondo trova scomodi perché non si può leggerli, dice, che con una mano sola.

In meno di un anno esaurii l'esigua biblioteca della Tribu, e mi trovai crudelmente inoperoso nelle mie ore libere. Guarito dalle mie tendenze di ragazzo e di monello grazie alla lettura, e persino alle mie letture che, pur scriteriate e spesso cattive riconducevano tuttavia il mio cuore a sentimenti più nobili di quelli che la mia condizione aveva ispirato; disgustato da tutto ciò che mi era accessibile e sentendo troppo lontano da me tutto ciò che mi avrebbe allettato, nulla vedevo di possibile che potesse lusingare il mio cuore. I miei sensi, da gran tempo turbati, mi chiedvano un godimento di cui non sapevo neppure immaginare l'oggetto. Ero così lontano dal vero come se non avessi avuto sesso; e, già pubere e sensibile, pensavo talvolta a certe mie follie, ma nulla vedevo al di là. In questa strana situazione, la mia irrequieta immaginazione prese una via che mi salvò da me stesso e calmò la mia nascente sensualità: e fu di nutrirsi delle situazioni che leggendo mi avevano appassionato, ricordarle, variarle, combinarle, appropriarmele talmente da farmi diventare uno dei personaggi che immaginavo, e sempre nelle condizioni più gradite ai miei gusti. Insomma, lo stato fittizio in cui finii col mettermi mi fece dimenticare lo stato reale in cui ero così scontento. L'amore per gli oggetti immaginari e la facilità di occuparmene finirono col nausearmi di quanto mi circondava, e determinarono il gusto per la solitudine che da allora m'è rimasto. Si vedranno in seguito più d'una volta gli effetti bizzarri di questa tendenza così misantropica e ombrosa, in apparenza, ma che in realtà nasce da un cuore troppo affettuoso, troppo amorevole, troppo tenero, il quale, non trovandone di esistenti che gli somiglino, è costretto a nutrirsi d'illusioni. Mi basta, per ora, aver sottolineato l'origine e la causa prima di un'inclinazione che ha modificato tutte le mie passioni, e che, frenandole in se stesse, mi ha sempre reso pigro nel fare, per eccesso di ardore nel desiderare.

Raggiunsi così i sedici anni, inquieto, scontento di tutto e di me, senza i gusti del mio stato, senza i piaceri della mia età, roso da desideri di cui ignoravo l'oggetto, piangendo lacrime senza ragione, sospirando senza sapere di che, carezzando insomma teneramente le mie chimere e non vedendo intorno a me nulla che potesse valerle.

Ogni domenica i compagni venivano a cercarmi dopo la predica per condurmi a divertirmi con loro. Li avrei volentieri evitati, se avessi potuto; ma una volta impegnato nei loro giochi, ero il più ardente e mi spingevo più lontano d'ogni altro, difficile da smuovere e da trattenere. Questa fu sempre la mia disposizione costante. Nelle nostre passeggiate fuori città, andavo sempre avanti senza pensare al ritorno, a meno che altri non vi pensassero per me. Vi restai preso due volte: le porte vennero chiuse prima che potessi rientrare. L'indomani fui trattato come s'immagina, e la seconda volta mi promisero una tale accoglienza per la terza, che decisi di non espormi al rischio. La terza volta tanto temuta nondimeno arrivò. La mia vigilanza fu messa in scacco da un maledetto capitano, certo signor Minutoli, che chiudeva sempre la porta alla quale era di guardia mezz'ora prima degli altri. Tornavo con due compagni. A mezza lega dalla città, sento suonare la ritirata; raddoppio il passo; odo suonare il tamburo, corro a perdifiato: arrivo ansante, in un bagno di sudore; il cuore mi martella; vedo di lontano i soldati ai loro posti; accorro, grido con voce soffocata. Troppo tardi. A venti passi dall'avamposto, vedo levarsi il primo ponte. Fremetti, vedendo in aria quegli orribili corni, sinistro e fatale auspicio dell'inevitabile sorte che quel momento iniziava per me.

Nel primo impulso del dolore, mi buttai sulla scarpata mordendo la terra. I miei compagni, ridendo della disgrazia, presero all'istante la loro decisione. Anch'io presi la mia, ma in diversa maniera. In quel luogo stesso giurai di non tornare mai più dal padrone, e l'indomani, quando all'ora dell'apertura essi rientrarono in città, dissi loro addio per sempre, pregandoli solo di avvertire in segreto mio cugino Bernard della deeisione che avevo presa, e del luogo dove avrebbe potuto incontrarmi per l'ultima volta.

Dall'inizio del mio apprendistato, essendo maggiormente diviso da lui, lo avevo veduto meno: tuttavia, per un certo periodo, ci incontravamo di domenica. Ma a poco a poco eiaseuno prese altre abitudini, e ei si vide più di rado. Sono convinto che sua madre contribuì molto a questo mutamento. Lui era un ragazzo dei quartieri alti; io, misero apprendista, ero solo un ragazzo di Saint-Gervais. Non c'era più parità tra di noi, malgrado la nascita; frequentarmi significava derogare. Tuttavia i rapporti non cessarono del tutto, e siccome era un ragazzo buono di natura, seguiva a volte gli impulsi del cuore piuttosto che le direttive materne. Informato della mia risoluzione, accorse, non per dissuadermi o condividerla, ma per portare, con qualche piccolo dono, un po' di sollievo alla mia fuga, giacché le mie risorse personali non potevano portarmi molto lontano. Mi regalò fra l'altro uno spadino, del quale m'ero assai incapricciato, che portai con me fino a Torino, dove il bisogno mi costrinse a disfarmene, e dove me lo passai, come si diee, attraverso il corpo.'Più ho riflettuto, poi, al modo in eui si comportò con me in quel momento critico, più mi sono convinto che seguì le istruzioni di sua madre, e forse di suo padre; poiché non è possibile che di sua iniziativa non cercasse in aleun modo di trattenermi, o ehe non fosse tentato di seguirmi: invece nulla. Incoraggiò il mio disegno, anziché dissuadermene; poi, come mi vide ben deciso, mi lasciò senza troppe lacrime. Non ei siamo più scritti né rivisti. È un peccato; era di carattere essenzialmente buono, ed eravamo fatti per volerei bene.

Prima di abbandonarmi alla fatalità del mio destino, mi si eonsenta di volgere un momento lo sguardo su quello che mi sarebbe naturalmente accaduto se avessi conosciuto un padrone migliore. Nulla conveniva di più al mio carattere, né era più adatto a rendermi felice, della condizione tranquilla ed oscura di un buon artigiano, di certe classi soprattutto, come a Ginevra quella degli incisori. Questa condizione, redditizia abbastanza da assicurare un'esistenza agiata, ma non da portare alla ricchezza, avrebbe limitato la mia ambizione per il resto dei miei giorni, e lasciandomi un onesto tempo libero per coltivare dei gusti modesti, mi avrebbe mantenuto nel mio mondo senza offrirmi alcun mezzo d'uscirne. Disponendo di un'immaginazione ricca a sufficienza per abbellire delle sue chimere qualsiasi condizione, abbastanza potente per trasferirmi, diciamo così, a mio piacimento dall'una all'altra, poco mi importava a quale appartenessi davvero. Non ve ne potevano essere di così lontane dal luogo dov'ero fino al primo castello in aria, che non mi fosse facile conquistarmi. Ne conseguiva che la condizione più semplice, quella che dava meno fastidi e meno preoccupazioni, quella che lasciava più libero il mio spirito, era la più conveniente per me; ed era appunto la mia. Avrei trascorso un'esistenza, in seno alla mia religione, alla mia patria, alla mia famiglia e alle mie amicizie, tranquilla e dolce, come occorreva al mio carattere, nell'uniformità di un lavoro di mio gusto e di una società secondo il mio cuore. Sarei stato buon cristiano, buon cittadino, buon padre di famiglia, buon amico, buon operaio, buon uomo in ogni cosa. Avrei amato la mia condizione, forse l'avrei onorata, e dopo aver trascorso una vita oscura e semplice, ma eguale e dolce, sarei morto quietamente fra le braccia dei miei. Presto dimenticato, senza dubbio, sarei stato almeno rimpianto per tutto il tempo in cui sarebbe durato il mio ricordo.

Invece... Quale quadro sto per tracciare? Ah, non anticipiamo le miserie della mia vita! Sin troppo affliggerò i miei lettori con questo triste argomento.

LIBRO SECONDO

Quanto m'era sembrato triste il momento in cui la paura mi ispirò il progetto di fuggire, tanto mi parve affascinante quello in cui lo attuai. Ragazzo ancora, abbandonare il mio paese, i miei parenti, ogni appoggio, ogni risorsa; piantare a mezzo un apprendistato senza conoscere il mio mestiere abbastanza per viverne; consegnarmi agli orrori della miseria senza intravedere alcun mezzo per uscirne; espormi, nell' età della debolezza e dell'innocenza, a tutte le tentazioni del vizio e della disperazione; cercare lontano i mali, gli errori, le insidie, la schiavitù e la morte, sotto un giogo ben più inflessibile di quello che non avevo potuto sopportare: ecco a che cosa andavo incontro; questa la prospettiva che avrei dovuto affrontare. Com'era diversa quella che mi raffiguravo! L'indipendenza che credevo d'aver acquistato era il solo sentimento che mi dominava. Libero e padrone di me stesso, credevo di poter far tutto: bastava che mi lanciassi per librarmi e volare in aria. Entravo con sicurezza nel vasto spazio del mondo; i miei meriti lo avrebbero colmato: a ogni passo avrei trovato festini, tesori, avventure, amici pronti a servirmi, amanti premurose di piacermi: appena mostrandomi, avrei occupato di me l'universo, ma non proprio l'intiero universo, in una qualche misura lo dispensavo, non mi occorreva tanto. Una compagnia di amici affascinanti mi bastava senza darmi pensiero del resto. La mia moderazione mi circoscriveva in una sfera ristretta, ma deliziosamente scelta, dov'ero sicuro di regnare. La mia ambizione s'appagava d'un solo castello. Sorretto dal favore del signore e della dama, amante della damigella, amico del fratello e protettore dei vicini, ero soddisfatto, non mi occorreva di più.

Nell'attesa di quel modesto avvenire, errai alcuni giorni intorno alla città, alloggiando presso contadini di mia conoscenza, che mi ricevettero tutti con bontà maggiore di quanta ne avrebbero mostrata persone di città. Mi accoglievano, mi ospitavano, mi nutrivano troppo bonariamente per averne merito. Non si poteva chiamarla un'elemosina: non ci mettevano abbastanza superbia.

A forza di viaggiare e di percorrere il mondo, mi spinsi fino a Contignou, territorio della Savoia a due leghe da Ginevra. Il curato si chiamava signor Di Pontverre. Questo nome, famoso nella storia della Repubblica, mi colpì. Ero curioso di vedere com'erano i discendenti dei a «gentiluomini del cucchiaio».

Andai a trovare il signor di Pontverre: mi accolse bene, mi parlò dell'eresia di Ginevra, dell'autorità della santa madre chiesa, e mi invitò a pranzo. Trovai poche obiezioni da opporre ad argomenti che si concludevano in quel modo, e giudicai che dei curati dai quali si mangiava così bene valevano almeno quanto i nostri ministri. Certo, ne sapevo più io del signor di Pontverre, per gentiluomo che fosse; ma ero troppo buon commensale per essere altrettanto buon teologo; e il suo vino di Frangy, che mi parve eccellente, argomentava così vittoriosamente per lui che avrei arrossito a chiudere la bocca di un ospite così generoso. Cedevo, dunque, o per lo meno non resistevo apertamente. Ad osservare gli espedienti cui ricorrevo, mi si sarebbe giudicato impostore. Sarebbe stato uno sbaglio: ero certamente onesto. L'adulazione, o meglio la condiscendenza, non sempre è un vizio, e soprattutto nei giovani è più sovente una virtù. La bontà con la quale un uomo ci tratta, ci lega a lui: non gli si cede per ingannarlo, ma per non rattristarlo, per non ripagarne il bene col male. Quale interesse induceva il signor di Pontverre ad accogliermi, a trattarmi così bene, a volermi convincere? Nessuno, fuorché il mio. Questo si diceva il mio giovane cuore. Ero pervaso di riconoscenza e di rispetto per il buon prete. Avvertivo la mia superiorità; e non volevo fargliela pesare in compenso della sua ospitalità. Non c'erano motivi ipocriti in questa condotta: non pensavo affatto a cambiar religione, e, lontanissimo dal familiarizzarmi tanto in fretta con un'idea del genere, la consideravo con un orrore che doveva allontanarmela molto a lungo. Volevo solo non indisporre coloro che a questo fine mi blandivano; volevo coltivare la loro benevolenza e lasciargli qualche speranza di successo, mostrandomi meno agguerrito di quanto fossi realmente. In questo la mia colpa somigliava alla civetteria delle donne oneste che, a volte, per raggiungere i loro scopi, sanno, senza nulla concedere e nulla permettere, far sperare più che non vogliano mantenere.

Ragione, pietà, amore dell'ordine, senza dubbio imponevano che, lungi dall'assecondare la mia follia, fossi allontanato dalla rovina verso la quale correvo, restituendomi alla famiglia. È quanto avrebbe fatto, o tentato di fare, ogni uomo veramente virtuoso. Ma quantunque il signor di Pontverre fosse un buon uomo, non era certamente un uomo virtuoso; era anzi un devoto che non conosceva altra virtù se non adorare le immagini e recitare il rosario; una specie di missionario che per il bene della fede non immaginava di meglio che scrivere libelli contro i ministri di Ginevra. Anziché pensare a rispedirmi a casa, approfittò del mio desiderio d'allontanarmene per mettermi nell'impossibilità di ritornarvi quand'anche me ne fosse tornata la voglia. Si poteva scommettere che mi avrebbe mandato a morir di fame o a campare da mascalzone. Ma non era questo che egli vedeva: vedeva un'anima strappata all'eresia e restituita alla chiesa. Onest'uomo o mascalzone, che importanza aveva, purché andassi alla messa? Non bisogna credere, del resto, che questo modo di pensare sia peculiare ai cattolici; è di ogni religione dogmatica, in cui l'essenziale non stia nel fare quanto nel credere.

«Dio vi chiama,» mi disse il signor di Pontverre, «andate a Annecy; vi troverete una buona dama molto caritatevole, che i benefici del re mettono in condizione di sottrarre altre anime all'errore cui lei stessa è sfuggita.» Si trattava della signora di Warens, convertita recente, che i preti costringevano, in effetti, a spartire con la canaglia disposta a vendere la propria fede, una pensione di duemila franchi concessale dal re di Sardegna. Mi sentivo umiliatissimo d'aver bisogno d'una buona dama molto caritatevole. Mi lusingava molto che mi si offrisse il necessario, ma non mi piaceva la carità; e una beghina non era per me eccessivamente attraente. Nondimeno, esortato dal signor di Pontverre, con la fame alle costole, e anche lietissimo di mettermi in viaggio e di avere una meta, pur a malincuore mi decido e parto per Annecy. Vi potevo arrivare comodamente in un giorno, ma non mi feci fretta, e ne impiegai tre. Non vedevo castello a destra o a sinistra senza andarvi a cercar l'avventura che di certo mi attendeva. Timidissimo, non osavo varcare la soglia o bussare, ma cantavo sotto la finestra più suggestiva, sorpresissimo, dopo essermi a lungo sgolato, di non vedervi apparire né dame né damigelle attratte dalla bellezza della mia voce o dal sale delle mie canzoni, giacché ne conoscevo di ammirevoli, imparate dai miei compagni, e le cantavo mirabilmente.

Finalmente arrivo, e vedo la signora di Warens. Questo periodo della mia vita ha deciso del mio carattere; non mi posso concedere di parlarne con leggerezza. Ero a metà dei miei sedici anni. Senza essere quello che si dice un bel ragazzo, ero ben proporzionato nella mia piccola statura; avevo un bel piede, la gamba fine, l'aria disinvolta, fisionomia vivace, bocca minuta, sopracciglia e capelli neri, occhi piccoli e persino infossati, ma che sprigionavano con forza il fuoco che m'infiammava il sangue. Per mia sfortuna, non ne sapevo nulla del mio aspetto, e in tutta la mia vita non mi è capitato di pensarci che quando era troppo tardi per trarne profitto. Così alla timidezza dell'età univo quella di una natura colma d'amore, sempre turbata dal timore di dispiacere. D'altronde, anche se la mia mente era ben dotata, non avendo mai visto il mondo mancavo totalmente di buone maniere, e le mie cognizioni, anziché supplirvi, non servivano che a intimidirmi ancor più, avvertendomi di quanto ne mancassi.

Temendo dunque che il primo approccio non giocasse a mio favore, pensai di avvantaggiarmi in altro modo, e scrissi una bella lettera in stile oratorio, dove, ricucendo frasi di libri con locuzioni di apprendista, sfoggiavo tutta la mia eloquenza per conquistarmi la benevolenza della signora di Warens. Chiusi la lettera del signor di Pontverre nella mia, e mi avviai verso quella terribile udienza. Non trovai la signora di Warens; mi dissero che era appena uscita per andare in chiesa. Era il giorno delle Palme del 1728. Mi metto di corsa sulle sue tracce: la vedo, la raggiungo, le parlo... Devo ricordarmi del luogo; l'ho poi bagnato con le mie lacrime e coperto dei miei baci. Potessi circondare d'una balaustra d'oro quel luogo felice! Potessi attrarvi gli omaggi di tutta la terra! Chiunque ami onorare i monumenti della salvezza umana non vi si dovrebbe avvicinare che in ginocchio.

Era un passaggio dietro la sua casa, tra un ruscello che la separava a destra da un giardino e il muro a sinistra di un cortile, che attraverso una porta segreta conduceva alla chiesa dei francescani. Sul punto di varcare quella porta, la signora di Warens si volge al mio richiamo. Che cosa non provai come la vidi! Mi ero figurato una vecchia bigotta arcigna; la buona dama del signor di Pontverre altro non poteva essere, a mio avviso. Vedo un viso colmo di grazie, bellissimi occhi azzurri pieni di dolcezza, un incarnato splendido, i contorni di un seno incantevole. Nulla sfuggì al rapido sguardo del giovane proselite, giacché tale divenni all'istante per lei, certo che una religione predicata da simili missionari non poteva mancare di condurre in paradiso. Ella prende sorridendo la lettera che le porgo con mano tremante, l'apre, dà un'occhiata a quella del signor di Pontverre, torna alla mia che legge interamente, e che avrebbe anche riletto se il suo servitore non l'avesse avvertita ch'era tempo di entrare. «Eh, ragazzo mio,» mi disse con un tono che mi fece trasalire, «eccovi così giovane in giro per il mondo; peccato davvero.» Poi, senza attendere la mia risposta: «Andate a casa ad aspettarmi,» aggiunse, a e dite che vi diano la colazione. Dopo la messa, verrò a discorrere con voi.»

Louise Eléonore di Warens era una signorina de la Tour de Pil, nobile e antica famiglia di Vevey, città del cantone di Vaud. Aveva sposato giovanissima il signor di Warens, della casa di Loys, primogenito del signor di Villardin, di Losanna. Il matrimonio, che non dette figli, non era stato felice, e la signora di Warens, spinta da qualche dispiacere domestico, colse l'occasione in cui il re Vittorio Amedeo si trovava ad Evian, per attraversare il lago e gettarsi ai piedi di quel principe, abbandonando così il marito, la famiglia e il suo paese, per una sventatezza assai simile alla mia, e che anche lei ebbe tutto il tempo di rimpiangere. Il re, cui piaceva ostentare il suo zelo di cattolico, la prese sotto la sua protezione, le accordò una pensione di millecinquecento lire piemontesi, invero molto per un principe così poco prodigo, e accortosi che per questa accoglienza lo credevano invaghito di lei, la mandò a Annecy, con la scorta di un distaccamento delle sue guardie. Là, sotto la direzione di Michel Gabriel de Bernex, vescovo titolare di Ginevra, ella abiurò nel convento della Visitazione.

Da sei anni vi si trovava quando arrivai, e lei ne aveva ventotto, essendo nata col secolo. La sua era una di quelle bellezze che si conservano, affidate più all'espressione che ai lineamenti; così era ancora nel suo primo splendore. Aveva un'aria carezzevole e tenera, sguardo dolcissimo, sorriso angelico, una bocca sulla misura della mia, capelli biondo cenere di non comune bellezza, ai quali ella donava un tocco di negligenza che la rendeva assai desiderabile. Era piccola di statura, bassa persino, e un pochino tozza, seppur senza deformità; ma era impossibile vedere una testa più bella, un seno più bello, mani e braccia più belli.

La sua educazione era stata molto mista: come me aveva perduto la madre alla nascita, e assimilando insegnamenti a casaccio, come capitavano, aveva imparato un po' dalla governante, un po' dal padre, un po' dai suoi maestri, e molto dai suoi amanti, soprattutto da un signor di Tavel, che dotato di gusti e di cognizioni, ne adornò la persona che amava. Ma tanti generi differenti si nocquero a vicenda, e quel poco d'ordine che vi mise impedì ai suoi vari studi d'arricchire la naturale esattezza della sua mente. Così, pur possedendo qualche principio di filosofia e di fisica, non mancò di ereditare la passione di suo padre per la medicina empirica e per l'alchimia: preparava elisir, tinture, balsami, magisteri, pretendeva di custodire segreti. I ciarlatani, approfittando della sua debolezza, s'impadronirono di lei, l'ossessionarono, la rovinarono, e consumarono, tra fornelli e droghe, la sua mente, i suoi doni e le sue attrattive, con i quali avrebbe potuto fare la delizia delle migliori società.

Ma se dei vili furfanti abusarono della sua educazione mal diretta per offuscare i lumi della sua ragione, il suo cuore eccellente resse alla prova e restò immutato: il suo carattere affettuoso e dolce, la sua sensibilità per gli sventurati, la sua inesauribile bontà, il suo umore gaio, aperto e franco, non si guastarono mai; e anche all'approssimarsi della vecchiaia, nella stretta dell'indigenza, delle sofferenze, delle diverse calamità, la serenità della sua anima armoniosa le conservò sino al termine della vita tutta la gaiezza dei suoi giorni più belli.

I suoi errori provennero da un fondo inesauribile d'attività che esigeva senza tregua occupazione. Non le occorrevano intrighi da donnicciole, bensì imprese da compiere e da dirigere. Era nata per i grandi affari. Al suo posto, la signora di Longueville non sarebbe stata che un'arruffona; al posto della signora di Longueville, lei avrebbe governato lo stato. Il suo naturale ingegno era stato sviato, e ciò che ne avrebbe fatto la gloria in una situazione più elevata, in quella nella quale visse fece la sua rovina. Nelle cose che si trovavano alla portata dei suoi interessi, puntualmente, nella sua testa, ampliava i piani, e vedeva sempre le cose in grande. Di conseguenza, impiegando mezzi commisurati alle sue concezioni più che alle sue forze, accadeva che fallisse per colpa degli altri, e come il suo progetto andava a rotoli, ne usciva rovinata là dove altri non avrebbero perduto quasi nulla. Quel gusto degli affari, che le procurò tanti guai, le fece almeno un gran bene nel suo asilo monastico, impedendole di restarvi per il resto dei suoi giorni com'era tentata di fare. La vita uniforme e semplice delle religiose, il loro minuto cicaleccio di parlatorio, tutto ciò non poteva sedurre uno spirito sempre in movimento, che, ogni giorno costruendo nuovi sistemi, aveva bisogno di libertà per dedicarvisi. Il buon vescovo di Bernex, con meno ingegno di Francesco di Sales, gli somigliava in molti punti; e la signora di Warens, ch'egli chiamava sua figlia, e che somigliava alla signora di Chantal in molti altri, avrebbe potuto somigliarle anche nel suo ritiro, se la sua passione non l'avesse distolta dall'ozio del chiostro. Non certo per mancanza di zelo l'amabile donna non si dedicò alle minute pratiche di devozione apparentemente più convenienti a una novella convertita che viveva sotto la direzione di un prelato. Qualunque fosse stato il motivo del suo mutamento di religione, fu sincera in quella che aveva abbracciata. Poté forse pentirsi dell'errore commesso, ma non desiderare mai di ritrarsene. Non solo morì da buona cattolica, ma come tale visse in buona fede, e io che penso d'aver letto in fondo al suo animo, oso affermare che solo per avversione alle smancerie non ostentava in pubblico la sua devozione: aveva una pietà troppo salda per metterla in mostra. Ma non è questo il luogo per dilungarmi sui suoi principi; avrò altre occasioni di parlarne.

Coloro che negano la simpatia tra le anime spieghino, se possono, come mai dal primo incontro, dal primo sguardo, la signora di Warens m'ispirò non solo il più vivo affetto, ma una confidenza perfetta, che mai si è smentita. Supponiamo che ciò che ho provato per lei fosse veramente amore, cosa che sembrerà quanto meno discutibile a chi seguirà la storia dei nostri rapporti; come mai questa passione si accompagnò, fin dal suo nascere, coi sentimenti che meno suole ispirare: la pace del cuore, la calma, la serenità, la sicurezza, la fiducia? Come mai, avvicinandomi per la prima volta a una donna amabile, educata, splendida, a una signora d'una condizione superiore alla mia, di cui mai avevo avvicinato una pari; alla donna da cui dipendeva il mio destino, in certo modo, a seconda dell'interesse più o meno grande che ella vi avrebbe preso; come mai, dico, nonostante tutto ciò mi trovai immediatamente così libero, così a mio agio, come se fossi stato assolutamente sicuro di piacerle? Come mai non ebbi un momento solo di imbarazzo, timidezza, disagio? Vergognoso per natura, sconcertato, privo di esperienza del mondo, come fu che assunsi con lei dal primo giorno, dal primo istante, la scioltezza di modi, il linguaggio tenero, il tono familiare che avevo dieci anni dopo, quando la più stretta intimità l'ebbe reso naturale? Vi può essere amore, non dico senza desideri, poiché ne avevo, ma senza inquietudine, senza gelosia? Dall'essere che si ama, non si vuole almeno sapere se si è amati? È una domanda che non mi è mai venuto in mente di farle, neanche una volta in vita mia, non più di quanto mi sia chiesto se amavo me stesso, né lei è mai stata più curiosa con me. Certamente vi fu qualcosa di singolare nei miei sentimenti per quella donna incantevole, e in seguito vi s'incontreranno stranezze del tutto impreviste.

Discutemmo fra noi del mio avvenire, e per parlarne con più agio, mi trattenne a pranzo. Fu il primo pasto della mia vita in cui mancai d'appetito, e la sua cameriera, nel servirci, disse anche che ero il primo viaggiatore della mia età e della mia stoffa che ne avesse visto sfornito. L'osservazione, che non mi danneggiò nell'animo della sua padrona, cadeva alquanto a piombo sopra un grosso tanghero che pranzava con noi e che divorò da solo un pasto buono per sei persone. Quanto a me, mi trovavo in uno stato d'estasi che non mi consentiva di mangiare. Il mio cuore si nutriva d'un sentimento tutto nuovo, che pervadeva il mio essere; non mi lasciava facoltà per nessun'altra funzione.

La signora di Warens volle conoscere i particolari della mia piccola storia; ritrovai per raccontargliela tutto il fuoco che avevo smarrito in casa del mio padrone. Più conquistavo quell'anima eccellente al mio favore, più compiangeva il destino al quale andavo incontro. La sua tenera compassione appariva nella sua espressione, nello sguardo, nei gesti. Non osava esortarmi a tornare a Ginevra. Nella sua condizione, sarebbe stato un reato di leso cattolicesimo, ed ella non ignorava quanto fosse sorvegliata e quanto i suoi discorsi venissero vagliati. Ma mi parlava con tono così toccante dell'afflizione di mio padre, che si vedeva bene come avrebbe approvato che fossi andato a consolarlo. Non si rendeva conto che, senza pensarci, perorava contro se stessa. A parte il fatto che la mia decisione era già presa, come credo di aver detto, più la trovavo eloquente e persuasiva, più i suoi discorsi mi andavano al cuore, e meno potevo decidermi a staccarmi da lei. Sentivo che tornare a Ginevra significava porre tra lei e me una barriera quasi insormontabile, a meno di non tornare sul passo che avevo compiuto, al quale era meglio attenermi una volta per tutte. E così feci. La signora di Warens, visti inutili i suoi sforzi, non li spinse fino a compromettersi; ma mi disse con uno sguardo di pietà: «Povero piccolo, tu devi andare dove Dio ti chiama; ma quando sarai grande, ti ricorderai di me.» Credo che lei stessa non immaginasse come quella predizione si sarebbe crudelmente avverata.

La difficoltà persisteva intera. Come sopravvivere, così giovane, fuori dal mio paese? A metà appena del mio apprendistato, ero ben lontano dal conoscere il mio mestiere. Quand'anche lo avessi conosciuto, non avrei potuto viverne in Savoia, paese troppo povero per ospitare artigiani. Lo zoticone che pranzava per conto nostro, costretto a una pausa per riposare le mascelle, espresse un'opinione che diceva venire dal cielo, ma che a giudicare dalle conseguenze veniva piuttosto dalla parte opposta; e cioè, che andassi a Torino, dove, in un'ospizio istituito per l'istruzione dei catecumeni, disse che mi sarei assicurato la vita temporale e spirituale fino a quando, entrato in seno alla chiesa, non avessi trovato, grazie alle carità delle anime buone, un posto confacente. a Quanto alle spese di viaggio,» continuò l'uomo, «Sua Grandezza Monsignor Vescovo non mancherà, se la signora gli propone quest'opera santa, di volervi caritatevolmente provvedere, e la signora Baronessa, che è così caritatevole,» disse inchinandosi sul suo piatto, «si premurerà certamente di contribuire per parte sua.»

Stimavo ben dure tante carità: avevo il cuore stretto, non dicevo parola, e la signora di Warens, senza accogliere il progetto con lo stesso ardore con cui veniva offerto, si limitò a rispondere che ciascuno doveva contribuire al bene secondo le sue possibilità, e che ne avrebbe parlato a Monsignore. Ma quel diavolo d'uomo, temendo che non ne parlasse a suo piacimento, e avendo nell'affare un suo piccolo interesse, corse a prevenire gli elemosinieri, e così bene imboccò i buoni preti che quando la signora di Warens, che temeva per me quel viaggio, volle parlarne al Vescovo, trovò la faccenda già sistemata, ed egli le versò sul momento il denaro destinato al mio piccolo viatico. Ella non osò insistere per farmi restare: mi avvicinavo a un'età in cui una donna della sua non poteva decentemente trattenere un giovane presso di sé.

Regolato così il mio viaggio da coloro che si prendevano cura di me, bisognò ben rassegnarsi, ed è proprio quanto feci senza troppa ripugnanza. Benché Torino fosse più lontana di Ginevra, pensai che, trattandosi della capitale, avesse con Annecy relazioni più strette d'una città straniera per stato e religione; e poi, partendo per obbedire alla signora di Warens, mi consideravo come se vivessi sotto la sua guida; era più che viverle vicino. Infine, la prospettiva di un lungo viaggio lusingava la mia mania errabonda, che già cominciava a dichiararsi. Mi pareva bello valicare i monti alla mia età, ed elevarmi sopra i miei compagni di tutta l'altezza delle Alpi. Vedere nuovi paesi è un'esca alla quale un ginevrino non resiste. Detti dunque il mio consenso. Il mio tanghero doveva partire con la moglie due giorni dopo. Gli fui affidato e raccomandato. La mia borsa gli fu consegnata, rimpinguata dalla signora di Warens, che mi dette inoltre, di nascosto, un piccolo peculio, al quale aggiunse ampie raccomandazioni. Partimmo il mercoledì santo.

Il giorno dopo la mia partenza da Annecy, vi arrivò mio padre, che seguiva le mie tracce con un certo signor Rival, suo amico, come lui orologiaio, uomo di spirito, anzi bello spirito, che componeva versi meglio di La Motte, e parlava quasi altrettanto bene; di più perfetto galantuomo, ma la cui letteratura fuori luogo non riuscì che a produrre tra i suoi figli un attore.

Questi signori incontrarono la signora di Warens e si accontentarono di compiangere con lei la mia sorte, anziché seguirmi e raggiungermi, come avrebbero facilmente potuto, giacché viaggiavano a cavallo e io a piedi. Lo stesso era accaduto a mio zio Bernard. Era venuto a Confignon, e saputo ch'ero ad Annecy, se n'era tornato a Ginevra. Pareva che i miei parenti cospirassero con la mia stella per abbandonarmi al destino che mi attendeva. Mio fratello si era perduto per una simile negligenza, e perduto così bene che non si è mai saputo che cosa sia avvenuto di lui.

Mio padre non era solo un uomo d'onore, era uomo d'assoluta probità, e possedeva una di quelle forti anime che le grandi virtù plasmano; di più, era un buon padre, soprattutto per me. Mi amava con grande tenerezza; ma amava anche i suoi piaceri, e da quando vivevo lontano altre passioni avevano un po' intiepidito il suo affetto paterno. Si era risposato a Nyon, e sua moglie, benché non avesse più l'età per darmi altri fratelli, aveva dei parenti, il che faceva un'altra famiglia, altri scopi, una casa nuova che non richiamava più così spesso il mio ricordo. Mio padre invecchiava e non possedeva beni per sostenere la sua vecchiaia. Avevamo, mio fratello e io, qualche cosa ereditata da mia madre, il cui reddito, durante la nostra assenza, andava a mio padre. Questa idea non gli si presentava in modo diretto, e non gli impediva di fare il suo dovere; ma agiva sordamente senza che lui stesso se ne avvedesse, e talvolta rallentava il suo zelo che altrimenti avrebbe spinto più lontano. Ecco perché, credo, venuto subito ad Annecy sulle mie tracce, non mi seguì fino a Chambéry, dove era virtualmente certo di raggiungermi. Ecco anche perché, essendo spesso andato a trovarlo dopo la mia fuga, ebbi sempre da lui le carezze di un padre, ma senza sforzi apprezzabili per trattenermi.

Questa condotta di un padre di cui ho ben conosciuto affetto e virtù, mi ha indotto a riflessioni su me stesso che hanno contribuito un poco a mantenermi sano il cuore. Ne ho tratto questo grande principio morale, il solo forse valido in pratica, di evitare le situazioni che oppongono i nostri doveri ai nostri interessi, e che ci mostrano il nostro bene nel male altrui; sicuro che in simili situazioni, per sincero che sia l'amore della virtù, presto o tardi senza avvedersene ci si indebolisce, e si diventa ingiusti e cattivi nel fatto, senza aver cessato d'essere giusti e buoni nell'animo.

Fortemente impressa in fondo al mio cuore e messa in pratica, per quanto un po' tardi, in tutta la mia condotta, questa massima è una di quelle che agli occhi del pubblico mi hanno fatto apparire più bizzarro e più folle, soprattutto fra i miei conoscenti. Mi hanno accusato di voleressereoriginale e di comportarmi diversamente dagli altri. Invero, non pensavo affatto a condurmi né come gli altri né in modo diverso. Desideravo sinceramente di fare ciò che era bene. Rifuggivo con tutte le forze da situazioni che mi imponessero un interesse opposto a quello di un altro uomo e mi ispirassero di conseguenza un desiderio segreto, anche involontario, del male di quell'uomo.

Due anni fa Milord Maresciallo volle mettermi nel suo testamento. Mi opposi con tutte le forze. Gli dichiarai che per nulla al mondo avrei voluto sapermi nel testamento di chicchessia, meno che mai nel suo. Si arrese: ora vuole elargirmi una pensione vitalizia, ed io non mi oppongo. Si dirà che trovo il mio tornaconto nel cambio, e può darsi. Ma, o mio benefattore e padre, se avrò la sfortuna di sopravvivervi, so che perdendo voi perderò tutto, e non avrò nulla da guadagnare. È questa, secondo me, la buona filosofia, la sola che si accordi veramente al cuore umano. Ogni giorno di più mi pervade la certezza della sua profonda solidità, e in tutti i miei ultimi scritti l'ho investigata sotto vari aspetti; ma il pubblico, che è frivolo, non ha saputo vederlo. Se sopravvivo al termine di questa impresa quanto basta per intraprenderne un'altra, mi ripropongo di fornire, nel seguito dell'Emilio, un esempio così sorprendente e suggestivo di questo stesso principio, che il mio lettore sarà costretto a prestarvi attenzione. Ma di riflessioni ne ho fatte quanto basta, per un viaggiatore; è tempo di riprendere il cammino.

Lo percorsi più gradevolmente di quanto potessi aspettarmi, e il mio villanzone si rivelò meno burbero di come aveva l'aria. Era un uomo di mezz'età, con i capelli neri brizzolati raccolti a coda, l'aspetto da granatiere, voce rimbombante, piuttosto allegro, buon camminatore, miglior mangiatore, e che faceva ogni sorta di mestiere, non conoscendone nessuno. Aveva proposto, io credo, di impiantare ad Annecy non so che genere di manifattura. La signora di Warens non aveva mancato di dare ascolto al suo progetto, e proprio per chiedere l'approvazione del ministro egli faceva, ben spesato, quel viaggio a Torino.

Il nostro uomo aveva il talento dell'intrigo, e intrufolato sempre tra i preti, sempre premuroso di servirli, aveva attinto alla loro scuola un certo gergo devoto che usava di continuo, dandosi arie di gran predicatore. Conosceva persino un passo della Bibbia in latino, ed era come se ne sapesse mille, perché lo ripeteva mille volte al giorno: per il resto mancava raramente di denaro, quando sapesse che ve n'era nella borsa altrui; più scaltro però che briccone, smerciando con tono d'arruolatore i suoi dozzinali predicozzi, somigliava a Pietro l'Eremita che predicava la crociata con la spada al fianco.

Quanto alla signora Sabran, sua sposa, era abbastanza una brava donna, più quieta di giorno che di notte. Siccome dormivo sempre nella loro stanza, le sue insonnie rumorose mi svegliavano spesso, e mi avrebbero svegliato anche di più se ne avessi intuito la ragione. Ma non l'immaginavo neppure ed ero su quell'argomento d'una stupidità che ha lasciato intero alla natura il compito di istruirmi.

M'incamminavo allegramente con la mia guida devota e la sua vivace compagna. Nessun accidente turbò il mio viaggio; mi trovavo nella più felice disposizione di corpo e di spirito che abbia mai provato. Giovane, vigoroso, pieno di salute, di sicurezza, di fiducia in me e negli altri, vivevo quel breve ma prezioso momento della vita in cui la sua pienezza espansiva estende per così dire il nostro essere in tutte le nostre sensazioni, e abbellisce ai nostri occhi l'intiera natura con l'incanto della nostra esistenza. La mia dolce inquietudine aveva una ragione che la rendeva meno vaga e guidava la mia immaginazione. Mi consideravo l'opera, l'allievo, l'amico, quasi l'amante della signora di Warens. Le cose gentili che mi aveva detto, le piccole carezze che mi aveva fatto, l'interesse così tenero che sembrava ave preso per me, i suoi sguardi incantevoli, che mi apparivano pieni d'amore perché me ne ispiravano; tutto ciò alimentava le mie idee durante il cammino, e mi faceva sognare deliziosamente. Nessun timore, nessun dubbio sul mio destino turbavano quelle fantasticherie. Mandarmi a Torino significava, secondo me, impegnarsi a farmici vivere, a sistemarmi adeguatamente. Non mi preoccupavo più di me stesso; altri se n'era assunto l'incarico. Così camminavo leggero, sollevato da quel peso: le aspirazioni giovanili; la speranza incantatrice, i progetti brillanti riempivano il mio animo. Tutti gli oggetti che vedevo mi apparivano garanti della mia prossima felicità. Immaginavo nelle case rustici festini, nei prati giochi improvvisi, lungo i corsi d'acqua i bagni le passeggiate la pesca; sugli alberi frutti di delizia e all'ombra di quelli convegni voluttuosi; sulle montagne, conche di latte e di panna, un ozio beato, pace, semplicità, piacere d'andare senza meta. Niente insomma attraeva il mio sguardo senza portarmi in cuore una promessa di gioia. La grandezza, la varietà, la bellezza reale dello spettacolo rendevano quell'attrattiva degna della ragione; e vi si mescolava fino una punta di vanità. Andare in Italia, così giovane, aver già conosciuto tanti paesi, seguire Annibale attraverso i monti, mi sembrava una gloria superiore alla mia età. A tutto questo aggiungete soste frequenti e gradevoli, un grande appetito e di che soddisfarlo, poiché in verità non valeva la pena che me ne privassi, e in confronto al pranzo del signor Sabran, il mio scompariva.

Non ricordo d'aver goduto, in tutto il corso della mia vita, d'una pausa più perfettamente esente da preoccupazioni e da pene come quei sette o otto giorni che impiegammo nel viaggio, giacché il passo della signora Sabran, sul quale si regolava il nostro, lo trasformò in una lunga passeggiata. Il ricordo mi ha lasciato il gusto più vivo per tutto ciò che vi è connesso, soprattutto per la montagna e per i viaggi a piedi. Non ho viaggiato a piedi che nei miei bei giorni, e sempre con delizia. Ben presto i doveri, gli affari, un bagaglio da portare, mi hanno forzato a fare il signore e a prender la carrozza; l'assillo delle preoccupazioni, i fastidi, il disagio, vi sono montati con me, e mentre nei viaggi di prima non sentivo che il piacere di andare, da allora non ho più provato che l'ansia di arrivare. A lungo ho cercato, a Parigi, due compagni con la mia stessa passione disposti ciascuno a sacrificare cinquanta luigi della loro borsa e un anno del loro tempo per fare insieme il giro d'Italia a piedi, senz'altro séguito che un garzone che portasse con noi un sacco da notte. Molte persone si sono presentate, in apparenza conquistate dal progetto, ma tutte considerandolo, in fondo, un puro castello in aria, di quelli che occupano le conversazioni senza tradursi mai concretamente in atto. Ricordo che, parlando appassionatamente di questo progetto con Diderot e Grimm, gliene trasmisi infine la fantasia. Mi illusi che finalmente la cosa andasse in porto, ma tutto si ridusse a combinare un viaggio per iscritto, nel quale Grimm non trovava nulla di più divertente che far commettere a Diderot empietà a non finire, e di cacciarmi in sua vece sotto inquisizione.

Il mio dispiacere di arrivare così presto a Torino fu mitigato dal piacere di vedere una grande città, e dalla speranza di non tardare a farvi una figura degna di me, giacché i fumi dell'ambizione mi montavano già alla testa; già mi vedevo infinitamente al di sopra della mia vecchia condizione di apprendista; ero ben lontano dal prevedere che mi sarei trovato in breve assai più in basso.

Prima di continuare, devo al lettore le mie scuse o la mia giustificazione tanto per la minuzia dei particolari nei quali mi sono inoltrato quanto per quelli in cui entrerò in seguito, e che non presentano ai suoi occhi interesse alcuno. Nell'impresa che mi sono prefisso di mostrarmi interamente al pubblico, occorre che nulla di me gli resti oscuro o celato; bisogna che io mi mantenga costantemente sotto il suo sguardo, ch'egli mi segua in tutti gli smarrimenti del mio cuore, in tutti i recessi della mia vita; che non mi perda di vista un solo istante, per paura che, scoprendo nel mio racconto la minima lacuna, il minimo vuoto, e domandandomi: «Che cosa hai fatto durante quel periodo?», egli non mi accusi di non aver voluto dire tutto. Offro già troppi appigli alla malignità degli uomini con i miei racconti, per dargliene anche con i miei silenzi.

Il mio piccolo peculio se n'era andato; avevo chiacchierato, e la mia indiscrezione non andò certo a danno dei miei accompagnatori. La signora Sabran trovò modo persino di strapparmi un nastrino argentato che la signora di Warens m'aveva regalato per il mio spadino, e che rimpiansi più di tutto il resto; la spada stessa sarebbe rimasta nelle loro mani se l'avessi meno difesa. Mi avevano fedelmente spesato lungo il cammino, ma senza lasciarmi nulla. Arrivo a Torino senza abiti, senza denaro, senza biancheria, e lasciando esclusivamente ai miei soli meriti l'intiero onore della fortuna cui andavo incontro.

Avevo delle lettere, le recapitai; e immediatamente fui condotto all'Ospizio dei catecumeni per esservi istruito nella religione in cambio della quale mi si vendeva la sopravvivenza. Vidi entrando una grossa porta a sbarre di ferro, che appena la varcai fu chiusa a doppia mandata sui miei passi. L'esordio mi parve più maestoso che piacevole, e cominciava a ispirarmi qualche inquietudine quando mi fecero entrare in un ampio locale. Per tutto mobilio vidi un altare di legno sormontato da un grande crocefisso, in fondo alla stanza, e intorno quattro o cinque sedie anch'esse di legno, che apparivano come lustrate a cera, ma che rilucevano solo a forza d'uso e di strofinio. In quella sala d'assemblea c'erano quattro o cinque spaventosi banditi, miei compagni d'istruzione, che sembravano arcieri del diavolo piuttosto che aspiranti a farsi figli di Dio. Due di quei furfanti erano schiavoni, che si dicevano ebrei e mori, e che, a quanto mi confessarono, passavano la loro vita in vagabondaggi tra Spagna e Italia, abbracciando il cristianesimo e facendosi battezzare ovunque il profitto valesse la posta. Si aperse un'altra porta di ferro che divideva in due un grande balcone dominante il cortile. Dalla porta entrarono le nostre sorelle catecumene, che come me si accingevano a rigenerarsi non col battesimo, ma in un'abiura solenne. Erano senza dubbio le più sozze donnacce e le più sordide sgualdrine che mai abbiano appestato l'ovile del Signore. Solo una mi parve graziosa e abbastanza interessante. Era più o meno della mia età, forse maggiore di un anno o due. Aveva un paio d'occhi maliziosi, che a tratti incrociavano i miei. M'ispirò un certo desiderio di conoscerla; ma nei due mesi circa che ancora si trattenne in quella casa, dove stava già da tre, mi fu assolutamente impossibile avvicinarla, tanto era raccomandata alla nostra vecchia carceriera e ossessionata dal santo missionario che alla sua conversione dedicava più zelo che diligenza. Bisognava che fosse eccezionalmente stupida, per quanto poco ne avesse l'aria, giacché mai istruzione fu più lunga. Il sant'uomo non la giudicava mai in condizione di abiurare. Ma lei si annoiò della clausura, e disse che intendeva uscirne, cristiana o no. Bisognò prenderla in parola mentre ancora v'era disposta, nel timore che si ribellasse e non volesse più abiurare.

La piccola comunità fu riunita in onore del nuovo arrivato. Ci rivolsero una breve esortazione; a me per impegnarmi a rispondere alla grazia che Dio mi faceva; agli altri per invitarli ad accordarmi le loro preghiere e a edificarmi col loro esempio. Dopo di che, essendo le nostre vergini tornate alla loro clausura, ebbi tutto il tempo di stupirmi di quella in cui mi trovavo.

Il mattino dopo ci riunimmo di nuovo per l'istruzione, e fu allora che per la prima volta cominciai a riflettere sul passo cui mi accingevo e sul cammino che mi ci aveva condotto.

Ho già detto, ripeto, e ripeterò forse una cosa della quale ogni giorno di più mi convinco: se mai ragazzo godette di una educazione ragionevole e sana, questi fui io. Nato in una famiglia che i costumi distinguevano dal popolo, non avevo ricevuto da tutti i miei parenti che lezioni di saggezza ed esempi di onore. Mio padre, pur essendo un gaudente, aveva non solo una probità indiscutibile, ma anche molta religione. Galante in società, e cristiano nell'intimo, m'aveva precocemente ispirato i sentimenti da cui era pervaso. Delle mie tre zie, tutte savie e virtuose, le due maggiori erano devote, e la terza, ragazza piena a un tempo di grazia, spirito e buon senso, lo era forse ancor più, ma con minore ostentazione. Dal grembo di questa stimabile famiglia passai in casa del signor Lambercier, il quale, benché uomo di chiesa e predicatore, era nell'intimo credente e agiva bene quasi quanto diceva. Sua sorella e lui coltivarono, con insegnamenti dolci e giudiziosi, i principi di pietà che trovarono nel mio cuore. Quelle degne persone impiegarono a questo fine mezzi così veri, discreti, ragionevoli, che, anziché annoiarmi al sermone, non ne uscivo mai senza esserne profondamente toccato e senza ispirarmi propositi di buona vita, ai quali di rado trasgredivo consapevolmente. In casa della zia Bernard, la devozione mi annoiava un po' di più, perché lei ne faceva un mestiere. Dal mio padrone non ci pensavo più del tutto, senza però pensare diversamente. Non mi imbattei in giovani che mi pervertissero. Divenni un furfante, ma non un libertino.

Di religione avevo dunque tutto ciò che un ragazzo della mia età poteva avere. Ne avevo anche di più, e perché infatti mascherare qui il mio pensiero? La mia non fu un'infanzia da fanciullo; pensai, sentii sempre da uomo. Solo crescendo sono rientrato nella normalità; nascendo, ne ero uscito. Si riderà vedendo che mi presento modestamente come un prodigio. E sia: ma quando si sarà ben riso, lo si trovi un bambino che a sei anni i romanzi attraggono, interessano, trascinano al punto da piangerne a calde lacrime; allora sentirò ridicola la mia vanità, e mi convincerò d'aver torto.

Così, quando ho detto che ai ragazzi non bisogna parlare affatto di religione, se si vuole che un giorno ne abbiano, e che essi sono incapaci di conoscere Dio, anche alla nostra maniera, ho tratto questo mio convincimento dalle mie indagini, non dalla mia personale esperienza: sapevo che essa non sarebbe servita a nulla, per gli altri. Trovate dei Jean-Jacques Rousseau a sei anni, e parlategli di Dio a sette, vi garantisco che non correte alcun rischio.

Si sente, credo, che aver religione significa, per un ragazzo e persino per un uomo, seguire quella nella quale si è nati. Qualche volta se ne toglie; raramente se ne aggiunge; la fede dogmatica è un frutto dell'educazione. Oltre a questo principio comune che mi legava al culto dei miei padri, provavo l'avversione al cattolicesimo, particolare alla nostra città, il quale ci veniva presentato come un'orribile idolatria, e il cui clero ci veniva dipinto con le più fosche tinte. Quel sentimento si era in me così radicato che, da principio, non intravvedevo mai interno di chiesa, non incontravo mai prete in cotta, non udivo mai campanello di processione, senza un fremito di terrore e di angoscia, che nelle città mi lasciò ben presto, ma che sovente mi ha ripreso nelle parrocchie di campagna, più somiglianti a quelle dove l'avevo inizialmente provato. Invero, questa impressione era in singolare contrasto con il ricordo delle carezze che i curati dei dintorni di Ginevra elargiscono volentieri ai ragazzi di città. Mentre la campanella del viatico mi metteva paura, la campana della messa o del vespro mi ricordava una colazione, una merenda, del fresco burro, dei frutti, dei latticini. Anche il buon pranzo del signor di Pontverre aveva prodotto un grande effetto. Così, facilmente m'ero illuso, su tutto ciò. Guardando il papismo solo attraverso i suoi legami con svaghi e ghiottonerie, mi ero assuefatto facilmente all'idea di viverci; ma quella di farvi un'entrata solenne mi si era presentata solo di sfuggita, e in un avvenire remoto. In quel momento non vi fu più spazio per gli equivoci: con il più vivo orrore vidi quale specie di impegno avevo assunto e la sua conseguenza inevitabile. I futuri neofiti che mi circondavano non erano i più adatti a sostenere il mio coraggio col loro esempio, e non riuscii a dissimularmi che la santa opera cui mi accingevo altro in fondo non era che un atto da bandito. Benché giovane ancora, sentii come, quale che fosse la vera religione, stavo per vendere la mia, e che, quand'anche avessi scelto bene, in fondo al mio cuore mi preparavo a mentire allo Spirito Santo, e meritarmi il disprezzo degli uomini. Più ci pensavo, più mi indignavo contro me stesso; e gemevo della sorte che mi aveva condotto là, come se quella sorte non fosse opera mia. Vi furono momenti in cui quelle riflessioni divennero così intense, che se avessi per un istante trovato la porta aperta, sarei sicuramente evaso; ma non mi fu possibile, e la risoluzione non resse con molta fermezza.

Troppi segreti desideri la combattevano per non sopraffarla. D'altronde, l'ostinazione nel proposito di non tornare a Ginevra, la vergogna, la difficoltà stessa di rivarcare i monti, e l'imbarazzo di vedermi lontano dal mio paese, senza amici, senza risorse; tutto contribuiva a farmi considerare i miei rimorsi di coscienza come un pentimento tardivo. Fingevo di rimproverarmi il già fatto, per scusare quanto mi accingevo a fare. Aggravando i torti del passato, guardavo l'avvenire come una conseguenza necessaria. Non mi dicevo: «Nulla è ancora avvenuto, puoi restare innocente se vuoi,» mi dicevo: «Piangi sul delitto di cui ti sei reso colpevole, e che ti sei messo nella necessità di portare a compimento.»

Quale rara forza d'animo mi sarebbe infatti occorsa, a quell'età, per revocare quanto fin lì avevo potuto promettere o lasciato sperare, per spezzare le catene che mi ero date, per dichiarare intrepidamente che intendevo restare fedele alla religione dei miei padri, a rischio di tutto quanto poteva conseguirne! Questo vigore non si addiceva alla mia età, ed era improbabile che ottenesse un buon esito. Le cose si erano spinte troppo oltre perché se ne accettasse una smentita; e più la mia resistenza fosse stata grande più, in un modo o nell'altro, si sarebbero fatti un dovere di sopraffarla.

Il sofisma che mi perdette fu quello della maggior parte degli uomini, che si lamentano di mancare di forza quando è già troppo tardi per farne uso. La virtù può costarci cara solo per colpa nostra, e se risolvessimo d'essere sempre saggi raramente avremmo bisogno d'essere virtuosi. Ma inclinazioni facili a superare ci trascinano senza resistenza; cediamo a tentazioni futili di cui sprezziamo il pericolo. Senza avvedercene, scivoliamo in situazioni pericolose, che facilmente potevamo scongiurare, ma alle quali non possiamo più sottrarci senza eroici sforzi che ci spaventano, e precipitiamo infine nell'abisso chiedendo a Dio: «Perché mi hai fatto così debole?» Ma, nostro malgrado, egli risponde alle nostre coscienze: «Ti ho fatto troppo debole per risalire dal baratro perché ti ho fatto forte quanto bastava a non cadervi.» |[continua]|

|[LIBRO SECONDO, 2]|

Non presi precisamente la risoluzione di farmi cattolico; ma, vedendo il termine ancora lontano, presi tempo per assuefarmi a quell'idea, e nell'attesa immaginavo qualche avvenimento imprevisto che mi potesse trarre d'impaccio. Decisi, per guadagnare tempo, di opporre la più bella difesa possibile. In breve la mia vanità mi dispensò dal pensare alla mia risoluzione, e come mi accorsi che a volte mettevo in imbarazzo i miei istruttri, non mi ci volle di più per tentare di annientarli. Misi in quell'impresa uno zelo persino ridicolo: mentre essi lavoravano me, pretendevo di lavorare loro. Credevo ingenuamente che bastasse convincerli per impegnarli a farsi protestanti.

Non trovarono dunque in me tutta la malleabilità che si aspettavano, né dal lato dei lumi né da quello del volere. In generale i protestanti sono meglio istruiti dei cattolici; né può essere altrimenti: la dottrina dei primi esige la discussione, l'altra la sottomissione. Il cattolico deve accettare la decisione che gli si detta; il protestante deve imparare a decidere. Questo era scontato; ma né dal mio stato né dalla mia età s'aspettavano difficoltà preoccupanti per persone esercitate. Non avevo d'altronde ancora fatto la mia prima comunione, né ricevuto la dottrina che la concerne: sapevano anche questo, ma non sapevano che ero stato, in compenso, ben istruito in casa del signor Lambercier, e che disponevo per di più d'un piccolo bagaglio, nella Storia della Chiesa e dell'Impero, scomodissimo per quei signori, imparato quasi a memoria con mio padre e poi quasi dimenticato, ma che riaffiorò alla mia mente a mano a mano che la disputa si inaspriva.

Un vecchio prete, piccolo ma abbastanza venerabile, ci tenne in comune la prima conferenza. Per i miei compagni era più un catechismo che un dibattito, e il prete era impegnato più a istruirli che a risolvere i loro dubbi. Non fu lo stesso per me. Quando venne il mio turno, lo bloccai su tutto, non gli risparmiai una sola delle difficoltà che potevo sollevargli, il che rese la conferenza molto lunga e noiosissima per i presenti. Il vecchio prete parlava molto, si scaldava, menava il can per l'aia e si cavava d'impaccio asserendo di non capir bene il francese. Il giorno dopo, per paura che le mie indiscrete obiezioni scandalizzassero i miei compagni, mi misero in una stanza a parte con un altro prete, più giovane, buon parlatore, vale a dire costruttore di lunghe frasi, e contento di sé semmai dottore lo fu. Non mi lasciai soggiogare eccessivamente dal suo aspetto maestoso, tuttavia, ma sentendo che dopo tutto facevo il mio dovere, cominciai a rispondergli con sufficiente sicurezza e a punzecchiarlo qua e là come meglio potevo. Credeva di sopraffarmi con sant'Agostino e san Gregorio e gli altri padri, e s'accorgeva, con stupore incredibile, che maneggiavo quei padri quasi con la stessa sua destrezza: non che li avessi mai letti, e forse nemmeno lui, ma ne avevo ritenuto a mente molti brani tratti dal mio Le Sueur; e appena me ne citava uno, senza discutere la sua citazione, gli replicavo con un'altra dello stesso padre, e che spesso lo cacciava nei guai. Lui aveva la meglio, alla fine, per due ragioni: una, che era il più forte, e che, sentendomi per così dire alla sua mercé, capivo benissimo, per giovane che fossi, che non bisognava passare il segno; mi rendevo conto, infatti, che il vecchio prete non aveva preso in simpatia né la mia erudizione né me; l'altra ragione era che il giovane era colto, e io no. Di conseguenza usava nel suo argomentare un metodo che io non potevo seguire, e come si sentiva incalzato da un'obiezione imprevista, la rimandava al giorno dopo, dicendo che mi allontanavo dal tema presente. A volte respingeva anche tutte le mie citazioni, sostenendo che erano false e, offrendosi d'andare a cercarmi il libro, mi sfidava a reperirvele. Sentiva di non rischiare gran cosa, e che con tutta la mia erudizione d'accatto, ero poco addestrato a maneggiare i libri e troppo poco latinista per rintracciare un brano in un grosso tomo, anche quando fossi stato sicuro che vi fosse. Lo sospetto persino d'aver usato la slealtà di cui accusava i ministri protestanti, e di avere a volte inventato le citazioni per aggirare un'obiezione che lo metteva in difficoltà.

Mentre queste piccole soperchierie si ripetevano e i giorni trascorrevano in dispute, in borbottii di preghiere e nel farmi furbo, mi capitò una brutta avventuretta piuttosto disgustosa e che per poco non finì malissimo per me.

Non c'è anima così vile e cuore tanto barbaro che non sia suscettibile di qualche forma di affetto. Uno dei due banditi che si dicevano mori mi prese in simpatia. Mi avvicinava volentieri, conversava con me in quel suo selvatico linguaggio, mi favoriva piccoli servizi, a volte mi cedeva parte della sua razione a mensa, e soprattutto mi elargiva baci in quantità, con un ardore per me fastidiosissimo. Malgrado l'istintivo orrore che provavo per quel viso di pan popato, decorato da un lungo sfregio, e per quello sguardo infuocato che appariva più furioso che tenero, sopportavo i suoi baci, dicendomi: «Il poveretto ha concepito per me un'amicizia davvero calda; farei male a respingerlo.» Gradualmente passava a modi più liberi, e mi teneva discorsi così strani che a volte credevo gli desse di volta il cervello. Una sera, volle venire a letto con me; mi opposi, dicendo che il mio letto era troppo piccolo. Insisté perché andassi nel suo; di nuovo rifiutai, perché quel miserabile era così sozzo e puzzava a talpunto di tabacco masticato, che mi dava il voltastomaco.

Il giorno dopo, di buon mattino, eravamo soli lui ed io nella sala d'assemblea; ricominciò con le sue carezze, ma con moti così violenti da far spavento. A grado a grado volle infine passare alle più sudicie intimità e forzarmi, impadronendosi della mia mano, a fare altrettanto. Mi svincolai impetuosamente lanciando un grido, con un salto indietro; e, senza manifestare né indignazione né collera, poiché non avevo la minima idea di che si trattasse, espressi la mia sorpresa e il mio disgusto con tale energia che mi lasciò andare: ma mentre finiva di dimenarsi, vidi schizzare verso il caminetto e cadere in terra un non so che di vischioso e biancastro che mi rivoltò per la nausea. Mi slanciai sul balcone, più scosso, più turbato e spaventato persino di quanto fossi stato mai in vita mia, e sul punto di svenire.

Non riuscivo a comprendere che cosa avesse quel disgraziato; lo credetti in preda all'epilessia, o a qualche altro più orribile delirio, e davvero non conoscevo nulla di più ripugnante a vedersi, per chi osservi a sangue freddo, di quell'osceno e lurido contegno, e quel viso orribile infuocato dalla più brutale concupiscenza. Non vidi mai un altr'uomo in uno stato simile; ma se siamo così nei nostri trasporti con le donne, bisogna che esse abbiano occhi ben ammaliati per non provare orrore di noi.

Non ebbi altro pensiero che di raccontare a tutti quanto mi era appena capitato. La nostra vecchia intendente mi invitò a tacere, ma vidi che la storia l'aveva profondamente indignata, e l'udii borbottare fra i denti: «Can maledet! Brutta bestia!» Siccome non capivo perché mai dovessi tacere, continuai a parlarne, nonostante la proibizione, e tanto chiacchierai che il giorno seguente uno degli amministratori venne di buon mattino a darmi una solenne strigliata, accusandomi di fare tanto fracasso per così poco e di compromettere l'onore di una santa casa.

Prolungò il suo biasimo illustrandomi una quantità di cose che ignoravo, ma che lui non credeva affatto di insegnarmi, persuaso com'era che mi fossi difeso sapendo che cosa si pretendesse da me, e non volendo consentirvi. Mi assicurò gravemente che era un atto proibito, come la libidine, ma la cui intenzione non era affatto più offensiva per la persona che ne fosse oggetto, e non era il caso di irritarmi tanto perché qualcuno mi aveva trovato amabile. Mi disse senza mezzi termini che lui stesso, in gioventù, aveva avuto il medesimo onore, e che colto nell'impossibilità di resistere, non vi aveva trovato nulla di tanto crudele. Spinse la sua impudenza fino a servirsi dei termini tecnici, e immaginando che la ragione della mia resistenza fosse la paura del dolore, mi assicurò che era una paura infondata, e che non bisognava spaventarsi di nulla.

Ascoltavo quell'infame tanto più stupito quanto meno sembrava parlare per se stesso; pareva non volermi istruire che per il mio bene. Il suo discorso gli appariva così normale che non aveva neppure cercato il segreto del colloquio appartato, e c'era come terzo un ecclesiastico che tutto ciò non turbava più di lui. Quella naturalezza mi impressionò al punto che finii col credere che si trattasse d'usi comunemente ammessi tra le persone, di cui non avevo avuto ancora occasione d'essere istruito. Lo ascoltai così senza collera, ma non senza disgusto. L'immagine di quanto mi era accaduto, ma soprattutto di ciò che avevo visto, restava così profondamente impressa nella mia mente che, al solo ripensarci, lo stomaco ancora si turbava. Pur senza saperne di più, l'avversione per la cosa si estese al suo apologista, e non seppi dominarmi abbastanza da celargli il disastroso effetto delle sue lezioni. Mi scoccò uno sguardo per nulla amorevole, e da quel momento non risparmiò nulla per rendermi sgradevole il soggiorno all'ospizio. Vi riuscì così bene che, non scorgendo altra strada per uscirne, mi affrettai a imboccarla, con lo stesso impegno che fin lì avevo posto ad evitarla.

Quell'avventura mi mise per l'avvenire al sicuro dalle imprese dei a cavalieri del polsino» e la vista di persone che passavano per tali, ricordandomi il fare e i gesti del mio abominevole moro, mi ha sempre ispirato tanto disgusto che faticavo a celarlo. Per contro, le donne dentro di me guadagnarono moltissimo al confronto: mi pareva che dovessi con la tenerezza dei sentimenti e con l'omaggio della mia perso na riparare ai loro occhi le offese del mio sesso, e la più laida scimmia, al ricordo di quel falso africano, diveniva per me un oggetto di adorazione.

Quanto a lui, ignoro che cosa abbiano potuto dirgli: mi parve che, tranne la signora Lorenza, nessuno lo guardasse con occhio peggiore di prima. Tuttavia, non mi avvicinò né mi rivolse più parola. Otto giorni dopo, venne battezzato con solenne cerimonia, abbigliato di bianco da capo a piedi per rappresentare il candore della sua anima rigenerata. Lasciò il giorno dopo l'ospizio, e non lo rividi mai più.

Il mio turno venne il mese dopo; tanto tempo occorse infatti per dare ai miei direttori l'onore di una conversione difficile, e mi fecero passare in rassegna tutti i dogmi per trionfare della mia novella docilità.

Infine, sufficientemente istruito e sufficientemente disposto all'arbitrio dei miei maestri, fui condotto in processione alla chiesa metropolitana di San Giovanni per farvi solenne abiura e ricevervi gli accessori del battesimo, quantunque non mi battezzassero realmente: trattandosi press'a poco delle stesse cerimonie, tutto ciò serve a persuadere il popolo che i protestanti non sono cristiani. Indossavo una speciale veste grigia, guarnita di alamari bianchi, destinata a quel genere di funzioni. Due uomini portavano, davanti e dietro di me, due bacinelle di rame sulle quali battevano con una chiave, e dove ognuno poneva il suo obolo, in proporzione alla sua devozione o all'interesse che gli ispirava il neo-convertito. Nulla del fasto cattolico venne dunque risparmiato per rendere la solennità più edificante agli occhi del pubblico e più umiliante per me. Mancava solo l'abito bianco, che mi sarebbe stato utilissimo, e che non mi fu dato come al moro, giacché non avevo l'onore di essere ebreo.

Né fu tutto. Bisognò poi recarsi all'Inquisizione per ricevere l'assoluzione del delitto di eresia e rientrare in seno alla chiesa con la stessa cerimonia alla quale Enrico IV fu sottoposto dal suo ambasciatore. L'aspetto e i modi del reverendissimo Padre Inquisitore non erano i più idonei a dissipare il segreto terrore che mi aveva colto entrando in quella casa. Dopo molte domande sulla mia fede, sulla mia condizione, sulla mia famiglia, mi chiese bruscamente se mia madre fosse dannata. Il terrore mi costrinse a reprimere il mio primo impulso d'indignazione; mi limitai a rispondere che osavo sperare che così non fosse, e che Dio avesse potuto illuminarla all'ora estrema. Il monaco tacque, ma con una smorfia che non mi parve affatto segno d'approvazione.

Finito tutto ciò, nel momento in cui pensavo d'essere finalmente sistemato secondo le mie speranze, mi misero alla porta con poco più di venti franchi in moneta spicciola, ricavati dalla mia questua. Mi raccomandarono di vivere da buon cristiano, di restar fedele alla grazia, mi augurarono buona fortuna, mi chiusero la porta alle spalle, e tutto scomparve.

Così in un istante si eclissarono tutte le mie grandi speranze, e del passo interessato appena compiuto non mi restò che il ricordo d'essere stato a un tempo apostata e gabbato. È facile immaginare quale brusca rivoluzione dovette operarsi nelle mie idee, quando dai superbi progetti di fortuna mi vidi precipitare nella più squallida miseria, e dopo aver deciso al mattino la scelta del palazzo dove avrei abitato, mi vidi la sera ridotto a dormire per strada. Si potrà pensare che cominciassi con l'abbandonarmi a una disperazione tanto più crudele poiché il rimorso delle mie colpe doveva inasprirsi nel rimprovero che ogni mia disgrazia fosse mia creatura. Niente di tutto ciò. Per la prima volta in vita mia ero rimasto rinchiuso più di due mesi; il primo sentimento che gustai fu quello della libertà ritrovata. Dopo una prolungata schiavitù, ridiventato padrone di me e dei miei atti, mi trovavo nel cuore di una grande città ricca di risorse, piena di gente di qualità e condizione, presso la quale le mie doti e il mio valore non potevano che farmi accogliere, non appena conosciuti. Di più avevo tutto il tempo di aspettare, e venti franchi in tasca mi sembravano un tesoro inesauribile. Potevo disporne a piacimento, senza renderne conto a nessuno. Era la prima volta che mi sentivo così ricco. Ben lontano dall'abbandonarmi allo sconforto e alle lacrime, non feci che mutare di speranze, e l'amor proprio non vi perse nulla. Non mi sentii mai tanta fiducia e sicurezza; credevo la mia fortuna bell'e fatta, e mi piaceva non ringraziare altri che me.

Per prima cosa volli soddisfare la mia curiosità percorrendo la città tutta intiera, non foss'altro per compiere un atto della mia nuova libertà. Andai a vedere il cambio della guardia; gli strumenti militari mi piacevano molto. Seguii qualche processione; il canto in falsetto dei preti mi andava a genio; andai ad ammirare il palazzo reale: mi avvicinai con timidezza, ma vedendo altra gente che entrava, l'imitai: mi lasciarono passare. Forse dovetti quella grazia al fagottino che portavo sotto braccio. Comunque fosse, concepii una grandiosa opinione di me stesso, aggirandomi in quel palazzo, e mi consideravo già quasi un suo abitante. A forza di andare e venire, finii per stancarmi; avevo fame, faceva caldo: entrai da una venditrice di latticini; mi dettero la giuncata, e due grissini di quell'eccellente pane piemontese che mi piace più di ogni altro: con cinque o sei soldi feci uno dei più bei pranzi della mia vita.

Bisognava che mi cercassi un alloggio. Conoscendo già il piemontese quanto basta a farmi capire, non faticai trovarlo, ed ebbi la prudenza di sceglierlo badando più alla mia borsa che ai miei gusti. Mi indicarono in via Po la moglie di un soldato che alloggiava a un soldo per notte i domestici fuori servizio. Trovai in casa sua un giaciglio libero, e mi sistemai. La donna era giovane e sposa di fresco, pur avendo già cinque o sei figli. Ci coricammo tutti nella stessa stanza madre, bambini e ospiti; e durò così finché restai da lei. Tutto sommato era una brava donna, che bestemmiava come un carrettiere, sempre sciatta e scarmigliata, ma dolce di cuore, servizievole; mi prese in amicizia e mi fu anche utile.

Trascorsi parecchi giorni dedicandomi esclusivamente alle gioie dell'indipendenza e della curiosità. Andavo a zonzo dentro e fuori città, frugando, visitando tutto ciò che mi pareva interessante e nuovo; e tutto lo era per un giovane appena uscito dal suo guscio, che non aveva mai visto una capitale. Ero puntualissimo soprattutto a corte, e tutte le mattine assistevo regolarmente alla messa del re. Mi pareva bello trovarmi nella stessa cappella con quel principe e il suo seguito: ma la mia passione per la musica, che cominciava a dichiararsi, aveva parte nella mia assiduità più che il fasto di corte, il quale, noto in breve e sempre eguale, non seduce a lungo. Il re di Sardegna aveva allora la miglior orchestra sinfonica d'Europa. Somis, Dejardins, i Besuzzi vi brillavano, avvicendandosi. Non occorreva tanto per attrarre un giovane che il suono del più umile strumento, purché intonato, trascinava all'estasi. Del resto, per la magnificenza che abbagliava i miei occhi non provavo che un'ammirazione ottusa e senza desiderio. La sola cosa che mi interessasse in tutto lo splendore della corte era scoprire se non vi fosse qualche giovane principessa che meritasse il mio omaggio, e con la quale potessi intrecciare un romanzo.

Fui vicino a realizzarne uno in un ceto meno splendente, ma dove avrei trovato, se l'avessi vissuto fino in fondo, piacerai mille volte più incantevoli.

Pur vivendo con molta parsimonia, la mia borsa s'assottigliava insensibilmente. Più che da prudenza, quella parsimonia mi veniva del resto da una semplicità di gusti che l'abitudine alle grandi favole non ha alterato nemmeno oggi. Non conoscevo e non conosco ancora vitto migliore di un pasto rustico. Con un po' di latticini, uova, verdura, formaggio, pane bigio e vino discreto, si è sempre sicuri di trattarmi a puntino; il mio buon appetito farà il resto, se intorno a me maggiordomo e domestici non me lo faranno passare col loro aspetto importuno. Con una spesa di sei o sette soldi facevo a quei tempi pasti assai più gustosi di quelli fatti più tardi con sei o sette franchi. Ero dunque sobrio, mancandomi la tentazione di non esserlo; e di più ho torto a chiamarla sobrietà, poiché vi ponevo tutta la voluttà possibile. Le mie pere, la mia giuncata, il mio formaggio, i miei grissini, e qualche bicchiere d'un vino del Monferrato grosso da tagliarlo a fette, mi facevano il più felice dei ghiottoni. Ma, anche così, si poteva vedere la fine delle mie venti lire. L'avvertivo di giorno in giorno più prossima; e malgrado la storditezza della mia età, la mia inquietudine sul futuro toccò in breve la soglia del terrore. Di tutti i miei castelli in aria, non mi restò che quello di cercarmi un'occupazione per vivere, cosa che nemmeno si presentava facile. Pensai al mio vecchio mestiere; ma non lo conoscevo abbastanza per lavorare presso un maestro di bottega, e i maestri a Torino d'altra parte non abbondavano. In attesa di meglio, presi dunque l'iniziativa di girare di bottega in bottega offrendomi per incidere cifre o stemmi sul vasellame, sperando di tentare qualcuno col prezzo basso, rimettendomi alla loro discrezione. L'espediente non fu fortunato. Quasi ovunque fui messo alla porta, e ciò che trovai da fare era così scarso, che a stento ne rimediai qualche pasto. Un giorno, però, passando di buon mattino per la Contrà Nova, vidi attraverso la vetrina di un negozio una giovane bottegaia così gentile d'aspetto e così attraente che, a dispetto della mia timidezza con le donne, non esitai ad entrare e ad offrirle il mio modesto talento. Non mi scacciò; mi fece sedere e raccontare la mia breve storia; mi compianse, mi invitò al coraggio e disse che i buoni cristiani non mi avrebbero abbandonato. Poi, mentre mandò a cercare da un orefice suo vicino gli arnesi di cui avevo detto d'aver bisogno, salì in cucina e mi portò lei stessa da mangiare. L'inizio mi parve di buon augurio, e il seguito non lo smentì. Parve soddisfatta del mio lavoretto e più ancora delle mie chiacchiere quando fui un po' rianimato; giacché brillante e ben vestita com'era, e malgrado l'espressione così affabile, il suo splendore mi aveva turbato. Ma la sua accoglienza piena di bontà, il suo tono comprensivo, le sue maniere dolci e carezzevoli, mi misero presto a mio agio. Vidi che riuscivo, e ciò mi spinse a riuscir meglio. Ma, benché italiana e troppo graziosa per non essere un poco civetta, era però così modesta, ed io tanto timido, che difficilmente la cosa poteva andare subito in porto. Non ci fu lasciato il tempo di dar sboccio all'avventura. Ne ricordo perciò con maggior incanto i brevi istanti trascorsi accanto a lei, e posso dire di avervi gustato nelle loro primizie, i più dolci e insieme i più puri piaceri d'amore.

Era una bruna estremamente eccitante, ma la buona natura dipinta sul bel viso rendeva commovente la sua vivacità. Si chiamava signora Basile. Suo marito, più vecchio di lei e notevolmente geloso, la lasciava durante i suoi viaggi sotto la sorveglianza d'un commesso troppo uggioso per essere seducente, e che non mancava tuttavia di avanzar pretese per proprio conto, anche se le manifestava solo con un tetro malumore. Ne palesò molto contro di me, pur se mi piaceva ascoltarlo suonare il flauto, come sapeva piuttosto bene. Quel nuovo Egisto brontolava sempre quando mi vedeva entrare dalla sua dama: mi trattava con un sussiego che lei gli ripagava a dovere. Pareva persino che per tormentarlo si compiacesse di accarezzarmi in sua presenza, e quel genere di vendetta, anche se mi piaceva molto, ben più l'avrei gustato da solo a sola. Ma lei non la spingeva fin lì, o almeno non proprio allo stesso modo. O perché mi considerava troppo giovane, o perché non sapeva arrischiare profferte, o perché davvero intendeva conservarsi onesta, ella aveva allora una sorta di riserbo che se non respingeva, tuttavia mi rendeva timido senza saper perché. Sebbene non provassi per lei il rispetto tanto sincero quanto tenero che avevo per la signora di Warens, mi sentivo molto più intimorito e assai meno incline alla confidenza. Ero impacciato, tremante; non osavo guardarla, non osavo respirare vicino a lei; eppure temevo più della morte di dovermene staccare. Divoravo con occhi avidi tutto ciò che mi riusciva guardare senza essere scorto: i fiori della sua veste, la punta del suo grazioso piedino, l'intervallo di un braccio sodo e candido che appariva tra il guanto e il manichetto e quello che a volte si svelava tra la curva del seno e il suo scialletto. Ogni nuova scoperta aggiungeva fascino alle impressioni delle altre. A furia di guardare ciò che potevo e anche di più, i miei occhi si annebbiavano, il mio petto era oppresso, il mio respiro, di momento in momento più affannoso, mi dava molta pena a dominarmi, e tutto ciò che riuscivo a fare era di inghiottire senza rumore sospiri imbarazzantissimi in quel silenzio che spesso ci avvolgeva. Per fortuna mi sembrava che la signora Basile, occupata al suo lavoro, non se ne accorgesse. Eppure a volte vedevo, per una forma di simpatia, il suo fisciù gonfiarsi con una certa frequenza. Questo pericoloso spettacolo finiva di perdermi, e quand'ero sul punto di cedere ormai al mio impulso, lei mi rivolgeva tranquilla qualche parola che mi faceva immediatamente rientrare in me stesso.

Parecchie volte la vidi da sola in questa maniera, senza che mai una parola, un gesto, uno sguardo troppo espressivo stabilissero tra noi la minima intelligenza. Quella situazione, tormentosissima per me, faceva tuttavia la mia delizia, e nella semplicità del mio cuore riuscivo a immaginare appena perché mi sentissi tanto agitato. Pareva che quei piccoli incontri a tu per tu non dispiacessero neppure a lei; o almeno ella ne rendeva più frequenti le occasioni, premura sicuramente gratuita da parte sua, per l'uso che ne faceva e che mi consentiva di farne.

Un giorno che, annoiata dagli sciocchi discorsi del commesso, era salita nella sua stanza, mi affrettai, nel retrobottega dove stavo, a finire il mio lavoretto, e la seguii. La porta era socchiusa; vi entrai senza esser visto. Ella ricamava accanto a una finestra, avendo di fronte la parete della stanza opposta alla porta. Non poteva vedermi entrare, né udirmi per il fracasso che alcuni carri facevano nella strada. Ella vestiva sempre bene; quel giorno il suo abbigliamento sfiorava la civetteria. La posa era aggraziata, la testa un poco china scopriva il candore del collo; i capelli sollevati con eleganza erano adorni di fiori. Regnava in tutta la sua fisionomia un incanto che ebbi il tempo d'ammirare, e che mi fece perder la testa. Caddi in ginocchio sulla soglia della stanza, le braccia tese verso di lei in uno slancio appassionato, sicurissimo che non potesse udirmi e non immaginando che potesse vedermi: ma uno specchio sul caminetto mi tradì. Non so quale effetto il mio slancio potesse farle; non mi guardò, non mi parlò; ma volgendo il capo a metà, con un semplice gesto del dito mi indicò la stuoia ai suoi piedi. Sussultare, lanciare un grido, precipitarmi al posto che mi aveva mostrato fu per me tutt'uno: ma si stenterà a credere che, in quello stato, non osai di più, né una sola parola, né sollevare gli occhi ai suoi, e neppure toccarla, in quella scomodissima posizione, per appoggiarmi un istante alle sue ginocchia. Ero muto, immobile, ma non certo tranquillo: tutto esprimeva in me l'agitazione, la gioia, la riconoscenza, gli ardenti desideri incerti del loro oggetto, raffrenati dal timore di spiacerle, sul quale il mio giovane cuore non riusciva a rassicurarsi.

Lei non appariva né più tranquilla né meno timida di me. Turbata di vedermi lì, sgomenta di avermi attirato, e cominciando ad avvertire tutte le conseguenze di un segno senza dubbio sfuggito prima di riflettere, né mi accoglieva né mi respingeva, non levava gli occhi dal lavoro, e si sforzava di agire come se non mi vedesse ai suoi piedi: ma tutta la mia balordaggine non mi impediva di capire che partecipava al mio imbarazzo, forse ai miei desideri, e che era trattenuta da una vergogna simile alla mia, ma nemmeno questo mi dava la forza di superarla. I cinque o sei anni che ella aveva più di me dovevano, a mio giudizio, serbare a lei tutta l'audacia, e mi dicevo che, non facendo nulla per eccitare la mia, mostrava di non desiderarla. Ancora oggi penso di avere visto giusto, e certamente ella era troppo intelligente per non capire che un novellino qual ero aveva bisogno d'essere non solo incoraggiato, ma istruito.

Non so come sarebbe finita quella scena viva e muta, né quanto tempo sarei rimasto immobile in quella posizione comica e deliziosa, se non fossimo stati interrotti. Al colmo della mia agitazione, udii aprirsi la porta della cucina, attigua alla stanza dov'eravamo, e la signora Basile, spaventata, mi ingiunse risolutamente con la voce e col gesto: «Alzatevi, ecco Rosina.» Alzandomi in fretta, afferrai la mano che mi tendeva, e vi applicai due baci ardenti, al secondo dei quali sentii quell'incantevole mano premere un poco sulle mie labbra. Nella mia vita non ebbi un così dolce istante: ma l'occasione perduta non ritornò, e i nostri giovani amori non andarono più in là.

Forse proprio per questo l'immagine di questa donna adorabile mi è rimasta impressa in fondo al cuore con sì soavi sembianze. Vi si è persino imbellita, quanto più ho conosciuto il mondo e le donne. Per poco che avesse avuto d'esperienza, si sarebbe condotta altrimenti nell'incoraggiare un ragazzino: ma il suo cuore, pur debole, era onesto; ella cedeva involontariamente all'inclinazione che la trascinava. Secondo ogni apparenza, quella era la sua prima infedeltà, e avrei forse dovuto più penare a vincere il suo pudore che il mio Senza arrivare a tanto, gustai vicino a lei dolcezze inesprimibili. Nulla di quanto m'ha fatto provare il possesso della donna vale i due minuti passati ai suoi piedi senza osare nemmeno toccarle il vestito. No, non esistono piaceri pari a quelli che può donare una donna onesta che si ama: tutto è favore accanto a lei. Un minimo cenno del dito, una mano appena premuta sulla mia bocca, sono i soli lavori che mai ottenni dalla signora Basile, e il ricordo di così lievi concessioni mi esalta ancora al solo pensarci.

Nei due giorni che seguirono, inutilmente cercai una nuova occasione: mi fu impossibile trovarne il momento, e non avvertii da parte sua nessuna premura di favorirlo. Ebbe anzi un contegno non tanto più freddo, ma più riservato del solito, e credo che evitasse i miei sguardi per timore di non saper dominare i suoi. Il suo infame commesso fu più desolante che mai: divenne persino beffardo, canzonatorio; mi disse che avrei fatto una bella strada con le donne. Tremavo al pensiero d'aver commesso qualche grave imprudenza, e considerandomi già in intimità con lei, volli ammantare di mistero una simpatia che fino a quel momento non ne aveva avuto gran bisogno. Divenni così più circospetto nella scelta delle occasioni, e a forza di volerle sicure, non ne trovai del tutto.

Ecco un'altra follia romanzesca dalla quale non sono mai potuto guarire, e che, aggiunta alla mia naturale timidezza, ha smentito largamente le profezie del commesso. Amavo troppo sinceramente, troppo perfettamente, oso dire, per conquistarmi facili trionfi. Mai passioni furono insieme più ardenti e più pure delle mie; mai amore fu più tenero, più vero, più disinteressato. Mille volte avrei sacrificato la mia felicità a quella della persona amata; la sua reputazione m'era più cara della vita, e mai, per tutti i piaceri dei sensi, avrei voluto compromettere un istante della sua quiete. Ciò mi ha costretto a tante cautele, tanta segretezza, tanta precauzione nelle mie imprese, che mai nessuna è potuta riuscire. Il mio scarso successo con le donne è dipeso sempre da eccessivo amore.

Per tornare al flautista Egidio, la cosa più strana era come quanto più diventava insopportabile, tanto più il traditore appariva compiacente. Dal primo giorno in cui la sua padrona mi aveva preso in simpatia, ella aveva pensato di rendermi utile in negozio. Conoscevo discretamente l'aritmetica: lei gli aveva suggerito di insegnarmi a tenere i registri; ma il mio bruto accolse assai male il suggerimento, forse temendo di vedersi soppiantato. Così, tutto il mio lavoro, dopo quello del bulino, consisteva nel trascrivere qualche conto e promemoria, mettere in bella copia qualche libro, e tradurre alcune lettere commerciali dall'italiano in francese. Di colpo il mio uomo decise di tornare sulla proposta fatta e respinta, e disse che mi avrebbe insegnato la contabilità a partita doppia, e che intendeva mettermi in condizione di offrire i miei servigi al signor Basile quando sarebbe tornato. C'era nel suo tono, nel suo contegno, un non so che di falso, di maligno, d'ironico, che non mi ispirava fiducia. La signora Basile, senza aspettare la mia risposta, gli disse seccamente che gli ero grato delle sue premure, ma lei sperava che la fortuna premiasse finalmente i miei meriti, e che sarebbe stato un vero peccato se, con tanto ingegno, non riuscissi che un semplice commesso.

Mi aveva detto più volte che voleva procurarmi una conoscenza promettente. Pensava abbastanza giudiziosamente da rendersi conto che era tempo di allontanarmi. Le nostre mute dichiarazioni s'erano svolte giovedì. La domenica ella offrì un pranzo, al quale fui invitato e fu invitato anche un domenicano di bell'aspetto al quale mi presentò. Il monaco mi trattò molto affabilmente, si congratulò per la mia conversione, e ricordò parecchi particolari della mia storia dai quali capii che gliel'aveva già narrata lei minutamente; poi, dandomi due buffetti sulla guancia, mi raccomandò d'essere savio, di non perdermi d'animo e di andare a trovarlo, che avremmo conversato insieme a nostro agio. Dai riguardi che tutti avevano per lui, giudicai che era un uomo considerato, e dal tono paterno che assumeva con la signora Basile, che era il suo confessore. Mi ricordo anche bene che la sua discreta confidenza si univa a segni di stima e persino di rispetto per la sua penitente, che mi fecero allora meno impressione di adesso. Se fossi stato più perspicace, come mi avrebbe commosso l'aver potuto toccare la sensibilità di una giovane donna rispettata dal suo confessore!

La tavola si rivelò non abbastanza grande per quanti eravamo: ce ne volle anche una più piccola, dove ebbi la gradita sorpresa di trovarmi a tu per tu col signor commesso. Non ci rimisi nulla in fatto di premure e bocconcini: parecchi piatti mandati alla tavola piccola non erano certo indirizzati a lui. Fin lì tutto andava splendidamente: le donne erano tutta gaiezza, gli uomini tutti galanti; la signora Basile faceva gli onori di casa con una grazia incantevole. A metà pranzo, si sente una carrozza fermarsi alla porta; sale qualcuno: è il signor Basile. Lo vedo come se entrasse ora, in abito scarlatto con bottoni d'oro, colore che da quel momento presi in odio. Il signor Basile era un uomo grande e bello, e si presentava benissimo. Entra con fracasso e con l'aria di chi voglia cogliere chissà chi sul fatto, sebbene non vi fossero che amici. La moglie gli salta al collo, gli afferra le mani, gli fa mille carezze che lui riceve senza ricambiarle. Saluta la compagnia, gli portano un piatto, mangia. Si era appena iniziato a parlare del suo viaggio quando, gettato uno sguardo alla tavola piccola, chiede severamente chi sia quel ragazzetto laggiù. La signora Basile gli dice tutto candidarnente. Lui chiede se alloggio in casa. Gli dicono di no. a Perché no?» riprende rozzamente. a Se ci sta di giorno, può benissimo starci di notte.» Intervenne il monaco e, dopo un serio e sincero elogio della signora Basile, fece in poche parole il mio; aggiungendo che, anziché biasimare la pia carità di sua moglie, doveva affrettarsi a condividerla, poiché nulla vi oltrepassava i limiti dell'onesto. Il marito replicò di malumore, e ne taceva la metà, trattenuto dalla presenza del monaco, ma bastò a farmi intuire che aveva avuto informazioni sul mio conto, e che il commesso mi aveva servito da par suo.

Si era appena lasciato la tavola quando questi, per incarico del suo padrone, venne trionfante a intimarmi da parte sua di andarmene immediatamente da quella casa, e di non rimettervi piede mai più. Condì la sua ambasciata con quanto poteva renderla più ingiuriosa e crudele. Uscii senza una parola, ma col cuore spezzato, non tanto perché mi staccavo da quell'amabile donna quanto perché dovevo lasciarla in balia alla brutalità del marito. Questi aveva indubbiamente ragione a non tollerare che gli fosse infedele; ma benché savia e di buona nascita, ella era italiana, cioè sensibile e vendicativa, e lui aveva torto, mi sembra, usando con lei i sistemi più adatti ad attirarsi la disgrazia che paventava.

Tale fu l'esito della mia prima avventura. Volli tentare di ripassare due o tre volte nella strada, per rivedere almeno colei che il mio cuore non si stancava di rimpiangere; ma al posto suo non vidi che suo marito e il vigile commesso, il quale, appena mi vide, mi fece, col righello della bottega, un gesto più espressivo che invitante. Vedendomi così ben controllato, mi persi di coraggio e non vi passai più. Volli almeno recarmi dal patrono che mi aveva procurato. Sfortunatamente non ne conoscevo il nome. Mi aggirai più volte inutilmente intorno al convento, sperando di incontrarlo. Infine nuovi avvenimenti mi strapparono ai piacevoli ricordi della signora Basile, e in breve la dimenticai così bene, che pur sempliciotto e novellino come prima, non mi restò neppure l'uzzolo delle belle donne.

Tuttavia le sue liberalità avevano un po' migliorato il mio magro corredo, anche se molto onestamente e con la precauzione di una donna accorta, preoccupata più della pulizia che dell'eleganza, e che voleva impedirmi di soffrire e non già farmi brillare. L'abito che avevo portato da Ginevra era ancora buono e presentabile; lei vi aggiunse solo un cappello e un po' di biancheria. Non disponevo di polsini, ma non me ne volle dare, benché ne avessi una gran voglia. Si accontentò di mettermi in condizione di mantenermi pulito, cura che non fu necessario raccomandarmi, finché comparvi davanti a lei.

Pochi giorni dopo la mia catastrofe, la mia padrona di casa che, come ho detto, mi aveva preso in simpatia, mi disse che forse aveva trovato un posto per me, e che una dama di nobile condizione desiderava vedermi. A quelle parole, mi credetti sul serio nell'aura delle avventure altolocate: il mio sogno restava quello. Ma questa non fu così splendida come l'avevo immaginata. Andai dalla dama in compagnia del domestico che le aveva parlato di me. Ella mi interrogò, mi esaminò; non le dispiacqui, ed entrai subito al suo servizio, non esattamente come favorito, ma più semplicemente come lacché. Fui vestito con la livrea dei suoi domestici; l'unica distinzione fu che essi portavano il cordoncino e a me non lo dettero, e siccome la livrea della casa non aveva galloni, sembrava press'a poco un abito borghese. Ecco dunque l'esito inatteso cui sboccarono infine tutte le mie grandiose speranze.

La signora contessa di Vercelli, presso la quale entrai in servizio, era vedova e senza figli: suo marito era piemontese; ma lei l'ho sempre creduta savoiarda, non immaginando che una piemontese potesse parlare così bene il francese, con un accento così puro. Era di mezza età, con un volto nobilissimo, un'intelligenza raffinata, innamorata della letteratura francese, che conosceva a fondo. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano lo stile e quasi la grazia di quelle della signora di Sévigné: a leggerne qualcuna ci si sarebbe potuti ingannare. Il mio incarico principale, e non mi dispiaceva, era di scriverle sotto dettatura, e giacché un cancro al seno che la faceva molto soffrire non le consentiva di scriverle di suo pugno.

La signora di Vercelli aveva non solo molto ingegno, ma un animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia, l' ho veduta patire e morire senza mai un istante di debolezza, senza il minimo sforzo per contenersi, senza uscire mai dal suo ruolo di donna, e senza mai dubitare che in ciò vi fosse una certa filosofia, parola non ancora venuta di moda, e che lei neppure conosceva nel senso che oggi le viene attribuito. Questa forza di carattere rasentava a volte l'aridità. Mi è sempre parsa poco sensibile parimenti per gli altri e per se stessa: e quando beneficava gli infelici, lo faceva per il bene in sé piuttosto che per autentica commiserazione. Ho dovuto provare io stesso un po' di questa insensibilità, nei tre mesi trascorsi vicino a lei. Sarebbe stato naturale che nutrisse qualche benevolenza per un giovane promettente, che aveva di continuo sotto gli occhi, e che ella pensasse, sentendosi morire, come alla sua scomparsa gli sarebbero occorsi aiuti e appoggi. Eppure, sia che non mi giudicasse degno di un'attenzione particolare, sia che le persone che l'assillavano non le consentissero di pensare se non a loro, ella non fece nulla per me.

Ricordo benissimo però che aveva manifestato una certa curiosità di conoscermi. A volte mi interrogava: le piaceva moltissimo che le facessi leggere le lettere che scrivevo alla signora di Warens, che la facessi partecipe dei miei senti menti. Ma non seguiva certo la via migliore per conoscerli, non rivelandomi mai i propri. Piaceva al mio cuore effondersi, purché si sentisse accolto in un altro. Domande secche e fredde, senza alcun segno d'approvazione o di biasimo sulle mie risposte, non mi ispiravano nessuna confidenza. Quando nulla mi avvertiva se le mie chiacchiere piacevano o dispiacevano, ero sempre in ansia, e non cercavo tanto di svelare il mio pensiero quanto di non dire nulla che mi potesse nuocere. Ho notato poi che quel modo asciutto di interrogare le persone per conoscerle è un vezzo molto diffuso fra le donne che si ritengono intelligenti. Immaginano che, se non lasciano trasparire il loro sentimento, riusciranno meglio a penetrare il vostro: ma non capiscono di togliere così ogni coraggio di mostrarlo. Un uomo che venga interrogato comincia perciò stesso a porsi in guardia, e se ha l'impressione che si voglia solo spillargli chiacchiere, senza un reale interesse per lui, mente o tace o raddoppia il controllo su se stesso, e preferisce passar per sciocco piuttosto che sentirsi lo zimbello della vostra curiosità. Insomma, è sempre un cattivo sistema, per leggere nel cuore altrui, ostentare di nascondere il proprio.

La signora di Vercelli non mi disse mai una parola che dimostrasse affetto, comprensione, benevolenza. Mi interrogava freddamente; rispondevo con riserbo. Le mie risposte erano così timide che dovette trovarle volgari e se ne stancò. Verso la fine non mi interrogava più, non mi parlava che per motivi di servizio. Non mi giudicò per ciò che ero, ma per come mi aveva fatto, e a forza di vedere in me solo un lacché, mi impedì di apparirle altrimenti.

Credo che cominciai da quel momento a subire quel perfido gioco degli interessi nascosti che tormentò la mia vita e che mi ispirò un'avversione ben naturale per l'ordine apparente che li produce. La signora di Vercelli, non avendo figli, aveva come erede suo nipote il conte di La Roque, che la corteggiava assiduamente. Inoltre, i suoi principali domestici, vedendo come si avvicinasse alla fine, non badavano ad altro, e tanti postulanti le stavano attorno che difficilmente poteva avere il tempo di pensare a me. Dirigeva la casa un certo Lorenzi, uomo scaltro, la cui moglie, più astuta ancora, s'era talmente insinuata nelle grazie della padrona che si muoveva in casa più come un'amica che come una domestica. Per cameriera particolare, le aveva dato una sua nipote, certa signorina Pontal, una lenzetta che si dava arie di dama di compagnia, e aiutava la zia a circuire la padrona così bene che questa vedeva solo coi loro occhi e agiva solo con le loro mani. Non ebbi la fortuna di piacere a queste tre figure; li obbedivo, ma non li servivo; non immaginavo che oltre servire la comune padrona, mi spettasse ancora d'essere il servo dei suoi servi. D'altro canto, ero per loro una specie di personaggio inquietante. Vedevano bene che non ero al mio posto; temevano che anche la signora lo notasse, e che quanto avesse potuto fare per rimediarvi andasse a discapito delle loro porzioni: questa sorta di genia, troppo avida per essere giusta, considera ogni lascito elargito ad altri come sottratto alla propria parte. Si allearono dunque, per allontanarmi dai suoi occhi. Alla signora piaceva scrivere lettere; era uno svago nelle sue condizioni: essi gliene tolsero il gusto e glielo fecero sconsigliare dal medico, persuadendola che l'affaticava troppo. Col pretesto che non sapevo servirla, vennero assunti al mio posto due zoticoni di portantini; manovrarono insomma così bene, che quando fece testamento erano otto giorni che non entravo nella sua camera. Vero è che dopo vi entrai come prima, e vi fui persino il più assiduo, giacché le sofferenze di quell'infelice mi straziavano; la forza d'animo con cui le sopportava me la rendeva estremamente rispettabile e cara, e ho versato in quella stanza lacrime sincere, senza che lei né nessun altro se ne avvedessero.

La perdemmo, infine. La vidi spirare. La sua era stata la vita di una donna intelligente e giudiziosa, la sua morte fu quella di un'anima saggia. Posso dire che mi fece apprezzare la religione cattolica per la serenità con la quale ne adempì i doveri senza negligenza e senza ostentazione. Era seria per natura. Verso la fine della malattia la prese una forma di allegria troppo costante per essere simulata, ed era un contrappeso che la ragione stessa dava alla tristezza del suo stato. Rimase a letto solo gli ultimi due giorni, e non smise di conversare tranquillamente con tutti. Infine, quando non parlava più, e già si dibatteva nell'agonia, le sfuggì un grosso peto. «Bene!» disse rivoltandosi, «donna che fa peti non è morta. Furono le sue ultime parole.

Aveva lasciato alla bassa servitù un anno di salario; ma non figurando nella lista della casa, non mi toccò niente. Tuttavia il conte di La Roque mi fece dare trenta lire, e mi lasciò l'abito nuovo che indossavo e che il signor Lorenzi voleva togliermi. Promise anche di cercarmi una sistemazione e mi permise di fargli visita. Passai due o tre volte senza riuscire a parlargli. Era facile scoraggiarmi; non vi tornai più. Presto si vedrà che ebbi torto.

Come vorrei aver detto già tutto sul mio soggiorno in casa della signora Vercelli! Ma, benché la mia situazione apparente rimanesse la stessa, non uscii da quella casa come vi ero entrato. Mi seguì il lungo ricordo del delitto e il peso insopportabile dei rimorsi, da cui la mia coscienza, a quarant'anni di distanza, è ancora oppressa, e il cui amaro sentimento, anziché affievolirsi, s'inasprisce quanto più invecchio. Chi crederebbe che la colpa di un ragazzo potesse avere conseguenze così crudeli? È di queste più che probabili conseguenze che il mio cuore non potrebbe consolarsi. Ho forse fatto morire nell'ignominia e nella miseria una giovane amabile, onesta, stimabile, e che sicuramente valeva più di me.

È ben difficile che una casa si dissolva senza un po' di confusione, e che non vi scompaia una quantità di cose: eppure era tale la lealtà dei domestici e la vigilanza del signore e della signora Lorenzi, che non si trovò nulla di mancante sull'inventario. Solo la signorina Pontal smarrì un nastrino rosa e argento, già vecchio. Tante altre cose migliori erano alla portata della mia mano, ma solo quel nastrino mi tentò, lo rubai, e poiché non lo nascondevo, me lo trovarono subito. Vollero sapere dove l'avessi preso. Mi turbo, balbetto, e alla fine dico, arrossendo, che me l'aveva dato Marion. Marion era una giovane della Moriana, di cui la signora Vercelli aveva fatto la sua cuoca quando, smessi gli inviti a pranzo, aveva licenziato la propria, servendole ormai più i brodi sostanziosi che gli intingoli raffinati. Marion non era solo graziosa, ma aveva una freschezza di colori che si trova solo in montagna e soprattutto un'aria di modestia e di dolcezza che la faceva amare solo a guardarla; buona ragazza, oltre tutto, savia e d'una fedeltà a tutta prova. Perciò si stupirono, quando feci il suo nome. Non mi si dava minor fiducia che a lei, e si decise che occorreva verificare chi dei due fosse il furfante. La chiamarono; l'assemblea era numerosa, anche il conte di La Roque era presente. Arriva, le mostrano il nastro, io l'accuso sfrontatamente; lei resta sbigottita, tace, mi getta uno sguardo che avrebbe disarmato un demonio, e al quale il mio barbaro cuore resiste. Nega, infine, con sicurezza ma senza collera, mi rimprovera, mi esorta a rientrare in me stesso, a non disonorare una ragazza innocente che non ha mai fatto del male; ed io, con impudenza infernale, confermo la mia dichiarazione, e le ripeto in faccia che è stata lei a darmi il nastro. La povera ragazza si mise a piangere, e non mi disse che queste parole: «Ah, Rousseau! E io che vi credevo buono. Mi rendete ben infelice, ma non vorrei essere al vostro posto.» Fu tutto. Seguitò a difendersi con semplicità pari alla fermezza, ma senza mai permettersi contro di me la minima invettiva. La sua moderazione, confrontata alla mia sicumera, la tradì. Non sembrava naturale supporre da un lato un'audacia così diabolica e dall'altro una così angelica mitezza. Non parvero decidere in assoluto, ma si propendeva a mio favore. Nelle distrette in cui si era, non persero tempo in indagini; e il conte di La Roque, licenziandoci entrambi, si contentò di dire che la coscienza del colpevole avrebbe a sufficienza vendicato l'innocente. La predizione non fu vana; e non cessa un sol giorno di avverarsi.

Ignoro la sorte di quella vittima della mia calunnia; ma non è probabile che, dopo l'accaduto, abbia potuto trovare facilmente un buon posto. Un'accusa crudele pesava, comunque, sul suo onore. Il furto in sé era un'inezia, ma pur sempre un furto e, quel che è peggio, destinato a sedurre un giovanotto: insomma la menzogna e l'ostinazione non lasciavano sperare nulla da colei che assommava tanti vizi nell' animo. Non considero neppure la miseria e l'abbandono come i più gravi pericoli cui l'abbia esposta. Chi può sapere, alla sua età, dove lo sconforto dell'innocenza umiliata abbia potuto trascinarla? Oh, se il rimorso di averla potuta rendere infelice è insopportabile, si giudichi cosa può essere quello d'averla resa peggiore di me!

Questo crudele ricordo mi turba a volte e mi sconvolge al punto che rivedo nelle mie insonnie l'infelice ragazza venire a rimproverarmi il mio crimine, come se l'avessi commesso ieri. Finché sono vissuto tranquillo, mi ha tormentato meno; ma nel pieno di una vita tempestosa mi toglie la più dolce consolazione degli innocenti perseguitati: mi fa ben provare quanto credo d'aver detto in qualche opera, che il rimorso dorme nella prosperità e morde nell'avversità. Eppure, non ho mai saputo decidermi a sollevare di questa confessione il mio cuore nel seno di un amico. La più stretta intimità non me l'ha mai consentito con nessuno, neppure con la signora di Warens. Mi è riuscito al massimo di confessare che avevo un atroce rimprovero da muovermi, ma non ho osato mai dire quale fosse. Questo peso è dunque rimasto sino ad oggi senza sollievo sulla mia coscienza, e posso dire che il desiderio di liberarmene in qualche modo ha sensibilmente contribuito alla decisione che ho preso di scrivere le mie confessioni.

Ho proceduto schiettamente in quella che ho reso or ora, e non si dirà certo che abbia qui attenuato la perfidia del mio misfatto. Ma non adempirei lo scopo di questo libro se non esponessi insieme le mie intime disposizioni, e se temessi di scusarmi di quanto è conforme al vero. Mai la malvagità mi fu più lontana come in quel momento atroce, e quando accusai quell'infelice, strano ma vero, il motivo che mi spinse fu l'amicizia per lei. Lei era nei miei pensieri, e me ne scusai col primo pretesto che mi si offrì. L'accusai di aver fatto quel che volevo fare io, e di avermi dato il nastro perché la mia intenzione era di offrirlo a lei. Quando poi la vidi apparire il mio cuore ne fu straziato, ma la presenza di tanta gente fu più forte del mio pentimento. Non la punizione temevo, ma la vergogna; ma la temevo più della morte, più del delitto, più di qualsiasi cosa al mondo. Avrei voluto sprofondare, scomparire nel cuore della terra; l'invincibile vergogna vinse tutto, la vergogna sola scaturì tanta imprudenza; e più mi inoltravo nel delitto più il terrore di confessarlo mi rendeva intrepido. Non vedevo che l'orrore d'essere smascherato, dichiarato pubblicamente, me presente, ladro, bugiardo, calunniatore. Un'angoscia totale mi toglieva ogni sentimento. Se mi avessero consentito di tornare in me, avrei immancabilmente confessato tutto. Se il signor di La Roque m'avesse preso in disparte e mi avesse detto: a Non rovinate questa poveretta; se siete colpevole, confessatemelo», mi sarei gettato immediatamente ai suoi piedi, ne sono più che sicuro. Ma non si fece che intimidirmi, quando occorreva farmi coraggio. L'età è un altro fattore che occorre tener presente; ero appena uscito dall'infanzia, o piuttosto vi ero ancora. In gioventù le vere nefandezze sono più delittuose ancora che nell'età matura: ma la mera debolezza, risulta meno tale, e la mia colpa in fondo non era altro. Così il suo ricordo non mi affligge tanto per il male in sé, quanto per il male che ha dovuto causare. Mi ha fruttato anche questo bene di garantirmi per il resto della vita contro ogni atto tendente al delitto, per la terribile impressione che mi è rimasta dell'unico che io abbia mai commesso; e credo di capire che la mia avversione per la menzogna mi venga soprattutto dal rimorso di averne potuto dire una così infame. Se è questo un crimine che si possa espiare, come oso credere, deve esserlo con tutte le sciagure dalle quali la fine della mia vita è torturata, con quarant'anni di rettitudine e di onore nelle situazioni difficili, e la povera Marion trova tanti vendicatori in questo mondo che, per quanto grande sia stata l'offesa arrecatale, non temo di portarne con me il peso della colpa. Ecco quanto dovevo dire in proposito. Mi sia consentito di non parlarne più.

LIBRO TERZO

Uscito dalla casa della signora di Vercelli press'a poco come vi ero entrato, tornai dalla mia vecchia padrona di casa, e vi restai cinque o sei settimane, durante le quali salute, gioventù e ozio mi resero spesso molesto il mio temperamento. Ero irrequieto, distratto, pensieroso; piangevo, sospiravo, anelavo a una felicità di cui non avevo l'idea, e di cui pure soffrivo la privazione. È impossibile descrivere questo stato, e pochi uomini anche possono immaginarlo, poiché di essi la maggioranza ha prevenuto questa pienezza di vita a un tempo tormentosa e deliziosa che, nell'ebbrezza del desiderio offre già un primo assaggio del piacere. Il mio sangue ardente non cessava di colmare il mio cervello di ragazze e di donne: ma non intuendone il vero uso, le acconciavo immaginosamente alle mie fantasie in modi bizzarri, senza saperne far altro; e queste immagini mantenevano i miei sensi in un'attività assai molesta, di cui, per fortuna, non m'insegnavano come liberarmi. Avrei dato la vita per ritrovare un quarto d'ora una signorina Goton. Ma era finito il tempo in cui i giochi dell'infanzia correvano sul loro slancio. La vergogna, compagna della coscienza del male, era sopraggiunta con gli anni, accrescendo la mia naturale timidezza al punto da renderla invincibile; e mai, né in quel periodo né dopo, sono riuscito a fare una proposta lasciva senza che colei cui la facevo non mi abbia in qualche modo costretto con le sue offerte, anche quando sapevo che non aveva scrupoli ed ero quasi certo d'essere preso in parola.

La mia agitazione crebbe al punto che, non potendo soddisfare i miei desideri, li attizzavo con le più stravaganti manovre. Andavo in cerca di viali oscuri, di recessi nascosti, dove potessi espormi da lontano a persone dell'altro sesso nello stato in cui avrei voluto trovarmi accanto a loro. Ciò che esse scorgevano non era l'oggetto osceno, non ci pensavo neppure; ma l'oggetto ridicolo. Lo sciocco piacere che provavo esibendolo ai loro occhi non si può descrivere. Un passo solo e avrei potuto godere il trattamento desiderato, e non dubito che qualcuna più risoluta mi avrebbe procurato, passando, il divertimento sognato, se avessi avuto appena l'audacia di attendere. Questa follia provocò una catastrofe quasi altrettanto comica, ma un po' meno piacevole per me.

Un giorno mi nascosi in fondo ad un cortile dove c'era un pozzo al quale le ragazze della casa venivano spesso ad attingere acqua. Da quell'angolo scendeva una breve china che portava per varie comunicazioni alle cantine. Esplorai al buio quei passaggi sotterranei e, scoprendoli lunghi e oscuri, le immaginai senza fondo, tali quindi, fossi stato visto e sorpreso, da trovarvi sicuro rifugio. In questa convinzione, offrivo alle ragazze che venivano al pozzo uno spettacolo più comico che seducente. Le più savie finsero di non vedere; altre si misero a ridere; altre si ritennero ingiuriate e fecero un gran chiasso. Riparai nel mio rifugio: mi rincorsero. Udii una voce d'uomo che non avevo messo in conto, e che mi spaventò. Mi inoltrai nei sotterranei al rischio di perdermi; il chiasso, le voci, la voce d'uomo, mi seguivano sempre. Avevo contato sull'oscurità, e vidi una luce. Rabbrividendo, continuai la discesa. Mi fermò un muro, e non potendo andar oltre, bisognò attender là il mio destino. In un momento fui raggiunto e acciuffato da un omone con un gran paio di baffi, un cappellaccio, uno sciabolone, scortato da quattro o cinque vecchie armate da manici di scopa, tra le quali scorsi la bricconcella che mi aveva denunciato e che senza dubbio voleva vedermi in faccia.

L'uomo dalla sciabola, afferrandomi per le braccia, mi domandò rudemente che cosa facessi lì. Si capisce che la mia risposta non era pronta. Mi ripresi, tuttavia, e ingegnandomi in quel momento spinoso, cavai dalla mia testa un romanzesco espediente che mi andò bene. Gli dissi in tono supplichevole di aver pietà della mia età e del mio stato; che ero un giovane straniero di grandi natali il cui cervello si era guastato; che ero scappato dalla casa paterna perché volevano internarmi; che se mi faceva riconoscere ero perduto; ma che se mi avesse lasciato andare, avrei forse potuto un giorno ricordarmi quella grazia. Contro ogni aspettativa, il mio discorso e il mio contegno ebbero effetto: il terribile omaccio ne fu commosso; e dopo una brevissima reprimenda, mi lasciò placidamente andare senza altre domande. Dall'aria con la quale le ragazze e le vecchie mi guardarono andar via, pensai che l'uomo tanto temuto mi era stato utilissimo, e che alle prese con loro sole non me la sarei cavata così a buon mercato. Le udii borbottar non so cosa che non mi curai di approfondire; perché, se la sciabola e l'uomo non si intromettevano, ero sicurissimo, agile e vigoroso com'ero, di liberarmi di loro e dei loro bastoni in un batter d'occhio.

Qualche giorno dopo, passando per una via con un giovane abate mio vicino, mi imbattei faccia a faccia con l'uomo dalla sciabola. Mi riconobbe, e contraffacendomi con sarcasmo: «Sono un principe,» disse, «sono un principe; e io sono un coglione: ma Sua Altezza non mi torni a tiro.» Non aggiunse altro, e io me la svignai a capo basso, ringraziandolo in cuor mio per la sua discrezione. Ho pensato che le maledette megere lo avevano schernito per la sua credulità. Comunque, pur essendo piemontese, era un buon uomo, e non penso mai a lui senza un moto di riconoscenza: la storia era infatti così divertente che per il solo gusto di far ridere chiunque al suo posto mi avrebbe disonorato. L'avventura, pur senza le conseguenze che potevo temerne, non mancò di rinsavirmi per molto tempo.

Il soggiorno presso la signora di Vercelli mi aveva procurato qualche conoscenza, che non trascurai di coltivare nella speranza di trarne vantaggio. Andai a trovare qualche volta, tra gli altri, un abate savoiardo, don Gaime, precettore dei figli del conte di Mellarède. Era giovane ancora e poco noto, ma pieno di buon senso, di probità, di cultura, uno degli uomini più onesti che abbia conosciuto. Non mi fu d'alcun aiuto per lo scopo che mi portava da lui: non godeva di credito sufficiente a sistemarmi; ma trovai presso di lui vantaggi più preziosi, che mi giovarono tutta la vita, le lezioni della sana morale e le massime della retta ragione.

Nell'ordine successivo delle mie passioni e delle mie idee avevo sempre mirato troppo in alto o troppo in basso; Achille o Tersite, ora eroe ora cialtrone. Don Gaime s'incaricò di situarmi al giusto posto, e di mostrarmi a me stesso, senza risparmiarmi né sconfortarmi. Mi parlò con grande magnanimità della mia natura e delle mie doti: ma aggiunse che proprio da esse vedeva nascere gli ostacoli che mi impedivano di trarne partito; cosicché dovevano, a suo avviso, non tanto servirmi da gradini per scalare la fortuna quanto da risorse per farne a meno. Mi tracciò un quadro veritiero della vita umana, sulla quale non avevo che idee false; mi mostrò come, nell'avversità, l'uomo saggio può sempre aspirare alla felicità e correre più veloce del vento per raggiungerla; come non vi sia vera felicità senza saggozza, e come la saggozza sia d'ogni ceto sociale. Smorzò molto la mia ammirazione per la potenza, provandomi che coloro che dominano sugli altri non sono né più saggi né più felici. Mi disse una cosa che mi è tornata spesso in mente: ossia che se ogni uomo potesse leggere nei cuori di tutti gli altri, vi sarebbe più gente che desidererebbe scendere di quanta aspiri a salire. Questa riflessione, di una verità che colpisce, e che non ha nulla d'esagerato, mi fu di grande utilità nel corso della vita per farmi restare pacificamente al posto mio. Egli mi diede le prime vere idee dell'onestà, che il mio genio ampolloso aveva colto solo nei suoi eccessi. Mi fece capire che l'entusiasmo per le virtù sublimi era poco diffuso nella società; che lanciandosi troppo in lato si è facili alle cadute; che la continuità dei piccoli doveri costantemente adempiuti non chiede meno forza delle azioni eroiche; che se ne traeva miglior profitto per l'onore e la felicità; e che vale infinitamente di più godere sempre la stima degli uomini che, eccezionalmente, la loro ammirazione.

Per definire i doveri dell'uomo, bisognava per forza risalire alla loro origine. D'altronde, il passo appena compiuto, e di cui la mia presente condizione era la conseguenza, ci condusse a parlare di religione. Il lettore avrà già intuito che l'onesto don Gaime è, almeno in gran parte, l'originale del vicario savoiardo. Solo che, costretto dalla prudenza a esprimersi con maggior riserbo, si spiegò meno apertamente su alcuni punti; ma per il resto le sue massime, i suoi sentimenti, le sue opinioni, furono gli stessi, e persino il consiglio di tornarmene in patria, tutto fu come poi l'ho pubblicamente riferito. Così, senza dilungarmi su discorsi di cui ciascuno può attingere la sostanza, dirò che le sue lezioni, sagge ma dapprima senza effetto, posero nel mio cuore un germe di virtù e di religione che non vi si estinse mai e che non aspettava, per dare i suoi frutti, che le cure di una mano più amata.

Benché allora la mia conversione fosse poco salda, nondimeno ne fui commosso. Anziché annoiarmi dei suoi discorsi, presi gusto alla loro chiarezza, alla loro semplicità, e soprattutto a una certa affettuosa simpatia di cui li sentivo pervasi. Ho l'anima amorosa, e mi sono sempre affezionato alle persone meno in rapporto al bene che mi hanno fatto che al bene che mi hanno voluto, e su questo il mio intuito non mi inganna mai. Così mi affezionai veramente a don Gaime; ero per così dire il suo secondo discepolo; e la cosa per il momento mi offerse il bene inestimabile di distogliermi dalla china del vizio dove la mia pigrizia mi trascinava.

Un giorno, quando meno ci pensavo, vennero a cercarmi a nome del conte di La Roque. A forza di andare a casa sua senza riuscire a parlargli, mi ero stancato, e non ci andavo più: credetti che mi avesse dimenticato, o che gli fossero rimaste cattive impressioni di me. Mi sbagliavo. Era stato più d'una volta testimone del piacere con cui adempivo ai miei doveri al servizio di sua zia; ne aveva parlato persino con lei, e me lo ricordò quando io stesso non ci pensavo più. Mi accolse bene, mi disse che, senza lusingarmi con vaghe promesse, aveva cercato di sistemarmi, che vi era riuscito, e che mi dava l'opportunità di diventare qualcuno: stava a me fare il resto. La casa dove mi raccomandava era potente e considerata, non avevo bisogno d'altri protettori per andare avanti, e benché sulle prime trattato come semplice domestico, quale ero stato fin lì, potevo contare che se per i miei sentimenti e la mia condotta mi avessero giudicato superiore a quello stato, erano disposti a non impormelo come limite.

La conclusione del discorso castigò amaramente le splendide speranze che l'esordio mi aveva date. «Ma come: sempre lacchè?» dissi dentro di me, con un amaro dispetto che la fiducia cancellò in un momento. Mi sentivo troppo poco adatto a quel posto per temere che mi ci lasciassero.

Mi accompagnò dal conte di Govone, primo scudiero della regina, e capo dell'illustre casata dei Solaro. L'aria dignitosa di quel rispettabile vegliardo mi rese più toccante l'affabilità con cui m'accolse. Mi interrogò con interesse, e gli risposi con sincerità. Disse al conte di La Roque che avevo una fisionomia piacevole e che prometteva un certo ingegno; gli pareva che in effetti non ne mancassi, ma non bastava, e bisognava vedere il resto. Rivolgendosi quindi a me: «Ragazzo mio,» mi disse, «in tutte le cose l'inizio è quasi sempre duro; ma il vostro non lo sarà troppo. Siate saggio e cercate di piacere a tutti, qui; ecco, per ora, l'unico vostro impegno: per il resto, coraggio: si avrà cura di voi.» Subito andammo da sua nuora, la marchesa di Breglio, e mi presentò a lei, poi a suo figlio, l'abate di Govone. L'inizio mi parve di buon auspicio. Ne sapevo abbastanza per sincerarmi che non si usano tante cerimonie per ricevere un lacchè. Infatti, non fui trattato come tale. Ebbi un posto alla tavola dei domestici, ma non mi imposero nessuna livrea e quando il conte di Favria, giovane sventato, volle farmi montare in serpa, dietro la sua carrozza, il nonno mi proibì di salire su qualsiasi carrozza, o di pormi al seguito di chicchessia, fuori di casa. Nondimeno, servivo a tavola, e all'interno svolgevo pressappoco le mansioni di un lacchè; ma, in qualche modo, lo facevo liberamente, senza essere nominalmente addetto a nessuno. Tranne qualche lettera che mi si dettava, e qualche immagine che il conte di Favria mi faceva ritagliare, ero quasi padrone di tutto il mio tempo durante la giornata. Questa prova, di cui non mi rendevo conto, era certamente insidiosissima, e neppure troppo umana, poiché tutto quell'ozio poteva indurmi a vizi che altrimenti non avrei contratti.

Ma fortunatamente non fu così. Il magistero di don Gaime si era impresso nel mio cuore, e vi presi un tal gusto che qualche volta scappai di casa per andare ad ascoltarlo ancora. Penso che chi m'avesse visto uscire così furtivamente, non avrebbe immaginato dove andassi. Nulla di più sensato dei consigli che egli mi dette per la mia condotta. I miei esordi furono ammirevoli; ero di una assiduità, di una attenzione, di uno zelo, che incantavano tutti. L'abate Gaime mi aveva saggiamente ammonito di moderare il mio primo fervore, per timore che si affievolisse e che ne tenessero conto. «Il vostro esordio,» disse, «dà la misura di quanto esigeranno: cercate di regolarvi in modo da fare di più in seguito, ma badate a non fare mai meno.»

Non avendomi affatto esaminato nelle mie piccole capacità e non attribuendomi che quelle elargitemi dalla natura, non pareva che, nonostante quanto aveva lasciato intendere il conte di Govone, si pensasse di trarre da me qualche profitto. Sopravvenne qualche affare sfortunato; e quasi si dimenticarono di me. Il marchese di Breglio, figlio del conte di Govone, era allora ambasciatore a Vienna. Si produssero a Corte movimenti che ebbero ripercussioni in famiglia e per qualche settimana si visse in un'agitazione che non lasciava il tempo di badare a me. Tuttavia fino a quel momento non mi ero troppo lasciato andare. Una cosa mi fece del bene e del male, e m'allontanò da ogni dissipazione esteriore, anche se mi rese un po' più distratto nei miei doveri.

La signorina di Breglio era una giovanetta press'a poco della mia età, ben fatta, piuttosto bella, bianchissima, con capelli nerissimi, e, benché bruna, recando sul viso quella dolce espressione delle bionde alla quale il mio cuore non ha mai resistito. L'abito di Corte, che tanto dona alle giovinette, sottolineava la sua graziosa figura, metteva in evidenza il seno e le spalle, e rendeva la sua carnagione anche più splendida nel lutto che allora si portava. Si obietterà che non spetta a un domestico avvedersi di tante belle cose. Senza dubbio, avevo torto, ma ciò m'impediva di accorgermene, e non ero il solo. Il maggiordomo e i camerieri ne parlavano qualche volta a tavola con una trivialità che mi faceva soffrire. La testa non mi girava però al punto di essere innamorato sul serio. Non dimenticavo chi fossi, stavo al mio posto, e i miei stessi desideri non si concedevano libertà. Mi piaceva vedere la signorina di Breglio, ascoltarla dire qualche frase che svelava intelligenza, buon senso, onestà: la mia ambizione, limitata al piacere di servirla, non andava al di là dei miei diritti. A tavola ero attento a cercare l'occasione per farli valere. Se il suo lacchè lasciava un istante la sua sedia, mi si vedeva subito al suo posto; altrimenti mi mettevo di fronte a lei. Cercavo nei suoi occhi quanto stava per chiedere, spiavo il momento di cambiarle il piatto. Che cosa non avrei fatto perché si degnasse d'ordinarmi qualcosa, guardarmi, dirmi una sola parola; ma nulla: avevo la mortificazione di non essere nessuno per lei, non s'accorgeva neppure della mia presenza. Tuttavia, suo fratello, che a volte mi rivolgeva la parola a tavola, avendomi detto un giorno non so che frase poco gentile, si ebbe da parte mia una risposta così fine e ben girata, che ella la colse e mi lanciò uno sguardo. Quell'occhiata, un lampo, non mancò di inebriarmi. Il giorno dopo, si presentò l'occasione di strapparne una seconda, e ne approfittai. Si dava quel giorno un pranzo di gala dove, per la prima volta, con mia somma meraviglia vidi il maggiordomo servire con la spada al fianco e il cappello in capo. Per caso il discorso cadde sul blasone della famiglia Solaro, che figurava sulla tappezzeria col motto: Tel fiert que ne tu pas. Poiché i Piemontesi non sono per solito profondi conoscitori del francese, qualcuno scoprì in quel motto un errore di ortografia, e disse che alla parola fiert non occorreva nessuna t.

Il vecchio conte di Govone stava per rispondere; ma avendo posato gli occhi su di me, si accorse che sorridevo senza osare dir nulla: mi ordinò di parlare. Dissi che non credevo che la t fosse di troppo, che fiert era un'antica parola francese che deriva dal sostantivo ferus, fiero, minaccioso, ma dalla voce verbale ferit, colpisce, ferisce; e che dunque il motto non mi pareva significare «taluno minaccia», ma «taluno colpisce e non uccide».

Mi guardavano tutti e si guardavano senza fiatare. Non s'era mai visto un simile stupore. Ma la cosa che più mi lusingò fu l'aria di soddisfazione che vidi chiaramente sul volto della signorina di Breglio. Quella creatura così orgogliosa si degnò di lanciarmi un secondo sguardo che valeva almeno quanto il primo; poi volgendo gli occhi verso il nonno, sembrò attendere con una specie di impazienza la lode che mi doveva, e che egli mi concesse infatti così piena e incondizionata e con un'espressione tanto soddisfatta che tutti i commensali si affrettarono a fargli coro. Il momento fu breve, ma delizioso per ogni aspetto. Fu uno di quei momenti troppo rari che rimettono le cose al loro naturale ordine, e vendicano il merito avvilito dagli oltraggi della sorte. Qualche minuto più tardi, la signorina di Breglio, levando di nuovo gli occhi su di me, mi pregò, con voce insieme timida e affabile, di versarle da bere. Si giudichi se la feci attendere; ma avvicinandola fui colto da un tale tremito, che avendo troppo colmato il bicchiere, in parte sparsi l'acqua sul piatto e persino su di lei. Suo fratello mi chiese scioccamente come mai tremassi così. La domanda non giovò a rianimarmi, e la signorina di Breglio arrossì fino al bianco degli occhi.

Qui il romanzo finisce, dove si noterà, come già con la signora Basile, e come per tutto il seguito della mia vita, che non sono fortunato nella conclusione dei miei amori. Mi affezionai inutilmente all'anticamera della signora di Breglio: non ottenni più un solo segno d'attenzione da parte di sua figlia. Usciva e rientrava senza guardarmi, e io osavo appena alzare gli occhi su di lei. Ero persino così stupido e maldestro che un giorno in cui, passando, ella aveva lasciato cadere un guanto, anziché lanciarmi su quel guanto che avrei voluto coprire di baci, non osai muovermi dal mio posto, e lasciai che lo raccogliesse un tangheraccio di servo che volentieri avrei massacrato. Per intimidirmi senza scampo, mi accorsi che non avevo la fortuna di piacere alla signora di Breglio. Non solo non mi ordinava mai nulla, ma neppure gradiva i miei servigi; e due volte, trovandomi nella sua anticamera, mi chiese in tono secchissimo se non avevo di meglio da fare. Bisognò rinunciare a quella cara anticamera. Dapprima mi rincrebbe, ma sopraggiunsero nuove distrazioni, e in breve smisi di pensarci.

Ebbi di che consolarmi del disdegno della signora di Breglio grazie alle gentilezze di suo suocero, che finalmente si accorse della mia presenza. La sera stessa della cena che ho descritto, ebbe con me una conversazione di mezz'ora; ne parve soddisfatto ed io estasiato. Quel buon vecchio, benché uomo d'ingegno, non era all'altezza della signora di Vercelli, ma d'una più viscerale sensibilità, e con lui mi andò meglio. Mi suggerì di accostarmi all'abate Govone, suo figlio, che mi aveva preso in simpatia; e quella simpatia, se sapevo trarne profitto, poteva tornarmi utile, aiutandomi ad acquisire quanto mi mancava per le mire che si avevano sul mio futuro. Il giorno dopo volai dal signor abate. Non mi accolse come un semplice domestico: mi invitò a sedere accanto al caminetto e, interrogandomi con la più grande affabilità, s'accorse subito che la mia educazione, avviata su tante cose, non era in nessuna matura. Scoprendo ch'ero debole soprattutto in latino, si ripromise di colmare le lacune. Concordammo che sarei andato da lui ogni mattina, e il giorno appresso già cominciai. Così, per una di quelle stranezze che spesso ricorrevano nella mia esistenza, a un tempo al di sopra e al di sotto della mia condizione sociale, mi trovavo ad essere nella stessa casa discepolo e servo, e nella mia servitù godevo nondimeno d'un precettore di tale rango da essere adatto soltanto a figli di re.

L'abate di Govone era un cadetto destinato dalla famiglia all'episcopato, e per questo motivo i suoi studi erano stati più estesi e più approfonditi di quanto avvenga normalmente per i giovani nobili. L'avevano mandato all'Università di Siena, dov'era rimasto parecchi anni e di dove era tornato con una dose di purismo cruscante più che sufficiente per farne, a Torino, press'a poco ciò che a Parigi un tempo era l'abate di Dangeau. La nausea della teologia l'aveva sospinto nell'amore per le lettere, cosa molto frequente in Italia in chi percorre la carriera prelatizia. Aveva letto a fondo i poeti, e componeva discreti versi in latino e in italiano. In poche parole aveva il buon gusto che occorreva per formare il mio e mettere un po' d'ordine nel guazzabuglio di cui m'ero infarcita la testa. Ma, o perché le mie chiacchiere gli avessero dato qualche illusione sul mio sapere, o perché non potesse sopportare la noia del latino scolastico, mi portò fin dall'inizio troppo in alto: appena m'ebbe fatto tradurre qualche favola di Fedro, subito mi lanciò in Virgilio, dove non raccapezzavo quasi nulla. Era mio destino, come poi si vedrà, ristudiare più volte da capo il latino, e non saperlo mai. Tuttavia lavoravo con un certo zelo, e il signor abate mi prodigava le premure con una bontà il cui ricordo ancora m'intenerisce. Passavo con lui buona parte della mattina, sia per la mia istruzione che per il suo servizio; non per accudire alla sua persona, giacché non tollerò mai che me ne occupassi, ma per scrivere quanto mi dettava e per copiare; e la mansione di segretario mi fu più utile di quella di scolaro. Non solo imparai così l'italiano nella sua purezza, ma acquistai il gusto della letteratura e qualche discernimento nella scelta dei buoni libri, come certo non si poteva dalla Tribu, e che poi mi servì molto, quando cominciai a lavorare da solo.

Fu questo il periodo della mia vita nel quale, senza troppe fantasie romanzesche, più ragionevolmente potevo abbandonarmi alla speranza di riuscire. Il signor abate, contentissimo di me, lo diceva a tutti, e suo padre aveva concepito per me un affetto così straordinario che, come il conte di Favria mi riferì, aveva parlato di me al re. Persino la signora di Breglio aveva smesso il suo disdegno. Insomma divenni in casa una specie di favorito, con grande gelosia degli altri domestici che vedendomi onorato dall'insegnamento del figlio del padrone, si accorgevano bene di come non sarei rimasto a lungo loro pari.

Da quanto ho potuto giudicare dei progetti che si nutrivano al mio riguardo, da qualche parola colta a volo a cui non posi mente che a cose fatte, m'è parso d'intuire che la casa dei Solaro, volendo seguire la carriera delle ambasciate, e forse aprirsi da lontano quella del ministero, sarebbe stata ben lieta di coltivarsi in anticipo un elemento dotato di merito e di qualità e che, dipendendo esclusivamente dalla famiglia, avrebbe potuto poi conquistarne la fiducia e servirla utilmente. Il progetto del conte di Govone era nobile, giudizioso, magnanimo, degno davvero di un gran signore munifico e previdente: ma, a parte il fatto che non ne intendevo, allora, tutta l'importanza, era troppo sensato per la mia testa, e richiedeva un assoggettamento troppo lungo. La mia folle ambizione non cercava la fortuna che attraverso le avventure, e in tutto questo non vedendo incanto di donna, quella via al successo mi sembrava lenta, faticosa e triste; mentre avrei dovuto trovarla più onorevole e sicura quanto meno vi si immischiavano le donne, giacché il tipo di merito da esse protetto non vale certamente quello che mi si attribuiva.

Procedeva tutto a meraviglia. Avevo ottenuto, quasi strappato, la stima di tutti: le prove erano finite, e generalmente mi consideravano in casa come un giovane di luminose speranze, che non era al posto suo ma ci si aspettava di vederlo conquistare. Ma il mio posto non era quello che mi avevano assegnato gli uomini, e dovevo pervenirvi per strade ben diverse. Tocco qui un tratto caratteristico della mia personalità, che basta presentare al lettore senza ulteriori commenti.

Pur essendovi a Torino molti nuovi convertiti della mia specie, non mi andavano a genio e non avevo mai voluto vederne alcuno. Ma avevo incontrato alcuni Ginevrini non convertiti, tra gli altri un certo Mussard, soprannominato Torcicollo, miniaturista e mio parente alla lontana. Questo Mussard scoprì la mia dimora presso il conte di Govone, e venne a farmi visita in compagnia di un altro Ginevrino di nome Bâcle, del quale ero stato collega durante l'apprendistato. Bâcle era un ragazzo spassosissimo, pieno di allegria e di buffe trovate che la sua età rendeva piacevoli. Eccomi di punto in bianco infatuato del signor Bâcle, ma infatuato da non poterlo più lasciare. Presto sarebbe ripartito per Ginevra. Che perdita, per me! Ne avvertivo tutta la gravità. Per godermi a fondo almeno il tempo che m'era concesso, non me ne staccai più, o piuttosto non si staccò più lui da me, poiché la testa non mi girò, in principio, fino al punto di uscire di casa e passare le giornate con lui senza permesso. Ma, ben presto, vedendo che mi stava completamente stregando, gli chiusero la porta in faccia, e io me la presi tanto che, dimenticando tutto tranne il mio amico Bâcle, non andavo più né dal signor abate, né dal signor conte, né mi vedevano più in casa. Mi ammannirono rimproveri che non ascoltai. Minacciarono di licenziarmi. La minaccia fu la mia rovina: mi fece intravvedere la possibilità che Bâcle non se ne andasse solo. Da quel momento, non vidi altro piacere, altra sorte, altra felicità che quella di un simile viaggio, e non vi vedevo che l'ineffabile gioia del viaggio, a termine del quale, per giunta, intravvedevo l'immagine della signora di Warens, ma in una lontananza immensa; poiché a tornare non ci pensavo neppure. I monti, i prati, i boschi, i ruscelli, i villaggi, si susseguivano senza fine sempre con nuovi incanti; quel meraviglioso percorso sembrava dovesse assorbire la mia intera vita. Ricordavo con delizia quanto quel viaggio m'era parso incantevole nel venire. Che cosa non sarebbe stato se a tutto il fascino dell'indipendenza si fosse aggiunto quello di far la strada con un compagno della mia età, di mio gusto e di umore allegro, senza disagi, senza doveri, senza costrizione, senza obbligo di andare o stare se non a nostro piacimento! Bisognava esser pazzi per sacrificare una fortuna simile a progetti ambiziosi di lenta, difficile e incerta attuazione, i quali, posto che un giorno si realizzassero, con tutto il loro splendore non valevano un quarto d'ora di autentica gioia e di libertà nella giovinezza.

Tutto preso da quella saggia fantasia, seppi condurmi tanto bene che alla fine riuscii a farmi scacciare, e in verità non fu affatto facile. Una sera, rincasando, il maggiordomo mi comunicò il mio licenziamento da parte del signor conte. Era precisamente quanto cercavo; perché intuendo mio malgrado la stravaganza della mia condotta, vi aggiungevo, per scusarmi, l'ingiustizia e l'ingratitudine, credendo di mettere così gli altri dalla parte del torto, e di giustificarmi ai miei stessi occhi con il pretesto di una decisione presa per necessità. Da parte del conte di Favria, mi fu detto di andare a parlargli il mattino dopo, prima di partire; e poiché si capiva che in quello stato di confusione ero capace di non farne nulla, il maggiordomo rimandò a dopo quella visita il versamento di un po' di denaro che mi era stato destinato, e che sicuramente avevo assai mal guadagnato: non volendo lasciarmi nella condizione di domestico, non m'avevano fissato un salario.

Il conte di Favria, per giovane e stordito che fosse, mi rivolse in quell'occasione i discorsi più assennati, e oserei quasi dire i più affettuosi, tanto seppe espormi in modo lusinghiero e commovente le premure di suo zio e le intenzioni del nonno. Alla fine, dopo avermi messo vivamente dinanzi agli occhi quanto sacrificavo per correre alla mia rovina, mi offrì di fare la pace, esigendo come sola condizione che non vedessi più lo sciagurato che mi aveva sedotto.

Era così chiaro che non parlava a titolo personale, che malgrado il mio stupido accecamento, sentii tutta la grande bontà del mio vecchio padrone, e ne fui commosso: ma il caro viaggio era troppo impresso nella mia immaginazione perché nulla riuscisse a bilanciarne il fascino. Ero completamente fuori di senno: mi ripresi, mi irrigidii, feci l'orgoglioso e risposi con arroganza che, visto che mi avevano messo alla porta, quella porta avrei preso, non era più tempo di tornare indietro, e che qualsiasi cosa dovesse capitarmi nella vita, ero ben deciso a non farmi scacciare due volte da una casa. Allora quel giovane, giustamente irritato, mi affibbiò gli epiteti che meritavo, mi cacciò fuori dalla sua stanza per le spalle, e mi chiuse la porta alla schiena. Io me ne uscii trionfante, come se avessi riportato la più grandiosa vittoria, e per paura di dover sostenere una seconda battaglia, ebbi l'improntitudine di partire senza andare dal signor abate a ringraziarlo delle sue bontà.

Per valutare sin dove giungesse in quel momento il mio delirio, bisognerebbe sapere a qual punto il mio cuore è facile a infiammarsi delle più piccole cose, e con quale forza si tuffa nell'immaginazione dell'oggetto che lo ammalia, per vano che sia tante volte quell'oggetto. I piani più bizzarri, più infantili, più pazzi, vengono a carezzare la mia idea favorita e a mostrarmi quanto sia ragionevole abbandonarmici. Si potrebbe mai credere che all'età di diciannove anni quasi compiuti sia possibile fondare su un'ampolla vuota la speranza di sussistere per il resto dei giorni? Orbene, ascoltate.

L'abate di Govone mi aveva regalato qualche settimana prima una piccola e graziosissima fontana di Erone, di cui ero entusiasta. A forza di giocare con la fontana e di parlare del nostro viaggio, pensammo, il saggio Bâcle e io, che la prima avrebbe potuto soccorrere all'altro, e servire a prolungarlo. Che cosa c'era al mondo di più strano di una fontana di Erone? Questa convinzione fu la base sulla quale fondammo la fabbrica della nostra fortuna. In ogni villaggio avremmo adunato folle di contadini attorno alla nostra fontana, e là pranzi e prelibatezze sarebbero piovuti con tanta maggiore abbondanza quanto più si era entrambi convinti che i cibi non costano nulla a chi li raccoglie; e che se i villani non ne colmano i passanti è solo per cattiva volontà. Dovunque immaginavamo festini e bagordi, calcolando che, senza sborsare altro che l'aria dei nostri polmoni e l'acqua della nostra fontana, essa ci avrebbe spesato in Piemonte, in Savoia, in Francia e in tutto il mondo. Facevamo progetti di viaggi senza fine, e dirigevamo prima di tutto la nostra corsa a nord, più per il piacere di valicare le Alpi che per la supposta necessità di fermarci in qualche luogo.

Tale fu il piano col quale mi misi in cammino, abbandonando senza rimpianto il mio protettore, il mio precettore, i miei studi, le speranze e l'attesa di una fortuna quasi certa, per iniziare un'autentica esistenza di vagabondo. Addio capitale, addio corte, ambizione, vanità, amore, belle donne e tutte le grandi avventure la cui speranza mi aveva condotto lì, l'anno prima. Parto con la mia fontanella e il mio amico Bâcle, la borsa quasi asciutta, ma il cuore traboccante di gioia, non sognando altro che godere di quella felicità vagabonda cui avevo di colpo ridotto i miei splendidi progetti.

Feci quello stravagante viaggio quasi piacevolmente quanto avevo previsto, e però non del tutto secondo i piani: la nostra fontana divertiva sì nelle osterie, per qualche momento, locandiere e servette, ma non ci esimeva dal pagare uscendo. Non ci turbammo affatto per così poco: pensavamo di trarre pieno profitto dalla nostra risorsa solo quando il denaro fosse venuto a mancarci. Un incidente ci evitò questa pena: la fontana si ruppe nei pressi di Bramans; ed era tempo, poiché sentivamo, senza il coraggio di confessarlo, che cominciava ad annoiarci. L'incidente ci rallegrò più di prima, e ridemmo di cuore della nostra balordaggine, d'esserci dimenticati che abiti e scarpe si sarebbero consumati, o d'aver creduto di rinnovarli con lo zampillo della nostra fontana. Continuammo il viaggio allegramente come l'avevamo iniziato, ma filando un po' più dritto verso la meta dove la nostra borsa, ormai agli sgoccioli, ci imponeva di arrivare.

A Chambéry cominciai a preoccuparmi non della corbelleria commessa - mai uomo prese così prontamente e decisamente partito rispetto al passato -, ma dell'accoglienza che mi avrebbe fatta la signora di Warens: consideravo infatti la sua casa esattamente come la casa paterna. Le avevo scritto della mia assunzione al servizio del conte di Govone; sapeva in quali condizioni ci stavo, e felicitandomi, mi aveva dato saggissimi consigli su come ripagare le bontà che mi venivano elargite. Ella vedeva la mia fortuna assicurata, se non l'avessi distrutta con le mie mani. Che cosa avrebbe detto vedendomi arrivare? Non mi passò neppure per la mente che potesse chiudermi la porta; ma temevo il dispiacere che le avrei dato, temevo le sue rampogne, più dure per me della miseria. Decisi di sopportare ogni cosa in silenzio, e di tentare di tutto per placarla. Non vedevo che lei sola, al mondo; vivere in sua disgrazia era per me inconcepibile.

Il mio compagno di viaggio soprattutto mi preoccupava: non intendevo imporle anche il suo peso e però temevo di non potermene sbarazzare agevolmente. Preparai la separazione mostrandomi piuttosto freddo con lui l'ultimo giorno. Il furbacchione capì; era più matto che sciocco. Temetti che si sarebbe offeso della mia costanza; mi sbagliai: il mio amico Bâcle non si offendeva di nulla. Entrando ad Annecy, avevamo appena messo piede in città, che mi disse: «Eccoti a casa,» mi abbracciò, mi disse addio, e con una piroetta scomparve. Non ho più udito parlare di lui. Conoscenza e amicizia durarono in tutto fra noi sei settimane circa, ma le conseguenze dureranno quanto la mia vita.

Come mi batteva il cuore avvicinandomi alla casa della signora di Warens! Mi tremavano le gambe, mi si velavano gli occhi, non vedevo più nulla, non udivo nulla, non avrei riconosciuto nessuno; fui costretto a soffermarmi più volte per riprendere fiato e sensi. Era forse la paura di non ottenere gli aiuti di cui avevo bisogno a turbarmi così? A quell'età, la paura di morire di fame può incutere tanta angoscia? No, no; lo dico con sincerità pari alla fierezza, mai in alcun momento della mia vita interesse o indigenza ebbero il potere di aprirmi o di serrarmi il cuore. Nel corso di tutta un'esistenza irregolare e memorabile per le sue vicissitudini, sovente senza tetto e senza pane, sempre ho guardato con occhio eguale opulenza e miseria. All'occorrenza, avrei potuto mendicare o rubare come chiunque altro, ma non spaventarmi d'essere ridotto a tali estremi. Pochi uomini hanno sofferto quanto me, pochi hanno versato tante lacrime in vita loro; ma la povertà o il timore di cadervi non m'hanno mai strappato né un sospiro né una lacrima. La mia anima alla prova della fortuna, non ha conosciuto veri beni o veri mali fuorché quelli che da essa dipendono, e proprio quando nulla di necessario mi è mancato mi sono sentito il più infelice dei mortali.

Non appena comparvi agli occhi della signora di Warens, la sua espressione mi rassicurò. Trasalii al primo suono della sua voce; mi precipito ai suoi piedi e, negli slanci della gioia più viva, premo appassionatamente la mia bocca sulla sua mano. Quanto a lei, ignoro se già avesse avuto mie notizie; ma lessi scarsa sorpresa sul suo viso; e nessuna traccia di malcontento. «Povero piccolo», mi disse con voce carezzevole, «eccoti dunque di nuovo. Lo sapevo che eri troppo giovane per quel viaggio. Sono contenta che almeno non sia andato male come temevo.» Poi mi fece raccontare la mia storia, che non fu lunga, e che riferii scrupolosamente, pur sopprimendo qualche particolare, ma per il resto senza né risparmiarmi né scusarmi.

Si parlò del mio alloggio. Consultò la cameriera. Non osavo respirare durante tale deliberazione; ma quando capii che avrei dormito in quella casa, a stento mi contenni, e vidi portare il mio fagotto nella stanza che mi era destinata press'a poco come Saint-Preux vide riporre la sua carrozza nella rimessa della signora di Wolmar. Ebbi per giunta il piacere d'apprendere che quel favore non sarebbe stato temporaneo, e in un momento che mi credevano a tutt'altro occupato, udii che lei diceva: «Dicano quel che vogliono, ma poiché la provvidenza me lo rimanda, sono ben decisa a non abbandonarlo.»

Ed eccomi finalmente installato in casa sua. Questa sistemazione non fu però quella ancora di cui conto i giorni felici della mia vita, ma giovò a prepararla. Sebbene la sensibilità di cuore che ci fa veramente godere di noi sia opera della natura, e forse un prodotto dell'organizzazione, essa abbisogna di situazioni che ne favoriscano il fiorire. Senza queste cause occasionali, un uomo nato sensibilissimo non sentirebbe nulla, e morirebbe senza aver conosciuto il suo vero essere. Tale ero stato press'a poco sin lì, e tale sarei forse rimasto se non avessi mai conosciuto la signora di Warens, o se, avendola conosciuta, non avessi vissuto con lei abbastanza a lungo da contrarre la dolce abitudine dei sentimenti affettuosi che mi ispirò. Oserò dirlo: chi non prova che l'amore non sente ciò che di più dolce esiste nella vita. Io conobbi un altro sentimento, meno impetuoso forse, ma mille volte più delizioso, che talvolta si unisce all'amore e che sovente se ne distacca. Questo sentimento non è la semplice amicizia; è più voluttuoso, più tenero: non so immaginare che si possa provarlo per qualcuno del medesimo sesso; nondimeno io fui amico, se mai uomo lo fu, e non lo provai per nessuno dei miei amici. Tutto questo non è chiaro, ma lo diverrà in seguito; i sentimenti non si descrivono bene che attraverso i loro effetti.

Ella abitava una vecchia casa, ma grande abbastanza per disporre d'una bella camera di riserva, di cui usava come stanza per gli ospiti, e dove fui alloggiato. La camera si affacciava sul passaggio di cui ho già parlato, dove avvenne il nostro primo incontro, e di là del ruscello e dei giardini appariva la campagna. Quello spettacolo non era indifferente per il giovane che l'abitava. Dopo Bossey, era la prima volta che avevo il verde davanti alle finestre. Oppresso sempre da muri, avevo avuto sotto gli occhi solo tetti o grigiore di strade. Come sentii la novità e quanto mi fu dolce! La mia disposizione a intenerirmi ancor più se ne accrebbe. Facevo del paesaggio incantevole un altro beneficio della mia cara patrona: mi sembrava che l'avesse messo lì lei, espressamente per me; mi ci adagiavo quietamente accanto a lei, la vedevo dappertutto tra i fiori e il verde, le grazie della primavera e di lei si confondevano ai miei occhi. Il mio cuore, fino allora oppresso, trovava nuovo spazio in quella vastità; esalavo i miei sospiri più liberamente tra quei frutteti.

Nella casa della signora di Warens non si trovava la magnificenza che avevo visto a Torino; ma un nitore, una decenza, un'abbondanza patriarcale cui mai si vede unito il fasto. Non abbondava d'argenteria, non aveva porcellane, né selvaggina in dispensa, né vini esotici in cantina; ma l'una e l'altra erano ben fornite al servizio di tutti, e nelle tazze di ceramica offriva un caffè eccellente. Chiunque venisse a trovarla, era invitato a pranzo con lei o alla sua mensa; e mai operaio, messaggero o viandante usciva da quella casa senza bere o mangiare. La servitù consisteva in una cameriera di Friburgo abbastanza carina, Merceret, in un domestico del suo paese, Claude Anet, di cui parlerò in seguito, in una cuoca e in due portantini a nolo quando usciva in visita, il che avveniva di rado. Molto, per una rendita di duemila lire; eppure quella piccola rendita, se bene amministrata, sarebbe potuta bastare a tutto in un paese dove la terra è generosa e il denaro rarissimo. Sfortunatamente l'economia non fu mai la sua virtù favorita: ella s'indebitava, pagava, il denaro faceva la spola e tutto andava in fumo.

Il modo come era organizzata la casa era esattamente quello che avrei scelto io: si può immaginare se non ne approfittai con piacere. Meno mi piaceva l'obbligo di restare molto a lungo a tavola. Ella mal sopportava il primo effluvio della minestra e della pietanza; quell'odore la faceva quasi svenire, e il disgusto durava a lungo. Si riprendeva a poco a poco, conversava e non mangiava. Solo dopo una mezz'ora assaggiava il primo boccone. In quell'intervallo avrei pranzato tre volte; il mio pasto finiva molto prima che lei iniziasse il suo. Ricominciavo per tenerle compagnia; così mangiavo per due, e non ne trovavo certo danno. Mi abbandonavo insomma al dolce sentimento di benessere che accanto a lei m'avvolgeva, quanto più in quel benessere di cui godevo non s'insinuava inquietudine alcuna sui mezzi per sostenerlo. Non ancora introdotto all'intima conoscenza dei suoi affari, li supponevo in condizione di procedere nel costante equilibrio. In seguito, ritrovai in casa sua gli stessi piaceri; ma, più consapevole della reale situazione, e sapendo come eccedessero le sue rendite, non li gustai più così tranquillamente. La preveggenza ha sempre turbato in me la gioia. Ho guardato all'avvenire come a un processo in pura perdita; e non ho mai potuto evitarlo.

Sin dal primo giorno la più tenera familiarità si stabilì tra noi al medesimo livello sul quale continuò per tutto il resto della sua esistenza. «Piccolo» fu il mio nome, e «Mamma» il suo, e sempre restammo «Piccolo» e «Mamma», anche quando il numero degli anni ebbe quasi cancellato la differenza fra noi. Penso che quei due nomi rendano a meraviglia l'idea del nostro tono, la semplicità dei nostri modi, e soprattutto il rapporto dei nostri cuori. Ella fu per me la più tenera delle madri; non cercò mai il suo piacere ma sempre il mio bene, e se i sensi entrarono nel mio affetto per lei, non fu per mutarne la natura, ma solo per renderlo più squisito, per inebriarmi dell'incanto d'avere una mamma giovane e graziosa che m'era delizioso accarezzare: e dico accarezzare nel senso più letterale, poiché mai pensò di lesinarmi i baci e le più tenere carezze materne, e mai sfiorò il mio cuore l'idea d'abusarne. Si obietterà che alla fine abbiamo avuto relazioni d'altra natura, ne convengo, ma bisogna aspettare: non posso dire tutto in una volta.

Lo sguardo del nostro primo incontro fu l'unico momento di autentica passione che ella m'abbia mai fatto provare; ma anche quel momento fu essenzialmente opera della sorpresa. I miei sguardi indiscreti non frugarono mai sotto il suo scialle, benché una mal nascosta rotondità avesse potuto in quel punto attirarli. Accanto a lei non provavo né slanci trascinanti né desideri; mi sentivo in una meravigliosa calma godendo non sapevo di che. Avrei trascorso così la mia vita e tutta l'eternità senza un momento di noia. È la sola persona con la quale non abbia mai avvertito quell'aridità del dialogo che è per me un supplizio sopportare. I nostri conversari a tu per tu erano non tanto colloqui quanto un cicaleccio inesauribile che per cessare aveva bisogno d'essere interrotto. Anziché farmi un dovere di parlare, mi toccava impormi di tacere. A forza di rimuginare i suoi progetti, ella cadeva spesso nella fantasticheria. Ebbene, io la lasciavo sognare, tacevo, la contemplavo, e mi sentivo il più felice degli uomini. Avevo un altro singolarissimo vezzo. Pur senza esigere il privilegio di star soli insieme, non mi stancavo di carcarlo, e ne godevo con una passione che degenerava in furore quando gli importuni venivano a turbarlo. Appena arrivava qualcuno, uomo o donna che fosse, me ne andavo borbottando, non potendo sopportare di restare come terzo accanto a lei. Contavo in anticamera ogni minuto, mille volte maledicendo quegli eterni visitatori, e non riuscivo a concepire che cosa avessero mai da dire, giacché io avevo da dire ben di più.

Avvertivo tutta la forza del mio affetto per lei solo quando non la vedevo. Se la vedevo, non ero che contento; ma l'inquietudine che mi coglieva in sua assenza arrivava ad essere dolorosa. Il bisogno di viverle vicino mi dava impeti di tenerezza che sovente giungevano alle lacrime. Ricorderò sempre un giorno di gran festa, lei era ai vespri, e io andai a passeggiare fuori città, il cuore colmo della sua immagine e dell'ardente desiderio di passare i miei giorni al suo fianco. Avevo sufficiente buon senso per rendermi conto che, al presente, ciò non era realizzabile, e che una felicità che gustavo tanto sarebbe stata breve. Il mio fantasticare si tingeva così d'una tristezza che nulla aveva tuttavia di cupo, e che una lusinghiera speranza temperava. Il suono delle campane, che sempre mi ha stranamente commosso, il canto degli uccelli, la bellezza del giorno, la dolcezza del paesaggio, le sparse case campestri dove idealmente situavo la nostra comune dimora, tutto ciò mi infondeva una commozione così viva, tenera, malinconica e toccante, che mi vidi come in estasi trasportato in quel felice tempo e in quel beato soggiorno in cui il mio cuore, padrone d'ogni felicità che potesse desiderare, la godeva in rapimenti ineffabili, senza nemmeno pensare alla voluttà dei sensi. Non ricordo d'essermi mai lanciato verso l'avvenire con più forza e illusione d'allora; e ciò che più mi colpì nel ricordo di quel sogno, quando finalmente si avverò, fu di ritrovare alcuni oggetti esattamente come li avevo immaginati. Se mai il sogno di un uomo desto ebbe la sembianza d'una visione profetica, certamente fu quello. Fui deluso solo nella sua durata: giacché se in esso i giorni, gli anni, e la vita intiera trascorrevano in una quiete inalterabile, in effetti tutto ciò non durò che un momento. Ahimè! La mia più durevole felicità la provai in sogno. Il suo compimento fu quasi immediatamente seguito dal risveglio.

Non finirei mai se m'addentrassi nei particolari di tutte le follie che il ricordo di quella diletta Mamma mi induceva a fare quando ero lontano dai suoi occhi. Quante volte ho baciato il mio letto sognando che lei vi aveva dormito; le tendine, tutti i mobili della mia camera, pensando ch'erano suoi, che la sua bella mano li aveva toccati; il pavimento stesso, sul quale mi prosternavo pensando che vi aveva camminato! Persino in sua presenza, a volte, mi sfuggivano stranezze che solo l'amore più violento sembrava potesse ispirare. Un giorno, a tavola, nel momento in cui aveva portato un boccone tra le labbra, esclamai che vi vedevo uh capello: lei ributtò il boccone sul piatto; io lo afferrai avidamente e lo inghiottii. In una parola, tra me e il più appassionato amante non correva che una sola ma essenziale differenza; che rende il mio stato quasi razionalmente inconcepibile. Ero tornato dall'Italia non esattamente come vi ero andato, ma come forse alla mia età mai se n'è tornati. Ne avevo riportato non la mia verginità, ma il mio pulzellaggio. Avevo avvertito il progredire degli anni; il mio irrequieto temperamento s'era infine rivelato e la sua prima eruzione, del tutto involontaria, aveva gettato sulla mia salute ombre d'ansia che dipingono meglio di tutto l'innocenza nella quale ero vissuto fin lì. Presto rassicurato, conobbi quel pericoloso surrogato che inganna la natura e risparmia ai giovani della mia indole parecchi disordini, a spese della loro salute, del loro vigore, e talvolta della loro vita. Quel vizio che vergogna e timidezza trovarono così comodo, ha di più una grande attrattiva sulle immaginazioni vivaci: quella di disporre, per così dire, a loro piacimento, di tutto il sesso, e di assoggettare alle loro voglie la bellezza che li tenta senza bisogno di consenso. Sedotto da quel funesto vantaggio, lavoravo a distruggere la buona costituzione che la natura mi aveva dato e cui avevo lasciato il tempo di ben formarsi. A questa disposizione si aggiunga la situazione in cui venivo a trovarmi: alloggiato in casa di una bella donna, accarezzandone l'immagine in fondo al mio cuore, vedendola di continuo durante la giornata; circondato la sera d'oggetti che me la ricordavano, coricato in un letto dove sapevo che aveva dormito. Quanti stimoli! Il lettore che se li raffigura mi considera già mezzo morto. E invece, quel che mi doveva perdere fu precisamente quanto mi salvò, almeno per qualche tempo. Inebriato dall'incanto di vivere vicino a lei, dal desiderio ardente di trascorrervi i miei giorni, vedevo sempre in lei, assente o presente, una tenera madre, una cara sorella, una deliziosa amica, e nulla più. La vedevo sempre così, sempre la stessa, e non vedevo che lei. La sua immagine, sempre presente al mio cuore, non vi lasciava posto a nessun'altra; lei era per me l'unica donna che esistesse al mondo, e l'estrema dolcezza dei sentimenti che mi ispirava, non lasciando ai miei sensi il tempo di destarsi per altri, mi garantiva da lei e da tutto il suo sesso. In una parola, ero saggio perché l'amavo. Considerati questi effetti, che rendo così male, dica chi può di quale specie fosse il mio affetto per lei. Quanto a me, quel che posso dirne è che se già appare qualcosa di straordinario, poi lo sembrerà ancor di più. |[continua]|

|[LIBRO TERZO, 2]|

Trascorrevo il mio tempo nel modo più piacevole, occupato dalle cose che meno mi piacevano. Si trattava di progetti da redigere, di memorie da ricopiare, di ricette da trascrivere; e ancora erbe da triturare, droghe da pestare, alambicchi da governare. Attraverso tutto questo capitavano turbe di viandanti, di mendicanti, di visite di ogni genere. Bisognava intrattenere in una sola volta un soldato, uno speziale, un canonico, una bella donna, un frate laico. Inveivo, borbottavo, bestemmiavo, spedivo al diavolo quella maledetta folla. Quanto alla signora di Warens, che tutto prendeva allegramente, rideva dei miei furori fino alle lacrime, e ciò che ancor più la faceva ridere era vedermi tanto più furibondo quantomeno riuscivo a trattenermi io stesso dal ridere. Quei brevi intervalli in cui avevo il piacere di grugnire erano incantevoli, e se sopraggiungeva nel mezzo della discussione un altro importuno, lei sapeva approfittarne per divertirsi, prolungando maliziosamente la visita e lanciandomi sguardi per i quali l'avrei picchiata con piacere. Faticava a non scoppiare in una risata vedendomi lì, costretto e trattenuto dalla buona creanza, lanciandole occhiate da invasato, mentre in fondo al cuore, e a dispetto di me stesso, tutto ciò mi appariva comicissimo.

Tutto questo, pur senza piacermi per sé, mi divertiva, perché faceva parte di un modo di vivere che mi seduceva. Nulla di quanto accadeva intorno a me, nulla di ciò che mi si faceva fare era di mio gusto, ma tutto secondo il mio cuore. Credo che avrei finito per amare la medicina, se il disgusto che ne provavo non avesse animato scenette amene, che ci divertivano continuamente; forse per la prima volta quell'arte produsse simili effetti. Pretendevo di riconoscere a fiuto un libro di medicina, e divertente è che mi sbagliavo di rado. Ella mi faceva assaggiare le droghe più detestabili. Avevo un bel fuggire o tentare di difendermi: malgrado la mia resistenza e le mie orrende boccacce, malgrado la mia volontà e l'opposizione dei miei denti, quando vedevo quelle dita leggiadre avvicinarsi tutte impiastricciate alle mie labbra, bisognava che le aprissi e che succhiassi. Quando il suo piccolo mondo casalingo si trovava tutto riunito nella stessa stanza, a sentirci correre e gridare tra scoppi di risa, si sarebbe creduto che si recitasse qualche farsa, e non già che si fabbricasse dell'oppiato o un elisir.

Il mio tempo non trascorreva però tutto intiero in quelle monellerie. Avevo trovato alcuni libri nella stanza che occupavo: lo Spettatore, Puffendorf, Saint-Èvremond, la Henriade. Pur non avendo più la mia antica smania di lettura, leggevo per passatempo un po' di tutto questo. Lo Spettatore soprattutto mi piacque molto, e mi giovò. L'abate di Govone mi aveva insegnato a leggere meno avidamente e con maggiore riflessione; la lettura mi nutriva meglio. Mi educavo a riflettere sull'elocuzione, sull'eleganza delle costruzioni, mi esercitavo a distinguere il francese puro dai miei idiomi provinciali. Per esempio, fui corretto da un errore di ortografia, che commettevo come tutti i Ginevrini, da questi due versi della Henriade:

Soit qu'un ancien respect pour le sang de leurs maitres

Parlât encor pour lui dans le coeur de ces traîtes.

La parola parlât, che mi colpì, m'insegnò che la terza persona del congiuntivo voleva una t, mentre prima scrivevo e pronunciavo parla, come al passato remoto dell'indicativo.

A volte conversavo delle mie letture con Mamma, a volte leggevo accanto a lei; vi provavo un piacere profondo; mi esercitavo a legger bene, e questo mi fu molto utile. Ho già detto che lei aveva un ingegno ornato: era allora nel suo pieno fiorire. Parecchi uomini di lettere s'erano impegnati a piacerle, e le avevano insegnato a giudicare delle opere di cultura. Ella aveva, se così posso esprimermi, un gusto un po' protestante; non parlava che di Bayle, e faceva gran conto di Saint-Èvremond, che da molto tempo in Francia era morto. Ma questo non le impediva di conoscere la buona letteratura, e di saperne parlare benissimo. Era stata allevata in società elette; e venuta in Savoia ancor giovane, aveva perduto nel contatto incantevole con la nobiltà del paese il tono manierato del cantone di Vaud, dove le donne confondono il bello spirito con lo spirito di società, e non sanno parlare che per epigrammi.

Benché avesse visto la Corte solo di sfuggita, il rapido sguardo che vi aveva gettato le era bastato per conoscerla. Vi conservò sempre degli amici, e a dispetto di segrete gelosie e dei mormorii suscitati dalla sua condotta e dai suoi debiti, non perdette mai la sua pensione. Aveva esperienza del mondo e quello spirito di riflessione che fa trarre profitto da questa esperienza. Era il soggetto favorito delle sue conversazioni; e viste le mie idee chimeriche, era esattamente il tipo di insegnamento di cui più avevo bisogno. Leggevamo insieme La Bruyère: le piaceva più che La Rochefoucauld, scrittore triste e desolante, soprattutto in gioventù, quando non s'ama veder l'uomo com'è. Quando moraleggiava, ella si perdeva un po' nelle nuvole, a volte; ma baciandole di quando in quando la bocca o le mani, attingevo pazienza e le sue divagazioni non mi annoiavano.

Quella vita era troppo dolce perché potesse durare. Lo sentivo, e l'inquietudine di vederla finire era la sola cosa che ne turbasse la gioia. Pur tra i nostri scherzi, Mamma mi studiava, mi osservava, m'interrogava, e costruiva per il mio avvenire una quantità di progetti di cui avrei fatto a meno volentieri. Per fortuna, non bastava conoscere le mie inclinazioni, i miei gusti, le mie piccole capacità: bisognava trovare o far nascere le occasioni di trarne profitto, e tutto questo non poteva essere questione d'un giorno. I preconcetti stessi che la poverina concepiva in favore dei miei meriti allontanavano il momento di metterli alla prova, rendendo più difficile la scelta dei mezzi. Tutto procedeva insomma secondo i miei desideri, grazie alla buona opinione che lei aveva di me: ma bisognò cambiar tutto, e da quel momento addio tranquillità. Venne a trovarla un suo parente, certo signor d'Aubonne. Era un uomo d'ingegno vivace, intrigante, come lei con il genio d'intrecciare progetti, ma che non lo portavano affatto a disastri: una specie di avventuriero. Aveva da poco proposto al cardinale di Fleury un complicatissimo progetto di lotteria, che non era piaciuto. Ora si recava a proporlo alla corte di Torino, dove esso fu adottato e messo in pratica. Restò qualche tempo ad. Annecy, e si innamorò della signora Intendente, persona di gran fascino, che piaceva molto anche a me, ed era la sola che vedessi con piacere in casa di Mamma. Il signore d'Aubonne mi conobbe, la sua parente gli parlò di me: egli si premurò di esaminarmi, vedere a che cosa fossi adatto, e se trovava in me della stoffa, di cercarmi una sistemazione.

La signora di Warens mi mandò da lui due o tre mattine di seguito, col pretesto di qualche commissione, e senza avvertirmi di nulla. Egli fu abilissimo nel farmi chiacchierare, familiarizzò con me, mi mise il più possibile a mio agio, mi parlò di bagatelle e d'ogni genere d'argomenti, tutto senza mostrare d'osservarmi, senza la minima affettazione, come se, divertendosi con me, avesse voluto conversare senza impacci. Ne ero affascinato. Il risultato delle sue osservazioni fu che, nonostante quanto promettessero il mio aspetto e la mia espressione vivace, ero, se non del tutto inetto, quanto meno un ragazzotto di scarso ingegno, privo d'idee, quasi senza istruzione, in poche parole limitatissimo sotto ogni riguardo, e che l'onore di diventare un giorno curato di villaggio era il traguardo più alto cui potessi aspirare. Tale il giudizio che comunicò alla signora di Warens. Era la seconda o terza volta che mi si giudicava in quel modo: non fu l'ultima, e la sentenza del signor Masseron fu spesso confermata.

La causa di simili giudizi è troppo legata al mio carattere perché non senta qui il bisogno di spiegarla: in coscienza si capisce bene che non posso sinceramente sottoscrivervi, e pur con tutta l'imparzialità possibile, checché abbiano detto i signori Masseron, d'Aubonne e tanti altri, non posso prenderli in parola.

Due cose pressoché inconciliabili s'uniscono in me senza che io possa spiegarmi come: un temperamento focosissimo passioni vive, impetuose, e una lentezza a nascere d'idee, impacciate, che non si svegliano mai che a cose fatte. Si direbbe che il mio cuore e la mia intelligenza non appartengano al medesimo individuo. Il sentimento, più rapido del lampo, mi inonda l'animo, ma anziché illuminarmi, mi brucia e mi abbaglia. Sento tutto e non vedo nulla. Sono irruento, ma stupido; mi occorre il sangue freddo per pensare. Lo strano è che mi soccorre, nondimeno, un tatto abbastanza sicuro, penetrazione, persino acume, purché mi si dia tempo: se ne dispongo, sono capace di eccellenti improvvisazioni, ma sull'istante non ho mai fatto né detto nulla che valga. Saprei tenere una piacevolissima conversazione per lettera, come si dice che gli spagnoli giochino a scacchi. Quando lessi l'aneddoto di un duca di Savoia che già lontano sul cammino del ritorno si volse a gridare: a Alla vostra gola, mercante di Parigi», mi dissi: «Eccomi dipinto.»

Questa lentezza nel pensare, unita alla vivacità del sentire, non l'ho soltanto nella conversazione, ma anche da solo e quando lavoro. Le idee si organizzano nella mia testa con incredibile fatica: vi circolano sordamente, vi fermentano sino ad agitarmi, ad affocarmi, a darmi palpitazioni; e immerso in tutta questa emozione, non vedo nulla nitidamente, non saprei scrivere una parola, bisogna che aspetti. A poco a poco, questo gran movimento s'acquieta, il caos si dipana, ogni cosa va al suo posto, ma lentamente, e dopo una lunga e confusa agitazione. Avete mai visto l'opera in Italia? Durante i cambiamenti di scena regna in quei grandi teatri un fastidioso disordine, che si protrae a lungo; tutti gli scenari sono mescolati insieme, ovunque si vede un trambusto penoso, c'è da credere che tutto vada a rotoli: eppure, a poco a poco tutto si organizza, non manca nulla, e si resta sorpresi dello spettacolo meraviglioso, che scaturisce dall'interminabile scompiglio. È quanto press'a poco accade nel mio cervello quando voglio scrivere. Se avessi saputo prima attendere e poi descrivere nella loro bellezza le cose che così vi si sono dipinte, pochi autori mi avrebbero superato.

Di qui viene l'estrema difficoltà che incontro nello scrivere. I miei manoscritti, raschiati, imbrattati, disordinati, indecifrabili, attestano la pena che mi sono costati. Non ce n'è uno che non abbia dovuto trascrivere quattro o cinque volte prima di affidarlo alle stampe. Non ho mai saputo combinar niente con la penna in mano di fronte al tavolino e alla carta bianca: è solo passeggiando, in mezzo a rocce e boschi, è di notte nel mio letto o durante le mie insonnie, che io scrivo nel mio cervello. Si può giudicare con quale lentezza, specie per un uomo assolutamente privo di memoria verbale, e che in vita sua non ha potuto tenere a mente sei versi. Taluni dei miei periodi me li sono girati e rigirati nella testa per cinque o sei notti, prima che potessero essere posti sulla carta.

Di qui deriva anche come riesca meglio nelle opere che esigono elaborazione piuttosto che in quelle affidate a una certa lievità, come le lettere, genere di cui non ho mai afferrato il giusto tono, e occupazione che è per me un supplizio. Mai che una lettera, anche sui più futili argomenti, non mi costi ore di fatica; oppure, se voglio scrivere di getto quel che mi viene, non so da che parte cominciare e dove finire. La mia lettera è un lungo e confuso sproloquio; leggendola, mi si capisce appena.

Le idee non mi costano solo a esprimerle, ma anche a assimilarle. Ho studiato gli uomini, e mi ritengo un buon osservatore: eppure, non so vedere nulla di ciò che scorgo, vedo bene soltanto nel ricordo, e l'ingegno mi è vivo solo nelle memorie. Di tutto quanto si dice, si fa, o avviene alla mia presenza, io non sento nulla, non comprendo nulla. L'aspetto esteriore è il solo che mi colpisca. Ma poi tutto mi torna in mente: ricordo il luogo, il tempo, il tono, lo sguardo, il gesto, la circostanza; nulla mi sfugge. Allora, da quanto si è fatto o detto, desumo quanto si è pensato, e di rado mi sbaglio.

Così poco padrone della mia mente quando sono solo con me stesso, si giudichi come devo essere nella conversazione, dove per parlare a proposito occorre pensare mille cose insieme e subito. La sola idea di tante convenienze, delle quali già son certo di dimenticarne più d'una, basta per intimidirmi. Non capisco nemmeno come si osi parlare in un circolo, giacché ad ogni parola bisognerebbe passare in rassegna tutti i presenti, bisognerebbe conoscere il carattere di tutti, sapere le loro storie, per essere sicuri di non dire nulla che possa offendere qualcuno. In questo, chi vive in società ha un grande vantaggio: sapendo meglio che cosa tacere, è più sicuro di ciò che dice; eppure accade ugualemnte che sfuggano sortite balorde. Si pensi a chi vi piove come dal cielo: gli è quasi impossibile parlare un minuto solo impunemente A tu per tu, c'è un altro inconveniente che trovo anche peggiore, la necessità di parlare sempre: se l'altro parla si deve rispondere, e se non apre bocca bisogna ravvivare la conversazione. Quest'insopportabile costrizione sarebbe bastata a disgustarmi della mondanità. Non esiste per me imbarazzo più atroce che l'obbligo di parlare a comando e a getto continuo. Non so se questo dipenda dalla mia mortale avversione per ogni sorta di asservimento; ma basta che io debba parlare a tutti i costi perché infallibilmente esca in un'idiozia.

Ancor più esiziale è che, invece di tacere quando non ho nulla da dire, proprio allora, per liberarmi più in fretta dal debito, mi prende la smania di parlare. Mi affretto a balbettare prontamente parole senza idee, felicissimo se non significano assolutamente nulla. Volendo vincere o nascondere la mia inettitudine, evito di rado d'esibirla. Tra mille esempi che potrei citare, ne scelgo uno che non risale alla mia giovinezza, ma ad un tempo in cui, essendo vissuto parecchi anni in società, avrei dovuto assumerne lo stile e il tono, se la cosa fosse stata possibile. Stavo una sera in compagnia di due grandi dame e d'un uomo che posso nominare: il duca di Gontaut. Non c'era nessun altro nella stanza, ed io mi sforzavo di contribuire con qualche parola, Dio sa quali! a una conversazione tra quattro persone, tre delle quali non avevano certo bisogno del mio supplemento. La padrona di casa si fece portare un oppiato che usava prendere un paio di volte al giorno per il suo stomaco. L'altra dama, vedendola fare una smorfia, disse ridendo: «È forse l'oppiato del dottor Tronchin?» a Non credo,» rispose la prima nello stesso tono. a Credo che non valga affatto di più,» intervenne galante lo spiritoso Rousseau. Rimasero tutti interdetti; non sfuggì una parola, un sorriso, e un istante dopo la conversazione prese un'altra piega. Detta a un'altra persona, la balordaggine avrebbe potuto suonare spiritosa; ma rivolta a una donna troppo amabile per non aver fatto un po' parlare di sé, e che assolutamente non avevo intenzione di offendere, era terribile; e credo che i due testimoni, l'uomo e la donna, dovettero faticare a contenersi. Ecco quali piacevolezze mi sfuggirono per voler parlare senza aver nulla da dire. Difficilmente dimenticherò quell'episodio, giacché, oltre ad essere in sé memorabile, sono convinto che abbia avuto conseguenze che me lo ricordano fin troppo spesso.

Credo che tanto basti a far capire come, pur non essendo uno sciocco, sono sovente passato per tale, anche agli occhi di persone capaci di giudizio: tanto più sfortunato quanto la mia fisionomia e il mio sguardo promettono di più, e questa aspettativa frustrata rende più sorprendente il rilevarsi della mia stupidità. La precisazione, nata da un'occasione particolare, non è inutile a quanto seguirà. In essa è la chiave di tante stravaganze che la gente mi ha visto fare e che attribuisce a un umore selvatico che non m'appartiene. La società mi piacerebbe come a chiunque altro, se non fossi sicuro di apparirvi non solo negli aspetti più sfavorevoli, ma del tutto diverso da come sono. Il partito che ho preso di scrivere e di nascondermi è esattamente quello che mi conveniva. Me presente, non si sarebbe mai saputo quanto valgo, non lo si sarebbe neppure supposto; ed è quanto è accaduto alla signora Dupin, benché donna d'ingegno e quantunque sia vissuto in casa sua molti anni. Me l'ha detto più volte lei stessa, dopo d'allora. Del resto, tutto ciò è suscettibile di qualche eccezione, sulle quali tornerò più avanti.

Stabilite in questa misura le mie capacità, delineato così lo stato che mi confaceva, per la seconda volta non si trattò che di soddisfare la mia vocazione. La difficoltà stava nel non aver compiuto i miei studi, e nel latino che non sapevo neppure abbastanza per fare il prete. La signora di Warens pensò di farmi studiare qualche tempo in seminario. Ne parlò al superiore. Era un lazzarista di nome Gros, bravo ometto, mezzo guercio, magro, brizzolato, il lazzarista più spiritoso e meno pedante che abbia conosciuto, e non è molto, in verità.

Veniva qualche volta a trovare Mamma, che lo accoglieva, lo accarezzava, lo stuzzicava persino, e si faceva talvolta allacciare il corsetto da lui, incarico che egli assumeva piuttosto volentieri. Mentre si adoperava alla funzione, lei correva di qua e di là per la stanza, facendo ora questo ora quello. Trascinato dal laccio, il signor Superiore le trottava dietro brontolando, e ripetendo ogni momento: «Ma signora, stia ferma dunque.» Era una scenetta abbastanza pittoresca.

Il signor Gros si prestò di cuore al progetto di Mamma. S'accontentò di una retta modicissima, e s'incaricò della mia istruzione. Mancava solo il consenso del Vescovo, che non solo l'accordò, ma volle pagare la retta lui stesso. Permise anche che restassi in abito laico, finché un esame non consentisse di giudicare quali risultati si potessero sperare.

Che cambiamento! Dovetti assoggettarmi. Andai in seminario come sarei andato al supplizio. Che triste dimora un seminario, per chi soprattutto esce da quella di una donna adorabile! Vi portai un solo libro, che avevo pregato Mamma di prestarmi, e che mi fu di grande aiuto. Non si indovinerà che genere di libro fosse: un libro di musica. Fra le doti che ella aveva coltivato, non era stata dimenticata la musica. Aveva un po' di voce, cantava discretamente, e suonava un poco il clavicembalo. Aveva avuto la compiacenza di darmi qualche lezione di canto, e bisognò cominciare di lontano, giacché appena conoscevo le note dei nostri salmi. Otto o dieci lezioni femminili, e molto discontinue, nonché mettermi in condizione di solfeggiare, non mi insegnarono un quarto della scrittura musicale. Tuttavia avevo una tale passione per quell'arte, che volevo tentare d'esercitarmi da solo. Il libro che portai non era nemmeno dei più facili: erano le cantate di Clérambault. Si capirà quali fossero la mia applicazione e la mia ostinazione quando dirò che, senza conoscere né trasposizione né quantità, riuscii a decifrare e cantare senza errori il primo recitativo e la prima aria della cantata di Alfeo e Aretusa, anche se è vero che quell'aria è così ben scandita che basta recitarne i versi con la loro misura per trovarvi quella della musica.

C'era al seminario un maledetto lazzarista che doveva iniziarmi, e che mi fece prendere in odio il latino che intendeva insegnarmi. Aveva capelli incollati, lustri e neri, un viso di pan pepato, una voce da butalo, uno sguardo da gufo, setole di cinghiale per barba; il sorriso era sardonico, le membra si muovevano come quelle di un manichino: ho dimenticato il suo odioso nome; ma la sua fisionomia obbrobriosa e melliflua mi è rimasta ben impressa, e stento a ricordarla senza fremere. Mi sembra d'incontrarlo ancora nei corridoi, mentre sporge graziosamente la sua lercia berretta per farmi segno d'entrare nella sua stanza, per me più spaventosa di una segreta. Si pensi al contrasto di un simile maestro per il discepolo di un abate di corte!

Se fossi rimasto due mesi alla mercé di quel mostro, sono convinto che il mio cervello non avrebbe resistito. Ma il buon signor Gros, accortosi di quant'ero triste, di come non mangiavo e smagrivo, intuì la causa della mia afflizione, cosa non difficile. Mi sottrasse alle grinfie della mia belva, e per un contrasto ancora più spiccato, mi affidò al più dolce degli uomini: un giovane abate del Faucigny, di nome Gatier, che studiava in seminario e che, per compiacere il signor Gros, e io credo anche per umanità, volle distogliere ai suoi studi il tempo per guidare i miei. Non ho mai visto fisionomia più toccante di quella del signor Gatier. Era biondo, con la barba che dava sul rosso; aveva il contegno abituale alla gente della sua provincia, che, sotto un'apparenza grezza, nasconde molto ingegno; ma ciò che davvero spiccava in lui era l'animo sensibile, affettuoso, amorevole. Aveva nei grandi occhi blu un misto di dolcezza, di tenerezza e di malinconia, tanto che non si poteva vederlo senza sentirsene attratti. Dallo sguardo, dai modi di quel povero giovane, si sarebbe detto che prevedesse il suo destino, e che si sentiva nato per essere infelice.

Il suo carattere non smentiva la sua fisionomia: pieno di pazienza e di comprensione, sembrava che studiasse insieme a me piuttosto che istruirmi. Non occorreva tanto per farmelo amare: il suo predecessore aveva reso la cosa facilissima. Tuttavia, malgrado il tempo che mi dedicava, nonostante la buona volontà che mettevamo entrambi e lo slancio del suo impegno, pur lavorando molto progredivo ben poco. È strano come, pur dotato di una certa intelligenza, non abbia mai saputo imparare qualcosa con i maestri; ad eccezione di mio padre e del signor Lambercier. Quel poco che so, l'ho imparato da solo, come si vedrà. Insofferente d'ogni specie di giogo, il mio intelletto non si assoggetta alla legge del momento; il timore stesso di non apprendere mi impedisce di stare attento; per paura di spazientire chi mi parla, fingo di capire, lui prosegue e io mi perdo. Il mio intelletto vuol marciare al suo ritmo, non può sottomettersi a quello altrui.

Venuto il tempo delle ordinazioni, il signor Gatier se ne tornò diacono alla sua provincia. Portò con sé il mio rimpianto, il mio affetto, la mia riconoscenza. Formulai per lui voti che non sono stati esauditi più di quelli fatti per me stesso. Qualche anno dopo seppi che, essendo vicario in una parrocchia, aveva avuto un figlio da una ragazza, l'unica di cui, col suo tenerissimo cuore, fosse mai stato innamorato. Fu uno scandalo spaventoso, in una diocesi amministrata con molto rigore. I preti, per buona regola, devono far figli solo con maritate. Per aver violato questa convenienza, fu messo in prigione, diffamato, scacciato. Non so se abbia potuto, in seguito, rifarsi, ma il sentimento della sua iattura, profondamente impresso nel mio cuore, mi tornò in mente quando scrissi l'Emilio, e fondendo insieme il signor Gatier e il signor Gaime feci di quei due degni preti il modello del Vicario savoiardo. Mi lusingo che l'imitazione non abbia fatto torto agli originali.

Mentre ero in seminario, il signor d'Aubonne fu costretto a lasciare Annecy. Il signor Intendente decise che non era bello che amoreggiasse con sua moglie. Era come voler fare il cane dell'ortolano, perché, pur essendo la signora Corvesi attraente, egli viveva in pessimi rapporti con lei: dei gusti oltremontani gliela rendevano inutile, e la trattava con tale brutalità che si parlò di separazione. Il signor Corvesi era un uomo sgradevole, nero come una talpa e cattivo come una civetta, e a forza di vessazioni finì per farsi cacciare anche lui. Si dice che i Provenzali si vendichino dei loro nemici con canzonette: il signor d'Aubonne si vendicò con una commedia e la mandò alla signora di Warens, che me la fece leggere. Mi piacque, e mi ispirò l'idea di scriverne una per saggiare se ero poi così stupido come l'autore di quella aveva decretato. Ma fu solo a Chambéry che misi a segno il progetto, scrivendo l'Amante di se stesso. Sicché, quando nella prefazione di quella commedia ho detto d'averla scritta a diciott'anni, ho mentito un po' sulla data.

Press'a poco a quel periodo risale un avvenimento poco significativo per sé, ma che ebbe per me qualche strascico, e che ha fatto scalpore in società quando già l'avevo dimenticato. Una volta alla settimana avevo il permesso di uscire; non ho bisogno di spiegare che uso ne facessi. Una domenica stavo con Mamma e prese fuoco un edificio dei Francescani, attiguo alla sua casa. L'edificio, dove tenevano il forno, era zeppo di fascine secche. Tutto andò a fuoco in un lampo: la casa correva un pericolo estremo avvolta dalle fiamme che il vento vi portava. Fummo costretti a sloggiare in tutta fretta e a trasportare i mobili in giardino, che era di fronte alle mie finestre d'un tempo e al di là del ruscello di cui parlai. Ero così sconvolto che gettavo senza badarci dalla finestra tutto ciò che mi veniva a tiro, persino un grosso mortaio di pietra che in altra occasione avrei faticato a sollevare. Ero sul punto di buttar giù allo stesso modo un grande specchio, se qualcuno non mi avesse trattenuto. Il buon vescovo, che quel giorno era venuto in visita da Mamma, non restò neppure lui con le mani in mano: la condusse in giardino, dove si mise a pregare insieme con lei e con quanti vi si trovavano; così, arrivando poco dopo, vidi tutti in ginocchio e mi ci misi come gli altri. Durante la preghiera del sant'uomo il vento cambiò, ma così repentinamente e a proposito, che le fiamme che avvolgevano la casa e già penetravano dalle finestre vennero sospinte dall'altro lato del cortile, e la casa non patì danni. Due anni dopo, morto il signor di Bernex, gli Antoniani, suoi antichi confratelli, cominciarono a raccogliere le prove utili alla sua beatificazione. Su preghiera di padre Boudet, aggiunsi a quelle prove un attestato degli eventi qui narrati, e in ciò agii bene; ma dove agii male fu nello spacciare l'episodio per un miracolo. Avevo visto il vescovo in preghiera, e durante la sua preghiera il vento cambiare, e giusto in tempo: ecco quanto potevo asserire e certificare. Ma che una cosa fosse causa dell'altra, ecco quanto non dovevo sostenere, poiché non potevo saperlo. Tuttavia, per quanto possa ricordare le mie idee, essendo allora sinceramente cattolico, ero in buona fede. L'amore del meraviglioso, così naturale al cuore umano, la mia venerazione per quel virtuoso prelato, il segreto orgoglio d'avere forse contribuito io stesso al miracolo, valsero a sedurmi; e, più che certo, se quel miracolo fosse stato effetto delle preghiere più ardenti, avrei ben potuto attribuirmi la mia parte.

Più di trent'anni dopo, quando ebbi pubblicato le Lettere dalla montagna, il signor Fréron riesumò non so come quel certificato, e ne fece uso nel suo giornale. Bisogna riconoscere che la scoperta era felice, e l'uso appropriato parve anche a me divertentissimo.

Ero destinato ad essere il rifiuto di tutte le condizioni. Benché il signor Gatier avesse riferito dei miei progressi il rendiconto meno sfavorevole possibile, risultava chiaro che non erano proporzionati al mio lavoro, e la cosa non incoraggiava il proseguimento dei miei studi. Così vescovo e superiore, sfiduciati, mi restituirono alla signora di Warens come un soggetto non adatto neppure a fare il prete; abbastanza un buon ragazzo, si diceva, per il resto, e niente affatto vizioso: il che valse almeno, malgrado tanti avvilenti giudizi sul mio conto, a trattenerla dall'abbandonarmi.

Le riportai trionfante il suo libro di musica, da cui avevo tratto tanto profitto. L'aria di Alfeo e Aretusa era press'a poco tutto ciò che avevo imparato in seminario. Il mio spiccato gusto per quell'arte le suggerì l'ispirazione di farmi musicista. L'occasione era propizia: almeno una volta alla settimana in casa sua si faceva musica, e il maestro di cappella della cattedrale, che dirigeva quel piccolo concerto, veniva a trovarla spessissimo. Era Parigino, il signor Le Maître, buon compositore, vivacissimo, allegrissimo, giovane ancora, abbastanza ben fatto, non molto intelligente, ma tutto sommato buon uomo. Mamma me lo presentò, io mi affezionai a lui, e non gli dispiacevo: parlarono della retta, si accordarono. Insomma, entrai alla sua scuola, e vi trascorsi l'inverno tanto più gradevolmente in quanto, essendo la scuola a non più di venti passi dalla casa di Mamma, eravamo da lei in un momento, e cenavamo molto spesso insieme.

È facile intuire come la vita in casa del maestro, sempre tra canti e allegria con i musicisti e i ragazzi del coro, mi piacesse assai più di quella del seminario con i padri di San Lazzaro. Ma quella vita, pur essendo più libera, non era meno monotona e regolata. Ero fatto per amare l'indipendenza e non abusarne mai. Per sei mesi intieri non uscii una sola volta che per andare da Mamma o in chiesa, e nemmeno ne fui tentato. Quel periodo fu uno di quelli che ho vissuti nella più grande calma, e che ricordo con maggior piacere. Nelle situazioni diverse in cui mi sono trovato, alcune furono improntate a un sentimento tale di benessere, che rievocandole ne sono commosso come se le vivessi tuttora. Non soltanto ricordo i tempi, i luoghi, le persone, ma tutti gli oggetti che mi circondavano, e la temperatura dell'aria, e il suo odore, e il suo colore, quella particolare impressione locale che non si è fatta avvertire che là, e il cui vivo ricordo mi ci riporta di nuovo. Per esempio, tutte le cose che si ripetevano alla scuola, tutti quei canti in coro, tutto ciò che vi si faceva, l'abito nobile e bello dei canonici, le pianete dei preti, le mitre dei cantori, l'aspetto dei musicanti, un vecchio carpentiere zoppo che suonava il contrabbasso, un abatino biondo che suonava il violino, lo straccetto di sottana che, deposta la spada, il signor Le Maître indossava sull'abito laico, e la bella cotta fine di cui ne copriva i brandelli per recarsi in coro; l'orgoglio con cui andavo, stringendo il mio piccolo flauto, a insediarmi in cantoria per un breve brano di recitativo che Le Maître aveva composto espressamente per me, il buon pranzo che ci aspettava alla fine, il buon appetito che vi portavamo; questo mondo d'oggetti riportato al vivo mi ha cento volte incantato nella memoria, quanto e più che nella realtà. Ho conservato sempre un tenero affetto per una cert'aria del Conditor alme siderum che procede per giambi, perché una domenica dell'Avvento udii dal mio letto cantare quell'inno prima di giorno sulla gradinata della cattedrale, secondo un rito di quella chiesa. La signorina Merceret, cameriera di Mamma, conosceva un po' di musica; non dimenticherò mai un piccolo mottetto dell'Afferte che il signor Le Maître mi fece cantare con lei, e che la sua padrona ascoltava deliziata. Insomma, tutto, sino alla buona servetta Perrine, che era una così brava ragazza e che i chierichetti facevano tanto arrabbiare; tutto, nei ricordi di quei tempi di felicità e d'innocenza, torna spesso a estasiarmi, e a rattristarmi.

Vivevo ad Annecy da circa un anno senza dar esca al minimo biasimo; tutti erano contenti di me. Dopo la mia partenza da Torino non avevo più commesso sciocchezze, e non ne commisi finché rimasi sotto gli occhi di Mamma. Lei mi guidava, e mi guidava sempre bene; l'affetto per lei era divenuto la mia sola passione, e prova che non si trattava di una passione insensata, era il mio cuore che formava la mia ragione. Vero è che un sentimento esclusivo, assorbendo per così dire ogni mia facoltà, mi impediva di imparare alcunché, nemmeno la musica, sebbene le dedicassi tutti i miei sforzi. Ma non era colpa mia: la buona volontà c'era tutta, l'assiduità pure. Ero distratto, trasognato, sospiravo: che potevo farci? Ai miei progressi nulla mancava che dipendesse da me; ma a farmi commettere nuove follie bastava un pretesto che me le ispirasse. Il pretesto si presentò; il caso predispose le cose e, come si vedrà, la mia testa balzana ne approfittò.

Una sera del mese di febbraio, faceva molto freddo e stavamo tutti attorno al fuoco, quando udimmo bussare alla porta di strada. Perrine prende la lanterna, scende, apre; entra un giovane, sale con lei, si presenta con aria disinvolta e fa al signor Le Maître un complimento breve e forbito, dicendosi un musicista francese che le finanze precarie costringevano a suonare nelle chiese per proseguire il suo viaggio. Alle parole «musicista francese» il cuore del buon Le Maître sussultò: amava appassionatamente il suo paese e la sua arte. Accolse il giovane viandante, gli offrì l'ospitalità di cui sembrava avere un gran bisogno, venne accettato senza tanti complimenti. Lo scrutai mentre si scaldava e chiacchierava in attesa della cena. Era di statura bassa, ma largo di spalle; aveva un non so che di contraffatto nell'insieme senza deformità particolari; era per così dire un gobbo a spalle piatte, ma credo che zoppicasse un poco. Portava un abito nero più logoro che vecchio, e che cadeva a pezzi, una camicia finissima e sporchissima, bei polsini a frange ricamate, uose ciascuna delle quali avrebbe contenuto le due gambe, e per proteggersi dalla neve un cappelluccio di quelli che si portano sotto il braccio. Nella sua comica tenuta, c'era nondimeno qualcosa di nobile, e che il suo contegno non smentiva; la fisionomia appariva fine e piacevole; parlava con facilità e bene, ma con scarsissima modestia. Tutto indicava in lui un giovane dissoluto che aveva alle spalle una buona educazione, e che andava elemosinando non come un accattone ma come un folle. Ci disse di chiamarsi Venture di Villeneuve, che veniva da Parigi, che si era smarrito per strada; e dimenticando per un momento il suo ruolo di musicista, aggiunse che andava a trovare un suo parente a Grenoble, membro del parlamento.

Durante la cena, si conversò di musica, ed egli ne parlò da competente. Conosceva tutti i grandi virtuosi, tutte le opere celebri, tutti gli attori, le attrici, le belle donne, e tutti i gran signori. Pareva informato di tutto, ma appena avviato un argomento, imbrogliava il discorso con qualche battuta che faceva ridere e dimenticare quanto s'era detto. Era un sabato; il giorno dopo c'era concerto in cattedrale. Il signor Le Maître gli propone di cantarvi. «Molto volentieri.» Gli domanda quale sia la sua parte. «Contralto», e cambia discorso. Prima di andare in chiesa gli dettero la sua parte da studiare: non la degnò d'uno sguardo. La guasconata sorprese Le Maître. a Vedrete,» mi sussurrò all'orecchio, «che non sa una nota di musica.» «Temo proprio anch'io,» gli risposi. Li seguii con grande inquietudine. Quando si cominciò, mi prese un batticuore terribile, perché mi preoccupavo molto per lui.

Ebbi subito di che rassicurarmi. Cantò i suoi due recitativi con tutta la precisione e tutto il gusto immaginabili, e per giunta con una voce bellissima. Non ho mai provato sorpresa più piacevole. Dopo la messa, il signor Venture raccolse complimenti a non finire dai canonici e dai musicisti, ai quali rispose con qualche frizzo, ma sempre di buona grazia. Il signor Le Maître l'abbracciò di cuore, ed io altrettanto: egli vide com'ero contento, e parve che gli facesse piacere.

Si converrà, ne sono sicuro, che dopo essermi incapricciato di Bâcle, che tutto sommato era solo un tanghero, potessi infatuarmi del signor Venture, che dimostrava educazione, capacità, intelligenza, esperienza di mondo e che poteva considerarsi un amabile scapestrato. È giusto quanto m'accadde, e ciò che sarebbe capitato, io credo, a qualsiasi giovane al posto mio, tanto più facilmente quanto più avesse avuto un intuito più sensibile al merito e un gusto più vivo per affezionarsi; giacché Venture incontestabilmente di doti ne aveva, e ne aveva soprattutto una rarissima alla sua età, quella di non aver nessuna fretta di mostrare il prorpio valore. È vero che si vantava di molte cose che non conosceva affatto; ma di quelle che sapeva, ed erano molte, non faceva parola: attendeva l'occasione di mostrarle, se ne valeva allora con discrezione, e otteneva così il più grande effetto. Poiché soleva fermarsi, dopo ogni cosa, senza parlare del resto, non si riusciva mai a sapere quando avrebbe finito di rivelarsi. Spiritoso, spensierato, inesauribile, seducente nella conversazione, sempre sorridente senza ridere mai, diceva nello stile più elegante le cose più grossolane, e le faceva accettare. Le donne, anche le più modeste, si stupivano di ciò che le costringeva a sopportare. Avevano un bel sentire che bisognava offendersi: non ne avevano la forza. Per lui non ci volevano che ragazze perdute, e non credo fosse fatto per conquiste d'alta qualità, ma era fatto per diffondere infiniti piaceri nelle compagnie di persone che ne avessero il gusto. Era difficile che con tante piacevoli doti, in un paese dove vengono riconosciute e apprezzate, si trattenesse a lungo nella sola cerchia dei musicisti.

La mia infatuazione per il signor Venture, più ragionevole nella causa, fu anche meno stravagante negli effetti, sebbene più viva e più durevole di quella che avevo presa per Bâcle. Mi piaceva vederlo, ascoltarlo; mi sembrava incantevole tutto quel che faceva; tutte le sue parole mi apparivano oracoli; ma l'infatuazione non giungeva al punto che non potessi staccarmi da lui. Avevo vicino chi poteva proteggermi da tali eccessi. D'altra parte, pur trovando le sue massime adattissime a lui, sentivo che non erano per me; a me occorreva una voluttà d'altra specie, della quale non aveva idea e di cui non osavo nemmeno parlargli, certo che si sarebbe preso gioco di me. Eppure avrei voluto fondere questo affetto con quello che mi dominava. Ne parlavo a Mamma con entusiasmo; Le Maître gliene parlava con elogi. Ella consentì che glielo portassimo. Ma l'incontro non riuscì affatto: lui la giudicò una preziosa, lei un libertino; e, allarmandosi per me d'una così insidiosa amicizia, non solo mi proibì di ricondurlo da lei, ma mi dipinse a tinte tanto fosche i rischi che correvo con quel giovane, che divenni un po' più prudente nell'abbandonarmi, e fortunatamente per i miei costumi e per il mio cervello, fummo ben presto separati.

Il signor Le Maître aveva i gusti propri della sua arte: gli piaceva il vino. Pur essendo sobrio a tavola, quando lavorava nel suo studio gli era necessario bere. La sua domestica lo sapeva, e appena egli dava mano alla carta per comporre o afferrava il violoncello, l'istante appresso boccale e bicchiere gli comparivano accanto, e il boccale si ricolmava di tanto in tanto. Senza mai raggiungere l'ubriachezza completa, era quasi sempre brillo; e in verità era un peccato, trattandosi di un giovane essenzialmente buono, e così allegro che Mamma lo chiamava sempre gattino. Amando per sua sfortuna eccessivamente il proprio ingegno, lavorava molto e beveva altrettanto. La cosa influì sulla sua salute e alla fine sul suo carattere: a volte si mostrava ombroso e irascibile. Incapace di trivialità, o di mancar di rispetto a chicchessia, non diceva mai una parola offensiva, neppure a un suo corista; ma non bisognava del pari mancargli di rispetto, il che era giusto. Il male era che, poco perspicace, non sapeva discernere toni e caratteri, e andava spesso in furie per un niente.

L'antico capitolo di Ginevra, dove un tempo tanti principi e vescovi si facevano un onore di entrare, ha perduto nel suo esilio l'antico splendore, ma ha conservato la sua fierezza. Per esservi ammessi, occorre sempre essere gentiluomo o dottore della Sorbona, e se vi è un orgoglio perdonabile, dopo quello che deriva dal merito personale, è quello che viene dalla nascita. D'altra parte, tutti i preti che hanno laici alle loro dipendenze li trattano di solito con parecchia alterigia. È così che i canonici spesso trattavano il povero Le Maître. Il primo cantore soprattutto, l'abate di Vidonne, uomo dabbene peraltro, ma tronfio della sua nobiltà, non sempre gli destinava i riguardi che il suo ingegno meritava; e l'altro non incassava volentieri quegli spregi. Quell'anno essi ebbero, durante la settimana santa, un alterco più vivace del solito al pranzo tradizionale che il vescovo offriva ai canonici, e al quale Le Maître veniva sempre invitato. Il cantore gli usò qualche sgarbo, e gli rivolse qualche parola dura che l'altro non tollerò; decise sui due piedi di scapparsene la notte seguente, e nulla valse a distorglielo, benché la signora di Warens, cui andò a portare il suo addio, non risparmiasse sforzi per rabbonirlo. Non poté rinunciare al piacere di vendicarsi dei suoi tiranni, lasciandoli nei pasticci per le feste di Pasqua, periodo in cui si aveva maggior bisogno di lui. Ma nei pasticci si trovava lui stesso, a causa delle sue composizioni che intendeva portare con sé, cosa tutt'altro che facile: si trattava d'una cassa piuttosto grossa e pesantissima, che non si portava certo sotto il braccio.

Mamma fece quel che avrei fatto io, e ancora farei al suo posto. Dopo tanti inutili sforzi per trattenerlo, vedendolo risoluto a partire a qualsiasi costo, decise d'aiutarlo per quanto dipendeva da lei. Oso dire che era suo dovere. Le Maître s'era consacrato, per così dire, al suo servizio. Sia per quanto riguardava la sua arte, sia per le sue premure, era intieramente ai suoi ordini, e la sollecitudine con cui li eseguiva dava alla sua compiacenza un valore diverso. Ella non faceva dunque che ricambiare a un amico, in un'occasione cruciale, quanto l'altro aveva fatto per lei in mille particolari da tre o quattro anni; ma ella aveva un animo che per adempiere a simili obblighi non aveva bisogno di avvertirli per sé come tali. Mi chiamò, mi ordinò di seguire Le Maître almeno fino a Lione, e di restargli accanto finché avesse avuto bisogno di me. Mi confessò più tardi che il desiderio di allontanarmi da Venture aveva avuto il suo peso su quella decisione. Consultò Claude Anet, suo fedele domestico, per il trasporto della cassa. Costui suggerì che, anziché noleggiare ad Annecy una bestia da soma, che ci avrebbe immancabilmente traditi, bisognava, a notte fatta, trasportare la cassa a braccia fino a una certa distanza, e poi noleggiare un asino in qualche villaggio per portarla sino a Seyssel dove, trovandoci ormai in territorio francese, non avremmo più corso rischi. Il consiglio fu seguito: partimmo la sera stessa alle sette, e Mamma, col pretesto di pagare le mie spese, impinguò la borsa del povero gattino con un supplemento che non gli fu superfluo. Claude Anet, il giardiniere ed io trasportammo la cassa come potemmo fino al primo villaggio, dove un asino ci sollevò dal suo peso, e la notte stessa raggiungemmo Seyssel.

Credo di aver già osservato che vi sono periodi in cui sono così poco simile a me stesso che mi si scambierebbe per tutt'altra persona, di carattere completamente opposto. Eccone un esempio. Il signor Reydelet, curato di Seyssel, era canonico di San Pietro, quindi conoscente di Le Maître, e uno degli uomini dai quali più doveva nascondersi. Il mio parere fu, invece, di presentarci con qualche pretesto a chiedergli ospitalità, come se fossimo in viaggio col consenso del Capitolo. Le Maître apprezzò la trovata, che rendeva la sua vendetta beffarda e spassosa. Ci recammo dunque sfrontatamente dal signor Reydelet, che ci fece un'ottima accoglienza. Le Maître gli disse che andava a Belley, su preghiera del vescovo, a dirigere i concerti delle feste di Pasqua; che contava di ripassare di lì a pochi giorni; ed io, a sostegno di quella menzogna, ne infilai cento altre così verosimili che il signor Reydelet, giudicandomi un bravo ragazzo, mi prese in simpatia e mi elargì mille complimenti. Fummo nutriti e alloggiati benissimo. Il signor Reydelet non sapeva più cosa fare per noi; e ci lasciammo come i migliori amici del mondo, con la promessa che ci saremmo trattenuti più a lungo al ritorno. A malapena aspettammo d'essere soli prima di dar la stura alle nostre risate e confesso che, ripensandoci, me ne vengono ancora, perché sarebbe difficile escogitare una marioleria meglio sostenuta e più felice. Ci avrebbe tenuti allegri per tutto il viaggio, se Le Maître, che non smetteva di bere e di sragionare, non fosse stato colto due o tre volte da crisi alle quali andava soggetto sempre più di frequente, e che somigliavano molto all'epilessia. Ciò mi cacciò in tali impicci che mi spaventarono, ai quali pensai bene di sottrarmi alla prima occasione.

Ci recammo a Belley a passare le feste di Pasqua, come avevamo detto al signor Reydelet; e pur non essendo attesi, fummo ricevuti dal maestro di musica e accolti da tutti con grande piacere. Le Maître godeva di reputazione nella sua arte, e la meritava. Il maestro di musica di Belley sfoggiò le sue migliori composizioni, e cercò l'approvazione di un giudice tanto stimato: Le Maître, infatti, oltre ad essere un intenditore, era equanime, nient'affatto geloso e tanto meno adulatore. Era tanto al di sopra di tutti quei maestri di provincia, e lo capivano essi stessi così bene, da considerarlo, più che collega, come il loro capo.

Dopo quattro o cinque giorni di piacevolissimo soggiorno a Belley, ripartimmo, e il nostro viaggio proseguì senza altri incidenti oltre a quelli che ho appena narrato. A Lione, alloggiammo a Notre-Dame-de-Pitié, aspettando la cassa che, grazie a un'altra bugia, avevamo imbarcata sul Rodano a cura del nostro buon patrono Reydelet. Le Maître si recò a visitare i suoi conoscenti, fra i quali padre Caton, francescano, di cui si parlerà in seguito, e l'abate Dortan, conte di Lione. Lo accolsero entrambi bene; ma come si vedrà lo tradirono: la sua fortuna s'era eclissata in casa del signor Reydelet.

Due giorni dopo il nostro arrivo a Lione, passando per una stradina non lontana dal nostro albergo, Le Maître fu sorpreso da una delle sue crisi, questa volta così violenta che ne fui terrorizzato. Gridai, invocai soccorso, detti il nome dell'albergo e supplicai che ve lo portassero; poi, mentre la gente si affollava e si dava da fare intorno a un uomo caduto privo di sensi e schiumante in mezzo alla strada, l'unico amico sul quale potesse contare lo abbandonò. Colsi l'istante in cui nessuno badava a me; girai l'angolo e scomparvi. Grazie al cielo, sono al termine di questa terza penosa confessione. Se me ne restassero molte altre, abbandonerei l'impresa iniziata.

Di quanto ho detto finora, qualche traccia è rimasta nei luoghi dove ho vissuto; ma quanto ho da dire nel libro seguente, è quasi del tutto ignorato. Sono le più folli stravaganze della mia vita, ed è una fortuna che non siano finite peggio. Ma la mia testa, accordata sul registro di uno strumento alieno, era uscita dal suo diapason: vi tornò da sola, e allora smisi le mie pazzie, o quanto meno ne commisi altre più in armonia con la mia natura. Di tutta la mia giovinezza, questo è il periodo su cui ho le idee più confuse. Quasi nulla vi accadde che appassionasse talmente il mio cuore da riportarmene vivo il ricordo, e difficilmente potrò evitare, in tanto andare e tornare, in tanti successivi spostamenti, qualche trasposizione di tempi o di luoghi. Scrivo assolutamente a memoria, senza testimonianze, senza materiali che possano ravvivarmela. Ci sono avvenimenti della mia vita che mi sono presenti come se fossero appena accaduti; ma ci sono vuoti e lacune che non posso colmare se non con racconti confusi quanto i ricordi che ne conservo. Ho dunque potuto commettere, a volte, errori, e altri potrei commetterne su qualche inezia, fino al tempo in cui dispongo su me stesso di informazioni più sicure; ma in ciò che veramente sostanzia l'argomento, sono certo di essere esatto e fedele, come cercherò d'esserlo sempre in tutto: su questo si può contare.

Appena abbandonato Le Maître, la mia decisione fu presa, e ripartii per Annecy. Lo scopo e il mistero della nostra partenza avevano suscitato in me un grande interesse per la sicurezza della nostra fuga, e questa preoccupazione, assorbendomi interamente, m'aveva per qualche giorno distratto da quella che mi richiamava indietro; ma appena la sicurezza cessò di occupare i miei pensieri, il sentimento dominante riprese il sopravvento. Nulla mi attraeva, nulla mi tentava, non avevo desiderio che di tornare vicino a Mamma. La tenerezza e la verità del mio affetto per lei avevano sradicato dal mio cuore tutti i progetti fantastici, tutte le follie dell'ambizione. Non vedevo altra felicità che quella di viverle accanto, e non muovevo un passo senza sentire che m'allontanavo da quella felicità. Vi tornai, dunque, appena mi fu possibile. Il mio ritorno fu così rapido e la mia mente così assorta che, pur ricordando con tanto piacere tutti gli altri miei viaggi, di quello non ho il minimo ricordo; non rammento assolutamente nulla, solo la partenza da Lione e l'arrivo ad Annecy. Si giudichi soprattutto se quest'ultimo periodo ha potuto svanire dalla mia memoria! Al mio arrivo, non trovai più la signora di Warens: era partita per Parigi.

Non ho mai saputo bene il segreto di quel viaggio. Me lo avrebbe detto, ne sono sicurissimo, se avessi insistito; ma nessuno fu mai meno curioso di me sui segreti dei miei amici: il mio cuore, assorbito unicamente nel presente, ne colma tutta la sua capacità, tutto il suo spazio, e tranne per i piaceri passati, che sono ormai la mia sola gioia, non vi resta nessun angolino disponibile per quanto non esiste più. Dal poco che lei mi ha detto, m'è parso solo d'intravvedere che, nella rivoluzione avvenuta a Torino per l'abdicazione del re di Sardegna, temeva di venir dimenticata, e volle, grazie agli intrighi del signor D'Aubonne, cercare i medesimi vantaggi presso la Corte di Francia, dove, come spesso mi disse, avrebbe preferito goderli, perché la moltitudine degli affari importanti impedisce d'esservi spiacevolmente sorvegliati. Se è così, è molto strano che al suo ritorno non le abbiano riservato un trattamento più duro, e che abbia continuato a godere della sua pensione senza interruzioni. Parecchi hanno creduto che avesse ricevuto l'incarico di qualche missione segreta, o da parte del vescovo, che allora aveva affari presso la Corte di Francia, dove anch'egli fu costretto a recarsi, o da parte di qualcuno ancora più potente, che seppe garantirle un felice ritorno. Se così è, bisogna dire che l'ambasciatrice non era scelta male, e che, bella e giovane ancora, aveva tutte le doti per cavarsela brillantemente in un negoziato.

LIBRO QUARTO

Arrivo, e non la trovo più. Si giudichi la mia sorpresa e il mio dolore. È allora che il rimorso di aver abbandonato vilmente Le Maître cominciò a farsi sentire; e divenne ancora più rovente quando seppi la disgrazia che gli era capitata. La cassa della sua musica, che conteneva tutto il suo tesoro, quella cassa preziosa salvata con tanta fatica, arrivando a Lione era stata sequestrata per mandato del conte Dortan, che il Capitolo aveva preavvisato di quella furtiva sottrazione. Invano Le Maître aveva reclamato i suoi averi, il suo unico provento, il lavoro di tutta la sua vita. La proprietà della cassa era quanto meno controversa, ma non ci fu discussione. La questione fu risolta a tambur battente dalla legge del più forte, e il povero Le Maître perse così il frutto del suo ingegno, l'opera della sua giovinezza e la risorsa della sua vecchiaia.

Nulla mancò al colpo che ricevetti per renderlo schiacciante. Ma ero in un'età in cui i grandi dolori hanno meno presa, e mi provvidi subito di che consolarmi. Speravo di ricevere presto notizie dalla signora di Warens, sebbene non ne sapessi l'indirizzo e lei che io ero tornato; e quanto alla mia diserzione, tutto sommato, non la reputavo troppo colpevole. Ero stato utile a Le Maître nella sua fuga, ed era l'unico servizio che dipendesse da me. Se fossi restato con lui in Francia, non l'avrei guarito del suo male, non avrei salvato la cassa, non avrei che raddoppiato le sue spese senza recargli alcun giovamento. Ecco come vedevo allora la cosa: oggi la vedo altrimenti. Una cattiva azione non ci tormenta appena compiuta, ma quando torna, dopo tanto tempo, alla memoria, perché il ricordo non cessa di bruciare.

La sola decisione che potevo prendere per avere notizie di Mamma era quella di aspettarle; dove cercarla, infatti, a Parigi, e con quali risorse mettermi in viaggio? Non c'era luogo più sicuro di Annecy per sapere, presto o tardi, dove si trovasse. Vi restai, dunque. Ma mi comportai piuttosto male. Non andai dal Vescovo, che mi aveva protetto e ancora poteva proteggermi. Non avevo più la mia patrona presso di lui; e temevo le reprimende per la nostra evasione. Tanto meno andai al seminario. Il signor Gros non c'era più. Non vidi nessun conoscente; sarei andato volentieri dalla signora Intendente, ma non ne ebbi mai il coraggio. Feci di peggio. Ritrovai Venture, al quale, malgrado i miei entusiasmi, non avevo nemmeno pensato dopo la mia partenza. Lo ritrovai brillante e corteggiato da tutta Annecy, le dame se lo contendevano. Il suo successo finì per darmi alla testa. Non vidi più che Venture, ed egli mi fece quasi dimenticare la signora di Warens. Per meglio approfittare dei suoi insegnamenti, gli proposi di spartire con me il suo alloggio; e me lo concesse. Abitava in una casa di un calzolaio, buffo e grottesco personaggio, che, nel suo gergo, non chiamava sua moglie altrimenti che «sozzeria», appellativo che la donna meritava abbastanza. Aveva con lei delle liti che Venture si divertiva a prolungare, mostrando di volere il contrario. Gli rivolgeva freddamente, e col suo accento provenzale, parole che producevano il più grande effetto; erano scene da morir dal ridere. Le mattine passavano così, senza parere: verso le due o le tre si mangiava un boccone, Venture se ne andava nelle sue società, dove cenava, ed io me ne andavo a passeggiare da solo, meditando sul suo eccelso valore, ammirando e invidiando le sue splendide doti, e maledicendo la mia grama stella che non mi chiamava a quella vita felice. Ah, come mi conoscevo male! La mia sarebbe stata cento volte più incantevole, se fossi stato meno ottuso e se avessi saputo goderne meglio.

La signora di Warens aveva condotto con sé solo Anet; e lì aveva lasciato la Merceret, la cameriera di cui ho parlato. La trovai che occupava ancora l'appartamento della sua padrona. La signorina Merceret era una ragazza con qualche anno più di me, non proprio graziosa ma abbastanza piacevole; una brava Friburghese senza malizia, alla quale non ho riscontrato altro difetto che quello d'essere a volte un po' scontrosa con la sua padrona. Andavo a trovarla piuttosto spesso; era una vecchia conoscenza, e vederla mi ricordava una presenza più cara che me la faceva amare. Aveva molte amiche, e fra le altre una certa signorina Giraud, Ginevrina, che per mia sventura decise d'invaghirsi di me. Tormentava di continuo la Merceret perché mi portasse da lei; mi ci lasciavo trascinare, perché volevo piuttosto bene alla Merceret e perché là trovavo altre giovani che vedevo volentieri. Quanto alla signorina Giraud, che mi prodigava ogni sorta di moine, nulla potrebbe superare l'avversione che provavo per lei. Quando avvicinava al mio viso il suo muso secco e nero imbrattato di tabacco di Spagna, stentavo a non sputarvi. Ma sopportavo con pazienza; e a parte quello, mi divertivo molto in mezzo a tante ragazze, e tutte, sia per compiacere la signorina Giraud, sia per me stesso, facevano a gara nel festeggiarmi. In tutto questo non vedevo che amicizia. Poi, ho pensato che spettava solo a me vedervi qualcosa di più, ma non me ne accorsi, non ci pensai.

D'altro canto, le sartine, le cameriere, le piccole bottegaie, non mi tentavano affatto. Per me ci volevano damigelle. Ciascuno ha le sue fantasticherie; questa è stata sempre la mia, e non la penso come Orazio su questo punto. Eppure non è affatto la vanità della condizione e del rango ad attirarmi, bensì la carnagione meglio curata, le mani più belle, l'abbigliamento più grazioso, un'aria di delicatezza e di lindore in tutta la persona, maggior eleganza nel modo d'atteggiarsi e d'esprimersi, una veste più fine e fatta meglio, calzature più minute, nastri, merletti, capelli meglio acconciati. Preferirei sempre la meno bella purché adorna di tutto questo. Capisco anch'io quanto sia ridicola questa preferenza, ma il mio cuore la concede mio malgrado.

Ebbene, quest'occasione si presentava ancora, e dipese ancora da me profittarne. Come mi piace perdermi di tanto in tanto nei piacevoli momenti della mia giovinezza! M'erano così dolci, sono stati tanto brevi, così rari, e li ho gustati così a buon mercato! Ah, il solo ricordo colma ancora il mio cuore d'una voluttà pura, di cui sento il bisogno per rianimare il mio coraggio e sopportare i tedi del resto dei miei anni.

L'aurora un mattino m'apparve così bella che, vestitomi a precipizio, raggiunsi di corsa la campagna per assistere al levare del sole. Gustai quel piacere in tutto il suo incanto; era la settimana dopo la festa di San Giovanni. La terra, nella sua veste più smagliante, era coperta d'erbe e di fiori; gli usignoli, quasi al termine del loro canto, pareva gioissero a ravvivarla; tutti gli uccelli in concerto davano il loro addio alla primavera, cantavano la nascita di una bella giornata d'estate, una di quelle belle giornate che alla mia età non si vedono più, e che mai più ho veduto nella triste terra dove oggi abito.

Mi ero insensibilmente allontanato dalla città; il caldo aumentava, e passeggiavo all'ombra di un vallone lungo un ruscello. Odo alle mie spalle uno scalpitare di cavalli e voci di ragazze che parevano in difficoltà, e nondimeno ridevano di cuore. Mi volto, mi chiamano per nome, mi avvicino, e vedo due fanciulle di mia conoscenza, la signorina di Graffenried e la signorina Galley, che, non essendo cavallerizze provette, non sapevano come convincere i loro cavalli ad attraversare il ruscello. La signorina di Graffenried era una giovane Bernese graziosissima, che, scacciata dal suo paese per qualche follia della sua età, aveva imitato la signora di Warens, presso la quale l'avevo vista qualche volta; ma non disponendo come lei di una pensione, era stata ben felice di appoggiarsi alla signorina Galley, che, avendola presa in amicizia, aveva persuaso la madre a dargliela come compagna, finché non si fosse potuto sistemarla altrimenti. La signorina Galley, di un anno più giovane, era ancora più bella; aveva un non so che di più delicato, di più fine; era insieme molto minuta e ben formata: il momento più bello di una fanciulla. Entrambe si amavano teneramente, e il buon carattere dell'una e dell'altra non poteva che prolungare quell'unione, se qualche amante non fosse sopraggiunto a turbarla. Mi dissero che andavano a Thônes, antico castello della signora Galley, e implorarono il mio aiuto per far guadare i cavalli, non venendone a capo da sole. Volli frustare le bestie, ma le fanciulle temevano i calci per me, e gli sbalzi per loro. Ricorsi a un altro espediente. Afferrai per la briglia il cavallo della signorina Galley, poi tirandomelo appresso, attraversai il ruscello con l'acqua a metà gamba, e l'altro cavallo seguì docilmente. Ciò fatto, volli salutare le signorine e andarmene come uno sciocco; esse si scambiarono qualche parola sottovoce, e la signorina di Graffenried, rivolta a me, disse: «No, no: non ci sfuggirete così. Vi siete inzuppato per aiutarci; e a noi spetta in coscienza la cura di asciugarvi. Bisogna, per piacere, che veniate con noi: siete nostro prigioniero.» Il cuore mi batteva, e guardavo la signorina Galley. «Sì, sì,» aggiunse lei, ridendo della mia aria smarrita, «prigioniero di guerra. Montate in groppa dietro a lei: vogliamo rispondere di voi.» «Ma, signorina, io non ho l'onore d'essere conosciuto dalla signora vostra madre: che dirà vedendomi arrivare?» «Sua madre,» rispose la signorina di Graffenried, «non è a Thônes, siamo sole; torniamo questa sera e tornerete con noi.»

L'effetto dell'elettricità non è più fulmineo di quello che produssero su di me quelle parole. Balzando sul cavallo della signorina de Graffenried, tremavo di gioia, e quando bisognò che l'abbracciassi per sorreggermi, il cuore mi batteva tanto forte che lei se ne accorse; mi disse che anche il suo batteva per la paura di cadere, ed era quasi, in quella posizione, un invito a verificare il fatto. Non osai, e per l'intiero tragitto le mie braccia le servirono da cintura, strettissima in verità, ma senza spostarsi un istante. Ogni mia lettrice mi schiaffeggerebbe volentieri, e non avrebbe torto.

L'allegria del viaggio e il cinguettio delle ragazze eccitarono a tal punto il mio che sino a sera, e finché restammo insieme, non smettemmo un momento di parlare. Mi avevano messo così perfettamente a mio agio che la mia lingua parlava quanto i miei occhi, benché non esprimesse le stesse cose. Solo per qualche istante, quando mi trovavo a tu per tu con l'una o con l'altra, la conversazione s'impacciava un poco; ma l'assente tornava prestissimo e non dava all'impaccio il tempo di chiarirsi.

Arrivati a Thônes, e io ben asciugato, facemmo colazione. Poi bisognò procedere all'importante operazione di preparare il pranzo. Le due signorine, mentre cucinavano, baciavano di tanto in tanto i figli della castalda, e il povero sguattero guardava, mordendo il freno. Dalla città erano state inviate delle provviste e c'era di che preparare un pranzo eccellente, soprattutto in fatto di ghiottonerie; ma sfortunatamente avevano dimenticato il vino. La dimenticanza non era strana per le ragazze che non bevevano; ma io ne fui seccato, perché avevo un po'contato su quell'aiuto per farmi coraggio. Anch'esse ne furono seccate, forse per lo stesso motivo, ma non posso giurarlo. La loro allegria vivace e deliziosa era l'innocenza stessa; e, d'altra parte, che cosa avrebbero fatto di me, tra loro due? Mandarono dappertutto, nei dintorni, a cercare del vino; non se ne trovò, tanto i contadini di quel cantone sono sobri e poveri. Siccome mi esprimevano il loro disappunto, dissi di non preoccuparsene tanto, ché non avevano bisogno di vino per inebriarmi. Fu l'unica galanteria che azzardai in tutta la giornata; ma credo che le furbette vedessero come quella galanteria rispondesse a verità.

Pranzammo nella cucina della castalda, le due amiche sedute sulle panche ai due lati della lunga tavola, e l'ospite in mezzo a loro, su uno sgabello a tre piedi. Che pranzo! Che ricordo affascinante! Come si può, potendo gustare a così poco prezzo piaceri tanto puri e tanto veri, pretendere di cercarne altri? Mai cena parigina in ambienti galanti uguagliò quel pranzo, non dico soltanto in allegria, nella dolce gioia; dico anche nella sensualità.

Dopo pranzo facemmo un'economia. Anziché prendere il caffé, che ci restava dalla colazione, lo serbammo per gustarlo a merenda con la panna e i pasticcini che esse avevano portato; e per mantener sveglio l'appetito, andammo nel frutteto a completare il nostro pranzo con le ciliege. Io salii sull'albero, e ne lanciavo giù a mazzettini, di cui esse mi rispedivano i noccioli attraverso i rami. Una volta, la signorina Galley, sollevando il grembiule e spostando indietro la testa, si offrì così bene al bersaglio, e io mirai così giusto, che le feci cadere un mazzetto giusto nel seno; e la risata! Dicevo dentro di me: «Perché le mie labbra non sono ciliege! Come gliele getterei volentieri!»

La giornata trascorse così, a folleggiare con la massima libertà e sempre con la maggior decenza. Non una sola parola equivoca, non uno scherzo arrischiato; e questa decenza non ce la imponevamo affatto, veniva spontanea, obbedivamo al tono che ci dettavano i cuori. Infine la mia modestia, altri diranno la mia ottusità, fu tale che la più audace intimità che mi sfuggì fu di baciare una sola volta la mano della signorina Galley. È vero che la circostanza rese prezioso questo lieve favore. Eravamo soli, io respiravo a fatica, lei teneva gli occhi bassi. Anziché cercare parole, la mia bocca scelse di posarsi sulla sua mano, che lei dolcemente ritirò dopo il bacio, guardandomi con un'espressione che nulla aveva d'irato. Non so che cosa avrei potuto dirle: la sua amica entrò, e in quel momento mi parve orribile.

Si ricordarono infine che non bisognava aspettare la notte per rientrare in città. Ci restava appena il tempo per arrivare prima di buio, e ci affrettammo a partire, sistemandoci come nel venire. Avrei potuto, se ne avessi avuto l'ardire, cambiare quell'ordine, perché lo sguardo della signorina Galley mi aveva acceso il cuore; ma non osai dir nulla, e non toccava a lei proporlo. Andando dicevamo che era un peccato che la giornata finisse, ma, anziché lamentarci della sua brevità, notammo come avessimo avuto il potere di renderla lunga, con tutte le piacevolezze di cui avevamo saputo colmarla.

Le lasciai press'a poco dove mi avevano trovato. Con che dispiacere ci separammo! E con che piacere progettammo di rivederci! Dodici ore trascorse insieme valevano per noi secoli di intimità. Il dolce ricordo di quella giornata non costava nulla a quelle amabili fanciulle; la tenera unione che regnava fra noi tre valeva i piaceri più intensi, e con essi non sarebbe potuta sussistere: ci amavamo senza misteri e senza vergogna, e volevamo amarci sempre così. L'innocenza dei costumi ha la sua voluttà, che vale quanto l'altra, giacché non conosce interruzioni e premia di continuo. Quanto a me, so che il ricordo di un giorno tanto bello mi commuove di più, mi incanta di più, mi torna di più al cuore d'ogni altro piacere gustato in vita mia. Non sapevo bene che cosa cercassi in quelle due deliziose persone, ma mi attraevano molto entrambe. Non dico che, fossi stato padrone di scegliere, il mio cuore si sarebbe diviso; avvertivo una certa preferenza. Sarei stato felice di avere per amante la signorina di Graffenried; ma, dovendo scegliere, credo che l'avrei preferita come mia confidente. Comunque, mi parve nel lasciarle che non avrei più potuto vivere senza l'una e senza l'altra. Chi avrebbe detto che non le avrei mai più riviste, e che lì sarebbero finiti i nostri effimeri amori?

Chi mi legge non potrà che sorridere delle mie avventure galanti, notando come, dopo tanti preliminari, le più audaci finiscano con un baciamano. Lettori, non vi ingannate! Ho avuto forse piaceri più intensi io, coronandoli su quella mano baciata, di quanto non ne aveste voi, cominciando per lo meno di lì.

Venture, che si era coricato tardissimo la vigilia, rincasò poco dopo di me. Quella volta non lo vidi col piacere di sempre, e mi guardai dal raccontargli come avevo passato la giornata. Le due signorine mi avevano parlato di lui con scarsa stima, e m'erano parse scontente di sapermi in così cattive mani: questo lo fece scadere nella mia stima; e d'altra parte tutto ciò che mi distraeva dal loro pensiero non poteva che spiacermi. Tuttavia, egli mi richiamò ben presto ai suoi e ai miei problemi parlandomi della mia situazione. Era troppo critica per poter durare. Benché spendessi pochissimo, il mio scarno peculio era agli sgoccioli; mi trovavo nei guai. Nessuna notizia di Mamma; non sapevo che fare, e provavo una crudele stretta al cuore vedendo l'amico della signorina Galley ridotto all'elemosina.

Venture mi disse che aveva parlato di me al signor Giudice; che voleva portarmi a pranzo da lui il giorno dopo; che si trattava d'un uomo in grado d'aiutarmi grazie alle sue amicizie, e del resto una buona conoscenza da fare, un uomo intelligente e colto, dalla piacevolissima conversazione, che aveva doti di spirito e che le apprezzava. Poi, mescolando secondo il solito le cose più serie alle più banali frivolezze, mi mostrò una graziosa strofetta giunta da Parigi, sull'aria di un'opera di Mouret allora sulle scene. La strofetta era così piaciuta al signor Simon (era il nome del giudice), che questi intendeva comporne un'antifona sulla stessa aria. Aveva detto a Venture di prepararne una a sua volta, e a questi venne l'idea balzana di farmene comporre una terza, affinché, diceva, il giorno dopo si vedessero arrivare le strofette come le lettighe del Romanzo comico.

Quella notte, non riuscendo a dormire, composi come meglio potei la mia strofetta. Per essere i primi versi in cui mi cimentavo, non erano brutti, persino migliori, o almeno composti con maggior gusto di quanto avrei potuto la vigilia, aggirandosi il tema su una situazione molto tenera, alla quale il mio cuore era già interamente predisposto. Il mattino dopo mostrai la strofetta a Venture che, trovandola graziosa, se la mise in tasca senza dirmi se aveva scritto la sua. Andammo a pranzo dal signor Simon, che ci accolse affabilmente. La conversazione fu gradevole: non poteva essere altrimenti fra due uomini di spirito, ai quali le buone letture avevano giovato. Quanto a me, sostenevo la mia parte, ascoltavo, e tacevo. Né l'uno né l'altro accennarono alle strofette; io nemmeno, e mai, che io sappia, si parlò della mia.

Il signor Simon parve soddisfatto del mio contegno: è press'a poco quanto poté conoscere di me in quell'occasione. Mi aveva già visto diverse volte in casa della signora di Warens, senza prestarmi soverchia attenzione. Così è da quel pranzo che posso datare la nostra conoscenza, che se non servì affatto allo scopo che l'aveva motivata, mi procurò in seguito altri benefici che me la fanno ricordare con piacere.

Farei male a non parlare del suo aspetto, che per la sua qualità di magistrato, e per l'ingegno brillante di cui si compiaceva, non si potrebbe immaginare se ne tacessi. Il signor giudice Simon non raggiungeva certamente due piedi di altezza. Le sue gambe, diritte, minute e persino abbastanza lunghe, l'avrebbero alzato se fossero state verticali; invece erano divaricate come un compasso molto aperto. Il suo corpo non soltanto era corto, ma esile, e in tutti i sensi di una piccolezza inverosimile. Nudo, doveva sembrare una cavalletta. La testa, di proporzioni normali, con un viso ben modellato, l'espressione nobile, occhi piuttosto belli, sembrava una testa posticcia piazzata sopra un moncherino. Avrebbe potuto risparmiarsi ogni spesa di vestiario, giacché il suo parruccone lo vestiva perfettamente da capo a piedi.

Aveva due voci del tutto differenti, che si mescolavano di continuo nella sua conversazione con un contrasto dapprima molto attraente, ma in breve sgradevolissimo. Una era grave e risonante; ed era, se così posso esprimermi, la voce della sua testa. L'altra, chiara, acuta, e penetrante, era la voce del suo corpo. Quando si controllava attentamente, e parlava ponderando, dosando il fiato, poteva usare in continuità la sua voce grossa; ma per poco che s'animasse, e un accento più vivace eludesse il suo controllo, quell'accento scaturiva come il fischio da una chiave, e faceva una fatica d'inferno a riguadagnare i toni bassi.

Con la figura che ho qui tratteggiato senza alcuna esagerazione, il signor Simon mirava al galante; gran vagheggino e puntiglioso nell'agghindarsi con una cura che rasentava la civetteria. Poiché tentava di avvantaggiarsi, dava udienza preferibilmente la mattina a letto; vedendo infatti una bella testa sul cuscino, nessuno avrebbe immaginato che era tutto lì. La cosa dava sovente adito a scenette che, sono certo, tutta Annecy ricorda ancora. Una mattina, mentre in quel letto aspettava, o meglio su quel letto, i litiganti, con una bella cuffietta da notte finissima e candida, adorna di due grossi fiocchi di nastro rosa, arriva un contadino e bussa alla porta. La domestica era uscita. Il signor giudice, udendo raddoppiare i colpi, urla: «Avanti!» e la parola, detta un po' troppo forte, sfuggì dalla sua voce acuta. L'uomo entra; cerca di dove venga quella voce femminile, e vedendo in quel letto una cuffietta e tutto un fiorire di nastri, fa per uscire, con tante scuse a madama. Il signor Simon va in bestia, e strilla più acuti che mai. Il contadino, sempre più convinto della sua idea, e credendosi insultato, gliele canta chiare, gli dice che evidentemente è una sgualdrinella, e che il signor giudice non dà certo un buon esempio in casa sua. Il giudice, furibondo, non trovando arma migliore del vaso da notte, stava per scaraventarlo in testa al pover'uomo, quando arrivò la governante.

Quel nanerottolo, fatto dalla natura così disgraziato nel corpo, era stato compensato nell'ingegno, che aveva d'una piacevolezza spontanea e che egli coltivava con cura. Quantunque fosse, a quanto si diceva, buon giurista, non amava la sua professione. Si era dedicato alla letteratura, e con successo. Ne aveva acquisito, soprattutto, quella patina risplendente, quella fioritura che adorna il conversare, anche con le donne. Sapeva a memoria tutto il repertorio di storielle e simili amenità: aveva il dono di farle apprezzare raccontando con calore, con aria di mistero e come un aneddoto del giorno prima quanto era accaduto sessant'anni addietro. Conosceva la musica e cantava gradevolmente con la voce maschile: aveva insomma molte belle doti per un magistrato. A forza di corteggiare le dame di Annecy, era venuto di moda fra di esse; se lo trascinavano dietro come uno scimmiotto. Pretendeva anche di avere successo, cosa che le divertiva molto. Una certa signora d'Epagny andava dicendo che il massimo favore cui il giudice aspirasse era baciare una donna sul ginocchio.

Poiché conosceva i buoni libri e ne parlava volentieri, la sua conversazione era non solo divertente, ma istruttiva. In seguito, quando mi appassionai allo studio, coltivai la sua conoscenza, e mi trovai benissimo. Andavo qualche volta a fargli visita, da Chambéry, dove allora abitavo. Egli lodava, stimolava la mia emulazione, e mi dava, per le mie letture, ottimi consigli, da cui spesso ho tratto giovamento. Purtroppo, in quel corpo così fragile albergava un animo sensibilissimo. Qualche anno dopo, subì non so che rovescio di cui tanto patì da morirne. Fu un peccato; era sicuramente un buon ometto; si cominciava col riderne e si finiva con l'amarlo. Anche se la sua vita non fu molto legata alla mia, siccome ne ho ricavato insegnamenti preziosi, ho creduto di potergli dedicare, per gratitudine, un piccolo ricordo.

Appena libero, corsi nella via della signorina Galley, sperando di veder entrare o uscire qualcuno, o almeno schiudersi qualche finestra. Nulla, non comparve nemmeno un gatto, e per tutto il tempo che vi rimasi la casa restò chiusa come se fosse disabitata. La via era piccola e deserta, la presenza di un uomo si notava: di tanto in tanto qualcuno passava, entrava o usciva dal vicinato. Ero molto imbarazzato; temevo che s'indovinasse il motivo per cui mi trattenevo là, e l'idea mi metteva alla tortura, perché ai miei piaceri ho sempre anteposto l'onore e la quiete delle donne che mi erano care.

Stanco infine di fare l'amante spagnolo per di più senza chitarra, decisi di scrivere alla signorina di Graffenried. Avrei preferito scrivere alla sua amica, ma non osavo, ed era meglio cominciare con quella cui dovevo la conoscenza dell'altra e con la quale ero più in confidenza. Scritta la lettera, la portai alla signorina Giraud, come s'era convenuto fra me e le damigelle nel separarci. L'espediente fu suggerito da loro. La Giraud, che era tappezziera, qualche volta lavorava in casa della signora Galley, dove aveva libero ingresso. La scelta della messaggera non mi parve del tutto felice; ma temevo che, avanzando riserve su di lei, non me ne avrebbero proposto nessun'altra. Di più, non osavo dire che costei progettava di lavorare in proprio. Mi sentivo umiliato dalla sua pretesa di apparire, ai miei occhi, del medesimo sesso di quelle fanciulle. Preferivo in definitiva quell'intermediario a nessuno, e ne accettai ogni rischio.

Alla prima parola la Giraud intuì tutto: non era difficile. Quand'anche una missiva da recapitare a due ragazze non fosse stata di per sé eloquente, la mia espressione stolida e impacciata mi avrebbe da sola tradito. Facile immaginare quanto poco la missione potesse andarle a genio; tuttavia se ne incaricò e l'eseguì fedelmente. Corsi da lei il mattino seguente e vi trovai la risposta. Con quanta fretta mi precipitai fuori, a leggerla e baciarla in libertà! Non occorre dirlo; ma è necessario, invece, chiarire l'atteggiamento assunto dalla signorina Giraud, nel quale ho trovato maggior delicatezza e moderazione di quanto non mi sarei aspettato. Mostrando buon senso sufficiente ad accorgersi che con i suoi trentasette anni, gli occhi leporini, il naso tabaccoso, la voce stridente e la pelle nera, non aveva buon gioco contro due fanciulle piene di grazia e in tutto lo splendore della bellezza, non volle né tradirle né servirle, e preferì perdermi anziché lusingarmi nel loro favore.

Già da qualche tempo la Merceret, mancando di notizie della padrona, pensava di tornarsene a Friburgo; la Giraud finì di convincerla. Fece di più, e le fece capire quanto sarebbe stato opportuno che qualcuno la riaccompagnasse da suo padre, e propose me. La piccola Merceret, alla quale non dispiacevo affatto, trovò eccellente la proposta. Me ne parlarono il giorno stesso come di una cosa conclusa; e siccome non vedevo nulla di spiacevole in quel modo di disporre di me, acconsentii considerando quel viaggio una faccenda d'otto giorni al più. La Giraud, che non la pensava così, combinò tutto. Dovetti confessare lo stato delle mie finanze. Si provvide: la Merceret si assunse di pagarmi le spese; e per recuperare da un lato ciò che si perdeva dall'altro si decise, accogliendo una mia preghiera, di spedire innanzi il suo piccolo bagaglio, e di seguirlo a piedi, a piccole tappe. E così facemmo.

Mi dispiace far innamorare tante ragazze. Ma siccome non ho di che vantarmi del profitto che ho tratto da tanti amori, credo di poter raccontare la verità senza scrupoli. La Merceret, più giovane e meno scaltrita della Giraud, non mi ha mai fatto moine altrettanto ardite; ma imitava i miei modi, i miei accenti, ripeteva le mie parole, aveva per me le attenzioni che avrei dovuto dedicarle, e aveva sempre gran cura, essendo paurosissima, che dormissimo nella stessa stanza: intimità che raramente si limita a questo, in un viaggio d'un ragazzo di vent'anni con una ragazza di venticinque.

Quella volta si fermò lì davvero. La mia semplicità fu tale, che sebbene la Merceret non fosse affatto spiacevole, non mi passò neppure per la mente, durante tutto il viaggio, non dico la minima tentazione galante, ma fino la minima idea che l'adombrasse; e se pure mi fosse balenata, ero troppo sciocco per saperla realizzare. Non immaginavo neppure come una ragazza e un giovanotto finissero per andare a letto insieme; credevo che occorressero secoli per preparare quel terribile evento. Se la povera Merceret, spesandomi, contava su qualche equivalente, rimase scornata, e a Friburgo arrivammo esattamente com'eravamo partiti da Annecy.

Passando da Ginevra, non andai a trovar nessuno, ma sui ponti per poco non svenni. Non ho mai veduto le mura di quella gloriosa città, non vi sono mai entrato senza avvertire un mancamento del cuore che scaturiva da un eccesso di tenerezza. Mentre la nobile immagine della libertà mi elevava l'animo, quella dell'eguaglianza, dell'unione, della mitezza dei costumi, mi commuovevano fino alle lacrime, e m'ispiravano un vivo rimpianto d'aver perduto tutti quei beni. In quale errore cadevo, ma com'era naturale! Credevo di vedere tutto ciò nella mia patria, perché lo portavo nel mio cuore.

Bisognava passare per Nyon. Passarvi senza vedere il mio buon padre! Se avessi avuto quel coraggio, sarei morto di rammarico. Lasciai la Merceret all'albergo, e affrontai il rischio di andare a trovarlo. Ah, quanto mi sbagliavo a temerlo! Vedendomi, il suo animo si aperse ai sentimenti paterni che lo colmavano. Quante lacrime versammo riabbracciandoci! In un primo momento, credette che fossi tornato da lui. Gli raccontai la mia storia, e gli dissi la mia decisione. La combatté fiaccamente. Mi espose i rischi cui andavo incontro, mi disse che le follie più brevi sono le migliori. Del resto, non lo sfiorò nemmeno la tentazione di trattenermi con la forza; e stimo che in ciò avesse ragione; ma certamente non fece, per ricondurmi a sé, quanto avrebbe potuto, o perché dopo il passo da me compiuto giudicasse lui stesso che non dovevo tornare indietro, o forse perché imbarazzato a decidere che farsene di me, alla mia età. Seppi poi che si fece della mia compagna di viaggio un'opinione alquanto ingiusta e lontanissima dal vero, ma del resto piuttosto naturale. La mia matrigna, brava donna, un po' melliflua, fece mostra di volermi a cena. Non restai ma dissi che contavo di trattenermi con loro più a lungo ai ritorno, e lasciai in deposito il mio fagotto, che avevo fatto venire col battello, e che m'infastidiva. Il giorno dopo, partii di buon mattino, ben contento d'aver visto mio padre e trovato il coraggio di fare il mio dovere.

Arrivammo felicemente a Friburgo. Verso la fine del viaggio le premure della Merceret diminuirono un po'. Dopo il nostro arrivo, non mi mostrò che freddezza, e suo padre, che non nuotava nell'oro, non mi riservò nemmeno lui una gran bella accoglienza; andai ad alloggiare all'osteria. Mi recai a trovarli il giorno dopo, mi offrirono il pranzo e accettai. Ci separammo senza lacrime: tornai la sera alla mia bettola, e ripartii due giorni dopo il mio arrivo, senza saper troppo bene dove desiderassi andare.

Ecco un'altra circostanza della mia vita in cui la provvidenza mi offriva precisamente quanto mi occorreva per trascorrere giornate felici. La Merceret era una buonissima ragazza, non brillante, non bella, ma non certo brutta; poco vivace ma ragionevolissima, con qualche piccolo malumore che si sfogava in pianto, e che non aveva mai conseguenze burrascose. Aveva una vera passione per me; avrei potuto sposarla senza difficoltà e seguire il mestiere del padre. La mia passione per la musica me l'avrebbe fatta amare. Mi sarei stabilito a Friburgo, cittadina poco graziosa ma abitata da brava gente. Avrei senza dubbio perduto dei grandi piaceri, ma sarei vissuto in pace fino alla mia ultima ora; e devo sapere meglio di chiunque altro che non c'è da esitare nello scambio.

Tornai non a Nyon, ma a Losanna. Volevo saziarmi alla vista di quel lago bellissimo che si ammira là nella sua più vasta distesa. La maggior parte delle mie segrete motivazioni determinanti non furono molto più sostanziose. Solo raramente prospettive lontane hanno il potere di spingermi all'azione. L'incertezza del futuro m'ha sempre fatto considerare i progetti di lunga esecuzione come esche per gonzi. Mi abbandono come chiunque altro alla speranza, purché nutrirla non mi costi nulla; ma, se è indispensabile penare a lungo, non ci sto più. Il minimo piacere che si offre a portata di mano mi tenta più delle gioie del Paradiso. Escludo però quel piacere cui debba seguire la pena; non mi tenta, perché non mi piacciono che le gioie pure, quali mai è dato di gustarne quando si sappia che avviano al pentimento.

Avevo gran bisogno di arrivare dovunque fosse, e il posto più vicino era il migliore, perché, essendomi smarrito per strada, mi ritrovai la sera a Moudon; dove spesi il poco che restava, tranne dieci kreutzer che sfumarono nel pranzo il giorno dopo; e, arrivato la sera a un piccolo villaggio nei pressi di Losanna, entrai in un'osteria senza un soldo per pagarmi da dormire, e senza sapere che cosa avrei fatto. Avevo una gran fame: con la massima disinvoltura, ordinai la cena come se avessi avuto di che pagare. Me ne andai a letto senza pensare a nulla, dormii tranquillo, e il mattino dopo, fatta colazione e chiesto il conto all'oste, per la somma di sette batz, quant'era il mio debito, volli lasciargli in pegno il farsetto. Il brav'uomo rifiutò; mi disse che grazie al cielo non aveva mai spogliato nessuno e non voleva cominciare per sette batz, tenessi pure il mio farsetto, avrei pagato quando potevo. Fui commosso dalla sua generosità, ma meno di quanto avrei dovuto e di come, ripensandoci, m'è accaduto poi. Non tardai a mandargli, tramite un conoscente fidato, denaro e ringraziamenti; ma quindici anni dopo, ripassando per Losanna di ritorno dall'Italia, fui veramente dispiaciuto d'aver dimenticato il nome dell'osteria e dell'oste. Avrei voluto rivederlo; mi avrebbe fatto molto piacere ricordargli la sua buona azione e dimostrargli che non l'aveva sprecata. Servigi senza dubbio più importanti, ma resi con maggiore ostentazione, non mi son parsi degni di riconoscenza quanto l'umanità schietta e modesta di quel galantuomo.

Avvicinandomi a Losanna, pensavo alle strettezze in cui venivo a trovarmi, ai mezzi per uscirne senza mostrare la mia miseria alla matrigna e mi confrontavo, in quel pellegrinaggio pedestre, al mio amico Venture quando era arrivato ad Annecy. Mi scaldai tanto a quell'idea che, trascurando di considerare che non disponevo né della sua grazia né delle sue doti, mi misi in testa di fare a Losanna il piccolo Venture di insegnar la musica, che non sapevo, e di spacciarmi per parigino senza aver mai visto Parigi. Sviluppando questo bel progetto, siccome non c'era scuola di canto in cui far da vicario, e non avevo, d'altra parte, la sfrontatezza di andare a cacciarmi tra la gente dell'arte, cominciai con l'informarmi di qualche alberghetto dove star bene a buon mercato. Mi indicarono un certo Perrotet, che teneva gente a pensione. Quel Perrotet si rivelò il miglior uomo del mondo, e mi accolse benissimo. Gli raccontai le mie piccole bugie così come le avevo progettate. Promise di parlarne in giro e di procurarmi allievi; mi disse che non m'avrebbe chiesto denaro se non quando l'avrei guadagnato. La sua pensione era di cinque scudi bianchi; poco per quanto valeva, ma molto per me. Mi consigliò di mettermi, all'inizio, solo a mezza pensione, che comprendeva una buona zuppa e nient'altro per pranzo, ma una cena sostanziosa di sera. Accettai. Il povero Perrotet mi offrì tutto questo con la massima cordialità, e nulla risparmiava per essermi d'aiuto. Come mai, avendo incontrato tante brave persone nella giovinezza, ne trovo così poche nell'età matura? Se n'è forse estinta la razza? No, ma il ceto dove oggi debbo cercarle non è più lo stesso dove le trovai allora. Nel popolo, dove le grandi passioni non parlano che a intermittenze, i sentimenti della natura si fanno intendere più sovente. Nel ceto più elevato essi sono assolutamente soffocati, e sotto la maschera del sentimento non parla mai altro che l'interesse o la vanità.

Da Losanna scrissi a mio padre, che mi spedì il mio fagotto e mi trasmise consigli eccellenti, di cui avrei dovuto giovarmi meglio. Già accennai a dei momenti di delirio inconcepibile, in cui non ero più me stesso. Eccone un altro dei più notevoli. Per capire a che punto la testa mi girasse allora, a che punto mi fossi per così dire «venturizzato», basta vedere quante stranezze accumulai in una volta. Eccomi maestro di canto senza saper decifrare un'aria quand'anche i sei mesi passati con Le Maître m'avessero giovato, non sarebbero mai stati sufficienti. Inoltre imparavo da un maestro: quanto basta per imparar male. Parigino di Ginevra, e cattolico in un paese protestante, pensai bene di cambiarmi nome, al pari della religione e della patria. Mi awicinavo sempre al gran modello per quanto era possibile. Egli s'era chiamato Venture di Villeneuve; io anagrammai Rousseau in Vaussore, e mi ribattezzai Vaussore de Villeneuve. Venture conosceva la composizione, benché non ne parlasse; io senza conoscerla me ne vantai con tutti, e pur non sapendo trascrivere il più semplice motivetto, mi spacciai per compositore. Non basta: presentato al signor di Treytorens, professore di diritto, appassionato di musica che organizzava concerti in casa sua, volli dargli un saggio del mio talento, e mi misi a comporre un pezzo per il suo concerto con la sicumera di chi sappia da che parte cominciare. Ebbi la costanza di lavorare quindici giorni su quell'opera d'arte, di ricopiarla, di farne le partiture e di distribuirle, con la sicurezza che mi avrebbe concesso un capolavoro di armonia. E per finire, c'è da non crederlo ma è verissimo, onde coronare degnamente la sublime creazione, ci misi in coda un grazioso minuetto, che correva per le strade e che tutti forse ricordano, su queste parole un tempo così note:

Quel caprice!

Quelle injustice!

Quoi! ta Clarice

trahirait tes feux? ecc.

Venture mi aveva insegnato quell'aria col contrabbasso su altre parole infami, grazie alle quali l'avevo tenuta a mente. Aggiunsi dunque alla fine della mia composizione quel minuetto e il suo accompagnamento, sopprimendo le parole, e tutto con la baldanza d'uno che parla ad abitanti della Luna.

Ci si riunisce per eseguire il mio pezzo. Spiego a ciascuno il tipo di movimento, il gusto dell'esecuzione, gli attacchi delle parti; ero indaffaratissimo. Si accordano gli strumenti in cinque o sei minuti, che furono per me cinque o sei secoli. Finalmente, quando tutto fu pronto, batto con un bel rotolo di carta sul leggio direttoriale i cinque o sei colpi dell'«Attenzione si comincia». Si fa silenzio, inizio solennemente a battere il tempo, si attacca... No, da quando esistono opere francesi, mai s'udì levarsi un simile concerto di dissonanze. Qualsiasi cosa si potesse pensare del mio preteso talento, l'effetto superò la più nera aspettativa. I musicisti soffocavano dal ridere; gli ascoltatori sgranavano gli occhi e avrebbero ben voluto tapparsi le orecchie, ma non c'era scampo. Quei miei carnefici di esecutori, che volevano divertirsi, raschiavano da rompere i timpani a un sordo. Ebbi la costanza di andare fino in fondo, sudando, è vero, a goccioloni, ma trattenuto dalla vergogna, non osando scappar via e piantar tutto. Per mia consolazione, sentivo intorno a me gli ascoltatori dirsi l'un l'altro all'orecchio, o meglio al mio: a Ma non c'è proprio niente di sopportabile»; un altro: «Che rabbia d'una musica!»; un altro: «Che baccano indiavolato!». Povero Jean-Jacques, non speravi davvero, in quel crudele momento, che un giorno, davanti al re di Francia e a tutta la sua Corte, i tuoi suoni avrebbero suscitato mormorii di sorpresa e di plauso, e che, in tutti i palchi intorno a te, le più belle donne si sarebbero sussurrate a mezza voce: «Che suoni incantevoli!» «Che musica affascinante!» «Come questi canti scendono tutti al cuore!»

Ma ciò che mise tutti di buon umore fu il minuetto. Appena se ne udì qualche battuta, dappertutto sentii scoppi di risa. Ognuno mi felicitava per il mio squisito gusto del canto; mi si garantiva che quel minuetto avrebbe fatto parlare di me, e che meritavo d'essere ascoltato dovunque. Non ho bisogno di descrivere la mia angoscia, né di confessare che la meritavo tutta.

Il giorno dopo uno dei miei esecutori, tale Lutold, venne a trovarmi, e fu abbastanza galantuomo da non felicitarmi del mio successo. La profonda consapevolezza della mia stupidità, la vergogna, il rimorso, la disperazione per lo stato in cui ero ridotto, l'impossibilità di tenere il mio cuore chiuso sulle sue grandi pene, mi spinsero a confidarmi con lui; sciolsi il freno alle lacrime, e anziché limitarmi a confessargli la mia ignoranza, gli dissi tutto, chiedendogli il segreto, che mi promise e che serbò com'è facile immaginare. La sera stessa tutta Losanna seppe chi ero; e, cosa più notevole, nessuno me ne diede segno, neppure il buon Perrotet, che malgrado tutto non si scoraggiò d'alloggiarmi e di nutrirmi.

Vivevo, ma assai tristemente. Le conseguenze di un simile debutto non fecero per me di Losanna un soggiorno piacevole. Allievi non se ne presentavano a frotte; neppure una scolara, e nessuno della città. Ebbi in tutto due o tre grossi Teutsches, ottusi quant'io ero ignorante, che mi annoiavano a morte e che, nelle mie mani, non divennero certo grandi musicanti. Fui chiamato in una sola casa, dove un serpentello di ragazza si concesse il gusto di mostrarmi una quantità di musica di cui non seppi leggere una nota, e che poi ebbe la malizia di cantare davanti al signor maestro per mostrargli come si eseguiva. Ero così poco in grado di leggere un'aria a prima vista che, nel brillante concerto di cui ho parlato non mi riuscì di seguire un momento l'esecuzione per sincerarmi se suonavano bene ciò che tenevo sotto gli occhi e che avevo composto io stesso.

In mezzo a tante umiliazioni avevo dolcissime consolazioni nelle notizie che di tanto in tanto ricevevo dalle mie due graziose amiche. Ho sempre trovato nel bel sesso una grande virtù consolatrice, e nulla addolcisce di più le mie afflizioni quanto sentire, nelle mie sventure, che una persona amabile se ne interessa. La corrispondenza tuttavia finì poco tempo dopo, e non fu mai ripresa; ma fu colpa mia. Cambiando luogo, trascurai di comunicare il mio nuovo indirizzo, e costretto dalle circostanze a pensare soprattutto a me stesso, finii ben presto per dimenticarle.

È molto che non parlo della mia povera Mamma: ma chi credesse che l'abbia dimenticata sbaglierebbe di grosso. Non mi stancavo di pensare a lei, e di desiderare di ritrovarla, non solo per le esigenze della sopravvivenza ma ancor più per le esigenze del mio cuore. Il mio affetto per lei, per quanto vivo e tenero fosse, non mi impediva di amarne altre; mai però nello stesso modo. Tutte erano egualmente debitrici della mia tenerezza ai loro fascini, ma quella era esclusivamente legata a questi, e non sarebbe sopravvissuta; mentre Mamma poteva diventar vecchia e brutta senza ch'io l'amassi meno teneramente. Il mio cuore aveva pienamente trasferito sulla sua persona l'omaggio che all'inizio aveva offerto alla sua bellezza; e comunque mutasse, purché restasse lei, i miei sentimenti non potevano cambiare. So bene che le dovevo della riconoscenza, ma in verità non ci pensavo. Qualsiasi cosa avesse fatto o mancato di fare per me, sarebbe stato sempre eguale. Non l'amavo né per dovere, né per interesse, né per convenienza: l'amavo perché ero nato per amarla. Quando mi innamoravo di qualche altra, ne ero distratto, lo confesso, e pensavo meno spesso a lei; ma ci pensavo con lo stesso piacere, e mai, innamorato o no, mi sono occupato di lei senza avvertire che non poteva esserci, per me, vera felicità nella vita finché ne fossi separato.

Pur mancando di sue notizie da tanto tempo, non credetti mai d'averla perduta per sempre, né che avesse potuto dimenticarmi. Mi dicevo: «Presto o tardi saprà che vado errando, e mi darà un segno di vita; la ritroverò, ne sono certo.» Nell'attesa, era per me una dolcezza abitare nel suo paese, passare per le strade dove lei era passata, davanti alle case dove lei aveva abitato, e tutto per congetture, giacché una delle mie inette bizzarrie mi vietava l'ardire di chiedere o di pronunciare il suo nome senza la più assoluta necessità. Mi pareva che il solo nominarla rivelasse tutto ciò che m'ispirava, che la mia bocca tradisse il segreto del mio cuore, e in qualche modo la compromettessi. Credo persino che, in tutto, si mescolasse il timore di sentirne dir male. S'era parlato molto del suo passo, e un po' della sua condotta. Per paura che non mi dicessero quello che amavo sentire, preferivo non parlarne affatto.

Siccome i miei scolari non m'occupavano troppo, e la sua città natale era a quattro leghe soltanto da Losanna, vi feci una gita di due o tre giorni, durante i quali la più dolce emozione non mi abbandonò. La visione del lago di Ginevra e delle sue rive mirabili ebbe sempre ai miei occhi un'attrattiva particolare che non saprei definire, e che non dipende solo dallo splendore dello spettacolo, ma da un non so che di più profondo che mi emoziona e mi intenerisce. Ogni volta che mi avvicino al cantone di Vaud, provo un'impressione che assomma il ricordo della signora di Warens, che vi è nata, di mio padre, che ci vive, della signorina di Vulson che vi colse le primizie del mio cuore, delle gite di piacere che vi feci nella mia infanzia, e, mi sembra, di qualche altra più segreta ragione, e più forte ancora di tutto. E quando il desiderio ardente di quella vita felice e dolce che mi sfugge e alla quale ero nato viene accendendo la mia immaginazione, sempre essa torna a fissarsi nel cantone di Vaud, accanto al lago, nelle incantate campagne. Mi occorre assolutamente un frutteto sulla riva di quel lago e non di un altro; mi occorre un amico sicuro, una donna amabile, una mucca e una barchetta. Non godrò sulla terra d'una perfetta felicità se non quando avrò tutto questo. Rido dell'ingenuità con cui sono andato varie volte in quel cantone esclusivamente per cercarvi questa felicità immaginaria. Ero sempre meravigliato di scoprire che gli abitanti, le donne soprattutto, erano di carattere ben diverso da quello che vi cercavo. Quale contrasto m'appariva! Il paese e il popolo che lo abita non mi sono mai parsi l'uno fatto per l'altro.

In quella gita a Vevey mi abbandonavo, lungo la splendida riva, alla più dolce malinconia. Il mio cuore si lanciava con ardore fra mille innocenti beatitudini; m'intenerivo, sospiravo e piangevo come un fanciullo. Quante volte, fermandomi per piangere liberamente, seduto sopra un macigno, m'incantavo a guardare le mie lacrime stillare nell'acqua!

A Vevey andai ad alloggiare a La Clef; e nei due giorni che vi trascorsi senza vedere nessuno concepii per quella città un amore che mi ha seguito in tutti i miei viaggi, e che mi ha spinto infine ad ambientarvi gli eroi del mio romanzo. Direi volentieri alle persone di gusto e d'animo sensibile: «Andate a Vevey, visitate il paese, esaminate i luoghi, e dite se la natura non ha creato questo bel paese per una Julie, per una Claire, per un Saint-Preux; ma rinunciate a cercarli.» Torno alla mia storia.

Essendo cattolico e presentandomi come tale, seguivo senza mistero e senza scrupolo il culto che avevo abbracciato. Le domeniche, quand'era bel tempo, andavo a messa ad Assens, a due leghe da Losanna. Di solito facevo quella passeggiata con altri cattolici, e soprattutto con un ricamatore parigino di cui ho dimenticato il nome. Non era parigino come me, ma un autentico parigino di Parigi, un arciparigino del buon Dio, buon uomo come uno champenois. Amava tanto la sua città che non volle mai dubitare che io non vi fossi nato, per paura di perdere quella occasione di parlarne. Il signor di Crousaz, vicebalivo, aveva un giardiniere pure di Parigi, ma meno compiacente, e che vedeva la gloria del suo paese compromessa da chi osava passarsi per suo figlio senza averne l'onore. M'interrogava con l'aria dell'uomo sicuro di cogliermi in fallo, e sorrideva poi malignamente. Una volta mi chiese che cosa ci fosse di notevole al Marché-Neuf. Come si può immaginare, menai il can per l'aia. Dopo aver passato vent'anni a Parigi, ora dovrei conoscere la città; eppure, se mi si ponesse oggi una domanda del genere, non sarei meno imbarazzato a rispondere; e dal mio imbarazzo si potrebbe del pari concludere che non sono mai stato a Parigi: tanto, anche di fronte al vero, si è soggetti a fondarsi su presupposti ingannevoli!

Non saprei dire esattamente quanto rimasi a Losanna. Di quella città non serbai ricordi che mi ravvivino. So soltanto che, non trovandovi da vivere, mi trasferii a Neufchatel, e vi passai l'inverno. In quest'ultima città, mi andò meglio; vi trovai qualche scolaro e guadagnai abbastanza per sdebitarmi col buon amico Perrotet, che mi aveva fiduciosamente spedito il mio piccolo bagaglio, malgrado gli dovessi parecchio denaro.

Imparavo la musica insegnandola, quasi senza accorgermene. La mia vita era piuttosto dolce; un uomo ragionevole se ne sarebbe accontentato: ma il mio cuore irrequieto esigeva ben altro. Le domeniche e i giorni nei quali ero libero facevo lunghe camminate per le campagne e i boschi dei dintorni, sempre vagabondo, sognante, sospiroso; e una volta uscito dalla città, non vi rientravo che la sera. Un giorno, a Boudry, entrai in un'osteria per pranzare: scorsi un uomo con una gran barba, un abito violetto alla greca, un berretto di pelo, la tenuta e il portamento alquanto nobili, e che aveva spesso difficoltà a farsi capire, non parlando che un gergo quasi indecifrabile, ma simile all'italiano più che ad ogni altra lingua. Capivo quasi tutto quanto diceva, ed ero il solo; con l'oste e con la gente del paese non riusciva a intendersi che a segni. Gli rivolsi qualche parola in italiano che capì perfettamente: si alzò e venne ad abbracciarmi con effusione. L'amicizia fu presto fatta e da quel momento gli feci da interprete. Il suo pranzo era buono, il mio men che mediocre. M'invitò a spartire il suo, e non feci complimenti. Bevendo e sforzandoci di capirci perfezionammo la familiarità, e alla fine del pranzo già eravamo inseparabili. Mi raccontò d'essere un prelato greco e archimandrita di Gerusalemme, incaricato d'una questua in Europa per restaurare il Santo Sepolcro. Mi mostrò suggestive patenti della Zarina e dell'Imperatore; ne aveva di molti altri sovrani. Era abbastanza soddisfatto di quanto aveva accumulato fin lì; ma aveva subito traversie incredibili in Germania, non sapendo una parola di tedesco, di latino e di francese, e ridotto per tutta risorsa al suo greco, al turco e alla lingua franca; cosa che non gli fruttava molto nel paese in cui s'era ficcato. Mi propose di accompagnarlo come segretario e interprete. Malgrado il mio abituccio violetto di recente acquisto, che non s'accordava troppo male col mio nuovo impiego, avevo un'aria così sparuta che non reputò difficile guadagnarmi, e non si sbagliò. Ci si mise d'accordo alla svelta; io non chiedevo nulla e lui prometteva molto. Senza cauzione, senza garanzia, senza esperienza, mi affido alla sua guida e, dal giorno dopo, eccomi in viaggio per Gerusalemme. |[continua]|

|[LIBRO QUARTO, 2]|

Iniziammo il nostro giro dal cantone di Friburgo, dove non concluse molto. La dignità episcopale non consentiva di mendicare e di questuare dai privati, ma presentammo la sua missione al Senato, che gli concesse una piccola somma. Di là passammo a Berna. Qui ci volle maggior diplomazia, e l'esame delle credenziali non fu affare d'un giorno. Alloggiammo al Falcone, a quei tempi buon albergo, dove si trovava ottima compagnia. La tavola era affollata e ben servita. Da molto tiravo la cinghia; avevo un gran bisogno di rifarmi, ne avevo l'occasione e ne approfittavo. Monsignor archimandrita era anche lui un uomo di compagnia, cui piaceva tener tavola, allegro, buon parlatore per chi lo capiva, non digiuno di qualche nozione, e capace di sfruttare la sua erudizione greca abbastanza piacevolmente. Un giorno, alla frutta, sgusciando nocciole, si tagliò profondamente un dito; e come il sangue scorreva abbondante, mostrò il dito alla compagnia e disse ridendo: «Mirate, signori; questo è sangue pelasgo.»

A Berna le mie funzioni non gli furono inutili, e me la cavai meglio di quanto avessi temuto. Ero molto più ardito e parlavo meglio di come avrei fatto per me stesso. Le cose non filarono lisce come a Friburgo. Occorsero lunghi e frequenti colloqui con le autorità dello Stato, e l'esame delle credenziali non fu affare d'un giorno. Infine, tutto essendo in regola, egli fu ammesso all'udienza del Senato. Entrai con lui come interprete, e mi si disse di parlare. Non m'aspettavo una cosa del genere, e non m'era neppure passato per la mente che dopo aver lungamente conferito con í membri bisognasse rivolgersi al corpo come se nulla si fosse detto. Figurarsi il mio imbarazzo! Per un uomo così timido, parlare non solo in pubblico, ma di fronte al Senato di Berna, e dover improvvisare senza un minuto per prepararmi: c'era di che annientarmi. Non fui neppure intimidito. Esposi succintamente e con chiarezza la missione dell'archimandrita. Lodai la pietà dei principi che avevano contribuito alla colletta per la quale era venuto. Stimolando d'emulazione quella delle Eccellenze, dissi che non c'era da sperar meno dalla loro abituale munificienza; e poi, cercando di dimostrare che quell'opera buona era ugualmente giovevole a tutti i cristiani senza distinzione di setta, finii col promettere le benedizioni celesti a coloro che vi avrebbero partecipato. Non dirò che il mio discorso avesse fatto effetto, ma è certo che venne apprezzato, e al termine dell'udienza l'archimandrita ricevette una donazione assai cospicua, e, per di più, dei rallegramenti sull'ingegno del suo segretario che io ebbi il gradevole compito di tradurre, ma che non osai rendere alla lettera. Ecco l'unica volta in vita mia che parlai in pubblico e al cospetto di un sovrano, e anche la sola volta forse che parlai arditamente e bene. Che differenza nelle attitudini della stessa persona! Tre anni fa, essendo andato a trovare il mio vecchio amico Roguin a Yverdon, ricevetti una delegazione venuta a ringraziarmi per qualche libro donato alla biblioteca di quella città. Gli svizzeri sono grandi oratori; e quei signori mi arringarono. Mi credetti obbligato a rispondere, ma mi ingarbugliai talmente e la testa mi si confuse tanto, che restai a secco e mi esposi al dileggio. Benché timido per natura, a volte fui ardito nella mia giovinezza, mai nell'età matura. Più ho conosciuto il mondo, meno ho potuto adattarmi al suo tono.

Lasciata Berna, andammo a Solcure. Il progetto dell'archimandrita era di riprendere la strada della Germania, e tornarsene attraverso l'Ungheria o la Polonia, il che faceva un percorso immenso: ma, siccome cammin facendo la sua borsa s'impinguava più che svuotarsi, non temeva le diversioni. Quanto a me, che provavo quasi altrettanto piacere a cavallo o a piedi, non avrei chiesto di meglio che viaggiare così tutta la vita: ma era scritto che non sarei andato tanto lontano.

La prima cosa che facemmo appena a Solcure, fu di recarci a salutare il signor Ambasciatore di Francia. Per disgrazia del mio vescovo, si trattava del marchese di Bonac, che era stato ambasciatore presso la Sublime Porta, e che doveva essere al corrente di tutto ciò che riguardava il Santo Sepolcro. L'archimandrita ebbe un'udienza di un quarto d'ora, alla quale non fui ammesso, perché l'ambasciatore capiva la lingua franca e parlava italiano almeno quanto me. Quando il mio greco uscì, volli seguirlo; mi trattennero: toccava a me. Essendomi spacciato per parigino, ero come tale sotto la giurisdizione di Sua Eccellenza. Mi domandò chi fossi, mi esortò a dir la verità; glielo promisi chiedendogli un'udienza privata, che mi fu concessa. L'ambasciatore mi condusse nel suo studio, di cui chiuse la porta, e là, gettandomi ai suoi piedi, mantenni la promessa. Non avrei detto meno anche senza promesse, perché un bisogno continuo di espressione mette ogni momento il mio cuore sulle mie labbra; e, dopo che m'ero confessato senza riserve al musicante Lutold, non avevo bisogno di fare il misterioso con il marchese di Bonac. Fu così contento della mia breve storia e della sincera effusione con cui sentì che l'avevo narrata, che mi prese per mano, mi condusse dalla signora ambasciatrice e mi presentò a lei riassumendole il mio racconto. La signora di Bonac m'accolse con bontà, e disse che non bisognava lasciarmi andare con quel monaco greco. Venne deciso che sarei rimasto nel palazzo in attesa che si stabilisse come disporre di me. Volevo andare a congedarmi dal povero archimandrita, al quale avevo finito per affezionarmi: non me lo permisero. Si mandò a comunicargli il mio arresto, e un quarto d'ora dopo vidi arrivare il mio fagotto. Il signor della Martinière, segretario d'ambasciata, fu in qualche modo incaricato d'occuparsi di me. Conducendomi alla stanza destinatami, mi disse: «Questa stanza è stata occupata, sotto il conte Du Luc, da un uomo celebre che aveva il vostro stesso nome: sta solo in voi sostituirlo in tutto e far dire un giorno Rousseau primo, Rousseau secondo.» Questa successione, che allora non speravo, avrebbe meno lusingato i miei desideri se avessi potuto prevedere a che prezzo l'avrei un giorno acquistata.

Quanto m'aveva detto il signor della Martinière eccitò la mia curiosità. Lessi le opere dell'uomo di cui occupavo la stanza, e sullo slancio dell'augurio rivoltomi, persuaso d'esser vocato alla poesia, composi, come saggio, una cantata in lode della signora di Bonac. La vocazione non resse. Ho composto ogni tanto qualche verso mediocre; è un esercizio abbastanza utile per addestrarsi alle inversioni eleganti e imparare a scrivere meglio in prosa; ma non ho mai colto nella poesia francese attrattive sufficienti a impegnarmi sino in fondo.

Il signor della Martinière volle un assaggio del mio stile, e mi chiese per scritto gli stessi particolari raccontati all'ambasciatore. Gli scrissi una lunga lettera, e ho saputo che è stata conservata dal signor di Marianne, da tempo addetto al marchese di Bonac e in seguito succeduto al signor della Martinière durante l'ambasciata del signor di Courteilles. Ho pregato il signor di Malherbes di procurarmi una copia di quella lettera. Se potrò averla da lui o da altri, la si troverà nella raccolta che deve accompagnare le mie Confessioni.

L'esperienza che cominciavo ad avere moderava a poco a poco i miei progetti romanzeschi e, per esempio, non solo non m'innamorai della signora di Bonac, ma capii subito che non potevo fare molta strada in casa di suo marito. Il signor della Martinière in carica, e il signor di Marianne, per così dire, già preparato alla successione, mi lasciavano sperare, come sola fortuna, un posto di sottosegretario, che non mi tentava eccessivamente. Così, quando fui consultato su ciò che volevo fare, palesai un gran desiderio di andare a Parigi. L'ambasciatore apprezzò quell'idea, che gli consentiva almeno di sbarazzarsi di me. Il signor di Merveilleux, segretario interprete dell'ambasciata, disse che il suo amico Gaudard, colonnello svizzero al servizio della Francia, cercava qualcuno da collocare presso il nipote, che entrava giovanissimo in servizio, e pensò che potessi convenirgli. In base a quell'idea presa con una certa leggerezza, la mia partenza fu decisa; ed io, che vedevo solo un bel viaggio a Parigi come meta, ero folle di gioia in cuor mio. Mi diedero alcune lettere, accompagnate da una quantità di eccellenti consigli, e partii.

Impiegai in quel viaggio una quindicina di giorni che posso contare tra i più felici della mia vita. Ero giovane, in buona salute, avevo sufficiente denaro, molte speranze, e viaggiavo, viaggiavo a piedi, viaggiavo solo. Sembrerebbe strano che ne sottolinei l'aspetto vantaggioso, se già il lettore non si fosse dovuto familiarizzare col mio carattere. Le mie dolci chimere mi tenevano compagnia, e mai il fervore della mia immaginazione ne generò di più splendide. Quando mi si offriva qualche posto libero in carrozza, o qualcuno mi avvicinava per strada, temevo di veder rovesciare la fortuna che sui miei passi andavo edificando. Questa volta le mie idee erano marziali. M'accingevo a dispormi al seguito di un militare e a farmi militare io stesso, giacché s'era d'accordo che avrei cominciato dal grado di cadetto. Già credevo di vedermi in divisa d'ufficiale con un bel pennacchio bianco. Il mio cuore si gonfiava a quel nobile pensiero. Avevo qualche infarinatura di geometria e di fortificazioni; avevo uno zio ingegnere; ero in un certo senso figlio d'arte. La mia vista debole era un po' d'ostacolo, ma non me ne preoccupavo: contavo di supplire a quel difetto a forza di sangue freddo e di valore. Avevo letto che il maresciallo Schomberg aveva la vista cortissima; perché il maresciallo Rousseau non avrebbe potuto averla? Mi infervoravo tanto in simili follie che non vedevo più che truppe, bastioni, gabbioni, batterie, e me stesso in mezzo al fuoco e al fumo, impartire freddamente i miei ordini, col cannocchiale in mano. Tuttavia, quando passavo fra quelle amene campagne, e scorgevo boschetti e ruscelli, quella visione commovente mi faceva sospirare di rimpianto; sentivo, nel pieno della gloria, che il mio cuore non era fatto per tanto frastuono, e in breve, senza sapere come, mi ritrovavo fra i prediletti incanti pastorali, dimissionario per sempre dalle fatiche di Marte.

Come l'ingresso a Parigi smentì l'idea che ne avevo! Lo scenario esteriore che avevo visto a Torino, la bellezza delle strade, la simmetria e l'allineamento delle case, mi facevano cercare a Parigi qualcosa di più. M'ero figurato una città tanto bella quanto grande, dall'aspetto più maestoso, dove non si scorgessero che vie superbe, palazzi di marmo e d'oro. Entrando dal sobborgo Saint-Marccau, non vidi che viuzze sudice e fetide, sordide case nere, aria di sporcizia e di povertà, mendicanti, carrettieri, rammendatrici, venditrici di tisane e di cappelli vecchi. Tutto ciò mi scosse d'acchito a tal punto, che quanto poi a Parigi ho visto di reale magnificenza non ha potuto cancellare quella prima impressione, e m'è restato sempre una segreta ripugnanza ad abitare in questa capitale. Posso dire che tutto il tempo che successivamente vi trascorsi, non lo vissi che per cercarvi le risorse che mi consentissero di tenermene lontano. Tale il frutto di un'immaginazione troppo fervida, che esagera oltre l'esagerazione umana, e sempre vede più di quanto le si dica. M'avevano talmente vantato Parigi, che me l'ero immaginata come l'antica Babilonia, nella quale forse avrei trovato, se l'avessi vista, altrettante ragioni di ridimensionare il quadro che me ne son fatto. La stessa cosa mi capitò all'Opéra, dove mi affrettai a recarmi l'indomani del mio arrivo; la stessa mi capitò in seguito a Versailles; e poi ancora vedendo il mare; e sempre mi accadrà lo stesso di fronte a spettacoli troppo decantati, perché è impossibile agli uomini e difficile persino alla natura superare in ricchezza la mia immaginazione.

Dal modo in cui venni ricevuto da tutti coloro per i quali avevo lettere di presentazione, credetti bell'e fatta la mia fortuna. Colui al quale ero più raccomandato, e che mi fece meno complimenti, era il signor di Surbeck, che ritiratosi dal servizio, viveva da filosofo a Bagneux, dove andai più volte a trovarlo, e dove mai m'offrì un bicchier d'acqua. Ebbi migliore accoglienza dalla signora di Merveilleux, cognata dell'interprete, e da suo nipote, ufficiale delle guardie: non solo madre e figlio m'accolsero cordialmente, ma misero a mia disposizione la loro tavola, di cui sovente approfittai durante il mio soggiorno a Parigi. La signora di Merveilleux mi parve fosse stata bella; aveva capelli d'un nero lucente che le facevano, alla vecchia moda, ricciolo sulle tempie. Le restava ciò che non muore con la beltà: un'intelligenza piacevolissima. Mi parve che apprezzasse la mia, e fece quanto poteva per aiutarmi; ma nessuno assecondò i suoi sforzi e in breve rimasi deluso di tutta quella gran premura esibita nei miei confronti. Bisogna tuttavia render giustizia ai francesi: non si profondono, quanto si dice, in proteste d'amicizia, e quelle che fanno sono quasi sempre sincere, ma hanno un modo d'interessarsi in apparenza a voi che inganna più delle parole. Gli sperticati complimenti degli svizzeri illudono solo i gonzi; i modi dei francesi sono più accattivanti proprio perché più semplici: si crederebbe che non vi dicano tutto ciò che hanno in animo di fare, per sbalordirvi più piacevolmente. Direi di più: non sono affatto ipocriti nelle loro attestazioni; sono naturalmente premurosi, umani, benevoli e persino, checché se ne dica, più sinceri d'ogni altro popolo; ma sono leggeri e volubili. Nutrono davvero il sentimento che vi dimostrano, ma quel sentimento svanisce come è venuto. Parlandovi, sono presi di voi; non vedendovi più, vi dimenticano. Nulla è duraturo nel loro cuore: tutto è in loro frutto del momento.

Fui, dunque, molto blandito e poco aiutato. Il colonnello Gaudard, al cui nipote ero stato destinato, si rivelò un vecchio avaraccio, che, sebbene imbottito d'oro, vedendo le mie strettezze, mi volle avere per nulla. Pretendeva che entrassi al servizio del nipote in veste di domestico senza salario, piuttosto che di vero e proprio precettore. Continuamente legato a lui, e perciò dispensato dal servizio, dovevo vivere della mia paga di cadetto, ossia di soldato; e a stento consentiva di fornirmi l'uniforme: avrebbe voluto che mi contentassi di quella del reggimento. La signora di Merveilleux, indignata per le sue proposte, mi sconsigliò lei stessa di accettarle, e suo figlio fu dello stesso avviso. Si cercava un'alternativa, e non si trovava. Intanto cominciavo ad aver fretta, e i cento franchi con cui m'ero messo in viaggio non potevano condurmi molto lontano. Per fortuna ricevetti, dall'ambasciatore, un altro po' di denaro che mi fu provvidenziale; e credo che egli non mi avrebbe abbandonato, se avessi avuto più pazienza: ma languire, aspettare, sollecitare, sono cose impossibili per me. Mi disgustai; non mi feci più vivo, e tutto finì. Non avevo dimenticato la mia povera Mamma; ma come trovarla? Dove cercarla? La signora di Merveilleux, che conosceva la mia storia, mi aveva aiutato in quella ricerca, e a lungo senza risultato. Finalmente mi informò che la signora di Warens era ripartita da oltre due mesi, ma che non si sapeva s'era andata in Savoia o a Torino, e che alcuni sostenevano che fosse tornata in Svizzera. Non mi ci volle di più per spingermi a seguirla, certissimo che dovunque si trovasse, l'avrei rintracciata più facilmente in provincia di quanto non m'era riuscito a Parigi.

Prima di partire esercitai il mio nuovo talento poetico in un'epistola al colonnello Gaudard, nella quale lo demolii del mio meglio. Feci leggere i miei sgorbi alla signora di Merveilleux, la quale, anziché rimproverarmi come avrebbe dovuto fare, rise allegramente dei miei sarcasmi, così come il figlio, che non credo amasse troppo il signor Gaudard, e bisogna ammettere che questi non era simpatico. Ero tentato di mandargli i miei versi; essi mi incoraggiarono: ne feci un plico indirizzato a lui, e siccome non esisteva in quel tempo a Parigi un servizio postale cittadino, me lo misi in tasca e glielo spedii passando da Auxerre. Rido ancora qualche volta pensando alle smorfie che dovette fare leggendo quel panegirico, dov'era ritratto a perfezione. Cominciava così:

Tu croyois, vieux pénard, qu'une folle manie

d'élever ton neveu m'inspireroit l'envie.

Questa breve composizione, mal fatta per la verità, ma che non mancava di sale, e che preannunciava una vocazione alla satira, è tuttavia il solo scritto satirico uscito dalla mia penna. Ho il cuore troppo poco astioso per valermi di questo talento: ma credo che si possa giudicare, da alcuni scritti polemici vergati di tanto in tanto a mia difesa, come, se fossi stato di carattere battagliero, i miei avversari avrebbero avuto raramente le risate dei lettori dalla loro parte.

La cosa che più rimpiango, nei particolari della mia vita di cui ho perso il ricordo, è di non aver mai tenuto diari dei miei viaggi. Non ho mai tanto pensato, tanto vissuto, mai sono esistito e con tanta fedeltà a me stesso, se così posso dire, quanto in quei viaggi che ho compiuto da solo e a piedi. La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l'aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell'osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, di tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più audacia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell'immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura. Dispongo da padrone dell'intiera natura; il mio cuore, errando da un oggetto all'altro, si unisce, si identifica con quelli che lo nutrono, si circonda d'immagini sorridenti, s'inebria di sentimenti deliziosi. Se per fissarli mi diletto a descriverli in me stesso, che pennello vigoroso, che freschezza di colori, quale energia d'espressione trasfondo in essi! Si è trovato, a quanto dicono, tutto ciò nelle mie opere, benché scritte sul declino dei miei anni. Oh, se avessero conosciuto quelle della mia prima giovinezza, quelle composte durante i miei viaggi, concepite e mai scritte... Perché, direte, non scriverle? E perché farlo? vi risponderò: perché togliermi l'incanto immediato del piacere, per dire ad altri che ne avevo goduto? Che m'importava dei lettori, del pubblico e di tutta la terra, mentre mi libravo nei cieli? D'altronde, portavo forse con me carta e penna? Se mi fossi preoccupato di tutto questo, non mi sarebbe nato un pensiero. Non prevedevo che avrei avuto delle idee; vengono quando gli garba, non quando voglio io. O non vengono affatto, o arrivano in folla, mi subissano col loro numero e la loro forza. Dieci volumi al giorno non sarebbero bastati. Dove trovare il tempo per scriverli? All'arrivo non pensavo che a pranzar bene. Partendo, non pensavo che a marciar bene. Sentivo che un nuovo paradiso mi aspettava alla porta. Non pensavo che di andare a cercarlo.

Mai sentii tutto questo come nel viaggio di ritorno di cui sto parlando. Venendo a Parigi, m'ero chiuso nel giro d'idee correlate allo scopo del mio viaggio. Mi ero lanciato nella carriera dove intendevo inoltrarmi, e l'avevo percorsa con sufficiente gloria: ma non era quella la carriera cui mi chiamava il cuore, e gli esseri reali combattevano gli esseri immaginari. Il colonnello Gaudard e suo nipote si immiserivano a fronte di un eroe come me. Grazie al cielo m'ero liberato da quegli ostacoli: potevo immergermi a mio piacere nel regno delle chimere, perché davanti a me non restava che questo. Così mi ci smarrii a tal punto che persi davvero più volte la strada; e mi sarebbe assai dispiaciuto procedere più speditamente, perché sentendo che a Lione sarei ripiombato sulla terra, avrei voluto non arrivarci mai.

Un giorno fra i tanti, essendomi sviato di proposito per ammirare da vicino un posto che mi parve incantevole, me ne entusiasmai tanto e vi intrecciai tanti giri che mi perdetti del tutto. Dopo parecchie ore di inutili corse, stanco e mezzo morto di sete e di fame, entrai in una casa contadina non bella d'aspetto, ma l'unica che vedessi nei paraggi. Credevo che fosse come a Ginevra o in Svizzera, dove tutti gli abitanti sono in condizione di esercitare senza pena l'ospitalità. Pregai il contadino di darmi da mangiare, pagando. Mi offrì del latte scremato e una pagnotta d'orzo, dicendomi che era tutto quanto aveva. Sorbivo quel latte con delizia e masticavo quel pane, paglia e tutto; ma non era di gran ristoro per un uomo spossato dalla fatica. Il contadino, che mi osservava, giudicò dal mio appetito la verità della mia storia. D'improvviso, dopo avermi detto che ben vedeva come fossi un bravo giovane onesto non certo capitato lì per denunciarlo, aprì una piccola botola accanto alla sua cucina, scese e tornò in un momento con un bel pane bigio di puro frumento, un prosciutto appetitosissimo benché intaccato, e una bottiglia di vino la cui vista mi rallegrò il cuore più di tutto il resto. Si aggiunse a ciò una frittata piuttosto robusta, e feci un pranzo come nessuno, tranne un viandante, si gustò mai. Quando arrivò il momento di pagare, eccolo di nuovo preso da titubanze e timori; non voleva il mio denaro, lo respingeva con straordinario turbamento; e il comico era che non riuscivo a immaginare di che cosa avesse paura. Finalmente pronunciò rabbrividendo le terribili parole di esattori e di «topi di cantina». Mi fece capire che nascondeva il vino per via delle tasse, il pane per via dell'imposta fondiaria, e che sarebbe stato un uomo rovinato se si fosse dubitato che moriva di fame. Tutto quanto mi disse in proposito, e di cui non avevo la minima idea, mi fece un'impressione che non dimenticherò mai. Là nacque il germe di quell'odio inestinguibile che poi mi si sviluppò nel cuore contro le vessazioni patite dallo sventurato popolo e contro i suoi oppressori. Quell'uomo, benché agiato, non ardiva mangiare il pane guadagnato col sudore della fronte, e non poteva scongiurare la sua rovina che esibendo la stessa miseria dominante attorno a lui. Uscii dalla sua casa indignato e commosso insieme, deplorando la sorte di quella bella contrada cui la natura ha prodigato i suoi doni solo per darli in preda a barbari pubblicani.

Ecco il solo ricordo ben distinto che serbo di quanto mi accadde durante quel viaggio. Ricordo soltanto che avvicinandomi a Lione fui tentato di prolungare il mio cammino per andare a vedere le rive del Lignon; perché, fra i romanzi letti con mio padre, l'Astrée non era stato dimenticato, ed era quello che più frequentemente mi tornava al cuore. Chiesi la strada per Forez; e chiacchierando con un'ostessa, seppi da lei ch'era un buon paese per gli operai, che c'erano molte fucine e vi si lavorava benissimo il ferro. L'elogio smorzò di colpo la mia romanzesca curiosità, e non ritenni opportuno andare in cerca di Diane e Silvandri tra un popolo di fabbri. La brava donna che mi incoraggiava m'aveva certo preso per un garzone di magnano. Non mi recavo a Lione privo del tutto di prospettive. Appena arrivato, andai a trovare, alle Chasottes, la signorina di Chatelet, amica della signora di Warens, e per la quale, quando ci ero venuto con Le Maître, mi aveva dato una lettera: era così una vecchia conoscenza. La signorina di Chatelet mi informò che la sua amica era effettivamente passata da Lione, ma ignorava se si fosse spinta sino in Piemonte, e che nel partire era incerta lei stessa se fermarsi o no nella Savoia; se volevo, avrebbe scritto per avere notizie, e il miglior partito da prendere era per me d'aspettarla a Lione. Accettai l'offerta: ma non osai confessare alla signorina di Chatelet che la risposta mi urgeva, e che il mio esangue borsellino non mi consentiva di attenderla a lungo. Se ebbi ritegno non fu perché m'avesse accolto male. Anzi, mi aveva fatto una quantità di complimenti, e mi trattava su un piano di parità che mi toglieva il coraggio di mostrarle il mio stato, e di abbassarmi dal ruolo di giovane ammodo a quello di un disgraziato mendicante.

Mi sembra di vedere con estrema chiarezza la concatenazione di quanto ho narrato in questo libro. Credo però di ricordare, nello stesso periodo, un altro viaggio a Lione che non riesco a situare nel tempo, e nel quale mi trovai in grandi strettezze. Un piccolo aneddoto, piuttosto difficile da raccontare, non mi permetterà mai di dimenticarlo. Una sera ero seduto in Bellecour, dopo una cena molto magra, pensando a come togliermi dai guai, quando un uomo in berretta venne a sedermisi accanto. L'uomo aveva l'aria d'uno di quegli operai setaioli che a Lione chiamano taffetatiers. Mi rivolse la parola, gli risposi, ed ecco avviata la conversazione. Avevamo chiacchierato appena un quarto d'ora, che, sempre con la stessa freddezza e senza cambiar tono, mi propose di divertirci in compagnia. Aspettavo che mi chiarisse quel genere di spasso; ma, senz'altro aggiungere, si sentì in dovere di offrirmi l'esempio. Ci toccavamo quasi, e la notte non era tanto buia che m'impedisse di vedere a quale esercizio si preparasse. Non pretendeva nulla dalla mia persona, o per lo meno nulla ne annunciava l'intenzione, e il luogo non l'avrebbe favorita. Voleva esattamente, come mi aveva detto, soltanto divertirsi, e che io mi divertissi, ciascuno per proprio conto; e la cosa gli sembrava tanto semplice che neppure aveva supposto un mio diverso avviso. Mi spaventai talmente di tanta impudenza, che, senza rispondere, mi alzai a precipizio e fuggii a gambe levate, credendo il miserabile alle mie calcagna. Ero così sconvolto, che invece di raggiungere il mio albergo per la rue Saint-Dominique, corsi verso il lungofiume, e non mi fermai che oltre il ponte di legno, tremante come se avessi appena commesso un delitto. Ero schiavo dello stesso vizio; quel ricordo me ne guarì a lungo.

In quello stesso viaggio, ebbi un'altra avventura press'a poco di quel genere, ma che mi espose a rischi peggiori. Vedendo i miei spiccioli vicini a finire, centellinavo i miseri resti. Mangiavo meno spesso in albergo, e presto non vi mangiai più, potendo con cinque o sei soldi sfamarmi alla taverna non diversamente che in albergo con venticinque. Non mangiandovi più, non sapevo come andarvi a dormire, non perché dovessi gran cosa, ma mi vergognavo di occupare una camera senza alcun profitto per l'ostessa. La stagione era bella. Una sera che faceva molto caldo, decisi di passar la notte in piazza, e già m'ero sistemato su una panca, quando un abate di passaggio, vedendomi coricato in quel modo, s'avvicinò e mi chiese se fossi senza alloggio. Gli confessai il mio stato, e ne parve commosso; sedette accanto a me e cominciammo a conversare. Era un parlatore gradevole; quanto mi disse m'ispirò la miglior opinione di lui. Come mi vide ben disposto, mi disse che non disponeva d'un alloggio spazioso, non aveva che una stanza; ma assolutamente non m'avrebbe lasciato dormire così all'aperto; era tardi per trovarmi un alloggio, e per quella notte m'offriva metà del suo letto. Accetto l'offerta, sperando già di farmi un amico forse utile. Andiamo, batte l'acciarino: la sua stanza mi parve linda nella sua piccolezza; me ne fece gli onori con estrema cortesia. Prese da un armadio un vaso di ciliege all'acquavite; ne mangiarono due ciascuno e andammo a letto.

Quest'uomo aveva gli stessi gusti del moro dell'ospizio, ma non li manifestava così brutalmente. O perché, sapendo che potevano udirmi, temesse di suscitare le mie difese, o perché fosse in realtà meno risoluto nei suoi piani, non osò propormene apertamente l'esecuzione, e cercava di eccitarmi senza allarmarmi. Più istruito della prima volta, intuii rapidamente i suoi fini, e ne rabbrividii; non sapendo in quale casa e in quali mani mi trovassi, temetti, scatenando un baccano, di pagarlo con la vita. Finsi di ignorare ciò che voleva da me; ma mostrandomi intollerante delle sue carezze e ben deciso a non sopportarne gli sviluppi, mi portai così bene che fu costretto a contenersi. Gli parlai allora con tutta la dolcezza e la fermezza di cui ero capace; e fingendo di nulla sospettare, mi scusai dell'inquietudine che gli avevo palesata giustificandola con la mia vecchia avventura, che gli riferii ostentatamente in termini tali di disgusto e di orrore che, credo, nausearono persino lui, e rinunciò del tutto al suo sordido disegno. Trascorremmo quietamente il resto della notte. Mi disse una quantità di ottime cose, sensatissime, e non era certo un uomo privo di meriti, quantunque gran dissoluto.

La mattina seguente, il signor abate, che non voleva apparire scontento, parlò di colazione, e pregò una figlia dell'ostessa, graziosissima ragazza, di farcela portare. Lei gli disse che non aveva tempo: si rivolse alla sorella, che non si degnò di rispondere. Aspettavamo pazientemente: la colazione non compariva. Alla fine passammo nella stanza delle signorine. Accolsero l'abate con scarsissima cordialità, e io ebbi ancor meno a compiacermi del loro benvenuto. La maggiore, voltandosi, pestò col suo tacco appuntito il mio piede, giusto dove un dolorosissimo callo m'aveva costretto a tagliare la scarpa; l'altra venne a togliermi bruscamente la sedia di sotto mentre stavo per sedermi; la madre, nel rovesciare l'acqua dalla finestra, me ne schizzò in viso: dovunque mi mettessi mi cacciavano con la scusa di cercare qualcosa; non mi ero mai trovato a una simile festa. Ravvisavo nei loro sguardi insolenti e beffardi un furore represso di cui stupidamente non capivo la ragione. Sbalordito, stupefatto, pronto a crederle tutte invasate, cominciai a spaventarmi sul serio, quando l'abate, che fingeva di non vedere e di non sentire, reputando che ormai non c'era nessuna colazione da sperare, prese la decisione di uscire, e io mi affrettai a seguirlo, contentissimo di sfuggire alle tre furie. Camminando, mi propose di far colazione al caffé. Benché avessi una fame dannata, non accettai l'offerta, e anche lui non volle insistere; ci separammo al terzo o quarto cantone, io felice di perdere di vista tutto ciò che apparteneva a quella maledetta casa, e lui lietissimo, credo, di avermene allontanato abbastanza da rendermi difficile ritrovarla. Siccome né a Parigi né in alcun'altra città mi accadde mai nulla di simile a quelle due avventure, mi è rimasta un'impressione poco edificante della popolazione lionese, e ho sempre considerato quella città come quella dove regna la più spaventosa corruzione in Europa.

La memoria degli estremi cui fui ridotto, non contribuisce certo a rallegrarmene il ricordo. Se fossi stato della pasta ordinaria, e avessi avuto il genio di chieder prestiti e di indebitarmi all'osteria, me la sarei cavata agevolmente; ma la mia inettitudine era pari alla ripugnanza, e per intendere dove giungono entrambe, basti sapere che dopo aver passato quasi tutta la vita in strettezze, e sovente quasi privo del pane, non mi è capitato una sola volta di farmi chiedere denaro da un creditore senza immediatamente soddisfarlo. Non ho mai saputo contrarre debiti clamorosi, e ho sempre preferito soffrire piuttosto che dovere.

Era certo soffrire vedermi ridotto a passar la notte in strada, e mi accadde più volte, a Lione. Preferivo impiegare i centesimi rimasti per pagarmi il pane e non un letto, perché tutto sommato rischiavo meno di morir di sonno che di fame. Lo strano è che in quell'atroce situazione non ero né inquieto né triste. Non avevo la minima preoccupazione dell'avvenire, e aspettavo le risposte che la signorina di Chatelet doveva ricevere, coricandomi sotto le stelle e dormendo steso per terra o sopra una panca, tranquillo come su un letto di rose. Ricordo anche di aver trascorso una notte deliziosa fuori città, in un sentiero che costeggiava il Rodano o la Saône, non so bene quale dei due. Terrazze a giardino costeggiavano il sentiero dalla parte opposta. Era stata una giornata torrida, la sera era incantevole; la rugiada inumidiva l'erba avvizzita; niente vento, una notte tranquilla. L'aria era fresca senz'essere fredda; il sole, dopo il tramonto, aveva lasciato in cielo rossi vapori il cui riflesso tingeva di rosa le acque; gli alberi delle terrazze erano gremiti d'usignoli che si rispondevano l'un l'altro. Passeggiavo in una specie d'estasi, abbandonando i miei sensi e il mio cuore al godimento di tutto, soltanto un poco sospirando al rimpianto d'essere solo a goderne. Assorto nel mio dolce fantasticare, prolungai la mia passeggiata molto innanzi nella notte, senza accorgermi della stanchezza. Me ne accorsi, infine. Mi distesi voluttuosamente sulla base d'una specie di nicchia o di falsa porta ricavata nel muro del terrazzo; il baldacchino del mio letto erano le chiome degli alberi; un usignolo era esattamente sopra di me, m'addormentai al suo canto: ebbi un sonno dolce e un risveglio più dolce. Era giorno fatto: aprii gli occhi sull'acqua, il verde, il paesaggio mirabile. Mi levai, mi stirai, la fame mi colse, m'incamminai allegramente verso la città deciso a spendere in una buona colazione i due pezzi di «sei bianchi» che mi restavano. Ero d'umore così buono che cantai per tutto il tragitto, e ricordo anche che cantavo una cantata di Battistin intitolata Les bains de Thomery, che conoscevo a memoria. Sia benedetto il buon Battistin e la sua bella cantata, che mi valse una colazione migliore di quella in programma e un pranzo ancor meglio, sul quale non speravo affatto. Sul più bello del mio cammino e del mio canto, sento qualcuno dietro di me, mi volto e vedo un monaco antoniano che sembrava, seguendomi, ascoltarmi con piacere. M'avvicina, saluta, e mi chiede se conosco la musica. «Un po'», rispondo, per far intendere: «Molto». Continua a interrogarmi: gli narro una parte della mia storia. Mi chiede se ho mai copiato musica. «Spesso», gli dico, Ed era vero, il metodo migliore per impararla era stato per me di copiarla. «Ebbene,» mi dice, «venite con me. Potrò darvi lavoro per alcuni giorni, durante i quali non vi mancherà nulla purché consentiate a non uscire dalla stanza.» Consentii di buon grado e lo seguii.

L'antoniano si chiamava Rolichon; amava e conosceva la musica, e cantava in piccoli concerti che faceva con gli amici. Non v'era nulla in tutto ciò che non fosse innocente e onesto; ma la passione degenerava evidentemente in una frenesia che egli era costretto a nascondere in parte. Mi condusse in una cameretta dove mi sistemai, e dove trovai molta musica copiata da lui. Me ne diede altra da copiare; in specie la cantata udita da me e che anch'egli doveva cantare qualche giorno dopo. Vi rimasi tre o quattro giorni, a copiare tutto il tempo in cui non mangiavo, perché mai in vita mia fui più affamato e meglio nutrito. Mi portava i pasti lui stesso dalla cucina dei monaci, e bisognava che fosse buona se il loro vitto ordinario valeva il mio. Non mangiai mai con tanto gusto, e bisogna ammettere che quelle mangiate venivano a proposito, perché ero secco come un legno. Lavoravo quasi con lo stesso slancio con cui mangiavo, e non è poco. È vero che non ero corretto quanto zelante. Di lì a qualche giorno, il signor Rolichon, che incontrai per la strada, mi informò che le mie trascrizioni avevano reso la musica ineseguibile, tant'erano zeppe d'omissioni, ripetizioni e trasposizioni. Devo confessare che scelsi, in seguito, il mestiere cui ero meno adatto Non che la mia notazione non fosse bella e che non copiassi con tutta chiarezza; ma la noia di un lungo lavoro mi porta a distrazioni così grandi che passo più tempo a raschiare che a tracciar note, e che se non presto la massima attenzione nel collezionare le mie parti, esse fanno sempre fallire l'esecuzione. Feci, dunque, malissimo volendo far benissimo, e per andar di volata, andai di traverso. Ciò non impedì a Rolichon di trattarmi bene sino all'ultimo, e di darmi anche, quando me ne andai, un piccolo scodo che non meritavo affatto, e che mi rimise del tutto in sesto, perché pochi giorni dopo ebbi notizie di Mamma, che era a Chambéry, e un po' di denaro per raggiungerla, cosa che feci con entusiasmo. Da quel tempo le mie finanze sono state spesso a corto, ma mai al punto di costringermi al digiuno. Noto questo periodo con cuore grato alle cure della provvidenza. Fu l'ultima volta in vita mia che provai miseria e fame.

Mi trattenni a Lione sette o otto giorni ancora, per aspettare che la signorina Chatelet eseguisse le commissioni di cui Mamma l'aveva incaricata. La frequentai, in quel periodo, con maggiore assiduità di prima, gustando il piacere di parlare con lei della sua amica, e non essendo più distratto dai crudeli pensieri sul mio stato, che mi obbligavano a nasconderlo. La signorina di Chatelet non era né giovane né bella, ma non mancava di grazia; era affabile e cordiale, e il suo spirito valorizzava quella cordialità. Aveva quel gusto dell'osservazione morale che induce allo studio degli uomini; ed è da lei, all'origine, che mi venne la stessa passione. Le piacevano i romanzi di Le Sage, specialmente Gil Blas; me ne parlò, me lo prestò, lo lessi con piacere, ma non ero maturo ancora per quel genere di letture, mi occorrevano i romanzi dai grandi sentimenti. Passavo così il mio tempo alla grata della signorina di Chatelet, con piacere e profitto insieme, ed è certo che le conversazioni appassionate e ragionevoli con una donna di valore sono, più di tutta la pedantesca filosofia dei libri, adatto alla formazione di un giovane. Alle Chasottes feci conoscenza con altre pensionanti e con le loro amiche; fra le altre con una giovinetta di quattordici anni, la signorina Serre, alla quale non prestai sul momento soverchia attenzione, ma di cui m'appassionai otto o nove anni dopo, e con ragione, giacché era una ragazza deliziosa.

Preso tutto dall'attesa di rivedere presto la mia buona Mamma, diedi un po' di tregua alle mie chimere, e la felicità reale che mi aspettava mi dispensò dal cercarne nelle mie visioni. Non solo la ritrovavo, ma ritrovavo accanto a lei, e grazie a lei, una condizione gradevole, giacché mi annunciava d'avermi trovato un'occupazione che sperava mi convenisse, e che non mi avrebbe allontanato da lei. Mi smarrivo in congetture per indovinare di che occupazione si trattasse, e per azzeccarla bisognava essere davvero indovini. Avevo sufficiente denaro per un viaggio comodo. La signorina di Chatelet voleva che prendessi un cavallo; non volli consentire ed ebbi ragione: avrei perso il piacere dell'ultimo viaggio a piedi di tutta la mia vita, poiché non posso dare questo nome alle gite compiute spesso nei dintorni, quando soggiornavo a Motiers.

È davvero strano che la mia immaginazione non si accenda mai tanto piacevolmente come quando la mia situazione è la meno gradevole, e che invece meno mi sorrida quando tutto ride intorno a me. La mia sciagurata testa non sa assoggettarsi alle cose. Non saprebbe abbellire: vuol creare. Gli oggetti reali vi si rispecchiano tutt'al più come sono; essa non sa adornare che gli oggetti immaginari. Se voglio dipingere la primavera, bisogna che sia d'inverno; se voglio descrivere un bel paesaggio, occorre che sia tra quattro mura; e ho detto cento volte che se mai fossi cacciato alla Bastiglia, vi dipingerei il quadro della libertà. Partendo da Lione non vedevo che un piacevole avvenire; ero così contento, e avevo motivo d'esserlo, quanto poco ero lieto partendo da Parigi. Eppure, in quel viaggio, non mi accompagnarono le deliziose fantasticherie che mi avevano seguito nell'altro. Avevo il cuore sereno, ma era tutto. Mi avvicinavo, colmo di tenerezza, all'eccellente amica che avrei rivisto tra poco. Pregustavo, ma senza ebbrezza, la gioia di viverle accanto: lo avevo sempre atteso, era come se nulla mi accadesse di nuovo. Mi angustiavo di ciò che avrei fatto, come se fosse stato un problema preoccupante. I miei pensieri erano tranquilli e dolci, non celesti ed estasianti. Tutti gli oggetti che incontravo richiamavano il mio sguardo; ero attento ai paesaggi, notavo gli alberi, le case, i ruscelli; sceglievo con ponderazione, ai crocicchi, la mia via, avevo paura di perdermi, e non mi perdevo. In poche parole, non ero più nell'empireo; ero a volte dove mi trovavo, a volte dove andavo, e mai altrove.

Nel descrivere i miei viaggi, mi sento come quando li vivevo: non vorrei mai arrivare. Il cuore mi batteva di gioia avvicinandomi alla mia cara Mamma, eppure non mi affrettavo. Mi piace camminare a mio agio e fermarmi quando mi aggrada. La vita ambulante è quella che fa per me. Camminare a piedi col bel tempo, in un bel paese, senza fretta, e avere per meta un oggetto piacevole: ecco fra i modi di vivere il più caro ai miei gusti. Del resto, si sa già che cosa intendo per bel paese. Mai paese di pianura, per bello che fosse, parve tale ai miei occhi. Mi ci vogliono torrenti, rupi, abeti, fondi boschi, montagne, scoscesi sentieri da salire o discendere, precipizi ai miei fianchi da farmi paura. Provai quel piacere, e lo gustai in tutto il suo incanto, avvicinandomi a Chambéry. Non lontano da una gola chiamata Pas-de-l'Echelle, sotto al gran passaggio scavato nella roccia in località detta Chailles, corre e ribolle in orridi abissi un fiumicello che sembra abbia consumato millenni a scavarli. Sull'orlo del sentiero hanno costruito un parapetto per scongiurare le disgrazie: ciò mi consentiva di contemplare il fondo e di guadagnarmi vertigini a mio perfetto agio giacché quel che c'è di più piacevole nella mia passione per i luoghi dirupati è che mi danno il capogiro, e mi piace molto la vertigine purché mi senta al sicuro. Ben appoggiato al parapetto, sporgevo il naso, e restavo lì ore intere, intravvedendo di tanto in tanto quella spuma e quell'acqua azzurra di cui udivo il mugghiare attraverso le strida dei corvi e degli uccelli rapaci che volavano di roccia in roccia e di fratta in fratta, cento tese sotto di me. Dove il pendio era abbastanza uniforme e la sterpaglia abbastanza rada per lasciar passare dei sassi, andavo a cercarne lontano i più grossi che riuscivo a portare, li ammucchiavo sul parapetto, e poi, lanciandoli uno dopo l'altro, mi divertivo a vederli rotolare, rimbalzare e volare in mille schegge prima di toccare il fondo del precipizio.

Più vicino a Chambéry ebbi uno spettacolo simile in senso contrario. Il sentiero passa ai piedi della più bella cascata che abbia mai visto. La montagna è talmente scoscesa che l'acqua si stacca di netto e piomba in un'arcata, lontano quanto basta perché si possa passare, tra roccia e cascata, qualche volta senza bagnarsi. Ma se non si prendono bene le misure, ci si trova facilmente ingannati, come accadde a me: infatti, a causa dell'altezza estrema, l'acqua si divide e cade polverizzandosi, e avvicinandosi troppo a quella nuvola senza avvedersi subito che ci si bagna, in un istante si è fradici.

Arrivo, finalmente, la rivedo. Non era sola. Quando entrai, era con lei l'Intendente generale. Senza parlarmi, mi prende per mano, e mi presenta a lui con quella grazia che le apriva ogni cuore: «Eccolo, signore, questo povero giovane. Degnatevi di proteggerlo fino a quando lo meriterà; non sono più in pena per lui per il resto della sua vita.» Poi, rivolgendo la parola a me: «Figlio mio,» mi disse, «voi appartenete al re; ringraziate il signor Intendente che vi offre il pane.» Spalancavo gli occhi senza parole, senza troppo sapere che cosa pensare; poco mancò che l'ambizione nascente non mi desse alla testa, che già non mi sentissi il piccolo Intendente. La mia fortuna si rivelò meno splendida di quanto potessi arguire da quell'esordio; ma per il momento c'era di che vivere, e per me era molto. Ecco di che si trattava.

Il re Vittorio Emanuele, persuaso dall'esito delle guerre precedenti e dalla posizione dell'antico patrimonio dei suoi padri, che un giorno o l'altro esso gli sarebbe sfuggito, non cercava che di sfruttarlo a fondo. Pochi anni prima, avendo deciso di imporre una taglia alla nobiltà, aveva ordinato un catasto generale dell'intiero paese, affinché, rendendo reale l'imposta, si potesse più equamente ripartirla. Il lavoro, iniziato sotto il padre, venne condotto a termine sotto il figlio. Due o trecento uomini, fra agrimensori che si dicevano geometri e scrivani che si dicevano segretari, furono assunti per quest'opera, e appunto fra questi ultimi Mamma aveva fatto assumere anche me. Il posto, senza essere molto lucroso, dava, di che vivere largamente in quel paese. Il guaio era che si trattava di un impiego transitorio, ma consentiva di cercare e di attendere; e appunto per previdenza ella cercava di ottenermi la protezione particolare dell'Intendente, per poter passare a qualche impiego più solido quando il termine del primo venisse a scadere.

Entrai nelle mie funzioni pochi giorni dopo il mio arrivo. Il lavoro non presentava difficoltà, e l'appresi in breve. Così, quattro o cinque anni dopo la mia fuga da Ginevra, spesi in corse, follie e sofferenze, per la prima volta cominciai a guadagnarmi onorevolmente il pane.

Questi particolari minuti della mia prima giovinezza saranno parsi ben puerili, e me ne spiace: benché nato uomo sotto certi aspetti, sono rimasto a lungo ragazzo, e lo sono ancora in molti altri. Non ho promesso di offrire ai lettori un grande personaggio, ho promesso di descrivermi come sono; e per conoscermi nell'età matura bisogna avermi conosciuto bene in gioventù. Siccome gli oggetti suscitano su di me in generale minor impressione del loro ricordo, ed essendo le mie idee tutte in immagini, i primi segni che si sono impressi nel mio cervello vi sono rimasti, e quelli incisi successivamente anziché cancellarli si sono combinati con gli altri. C'è una certa successione di affetti e di idee che modificano quelle susseguenti, e bisogna conoscerle per ben giudicare. Mi sforzo sempre di evidenziare le cause primarie per far sentire il concatenarsi degli effetti. Vorrei in certo modo rendere la mia anima trasparente agli occhi del lettore, e per ciò cerco di mostrargliela sotto tutti i punti di vista, d'illuminarla con ogni luce, di fare in modo che nulla vi si muova che gli sfugga, per consentirgli di giudicare da sé il principio che l'attiva.

Se gli presentassi il risultato soltanto, e gli dicessi: «Tale è il mio carattere», egli potrebbe credere, se non proprio che lo inganni, almeno che sia io a sbagliarmi. Ma descrivendogli con semplicità tutto quanto mi è accaduto, tutto quanto ho fatto, ho pensato, ho sentito, non posso indurlo in errore, a meno che non lo voglia io; e quand'anche lo volessi, non ci riuscirei in questo modo facilmente. Tocca a lui mettere insieme questi elementi e determinare l'essere che compongono: l'esito dovrà risultare opera sua; e se allora si ingannerà, l'errore sarà suo soltanto. Ora, non basta per questo scopo che i miei racconti siano fedeli, bisogna anche che siano esatti. Non tocca a me giudicare l'importanza dei fatti, devo dirli tutti, e lasciare a lui il compito di sceglierli. È quanto ho fin qui perseguito con tutto il mio coraggio, e non verrò meno in seguito. Ma i ricordi dell'età matura sono sempre meno vivi di quelli della prima giovinezza. Ho cominciato ricavando da questi il miglior profitto possibile. Se gli altri mi torneranno in mente con la stessa forza, forse i lettori impazienti si annoieranno, ma io non sarò insoddisfatto del mio lavoro. Una cosa soltanto ho da temere in quest'impresa: non di dir troppo o di dire menzogne, ma di non dir tutto o di tacere qualche verità.

LIBRO QUINTO

Fu nel 1732, a quanto ricordo, che arrivai a Chambéry, come già ho raccontato, dove cominciai a lavorare quale impiegato del catasto al servizio del re. Avevo passati i vent'anni, ero quasi ai ventuno. Ero abbastanza sviluppato per la mia età, quanto a intelligenza, ma poco o nulla in fatto di giudizio, e avevo un gran bisogno delle mani in cui caddi per imparare a condurmi; giacché alcuni anni di esperienza non mi avevano ancora radicalmente guarito delle mie visioni romanzesche, e nonostante i tanti mali sofferti, conoscevo così poco il mondo e gli uomini come se non avessi fatte mie quelle lezioni.

Alloggiavo a casa mia, ossia in casa di Mamma; ma non ritrovai la mia stanza di Annecy. Non più giardino, ruscello, paesaggio. La casa che ella occupava era buia e triste, e la mia stanza era la più buia e la più triste della casa. Un muro come veduta, un vicolo cieco come strada, poca aria, poca luce, poco spazio, grilli, topi, travi marce; tutto ciò non costituiva un'abitazione gradevole. Ma stavo con lei, vicino a lei; costantemente in ufficio o nella sua stanza, non m'accorgevo della bruttezza della mia; non avevo il tempo di pensarci. Sembrerà strano che si fosse stabilita a Chambéry apposta per abitare quell'orrenda casa: fu da parte sua una dimostrazione di sagacia che non posso passare sotto silenzio. A Torino si recava con ripugnanza, ben comprendendo come, dopo rivoluzioni ancora recentissime e nell'agitazione tutt'ora regnante a Corte, non fosse il momento ideale per presentarvisi. Nondimeno i suoi affari esigevano che vi si mostrasse; temeva di essere osteggiata o dimenticata. Sapeva che in particolare il conte di Saint-Laurent, intendente generale alle finanze, non le era favorevole. Costui possedeva a Chambéry una vecchia casa, mal costruita e in una posizione così infelice che restava sempre vuota: ella la prese in affitto e vi si stabilì. La cosa le giovò meglio di un viaggio; la sua pensione non fu soppressa e da allora il conte di Saint-Laurent le fu sempre amico.

Trovai la sua casa press'a poco organizzata come prima, e il fedele Claude Anet sempre con lei. Come mi sembra d'aver già detto, era un contadino di Montru, che, nella sua infanzia, raccoglieva erbe nel Giura per farne tè di Svizzera, ed ella l'aveva assunto per via delle sue droghe, trovando comodo disporre d'un erborista fra i suoi domestici. Egli si appassionò tanto allo studio delle piante, e lei favorì così bene la sua inclinazione, che divenne un vero botanico; e se non fosse morto giovane, si sarebbe fatto un nome in quella scienza, come già si distingueva fra la gente onesta. Serio com'era, solenne persino, e poiché ero più giovane di lui, divenne per me una specie di educatore che mi salvò da molte follie: m'incuteva rispetto e non osavo in sua presenza lasciarmi andare. Incuteva soggezione persino alla sua padrona, che conosceva il suo buon senso, la sua dirittura, la sua inviolabile devozione per lei, e lo ricambiava. Claude Anet era, indiscutibilmente, un uomo raro, il solo anzi della sua specie che io abbia mai conosciuto. Lento, posato, riflessivo, oculato nella sua condotta, freddo nei modi, laconico e lapidario nell'eloquio, era nelle sue passioni di un'impetuosità che mai lasciava trasparire, ma che lo divorava nell'intimo, e che non gli consentì in tutta la vita che un'unica pazzia, ma terribile: quella di avvelenarsi. La tragica scena ebbe luogo poco dopo il mio arrivo, ed era necessaria per rivelarmi l'intimità di quel giovane con la sua padrona; perché se non me l'avesse detto lei stessa, mai ne avrei avuto il sospetto. Certo, se l'affetto, lo zelo e la fedeltà possono meritare una simile ricompensa, essa gli era dovuta, e a prova d'esserne degno egli mai ne abusò. Di rado litigavano, e rappacificandosi sempre. Ma ci fu una volta che finì male: la sua padrona, in un impeto di collera, gli rivolse una parola oltraggiosa, ch'egli non poté incassare. Non consultò che la sua disperazione, e trovandosi sottomano una fiala di laudano, ne inghiottì il contenuto, poi si coricò tranquillo, contando di non svegliarsi mai più. Per fortuna, la signora di Warens, agitata anche lei, errando inquieta per la casa trovò la fiala vuota e indovinò il resto. Volando a soccorrerlo, lanciò urla che fecero scattare anche me; mi confessò tutto, implorò il mio aiuto, e riuscì con difficoltà a fargli vomitare l'oppio. Testimone di quella scena, ammirai la mia ottusità per non aver mai minimamente subodorato i legami che ella mi svelava. Ma Claude Anet era così discreto che anche persone più accorte di me si sarebbero potute ingannare. La riconciliazione fu tale che anch'io ne fui profondamente commosso, e da quel momento, aggiungendo il rispetto alla stima, divenni in certo modo suo discepolo, e non me ne trovai male.

Non appresi tuttavia senza dolore che qualcuno poteva vivere con lei in maggiore intimità di me. Non avevo neppure pensato a desiderare per me quel posto, ma mi era duro vederlo occupato da un altro; e la cosa era del tutto naturale. Pure, anziché nutrire dell'astio verso l'uomo che me l'aveva soffiata, sentii realmente estendersi a lui l'affetto che avevo per lei. Desideravo, sopra ogni altra cosa, che lei fosse felice: e poiché aveva bisogno di lui per esserlo, ero contento che anch'egli lo fosse. Da parte sua, egli condivideva perfettamente le vedute della sua padrona, e prese in sincera amicizia l'amico che lei s'era scelto. Senza ostentare nei miei confronti l'autorità che il suo posto autorizzava, prese con naturalezza quella che il suo discernimento esercitava sul mio. Non osavo far nulla che mostrasse di disapprovare, e lui disapprovava solo ciò che era male. Vivevamo così in un'unione che ci rendeva tutti felici, e che solo la morte poté distruggere. Una prova dell'eccellente carattere di quella donna adorabile è che quanti l'amavano, si amavano fra loro. La gelosia, e persino la rivalità cedevano al sentimento dominante che ella ispirava, e non vidi mai alcuno di quanti la circondavano volersi male l'un l'altro. I miei lettori sospendano per un momento la lettura, a questo elogio, e se trovano, pensandoci, qualche altra donna di cui possano dire altrettanto, che si uniscano a lei per la pace della loro esistenza, fosse pure, per il resto, l'ultima delle sgualdrine.

Si apre qui un intervallo di otto o nove anni, dal mio arrivo a Chambéry alla mia partenza per Parigi nel 1741, durante il quale avrò pochi avvenimenti da narrare, perché la mia vita è stata tanto semplice quanto dolce, e quest'uniformità era esattamente la cosa di cui avevo maggior bisogno per conseguire la piena maturità del mio carattere, cui i continui turbamenti impedivano di precisarsi. In questo prezioso intervallo la mia educazione, confusa e sconnessa, avendo preso consistenza, ha fatto di me la persona che mai ho cessato di essere attraverso le tempeste che mi attendevano. Fu un progresso lento e inavvertibile, segnato da pochi eventi memorabili; ma nondimeno merita d'essere seguito e analizzato.

All'inizio non mi occupavo che del mio lavoro; le preoccupazioni dell'ufficio non mi lasciavano pensare ad altro. Trascorrevo il poco tempo libero accanto alla mia buona Mamma, e non avendo neppure il tempo per leggere, non me ne veniva il desiderio. Ma quando il mio lavoro, divenuto una specie di abitudine, occupò meno il mio spirito, l'inquietudine lo riprese; la lettura mi ridivenne necessaria, e come se si fosse sempre più esasperata per la difficoltà di appagarsi, quest'inclinazione sarebbe ridivenuta passione, come quand'ero dal mio padrone, se altri gusti non fossero sopravvenuti a interporvi un imprevisto diversivo.

Quantunque le nostre operazioni non richiedessero un'aritmetica troppo trascendente, ne occorreva quanta bastava a pormi qualche volta in imbarazzo. Per superare le difficoltà, acquistai alcuni libri di aritmetica, e l'imparai bene, perché la imparai da solo. L'aritmetica pratica è più estesa di quanto si pensi, quando vi si cerchi l'assoluta precisione. Vi sono operazioni di un'estrema lunghezza, a metà delle quali ho visto talvolta smarrirsi eccellenti geometri. La riflessione, unita alla pratica, dà idee chiare, e si scoprono allora metodi abbreviati la cui invenzione lusinga l'amor proprio e la cui esattezza soddisfa la mente, facendoti affrontare con piacere un lavoro per sé ingrato. Mi ci immersi a tal punto che non c'era problema solubile con le sole cifre che mi vedesse in difficoltà, e anche adesso, che tutto quanto sapevo si cancella dalla mia memoria giorno per giorno, questa cognizione vi resta ancora in parte a distanza di trent'anni. Pochi giorni orsono, durante un soggiorno a Davenport, in casa del mio ospite, assistendo alla lezione d'aritmetica dei suoi figlioli, ho risolto senza errori, con piacere incredibile, un'operazione delle più complesse. Mi sembrava, incolonnando le cifre, di trovarmi ancora a Chambéry nei miei giorni felici. Era un ritornare di lontano sui miei passi.

Le mappe all'acquerello dei nostri geometri m'avevano anche ridato il gusto del disegno. Comprai i colori e mi misi a dipingere fiori e paesaggi. Peccato che mi sia scoperto scarso talento per quest'arte; l'inclinazione l'avevo tutta. Tra matite e pennelli avrei trascorso mesi interi senza uscire di casa. Divenendo quell'occupazione per me troppo assorbente, erano costretti a strapparmene. Così avviene di tutti i gusti cui comincio ad abbandonarmi: si evolvono, diventano passioni, e in breve non vedo altro al mondo che il divertimento nel quale sono preso. L'età non mi ha affatto guarito da questo difetto, né l'ha attenuato, e ora che scrivo queste pagine, eccomi come un vecchio rimbambito incapricciato d'un altro studio inutile di cui non capisco un corno, e che persino chi vi ha dedicato la sua giovinezza è costretto ad abbandonare nell'età in cui io pretendo di cominciarlo.

Allora, sarebbe stato al suo posto. L'occasione era buona ed ebbi qualche tentazione di approfittarne. La soddisfazione che leggevo negli occhi di Anet, quando tornava carico di nuove piante, mi suscitò due o tre volte l'impulso di andare con lui a erborizzare. Sono quasi certo che se ci fossi andato una volta, ne sarei rimasto conquistato, e forse oggi sarei un grande botanico: non conosco infatti nessun altro studio che si armonizzi meglio con le mie inclinazioni naturali, e la vita che da dieci anni conduco in campagna non è che un continuo erborizzare, invero senza scopo e senza coerenza; ma non avendo allora alcuna idea della botanica, la consideravo con una sorta di disprezzo e persino di disgusto, giudicandola niente più che uno studio da speziale. Anche Mamma, cui piaceva, non ne usava altrimenti; cercava solo le piante comuni, per manipolare le sue droghe. Così botanica, chimica e anatomia, confuse nella mia mente sotto il nome di medicina, non servivano che a ispirarmi tutto il giorno divertenti sarcasmi, e a procurarmi a volte qualche schiaffo. D'altra parte, una passione diversa e fin troppo contraria andava gradualmente crescendo, e in breve assorbì ogni altra. Alludo alla musica. Debbo essere sicuramente nato per quest'arte, perché cominciai ad amarla dall'infanzia, ed è la sola che abbia seguitato ad amare in ogni tempo. È strano come un'arte per la quale ero nato m'abbia fatto penare tanto per impararla, e con esiti così lenti che dopo la pratica di tutta una vita, mai sono riuscito a cantare con sicurezza ad apertura di libro. Ciò che soprattutto mi rendeva allora piacevole quello studio, era che potevo esercitarlo con la Mamma. Pur avendo su altre cose gusti discordi, la musica era per noi un punto d'incontro che mi piaceva utilizzare. Lei non si faceva pregare; ero a quei tempi press'a poco al suo stesso livello; in due o tre letture decifravamo un'aria. A volte, vedendola affaccendata attorno a un fornello, le dicevo: «Mamma, ecco un incantevole duetto che ha tutta l'aria di far arrostire le vostre droghe.» «In fede mia,» ribatteva, «se me le farai bruciare ti costringerò a mangiarle.» Seguitando a litigare, la trascinavo al clavicembalo: ci si dimenticava; l'estratto di ginepro o di assenzio si calcinava, lei me ne impiastricciava il viso, e tutto ciò era delizioso.

Come si vede, pur con poco tempo libero, avevo molte cose in cui impiegarlo. Eppure vi si aggiunse un altro svago che valorizzò tutti gli altri.

Vivevamo in una prigione così soffocante, che sentivamo a volte il bisogno d'andare a prender aria in campagna. Anet convinse la Mamma ad affittare in un sobborgo un giardino per sistemarvi le sue piante. C'era nel giardino anche una casetta abbastanza graziosa che fu arredata con lo stretto necessario. Vi mettemmo un letto, andavamo sovente a pranzarvi, e qualche volta io vi dormivo. A poco a poco mi invaghii di quel piccolo eremo; vi portai alcuni libri, parecchie stampe; dedicavo parte del mio tempo ad ornarlo e a preparare qualche piacevole sorpresa per Mamma, quando ci veniva a passeggiare. La lasciavo solo per andar lì ad occuparmi di lei, per pensare a lei con maggior piacere; altro capriccio che non giustifico e non spiego, ma che confesso perché le cose stavano così. Ricordo che una volta la signora di Luxembourg mi parlò, deridendolo, d'un uomo che lasciava la sua amante per scriverle. Le dissi che sarei potuto essere quell'uomo, e avrei potuto aggiungere che lo ero stato talvolta. Ma vicino a Mamma non ho mai sentito questo bisogno di allontanarmi da lei per amarla di più: a tu per tu con lei ero così perfettamente a mio agio come se fossi stato solo, e questo non m'è accaduto con nessun altro, né uomo né donna, quale fosse l'affetto provato per loro. Ma ella era così spesso attorniata, e da persone che mi piacevano così poco, che dispetto e noia mi cacciavano nel mio rifugio, dove la avevo come la volevo, senza timore che gli importuni ci seguissero.

Mentre, così diviso fra lavoro, piacere e istruzione, vivevo nella più dolce quiete, l'Europa non era altrettanto tranquilla. La Francia e l'Imperatore s'erano dichiarati la guerra; il re di Sardegna era entrato nella contesa, e l'armata francese attraversava il Piemonte per entrare nel Milanese. Ne passò una colonna per Chambéry, e fra gli altri il reggimento di Champagne, di cui era colonnello il duca della Trimouille, al quale fui presentato, che mi promise una quantità di cose, e che per certo non s'è mai più ricordato di me. Il nostro giardinetto era precisamente in cima al sobborgo dal quale entravano le truppe, cosicché mi saziavo del piacere di vederle passare, e mi appassionavo agli esiti di quella guerra come se vi trovassi un personale interesse. Fino a quel momento non m'era ancora capitato di occuparmi di politica, e per la prima volta mi misi a leggere le gazzette, ma con una tale parzialità per la Francia che mi batteva il cuore di gioia ad ogni suo minimo successo, e i suoi rovesci mi affliggevano come se fossero piombati sul mio capo. Se si fosse trattato d'una follia passeggera, non degnerei di parlarne; ma s'è talmente radicata nel mio cuore, senza ragione alcuna, che quando, in seguito, ho fatto a Parigi l'antidespota e il fiero repubblicano, provavo, a dispetto di me stesso, una segreta predilezione per quella stessa nazione che giudicavo servile e per il governo che ostentavo di criticare. Il buffo era che, vergognandomi d'una inclinazione tanto contraria ai miei principi, non ardivo confessarla, e schernivo i francesi per le loro sconfitte, mentre il mio cuore sanguinava più del loro. Sono certamente il solo che, vivendo in una nazione che lo trattava bene e da lui adorata, si sia fatta ai suoi occhi la falsa fama di sprezzarla. Questa inclinazione si è dimostrata insomma così disinteressata, così forte, costante, invincibile, che anche dopo la mia uscita dal regno, dopo che governo, magistrati, scrittori, si sono scatenati a gara contro di me, dopo ch'è diventato un fatto d'eleganza subissarmi d'ingiustizie e di oltraggi, non sono riuscito a guarire della mia follia. Li amo a dispetto di me stesso, per quanto mi maltrattino. Vedendo già cominciare quella decadenza dell'Inghilterra che predissi nel colmo dei suoi trionfi, mi lascio cullare dalla folle speranza che la nazione francese, a sua volta vittoriosa, venga forse un giorno a liberarmi dalla triste cattività nella quale vivo.

Ho cercato a lungo la causa di questa parzialità, e ho potuto trovarla solo nell'occasione che la vide nascere. Una passione crescente per la letteratura mi attirava verso i libri francesi, i loro autori, e verso il paese di quegli autori. Nello stesso momento in cui sfilava sotto i miei occhi l'armata francese, leggevo I grandi capitani di Brantôme. Avevo piena la testa dei Clisson, dei Baiardo, dei Lautrec, dei Colygny dei Montmorency, dei La Tremouille, e mi affezionavo ai loro discendenti come agli eredi dei loro meriti e del loro coraggio. In ogni reggimento che passava, credevo di rivedere quelle famose bande nere che in altri tempi avevano compiuto tante imprese in Piemonte. Applicavo insomma a quel che vedevo le idee attinte dai libri; le mie letture continue e sempre tratte dalla medesima nazione nutrivano il mio affetto e mi inculcarono infine una passione cieca che nulla ha potuto superare. Ho avuto in seguito occasione di notare nei miei viaggi che questo sentimento non mi era peculiare, e che, agendo più o meno in tutti i paesi sulla parte della nazione che si appassionava alla lettura e coltivava le lettere, compensava l'odio generale ispirato dalla presunzione dei francesi. I romanzi più che gli uomini conquistano loro le donne di tutti i paesi, i capolavori drammatici suscitano l'entusiasmo della gioventù per il loro teatro. La celebrità del teatro parigino vi attrae folle di stranieri che ne ritornano estasiati: insomma, il gusto eccellente della loro letteratura soggioga tutti gli animi sensibili, e nella guerra tanto sciagurata dalla quale escono appena, ho visto i loro autori e filosofi sostenere la gloria del nome francese offuscata dai loro guerrieri.

Ero dunque ardente francese, e ciò mi rese avido di notizie. Andavo con la folla degli oziosi ad attendere in piazza l'arrivo dei corrieri, e, più bestia dell'asino della favola, mi inquietavo molto per sapere di quale padrone avrei avuto l'onore di portare il basto; giacché allora si pretendeva che appartenessimo alla Francia, e si proponeva uno scambio della Savoia col Milanese. Bisogna convenire tuttavia che qualche motivo di timore l'avevo, perché se quella guerra fosse andata male per gli alleati, la pensione di Mamma avrebbe corso gravi rischi. Ma ero pieno di fiducia nei miei buoni amici, e per questa volta, nonostante lo smacco patito dal signor di Broglie, la fiducia non fu tradita, grazie al re di Sardegna, al quale non avevo pensato.

Mentre in Italia si combatteva, in Francia si cantava. Le opere di Rameau cominciavano a far scalpore, e riportarono all'attenzione i suoi scritti teorici, la cui oscurità rendeva accessibili a pochi. Sentii parlare per caso del suo Trattato di armonia, e non mi detti pace finché non l'ebbi acquistato. Per un altro caso, mi ammalai. Si trattava d'una affezione infiammatoria; fu violenta e breve, ma la convalescenza si prolungò e per un mese non fui in condizioni di uscire. Durante quel periodo, scandagliai, divorai il mio Trattato di armonia; ma era così lungo, così prolisso e disordinato, che capii come mi sarebbe occorso un tempo considerevole per studiarlo e decifrarlo. Misi da parte il mio impegno e mi ricreai gli occhi con la musica. Le cantate di Bernier, sulle quali mi esercitavo, non mi uscivano di mente. Ne imparai a memoria quattro o cinque, fra le altre quella degli Amori dormienti, che da allora non ho più veduta, e che ancora ricordo quasi per intero, come l'Amore punto dall'ape, graziosissima cantata di Clérambault, che appresi press'a poco nello stesso periodo.

Per compir l'opera, arrivò dalla Val d'Aosta un giovane organista, l'abate Palais, buon musicista, brav'uomo, eccellente accompagnatore di clavicembalo. Feci conoscenza con lui, ed eccoci inseparabili. Era allievo di un monaco italiano, grande organista. Mi parlava dei suoi principi; li confrontavo con quelli del mio Ralmeau e mi riempivo la testa di accompagnamenti, accordi, armonia. Occorreva assuefare l'orecchio a tutto ciò: proposi a Mamma un piccolo concerto ogni mese, e lei acconsentì. Eccomi infatuato di quel concerto al punto che giorno e notte non mi occupavo d'altro; e realmente la cosa mi occupava, e molto, per mettere insieme la musica, i concertisti, gli strumenti, trarre le parti, ecc. Mamma cantava, il padre Caton, del quale ho già parlato, e di cui dovrò parlare ancora, cantava anche lui; un maestro di danza, certo Roche, e suo figlio suonavano il violino; Canavas, musicista piemontese, impiegato al catasto, e che poi si sposò a Parigi, suonava il violoncello; l'abate Palais accompagnava al clavicembalo: io avevo l'onore di dirigere, non senza il bastone di boscaiolo. Si può giudicare quanto tutto ciò fosse bello! Non proprio come a casa del signor di Treytorens, ma poco Ci mancava.

Il piccolo concerto della signora di Warens, neo-convertita che viveva, stando alle voci, della carità del re, faceva mormorare la cerchia dei bigotti; ma era uno svago piacevole per parecchi onest'uomini. Si indovinerà chi pongo alla loro testa in questa occasione? Un monaco, ma un monaco valent'uomo e anche simpatico, le cui successive sventure mi hanno addolorato profondamente, e il cui ricordo, legato ai miei bei giorni, mi è tuttora caro. Si tratta del padre Caton, francescano, che, d'accordo col conte Dortan, aveva fatto sequestrare a Lione la musica del povero gattino; gesto che non spicca tra i migliori della sua vita. Era baccelliere della Sorbona, era vissuto a lungo a Parigi nel più gran mondo e intimissimo soprattutto del marchese d'Entremont, allora ambasciatore di Sardegna. Era un uomo alto, ben fatto, il viso pieno, gli occhi a fior di testa, capelli neri che gli formavano spontaneamente un ricciolo di lato, sulla fronte; il portamento insieme nobile, aperto, modesto, si presentava bene e con semplicità, non avendo né il contegno ipocrita o sfrontato dei monaci, né il piglio cavalleresco dell'uomo alla moda, sebbene lo fosse, ma la sicurezza di un onest'uomo che, senza arrossire del suo abito, si onora da sé e si sente sempre al posto suo tra le persone ammodo. Pur non possedendo la cultura di un dottore, padre Caton ne aveva molta per un uomo di mondo; e non mostrando fretta di sfoggiare le sue cognizioni, le usava così a proposito che ne sembrava ancor più ricco. Essendo vissuto molto in società, si era dedicato più alle doti piacevoli che alla solidità del sapere. Era un uomo di spirito, componeva versi, parlava bene, cantava meglio, aveva bella voce, suonava l'organo e il clavicembalo. Non ci voleva tanto per essere considerato: e infatti lo era. Ma ciò gli fece così poco trascurare le cure del suo stato, che pervenne, a dispetto di concorrenti gelosissimi, ad essere eletto definitore della sua provincia, o come si dice, uno dei grandi collari dell'Ordine.

Il padre Caton fece la conoscenza di Mamma in casa del marchese d'Entremont. Sentì parlare dei nostri concerti, e volle parteciparvi; ci venne e li rese brillanti. Fummo ben presto legati dalla comune inclinazione per la musica, che era in entrambi una passione vivissima, con la differenza che lui era un musicista autentico mentre io ero solo un pasticcione. Con Canavas e l'abate Palais andavamo a far musica nella sua stanza, e a volte sul suo organo nei giorni di festa. Pranzavamo sovente alla sua modesta tavola; poiché, cosa sorprendente per un monaco, era generoso, munifico e amante dei piaceri senza volgarità. Nei giorni dei nostri concerti cenava dalla Mamma. Erano cene in piena allegria, piacevolissime; si scherzava e si conversava seriamente, si cantavano duetti, io mi trovavo bene, apparivo spiritoso e arguto, il padre Caton era affascinante, Mamma adorabile; l'abate Palais, con la sua voce di bue, la nostra vittima. Da quanto tempo ve ne siete andati, momenti dolci di spensierata giovinezza!

Siccome non avrò più occasione di parlare del povero padre Caton, concludo qui in due parole la sua triste storia. Gli altri monaci, gelosi o meglio furiosi di vedere in lui un valore, un'eleganza di costumi che nulla aveva della crapula monastica, lo presero in odio perché non era odioso come loro. I capi si allearono contro di lui, e sobillarono i fraticelli invidiosi della sua carica, che prima neppure osavano guardarlo. Gli fecero mille affronti, lo destituirono, gli tolsero la stanza, che aveva arredato con gusto ma con semplicità, lo relegarono non so dove; insomma quei miserabili infierirono su di lui con tanti oltraggi che la sua anima onesta e giustamente fiera non seppe resistere, e dopo aver deliziato le più amabili società, morì di dolore su un vile giaciglio, in fondo a qualche cella o segreta, commiserato e rimpianto da tutte le persone oneste che lo conoscevano, e che non gli hanno trovato altro difetto che d'essere monaco.

Quella vita modesta in pochissimo tempo fece tanto che, tutto preso dalla musica, fui incapace di pensare ad altro. All'ufficio non andavo che controvoglia; le preoccupazioni e la noia del lavoro me lo resero un'insopportabile tortura, e alla fine giunsi a desiderare di lasciarlo per dedicarmi intieramente alla musica. Figurarsi se quella pazzia passò senza opposizioni. Lasciare un impiego onesto e uno stipendio sicuro per correr dietro a scolari incerti, era una scelta troppo irragionevole per piacere a Mamma. Anche a supporre i miei futuri progressi grandiosi come io li immaginavo, ridurmi per tutta la vita al mestiere di musicista significava limitare assai modestamente la mia ambizione. A lei che non concepiva progetti se non magnifici, e che non mi considerava più secondo il giudizio impartito dal signor d'Aubonne, dispiaceva vedermi coltivare sul serio un'inclinazione che stimava così frivola, e mi ripeteva spesso quel proverbio di provincia, un po' meno vero a Parigi, che «chi ben canta e ben danza, fa mestier che poco avanza». Mi vedeva d'altra parte trascinato da una vocazione irresistibile; la mia passione per la musica si trasformava in furore, e c'era da temere che il mio lavoro, risentendo delle mie distrazioni, mi attirasse un licenziamento che valeva meglio prevenire. Le ricordavo anche che quell'impiego non doveva durare a lungo, che mi occorreva un'arte per vivere, e che era più sicuro finir d'acquisire con la pratica quella cui mi portava l'inclinazione, e che lei m'aveva scelto, piuttosto che mettermi alla mercé delle protezioni, o tentare nuovi esperimenti che potevano fallire, e restare, passata l'età in cui si impara, senza risorse per guadagnarmi il pane. Estorsi infine il suo consenso più con le insistenze e le carezze che con ragioni di cui persuadersi. Subito mi precipitai a ringraziare fieramente il signor Coccelli, direttore generale del catasto, come se facessi il più eroico dei gesti, e lasciai volontariamente il mio impiego, senza motivo, senza ragione, senza pretesto, con tanta più gioia di quanta ne avevo provata assumendolo, neppure due anni avanti.

Per quanto folle, la decisione mi fruttò nel paese una sorta di considerazione che mi giovò. Alcuni mi attribuirono risorse che non avevo; altri, vedendomi dedicare interamente alla musica, apprezzarono il mio talento dal mio sacrificio, e si convinsero che se avevo tanta passione per quell'arte, dovevo essere straordinariamente dotato. Nel regno dei ciechi l'orbo è re: passai colà per un buon maestro, giacché non ce n'erano che di mediocri. Del resto, non privo d'un certo gusto per il canto, e d'altra parte favorito dalla mia età e dal mio aspetto, ebbi in breve più allievi di quanti ne occorressero per sopperire alla mia paga di segretario.

Certo, per il piacere di vivere, non si poteva passare più rapidamente da un estremo all'altro. Al catasto, assorbito per otto ore al giorno nel lavoro più tedioso, con gente anche più tediosa, chiuso in un tetro ufficio appestato dal respiro e dal sudore di tanti zotici, i più mal pettinati e troppo sudici, mi sentivo a volte oppresso fino alla vertigine dall'applicazione, dal cattivo odore, dal disagio e dalla noia. Invece, eccomi di colpo lanciato nel bel mondo, accolto, desiderato nelle case migliori; ovunque un'accoglienza graziosa, lusinghiera, un'aria festosa: amabili damigelle vestite in eleganza m'aspettano, mi ricevono premurose; non vedo che oggetti incantevoli, non respiro che rosa e fior d'arancio; si canta, si conversa, si ride, ci si diverte; non esco di lì che per trovare altrove eguali delizie. Si converrà che a parità di vantaggi, non c'era da esitare nella scelta. Fui così soddisfatto della mia, che non m'accadde mai di pentirmene, e non me ne pento neppure adesso, quando misuro col peso della ragione gli atti della mia vita e sono libero dai motivi poco sensati che mi trascinarono.

Fu questa forse l'unica volta che, pur ascoltando solo le mie inclinazioni, non vidi tradite le mie aspettative. La buona accoglienza, lo spirito socievole, il facile umore degli abitanti del paese, mi resero gradevoli i rapporti col mondo, e il gusto che allora vi presi mi ha ampiamente dimostrato che se non mi piace vivere fra gli uomini, è meno colpa mia che loro.

Peccato che i Savoiardi non siano ricchi, o forse sarebbe un peccato che lo fossero, perché così come sono costituiscono la popolazione migliore e più cordiale che io conosca. Se c'è al mondo una cittadina dove si gusta la dolcezza di vivere in rapporti piacevoli e sicuri, questa è Chambéry. La nobiltà di provincia, che vi risiede, non dispone che del necessario per vivere; non ha abbastanza per far fortuna, e non potendo abbandonarsi all'ambizione, segue per necessità il consiglio di Cinea. Dedica la sua giovinezza alla carriera militare, poi torna a quietamente invecchiare nel suo paese. Onore e ragione presiedono a questa partizione. Le donne sono belle, e potrebbero farne a meno: hanno tutto ciò che può valorizzare la bellezza, e perfino sopperirvi. È strano come, chiamato dal mio ruolo a vedere una quantità di fanciulle, non ricordi d'averne incontrato a Chambéry una sola che non fosse incantevole. Si dirà che ero ben disposto a trovarle tali, e forse è vero; ma non avevo bisogno di metterci del mio, per apprezzarle. In verità, non posso rievocare senza piacere il ricordo delle mie giovani scolare. Perché non ho la facoltà, nominando qui le più adorabili, di richiamarle anche all'età felice, e me stesso con loro, quando vivevamo gli istanti, dolci e innocenti insieme, che io passai vicino a loro? La prima fu la signorina di Mellarède, mia vicina, sorella dell'allievo di don Gaime. Era una bruna vivacissima, ma d'una vivacità carezzante, colma di grazie e senza grilli. Era un po' magra, come la maggioranza delle ragazze alla sua età; ma i suoi occhi lucenti, la figura fine e l'espressione attraente, non avevano bisogno di forme appariscenti per piacere. Andavo da lei la mattina, e la trovavo di solito in vestaglia, senz'altra acconciatura che i suoi capelli negligentemente rialzati, adorni di alcuni fiori che metteva al mio arrivo, e toglieva quando uscivo, per abbigliarsi. Non temo nulla al mondo quanto una graziosa creatura in veste da camera: la temerei cento volte meno vestita di tutto punto. La signorina di Menthon, dalla quale andavo di pomeriggio, la vedevo sempre abbigliata, e mi ispirava un'impressione pure dolce, ma diversa. Aveva capelli d'un biondo cenere, era minutissima, timidissima e bianchissima; una voce netta, armoniosa e flautata, ma che non ardiva elevarsi. Aveva al petto la cicatrice di una scottatura d'acqua bollente che un fisciù di ciniglia azzurra non nascondeva del tutto. Quel segno attraeva a volte la mia attenzione, che in breve non era più sulla cicatrice. La signorina di Challes, un'altra delle mie vicine, era donna fatta: grande, formosa, florida, era stata bellissima. Non era più una bellezza, ma restava notevole per la buona grazia, il carattere costante, la bontà naturale. Sua sorella, la signora di Charly, la più bella donna di Chambéry, non studiava più musica, ma la faceva imparare a sua figlia, ancora giovanissima, ma la cui nascente bellezza avrebbe promesso d'emulare quella della madre se, per disgrazia, non fosse stata un po' fulva. Dalle Visitandine insegnavo a una piccola signorina francese, di cui ho dimenticato il nome, ma che merita un posto nella lista delle mie preferenze. Aveva assunto il tono lento e strascicato delle monache, e in quella cadenza strascicata diceva cose vivacissime che non sembravano accordarsi col suo contegno. Per il resto, era pigra, non le piaceva affannarsi a sfoggiare il suo spirito, ed era un favore che non accordava a tutti. Solo dopo un mese o due di lezioni e di negligenza ricorse a quell'espediente per rendermi più assiduo; giacché non riuscii mai a prendere l'iniziativa di esserlo. Mi dilettavo delle mie lezioni, quando le facevo, ma non mi piaceva esservi obbligato, né che l'ora me lo comandasse. In ogni cosa disagio e asservimento mi sono intollerabili; mi forzerebbero a detestare persino la voluttà. Si dice che fra i maomettani un uomo sul far del giorno passa nelle strade per ordinare ai mariti di compiere il loro dovere con le mogli. In quelle ore sarei un pessimo Turco.

Avevo qualche scolara anche nella borghesia; fra le altre una che fu causa indiretta di un mutamento di rapporti di cui devo parlare, giacché infine devo dir tutto. Era figlia di un droghiere, e si chiamava signorina Lard, vero modello di statua greca, e che citerei come la più bella ragazza che abbia mai visto, se esistesse vera bellezza senza vita e senz'anima. La sua indolenza, la sua freddezza, la sua insensibilità, erano incredibili. Piacerle o dispiacerle era del pari impossibile, e sono persuaso che, se si fosse tentato qualche azzardo su di lei, avrebbe lasciato fare, non per gusto, ma per stupidità. Sua madre, che non voleva correr rischi, non la lasciava d'un passo. Facendole studiar canto, dandole un maestro giovane, faceva del suo meglio per animarla; ma il tentativo non riuscì. Mentre il maestro doveva stuzzicar la figlia, la madre stuzzicava il maestro, e nemmeno questo andò meglio. La signora Lard aggiungeva alla sua naturale vivacità tutta quella che avrebbe dovuto avere sua figlia. Era un musetto sveglio, irregolare ma attraente, lievemente segnato dal vaiolo. Aveva occhietti ardentissimi e un po' rossi, perché erano quasi sempre ammalati. Ogni mattina, arrivando, trovavo pronto il mio caffè con panna, e la madre non mancava mai d'accogliermi con un bacio scoccato sulla bocca, e che avrei voluto restituire alla figlia per la curiosità di vedere come l'avrebbe preso. D'altra parte, tutto ciò accadeva con tale naturalezza e così scarse conseguenze che, quando il signor Lard era presente, moine e baci non venivano meno. Era un gran brav'uomo, vero padre di sua figlia, e la moglie non lo ingannava perché non ce n'era bisogno.

Mi prestavo a quelle carezze con la mia consueta dabbenaggine, scambiandole in tutta innocenza per manifestazioni di semplice amicizia. Ne ero anche infastidito, talvolta; giacche l'esuberante signora Lard non mancava di esigenze, e se durante la giornata passavo senza fermarmi davanti alla sua bottega, erano fior di scenate. Bisognava, quando avevo fretta, che scantonassi per un'altra strada, sapendo quant'era facile entrar da lei e come difficile uscirne.

La signora Lard si occupava troppo di me perché io non mi occupassi di lei. Le sue attenzioni mi turbavano molto; ne parlavo a Mamma come di cosa senza mistero, e quand'anche ve ne fosse stato, gliene avrei parlato ugualmente, poiché serbarle un qualsiasi segreto mi sarebbe stato impossibile: il mio cuore era aperto davanti a lei come davanti a Dio. Ella non prese affatto la cosa con la mia stessa ingenuità. Là dove avevo visto solo amicizia, vide chiare profferte; giudicò che la signora Lard, facendosi un punto d'onore di lasciarmi meno sciocco di quanto m'avesse trovato, sarebbe riuscita in un modo o nell'altro a farsi capire, e a parte che non era giusto che un'altra donna s'incaricasse dell'istruzione del suo discepolo, lei aveva più degni motivi dell'altra per salvaguardarmi dalle insidie alle quali età e condizione mi esponevano. Al tempo stesso, mi si tese un'insidia di un genere più pericoloso, alla quale sfuggii, ma che le fecero capire come i rischi che senza tregua mi minacciavano richiedessero tutte le contromisure di cui disponeva.

La signora contessa di Menthon, madre di una mia allieva, era una donna di grande spirito, e aveva fama di altrettanta cattiveria. A quanto dicevano, era stata causa di infinite discordie, una delle quali con conseguenze fatali per la casa d'Entremont. Mamma le era stata abbastanza amica per conoscerne il carattere; e avendo innocentemente ispirato simpatia a qualcuno su cui la signora di Menthon avanzava qualche pretesa, restò macchiata ai suoi occhi del delitto di quella preferenza, sebbene non l'avesse né provocata né accettata; e da allora la signora di Menthon cercò di giocare alla rivale parecchi brutti tiri, ma nessuno andò a segno. Ne riferirò uno dei più spassosi, a titolo d'esempio. Stavano insieme in campagna con alcuni gentiluomini dei dintorni; tra i quali lo spasimante in questione. La signora di Menthon disse un giorno a uno di quei signori che la signora di Warens non era che una preziosa; che non aveva gusto, si vestiva male e si copriva il seno come una borghese. «Quanto a quest'ultimo punto,» le rispose il giovane maliziosamente, «ha le sue buone ragioni: so che ha impresso sul seno un grosso e orribile topo, ma così somigliante che si direbbe che corra.» L'odio rende creduli quanto l'amore. La signora di Menthon decise di trar partito da quella scoperta, e un giorno che Mamma stava giocando con l'ingrato favorito della dama, quest'ultima colse il momento opportuno per passare alle spalle della rivale, poi, mezzo rovesciando la sua sedia, le strappò abilmente il fazzoletto. Ma invece del grosso topo, il messere scorse ben altro oggetto, non più facile da dimenticare che da vedere, e la cosa non giocò certo a favore della dama.

Non ero un personaggio tale da interessare la signora di Menthon, che voleva intorno a sé solo gente brillante. Nondimeno, mi prestò un po' di attenzione, non per il mio aspetto, di cui non le importava certo nulla, ma per l'ingegno che mi attribuivano, e che avrebbe potuto rendermi utile alle sue inclinazioni. Ne aveva una, vivissima, per la satira. Le piaceva comporre canzoni e versi contro le persone che non le garbavano. Se mi avesse scoperto sufficiente ingegno per aiutarla a rifinire i suoi versi, e la compiacenza di scriverli fra lei e me avremmo messo sottosopra Chambéry. Si sarebbe risaliti alla fonte di quei libelli: la signora di Menthon se la sarebbe cavata sacrificando me, e io sarei stato rinchiuso forse per il resto dei miei giorni, per insegnarmi a far l'Apollo con le dame.

Per fortuna, non accadde nulla di simile. La signora di Menthon mi trattenne a pranzo due o tre volte per farmi chiacchierare, e giudicò ch'ero solo uno sciocco. Me ne rendevo conto io stesso, e ne soffrivo, invidiando le doti del mio amico Venture, mentre avrei dovuto ringraziare la mia ottusità per i pericoli che mi risparmiava. Per la signora di Menthon rimasi il maestro di canto di sua figlia, e nulla più: ma vissi tranquillo e sempre benvoluto a Chambéry. Meglio che passare ai suoi occhi per un uomo di spirito, e a quelli del paese per una serpe.

Comunque, Mamma capì che per strapparmi ai pericoli della mia giovinezza, era tempo di trattarmi da uomo; e lo fece, ma nel modo più singolare scelto mai da una donna in un'occasione del genere. Le trovai un'aria grave, e discorsi più moraleggianti del solito. Alla spensierata gaiezza che abitualmente mescolava ai suoi insegnamenti, subentrò di colpo un tono sempre sostenuto, che non era né familiare né severo, ma che sembrava preparare una spiegazione. Dopo aver cercato invano dentro di me la ragione di quel mutamento, la chiesi a lei. Era quanto aspettava. Mi propose per il giorno dopo una passeggiata al nostro giardinetto: ci arrivammo sin dal mattino. Aveva preso le sue misure per restarvi soli tutto il giorno; lo impiegò per prepararmi alle bontà che intendeva elargirmi, non, come altre donne, con maneggi e moine, ma con discorsi pieni di sentimento e di saggezza, fatti più per istruirmi che per sedurmi, e che parlavano al mio cuore più che ai miei sensi. Tuttavia, per quanto eccellenti e utili fossero quei discorsi, per quanto non suonassero che freddi e tristi, non vi prestai tutta l'attenzione che meritavano, e non me li stampai nella memoria come avrei fatto in ogni altro momento. L'esordio, quell'aria di preparativi, mi avevano insinuato addosso una certa apprensione: mentre lei parlava, io, pensieroso e distratto mio malgrado, ero meno attento a quanto diceva che a dove voleva arrivare, e appena l'ebbi intuito, cosa che non mi fu facile, la novità di quell'idea, che da quando vivevo con lei non m'era mai passata per la mente, dominandomi allora interamente, non mi lasciò più padrone di pensare a quanto andava dicendomi. Non pensavo che a lei, senza ascoltarla.

Voler costringere i giovani a stare attenti alle parole loro rivolte, mostrando come scopo un oggetto per essi estremamente attraente, è un controsenso molto diffuso fra gli educatori, che io stesso non ho saputo evitare nell'Emilio. Il giovane, attratto dall'oggetto che gli si offre, si dedica esclusivamente a quello, salta a piè pari ogni vostro discorso preliminare, e punta direttamente dove lo state conducendo con una lentezza troppo inadeguata al suo desiderio. Quando si vuole attrarre la sua attenzione, non bisogna lasciarsi capire in anticipo, ed è qui che Mamma fu maldestra. Per una stranezza tipica del suo spirito sistematico, si preoccupò inutilmente di porre le sue condizioni; ma non appena ne intuii il prezzo, non le ascoltai neppure, e mi affrettai a consentire su tutto. Dubito persino che, in un caso del genere, esista sulla terra un uomo così franco e coraggioso che ardisca mercanteggiare, e una sola donna che possa perdonarglielo. Obbedendo alla stessa stranezza, Mamma impose al nostro accordo le formalità più gravose, e mi concesse otto giorni per riflettere, dei quali ipocritamente assicurai di non aver bisogno: per colmo di stranezza, fui invece felicissimo di averli, tanto la novità di quelle idee m'aveva impressionato, e tale uno sconvolgimento sentivo nelle mie, che esigeva tempo per schiarirle.

Si crederà che quegli otto giorni mi durassero otto secoli. Al contrario: avrei voluto che davvero fossero durati tanto. Non so come descrivere lo stato in cui mi trovavo, pieno di un certo sgomento misto a impazienza, paventando quanto desideravo al punto di cercare davvero nella mia testa, a volte, un mezzo onesto per evitare d'essere felice. Si immagini il mio temperamento ardente e lascivo, il mio sangue infuocato, il mio cuore ebbro d'amore, il mio vigore, la mia salute, la mia età; si pensi che in quello stato, arso dalla sete delle donne, non ne avevo ancora toccata nessuna; che l'immaginazione, il bisogno, la vanità, la curiosità, si univano, per divorarmi, col desiderio ardente d'essere uomo e di dimostrarlo. Si aggiunga soprattutto, giacché non si deve dimenticarlo, che il mio vivo e tenero attaccamento per lei, anziché intepidirsi, non aveva fatto che crescere di giorno in giorno; che non stavo bene se non con lei; che mi allontanavo solo per pensarla, che avevo colmo il cuore non solo delle sue bontà, del suo carattere amabile, ma del suo sesso, del suo volto, della sua persona, in una parola di lei, in tutti i sensi nei quali poteva essermi cara; e neppure si immagini che quei dieci o dodici anni che avevo meno di lei la rendessero vecchia o l'invecchiassero ai miei occhi. Nei cinque o sei anni trascorsi da quando avevo provato emozioni così dolci vedendola per la prima volta, era veramente cambiata assai poco, e a me pareva non lo fosse affatto. È sempre stata incantevole per me, e lo era ancora per tutti. Solo la figura s'era un po' arrotondata. Per il resto, lo stesso occhio, lo stesso colorito, lo stesso seno, gli stessi lineamenti, gli stessi splendidi capelli biondi, la stessa allegria, e tutto, persino la stessa voce, quella voce argentina della giovinezza: su di me produsse sempre tanta impressione che ancora oggi non posso udire senza emozionarmi il suono di una voce graziosa di fanciulla.

Naturalmente, ciò che avevo da temere, nell'attesa di possedere una donna così cara, era di anticipare la cosa, e di non riuscire a dominare i miei desideri e la mia immaginazione abbastanza da restar padrone di me. Si vedrà come, nell'età più matura, il solo pensiero di qualche lieve favore che mi attendeva presso la donna amata, accendesse il mio sangue al punto che mi risultava impossibile percorrere impunemente il breve tragitto che mi separava da lei. Come mai, per quale prodigio, nel fiore della mia giovinezza, ebbi così poca impazienza per il mio primo amplesso? Come potei vederne avvicinare l'ora con una pena che superava il piacere? Come mai, invece delle delizie che dovevano inebbriarmi, provavo quasi ripugnanza e paura? Se avessi potuto sottrarmi alla felicità dignitosamente, non c'è dubbio che l'avrei fatto di tutto cuore. Ho promesso delle stravaganze nella storia del mio affetto per lei: eccone una certamente imprevedibile.

Il lettore, già disgustato, reputa che appartenendo a un altro uomo ella si degradava, spartendosi, ai miei occhi, e che un sentimento di disistima intepidisse quelli che mi aveva ispirati: egli si sbaglia. La spartizione, è vero, mi costava una pena crudele, sia per naturale delicatezza, sia perché non m'appariva degna di lei e di me; ma i miei sentimenti per lei non ne erano minimamente influenzati, e posso giurare che non l'ho mai amata più teneramente di quando avevo così poco desiderio di possederla. Conoscevo troppo bene il suo cuore casto e il suo temperamento di ghiaccio per credere un solo momento che il piacere dei sensi giocasse una minima parte in quella concessione di sé: ero perfettamente sicuro che solo la preoccupazione di strapparmi a pericoli altrimenti quasi inevitabili, e di conservarmi integro a me e ai miei doveri, le faceva infrangere un dovere che non valutava con l'occhio delle altre donne, come verrà detto qui di seguito. La compiangevo e mi compiangevo. Avrei voluto dirle: «No, Mamma, non è necessario: vi rispondo di me senza giungere a tanto!» Ma non osavo; prima di tutto perché non era cosa da dirsi, e poi perché sentivo che in fondo non era vero, e che in realtà una sola donna avrebbe potuto salvaguardarmi dalle altre e mettermi al sicuro dalle tentazioni. Senza desiderare di possederla, ero contento che mi togliesse il desiderio di averne altre, tanto consideravo tutto ciò che poteva distrarmi da lei come un'infelicità.

La lunga abitudine di vivere insieme e di viverci innocentemente, anziché indebolire i miei sentimenti per lei, li aveva rafforzati, ma al tempo stesso li aveva altrimenti indirizzati, rendendoli più affettuosi, forse più teneri, ma meno sensuali. A forza di chiamarla Mamma, di usare con lei la familiarità di un figlio, mi ero assuefatto a considerarmi tale. Credo fosse questo il vero motivo per cui non ardevo di possederla, sebbene mi fosse così cara. Ricordo benissimo che i miei primi sentimenti, senza essere più vivi, erano più voluttuosi. Ad Annecy, ero in uno stato di ebbrezza; a Chambéry non più. L'amavo sempre con la maggior passione possibile; ma l'amavo più per lei e meno per me, o almeno cercavo più la mia felicità che il mio piacere accanto a lei: era per me più d'una sorella, più d'una madre, più di un'amica, persino più di un'amante, e proprio per questo non era un'amante. Insomma, l'amavo troppo per concupirla, ecco quanto c'è di più chiaro nelle mie idee.

Quel giorno, più temuto che atteso, finalmente venne. Promisi tutto, e non mentii. Il mio cuore confermava i miei giuramenti, senza desiderarne il prezzo. L'ottenni, tuttavia. Mi vidi per la prima volta tra le braccia di una donna, e di una donna che adoravo. Fui felice? No; gustai il piacere. Non so quale invincibile tristezza ne avvelenava l'incanto. Era come se avessi commesso un incesto. Due o tre volte, stringendola con foga tra le braccia, inondai il suo seno di lacrime. Lei, non era né triste né accesa; era carezzevole e tranquilla. Poiché era poco sensuale e non aveva cercato la voluttà, non ne ebbe le delizie e non ne ha mai avuto i rimorsi.

Lo ripeto: tutte le colpe le vennero dai suoi errori, mai dalle sue passioni. Era di alti natali, aveva un cuore puro, amava le cose oneste, le sue inclinazioni erano rette e virtuose, i suoi gusti delicati; era fatta per un'eleganza di costumi che sempre predilesse e mai seppe seguire, perché invece di ascoltare il cuore, che la guidava bene, ascoltò la ragione, che la guidava male. Quando falsi principi l'hanno fuorviata, i suoi veri sentimenti li smentirono sempre: ma sfortunatamente aveva ambizioni filosofiche e la morale che si era costruita guastò quella che le dettava il cuore.

Il signor di Tavel, suo primo amante, fu il suo maestro di filosofia, e i principi che le insegnò furono quelli di cui aveva bisogno per sedurla. Trovandola legata al marito, ai suoi doveri, sempre fredda, ragionevole e inattaccabile per la via dei sensi, l'assalì con i sofismi, e riuscì a farle apparire i doveri cui era così fedele come fole da catechismo, fatte solo per divertire i bambini, l'unione dei sessi come l'atto in sé più insignificante, la fedeltà coniugale come un'apparenza obbligata in cui tutta la moralità dipendeva dall'opinione, la pace dei mariti come sola regola del dovere delle mogli, cosicché le infedeltà ignorate, inesistenti per chi le subisce restano tali anche per la coscienza; insomma la convinse che la cosa in sé non era nulla, che non esisteva se non con lo scandalo, e che ogni donna che apparisse onesta, per ciò stesso lo era in realtà. Così lo sciagurato raggiunse il suo scopo corrompendo la ragione di una fanciulla della quale non era riuscito a corrompere il cuore. Ne fu punito dalla più divorante gelosia, convinto che lo trattasse come lui stesso le aveva insegnato a trattare il marito. Non so se si ingannasse su questo punto. Il ministro Perret passò per il suo successore. So solo che il temperamento freddo di quella giovane donna che avrebbe dovuto preservarla da quel sistema, fu ciò che le impedì in seguito di rinunciarvi. Non poteva concepire che si desse tanta importanza a cose che per lei non ne avevano alcuna. Non onorò mai col nome di virtù un'astinenza che le costava così poco.

Per se stessa, non avrebbe dunque affatto abusato di quel falso principio; ne abusò per altri, e grazie a un'altra massima quasi altrettanto falsa, ma più in armonia con la bontà del suo cuore. Fu sempre convinta che nulla leghi un uomo a una donna quanto il possesso, e benché non provasse per i suoi amici altro amore che l'amicizia, era un'amicizia così tenera che si serviva di tutti i mezzi a sua disposizione per legarli più intimamente. È straordinario come vi sia quasi sempre riuscita. Era davvero così amabile che, più s'approfondiva l'intimità con cui si viveva con lei, più si scoprivano nuovi motivi d'amarla. Altro fatto degno di nota è che, dopo la sua prima caduta, non concesse i suoi favori che agli sventurati; gli uomini di mondo hanno tutti sprecato i loro affanni, con lei: ma bisognava che un uomo che ella cominciava col compiangere fosse davvero detestabile, perché non finisse con l'amarlo. Quando le accadde di compiere scelte indegne di lei, non fu per basse inclinazioni, che mai sfiorarono il nobile cuore, ma per l'eccessiva generosità del suo animo, troppo compassionevole, troppo sensibile, e che non sempre ella dominò con sufficiente discernimento.

Se alcuni falsi principi l'hanno sviata, quanti ne aveva di ammirevoli, dai quali non si scostava mai! Con quanta virtù riscattava le sue debolezze, se si possono chiamare con tale nome errori nei quali i sensi avevano così poca parte! Lo stesso uomo che l'ingannò su un punto, l'istruì egregiamente su mille altri; e le sue passioni, che non erano infuocate, le consentivano di seguire sempre i suoi principi: ella agiva bene quando i suoi sofismi non la sviavano. Le sue ragioni erano lodevoli persino negli errori; poteva, illudendosi, agire male, ma non poteva desiderare nulla che fosse male. Aborriva la doppiezza, la menzogna; era giusta, equanime, umana, disinteressata, fedele alla sua parola, agli amici, ai doveri che riconosceva come tali, incapace di odio e di vendetta, e non concepiva nemmeno che nel perdono vi fosse il minimo merito. Infine, per tornare a quanto in lei era meno scusabile, senza stimare i suoi favori nel loro valore, non ne fece mai un vile mercato; li prodigava, ma non li vendeva, benché sempre costretta a espedienti per vivere, e oso dire che se Socrate poté stimare Aspasia, avrebbe rispettato la signora di Warens.

Prevedo già che attribuendole un carattere sensibile e un temperamento freddo, verrò accusato come al solito di contraddirmi, e non senza ragione. Può darsi che la natura abbia avuto torto, e che questa combinazione non avrebbe dovuto esistere; so solo che c'è stata. Quanti conobbero la signora di Warens, e ne esiste ancora un gran numero, hanno potuto constatare che era fatta così. Oso aggiungere persino che ha conosciuto un solo vero piacere al mondo: procurarne a coloro che amava. Nondimeno, è concesso a ciascuno di argomentare come crede su questo punto, e di dimostrare dottamente il contrario. Il mio compito è di dire la verità, non d'imporla.

Appresi a poco a poco tutto quanto ho detto qui, nei colloqui che seguirono la nostra unione, e che da soli la resero deliziosa. Ella aveva avuto ragione sperando che la sua compiacenza mi sarebbe stata preziosa: ne trassi grandi vantaggi per la mia istruzione. Fino a quel momento mi aveva parlato solo di me come si parla a un ragazzo. Cominciò a trattarmi da uomo, e mi parlò di sé. Tutte le cose che mi diceva erano per me così interessanti, me ne sentivo così commosso che, rispecchiandole in me, applicavo a mio vantaggio le sue confidenze più di quanto avessi fatto con le sue lezioni. Quando si sente davvero che il cuore parla, il nostro si apre per accogliere le sue effusioni; e mai tutta la morale di un pedagogo varrà il chiacchierio amoroso e tenero di una donna intelligente, per la quale si prova affetto.

L'intimità nella quale vivevo con lei avendole consentito di apprezzarmi più che nel passato, ritenne che a dispetto dei miei modi goffi valesse la pena di coltivarmi per il gran mondo, e che se un giorno me ne fossi dimostrato all'altezza, vi avrei fatto la mia strada. Con questi presupposti, si dedicava a formare non solo il mio giudizio, ma anche il mio aspetto esteriore, le mie maniere, a rendermi amabile quanto stimabile, e se è vero che il successo nel mondo può unirsi alla virtù, cosa che non credo, sono almeno certo che non c'è per questo via migliore di quella da lei scelta, e che voleva insegnarmi. La signora di Warens, infatti, conosceva gli uomini e possedeva in grado superiore l'arte di trattarli senza menzogna e senza imprudenza, senza ingannarli e senza irritarli. Ma quest'arte era nel suo carattere assai più che nelle sue lezioni; sapeva meglio praticarla che insegnarla, e io ero l'uomo meno adatto al mondo per impararla. Così tutto quel che fece al riguardo fu press'a poco fatica sprecata, come la preoccupazione che le venne di darmi maestri di danza e di scherma. Sebbene svelto e armonioso nel corpo, non riuscii a imparare a danzare un minuetto. Avevo talmente preso l'abitudine, durante le mie marce, di camminare sui calcagni, che Roche non poté farmela perdere, e pur col mio aspetto vigoroso non ho mai saputo saltare un mediocre fossato. Fu anche peggio in sala d'armi. Dopo tre mesi di lezioni tiravo ancora al muro, non essendo in condizioni di sferrare un assalto, e non ebbi mai il polso agile o il braccio fermo quanto bastasse a trattenere il fioretto, se al maestro garbava di farmelo saltare. Si aggiunga il mio mortale disgusto per quell'esercizio e per il maestro che cercava di insegnarmelo. Non avrei mai creduto che si potesse menar tanto vanto dell'arte di uccidere un uomo. Per rendermi accessibile il suo vasto genio, non si esprimeva che per paragoni tratti dalla musica, di cui non sapeva nulla. Scopriva sorprendenti analogie fra le botte di terza e di quarta e gli intervalli musicali dello stesso nome. Quando voleva fare una finta, mi diceva di guardarmi da quel diesis, perché anticamente i diesis si chiamavano «finte»; quando mi aveva fatto saltare di mano il fioretto, diceva ghignando che era «una pausa». Insomma non conobbi in vita mia un pedante più insopportabile di quel poveraccio col suo pennacchio e il suo piastrone.

Feci dunque scarsi progressi nei miei esercizi, che presto abbandonai per puro disgusto; ma ne feci di maggiori in un'arte più utile, quella di accontentarmi della mia sorte, e di non desiderarne una più brillante, per la quale cominciavo a capire di non esser fatto. Dedito interamente al desiderio di rendere a Mamma la vita felice, ero sempre contento di starle accanto, e quando dovevo allontanarmi per correre in città, nonostante la mia passione per la musica, cominciavo a sentire il peso delle lezioni. |[continua]|

|[LIBRO QUINTO, 2]|

Ignoro se Claude Anet s'accorse dell'intimità dei nostri rapporti. Ho motivo di credere che non gli sfuggì. Era un giovane molto perspicace, ma discretissimo, che mai contraddiceva con le parole il pensiero, ma non sempre lo manifestava. Senza minimamente mostrarmi d'essere informato, dalla sua condotta sembrava che lo fosse; una condotta non dettata certo da bassezza d'animo, quanto dall'aver assimilato i principi della padrona al punto che non poteva disapprovarne il comportamento ad essi coerente. Sebbene giovane quanto lei, era così maturo e grave che ci considerava quasi come due ragazzi degni d'indulgenza, e noi lo guardavamo entrambi come un uomo rispettabile di cui dovevamo meritarci la stima. Solo dopo che gli fu infedele, conobbi a fondo l'affetto che ella aveva per lui. Sapendo che io non pensavo, non sentivo, non respiravo che per lei, mi dimostrava quanto l'amasse, perché io del pari l'amassi, dando risalto non tanto alla sua amicizia per lui quanto alla sua stima, poiché era il sentimento che più pienamente potevo condividere. Quante volte intenerì i nostri cuori e ci fece abbracciare con le lacrime agli occhi, dicendoci che eravamo entrambi necessari alla felicità della sua vita! Le donne che leggeranno questo non sorridano maligne. Col temperamento che aveva, questo bisogno non era equivoco: era unicamente il bisogno del suo cuore.

Si stabilì fra noi tre in questo modo un'unione forse senza esempio sulla terra. Tutti i nostri desideri, le nostre cure, i nostri cuori, erano in comune. Nulla accadeva fuori di quel piccolo cerchio. L'abitudine di vivere insieme e di viverci esclusivamente divenne così grande, che se alla nostra tavola mancava uno dei tre o si aggiungeva un quarto, tutto si scomponeva, e, nonostante i nostri particolari legami, i colloqui a tu per tu ci erano meno dolci dell'unione fra noi. Un'estrema fiducia reciproca preveniva ogni disagio tra noi, e le nostre continue occupazioni ci difendevano dalla noia. Mamma, sempre in pieni progetti e sempre in moto, non ci lasciava mai oziosi, né l'uno né l'altro, e ciascuno per conto proprio avevamo inoltre di che occupare il nostro tempo. A mio avviso, l'ozio è un flagello della società non meno della solitudine. Nulla restringe di più la mente, nulla genera maggiormente le meschinità, i battibecchi, le malizie, gli intrighi, le menzogne quanto lo stare eternamente chiusi in una stanza, l'uno di fronte all'altro, ridotti per tutta occupazione alla necessità di chiacchierare ininterrottamente. Quando tutti hanno i loro impegni, non si parla che come si ha qualcosa da dire; ma quando non si ha nulla da fare, bisogna assolutamente parlar sempre, ed ecco, fra tutti i disagi, il più molesto e pericoloso. Oso andare anche oltre, e sostengo che per rendere una cerchia veramente attraente, occorre non solo che ciascuno faccia qualche cosa, ma qualcosa che esiga una certa attenzione. Far nodi è un far niente, e occorre lo stesso impegno per divertire una donna che faccia nodi quanto una che se ne stia con le mani in mano. Ma quando ricama, è già diverso; è assorta quanto basta a colmare le pause di silenzio. La cosa urtante, ridicola, è vedere intanto una dozzina di spilungoni alzarsi, sedersi, andare, venire, piroettare sui tacchi, spostare duecento volte i gingilli del caminetto, e stancare la loro Minerva obbligandola a un flusso inesauribile di parole: che bella occupazione! Costoro, qualunque cosa facciano, saranno sempre di peso agli altri e a se stessi. Quand'ero a Motiers, andavo a fabbricare stringhe in casa delle mie vicine; se tornassi nel bel mondo porterei sempre in tasca un misirizzi e ci giocherei tutto il giorno per dispensarmi dall'aprir bocca quando non avessi niente da dire. Se ciascuno facesse così, gli uomini diverrebbero meno malvagi, i loro rapporti più sicuri e, penso, più piacevoli. Insomma, ridano pure i burloni, se credono, ma io sostengo che l'unica morale adeguata al nostro secolo è la morale del misirizzi.

Del resto, non lasciavano affatto a noi soli la preoccupazione di scongiurare la noia; e gli importuni, con la loro insistenza, ce ne procuravano troppa per lasciarcene quando restavamo soli. L'insofferenza che m'avevano ispirata in passato non s'era attenuata, e la sola differenza era che avevo meno tempo per abbandonarmici. Mamma, poverina, non aveva perduto la sua vecchia smania di imprese e di sistemi. Anzi: più i suoi bisogni domestici si facevano impellenti, più, per farvi fronte, si abbandonava alle sue chimere. Meno disponeva di risorse immediate, più se ne costruiva nell'avvenire. Il passare degli anni non faceva che aumentare quella mania; e quanto più perdeva il gusto dei piaceri mondani e della giovinezza, tanto più vi subentrava quello dei segreti e dei progetti. La casa era sempre piena di ciarlatani, inventori, alchimisti, imprenditori d'ogni specie, che distribuendo ricchezza a milioni, finivano per aver bisogno di uno scudo. Nessuno usciva a mani vuote da casa sua, e uno dei miei motivi di stupore è come abbia potuto far fronte così a lungo a tanta prodigalità senza esaurirne la fonte e senza stancare i creditori.

Il progetto che più l'appassionava nel tempo di cui parlo, e che non era il più irragionevole da lei concepito, era quello di istituire a Chambéry un Giardino reale delle piante, con un dimostratore stipendiato; e già s'intuisce a chi quel posto fosse destinato. La posizione della città, nel cuore delle Alpi, era assai favorevole alla botanica, e Mamma, che facilitava sempre un progetto assommandolo a un altro, vi aggiungeva un Collegio di farmacia, che in verità appariva utilissimo in un paese tanto povero, dove gli speziali sono press'a poco i soli medici. Il ritiro a Chambéry del protomedico Grossi, dopo la morte di re Vittorio, le parve favorire molto il progetto, e forse glielo suggerì. Comunque, si mise a vezzeggiare Grossi, che pur non era troppo aperto ai complimenti; essendo anzi il più caustico e brutale individuo che abbia mai conosciuto. Si giudicherà da due o tre aneddoti che citerò a titolo d'esempio.

Un giorno era a consulto con altri medici, e fra gli altri con uno che avevano fatto arrivare da Annecy, e che era il medico curante del malato. Quel giovane, ancora alle prime armi come medico, osò manifestare un'opinione contraria a quella del signor Grossi. Questi, per tutta risposta, gli chiese a che ora partiva, da che parte passava e quale carrozza prendeva. L'altro, soddisfatta la richiesta, gli domandò a sua volta se potesse fare qualche cosa per lui. «Niente, niente,» disse Grossi, «ma voglio mettermi alla finestra, quando passate, per avere il piacere d'assistere al passaggio di un asino a cavallo.» Era tanto avaro quanto ricco e duro. Un giorno, un suo amico gli chiese del denaro in prestito fornendogli buone garanzie. «Amico mio,» rispose lui, stringendogli le braccia e digrignando i denti, «se San Pietro in persona scendesse dal cielo per chiedermi un prestito di dieci pistole, dandomi in pegno la Trinità, non gliele presterei.» Una volta, invitato a pranzo in casa del conte Picon, governatore della Savoia e uomo devotissimo, arriva in anticipo, e Sua Eccellenza, occupato in quel momento a recitare il rosario, gliene offre lo svago. Non sapendo bene come rispondere, Grossi fa un'orrida smorfia e si inginocchia. Ma ha appena recitato due Ave che, non potendone più, si alza bruscamente, afferra il bastone e se ne va senza dir verbo. «Signor Grossi, signor Grossi, non andatevene! C'è per voi una squisita pernice allo spiedo!» «Signor conte,» replica lui voltandosi, «non resterei neppure se mi offriste un arrosto d'angelo.» Ecco com'era il protomedico Grossi, che Mamma pretese e riuscì ad addomesticare. Sebbene occupatissimo, prese l'abitudine di venire spessissimo da lei, divenne amico di Anet, mostrò di apprezzare le sue cognizioni, ne parlava con stima, e, cosa imprevedibile da un orso simile, ostentava di trattarlo con considerazione, per cancellare le impressioni del passato. Infatti, per quanto Anet non fosse più alla stregua di un domestico, si sapeva che lo era stato, e non ci voleva meno dell'esempio e dell'autorità del signor protomedico per conferirgli una dignità cui nessun altro lo avrebbe elevato. Claude Anet in abito nero, parrucca ben pettinata, portamento solenne e decoroso, condotta saggia e circospetta, estese cognizioni in materia medica e botanica, e il favore del capo della facoltà, poteva ragionevolmente sperare di occupare con plauso la carica di dimostratore reale delle piante, se la progettata istituzione si realizzava, e Grossi ne aveva realmente apprezzato il progetto, l'aveva adottato, e aspettava solo, per proporlo alla Corte, il momento in cui la pace avrebbe permesso di pensare alle cose utili, e di disporre del denaro necessario a provvedervi.

Ma il progetto, la cui esecuzione mi avrebbe probabilmente lanciato nella botanica, per la quale mi sembra che fossi nato, fallì per uno di quei colpi inattesi che sconvolgono i piani meglio concertati. Ero destinato a diventare, gradualmente, un campione delle miserie umane. Si direbbe che la Provvidenza, chiamandomi a quelle grandi prove, togliesse di mezzo tutto ciò che mi avrebbe impedito di cadervi. In un'escursione compiuta da Anet in alta montagna, per cercarvi il ginepro, pianta rara che cresce solo sulle Alpi, e di cui il signor Grossi aveva bisogno, il povero ragazzo si accaldò tanto che si buscò una pleurite, dalla quale il ginepro non valse a salvarlo, pur essendone, a quanto si dice, lo specifico, e nonostante tutta l'arte di Grossi, che era certamente un uomo abilissimo, nonostante le cure infinite che gli dedicammo, la sua buona padrona ed io, morì cinque giorni dopo fra le nostre braccia dopo la più crudele agonia, durante la quale non ebbe altre esortazioni che le mie; e gliele prodigai con slanci di dolore e di zelo che, se avesse potuto sentirmi, avrebbero dovuto arrecargli qualche sollievo. Ecco come persi l'amico più fidato di tutta la mia vita, uomo stimabile e raro, nel quale la natura tenne luogo d'educazione, che nutrì nella servitù tutte le qualità dei grandi uomini, e al quale forse non mancò, per dimostrarsi tale a tutti, che l'occasione di vivere e di farsi largo.

Il giorno dopo ne parlavo con Mamma, nell'afflizione più profonda e sincera, e, di colpo, nel pieno del discorso, ebbi il vile e indegno pensiero che avrei ereditato i suoi abiti, soprattutto un bel vestito nero che mi aveva dato all'occhio. Lo pensai, e, di conseguenza, lo dissi; giacché con lei era per me tutt'uno. Nulla le fece sentire la perdita che aveva subito più di quelle vili e odiose parole, giacché disinteresse e nobiltà d'animo erano fra le qualità che il defunto aveva posseduto in modo eminente. La povera donna, senza rispondere, si volse dall'altra parte e si mise a piangere. Care e preziose lacrime! Ne intesi tutto il senso, e mi scesero nel profondo del cuore; vi levarono sin le ultime tracce di un sentimento basso e disonesto; da allora non ve n'è più entrato nessuno.

Quella perdita procurò a Mamma un danno pari al dolore. Da quel momento i suoi affari non smisero di volgere al peggio. Anet era un giovane scrupoloso e avveduto, che manteneva l'ordine in casa della sua padrona. La sua vigilanza era temuta, e lo spreco era minore. Ella stessa temeva le sue censure, e conteneva più accortamente le proprie dissipazioni. Non le bastava il suo affetto, voleva conservare la sua stima, e paventava il giusto rimprovero che a volte egli ardiva rivolgerle: di prodigare i beni altrui quanto i propri. Io pensavo come lui, e lo dicevo anche; ma non avevo su di lei lo stesso ascendente, e i miei discorsi non si imponevano altrettanto. Quando lui non ci fu più, fui costretto ad assumerne il ruolo, verso il quale ero poco versato quanto scarsamente attratto; lo mantenni male. Ero poco diligente, timidissimo; pur recriminando tra me e me, lasciavo andar tutto come andava. D'altronde avevo ottenuto la stessa fiducia, non la stessa autorità. Vedevo il disordine, ne soffrivo, me ne lagnavo, e non ero ascoltato. Ero troppo giovane e vivace per avere il diritto d'essere giudizioso, e quando volevo fare il censore, Mamma mi allungava qualche carezzevole buffetto, mi chiamava il suo «piccolo Mentore», e mi costringeva a riprendere la parte che mi si addiceva.

Il sentimento profondo dell'angustia nella quale presto o tardi le sue incaute spese dovevano necessariamente trascinarla, m'ispirò un'inquietudine tanto più sentita in quanto, divenuto l'ispettore della sua casa, constatavo coi miei occhi lo squilibrio del bilancio fra dare e avere. Faccio risalire a quel periodo la tendenza all'avarizia che poi ho sempre avvertita. Non sono mai stato follemente prodigo che per ventate; ma sin allora non mi ero mai eccessivamente preoccupato di aver poco o molto denaro. Cominciai a starci attento e a prender cura della mia borsa. Diventavo meschino per un motivo nobilissimo, giacché in verità non pensavo che a risparmiare per Mamma qualche risorsa nella catastrofe che presagivo. Temevo che i creditori facessero sequestrare la sua pensione, o che le fosse del tutto soppressa, e immaginavo, nella mia miopia, che il mio gruzzolo esiguo le sarebbe stato allora d'enorme aiuto. Ma per raggranellarlo, e soprattutto per conservarlo, bisognava nasconderglielo, perché sarebbe stato increscioso, mentre ella campava d'espedienti, che venisse a sapere della mia riserva di contanti. Andavo dunque cercando qua e là tutti i nascondigli dove depositavo qualche luigi, ripromettendomi di arricchire continuamente quel deposito fino al momento di deporlo ai suoi piedi. Ma ero così maldestro nella scelta dei miei nascondigli, che lei li scopriva sempre; poi, per farmi capire che li aveva scovati, prendeva l'oro che vi avevo messo e ne metteva di più in monete diverse. Andavo allora tutto vergognoso a versare nella borsa comune il mio piccolo tesoro, e immancabilmente lei lo spendeva in ninnoli o mobili per me, come una spada d'argento, un orologio o cose del genere.

Convintissimo che non sarei mai riuscito a risparmiare, e che per lei sarebbe stata una ben misera risorsa, finalmente capii che non mi restava altro rimedio contro la paventata disgrazia se non quello di pormi io stesso in condizioni di provvedere alla sua esistenza, quando, non potendo più provvedere alla mia, avrebbe visto il pane prossimo a mancarle. Purtroppo, orientando i miei progetti nel senso dei miei gusti, mi ostinavo insensatamente a cercare la mia fortuna nella musica, e sentendomi nascere in testa idee e canti, ritenni che, appena in condizione di trarne vantaggio, sarei diventato un uomo celebre, un moderno Orfeo, i cui suoni avrebbero attratto tutto l'argento del Perù. Leggendo già discretamente la musica, si trattava per me d'imparare la composizione. Ma era difficile trovare chi me la insegnasse; perché col mio solo Rameau, non speravo di riuscirci da me, e dopo la partenza di Le Maître non c'era nessuno in Savoia che capisse qualcosa di armonia.

Si vedrà qui un'altra delle incoerenze di cui è piena la mia vita, e che così spesso mi hanno fatto andare contro il mio scopo proprio quando pensavo di tendervi direttamente. Venture mi aveva molto parlato dell'abate Blanchard, suo maestro di composizione, uomo di valore e di grande ingegno, che a quei tempi era maestro di cappella della cattedrale di Besançon, e che ora è maestro a quella di Versailles. Mi misi in testa di andare a Besançon, a prendere lezioni dall'abate Blanchard, e l'idea mi apparve tanto sensata che riuscii a persuaderne anche Mamma. Eccola al lavoro attorno al mio piccolo corredo, con la profusione che metteva in ogni cosa. Così, sempre nell'intento di scongiurare una bancarotta e di por riparo nell'avvenire alla sua opera di dissipazione, cominciai intanto coll'imporle un salasso di ottocento franchi: acceleravo la sua rovina per mettermi in condizione di rimediarvi. Per folle che fosse la mia condotta, l'illusione era totale da parte mia, e anche da parte sua. Eravamo entrambi convinti: io di lavorare utilmente per lei, lei che io lavorassi utilmente per me.

Avevo sperato di trovare Venture ancora ad Annecy, per chiedergli una lettera di presentazione all'abate Blanchard. Non c'era più. Dovevo accontentarmi, come sola referenza, di una messa in quattro parti composta e scritta di suo pugno, che egli mi aveva lasciata. Con questa raccomandazione mi recai a Besançon passando per Ginevra, dove visitai i miei parenti, e per Nyon, dove andai a trovare mio padre, che mi accolse come sempre e si incaricò di spedirmi la valigia, che mi seguiva, perché viaggiavo a cavallo. Arrivo a Besançon. L'abate Blanchard mi riceve bene, mi promette le sue lezioni e mi offre i suoi servigi. Eravamo pronti a cominciare quando una lettera di mio padre mi annuncia che il bagaglio mi è stato sequestrato a Rousses, ufficio di dogana francese sulla frontiera svizzera. Spaventato dalla notizia, impiego le conoscenze fatte a Besançon per sapere il motivo del sequestro, poiché, sicurissimo di non aver nulla di contrabbando, non riesco a capire di quale pretesto abbiano potuto avvalersi. Infine posso saperlo: bisogna che lo racconti, perché è un fatto curioso.

Vedevo a Chambéry un vecchio Lionese, bravissima persona, certo Duvivier, che aveva lavorato alla vidimazione sotto la Reggenza e che, rimasto privo d'impiego, era venuto a lavorare al catasto. Era vissuto nel bel mondo, disponeva di buone doti, una certa istruzione, dolcezza, cortesia; conosceva la musica, e poiché lavoravamo nello stesso ufficio, ci eravamo legati di preferenza, in mezzo a quegli orsi arruffati che ci stavano intorno. Riceveva da Parigi lettere che gli fornivano quelle minime inezie, quelle novità effimere che hanno corso non si sa perché, muoiono non si sa come, e mai nessuno ricorda quando si è smesso di parlarne. Poiché lo portavo qualche volta a pranzo da Mamma, mi faceva in certo modo la corte, e per rendersi gradito, cercava di farmi apprezzare quella paccottiglia della quale ho sempre avuto un tale disgusto che non mi è mai capitato di leggerne una di mia iniziativa. Per compiacerlo, prendevo queste preziose carte igieniche, le mettevo in tasca e non me ne ricordavo che per il solo uso al quale si prestano. Per mia sfortuna uno di quei maledetti fogli restò nella tasca di un abito nuovo che avevo indossato due o tre volte per essere in regola con la dogana. Era una parodia giansenista alquanto triviale della bella scena del Mitridate di Racine. Non ne avevo letto dieci versi, e me l'ero dimenticata in tasca. Ecco che cosa provocò il sequestro del mio corredo. I doganieri, in testa all'inventario del bagaglio, stesero un magnifico processo verbale nel quale, supponendo che lo scritto provenisse da Ginevra per essere stampato e distribuito in Francia, si profondevano in sante invettive contro i nemici di Dio e della Chiesa, e in elogi della loro pia vigilanza, che aveva sventato l'esecuzione di quel piano infernale. Scoprirono senza dubbio che anche le mie camicie puzzavano d'eresia; poiché, in virtù di quel terribile foglio, tutto mi fu confiscato, senza che mai, per quanto mi sia dato da fare, abbia avuto ragione o notizia della mia povera paccottiglia. Gli impiegati della dogana, ai quali ci si rivolse, esigevano tali e tante informazioni, istruzioni, certificati, memorie, che, smarritomi mille volte in quel labirinto, fui costretto ad abbandonare ogni cosa. È un vero peccato che io non abbia conservato il processo verbale dell'ufficio di Rousses. Era un documento che avrebbe fatto la sua brava figura nella raccolta che accompagnerà questo scritto.

La perdita mi costrinse a un immediato ritorno a Chambéry, senza aver combinato nulla con l'abate Blanchard, e, tutto sommato, vedendo la sfortuna seguirmi in tutte le mie iniziative, decisi di dedicarmi unicamente a Mamma, di condividere la sua sorte, e di non più preoccuparmi inutilmente di un futuro sul quale non potevo nulla. Ella mi accolse come se le avessi portato tesori, ricostruì a poco a poco il mio guardaroba; e la mia disgrazia, piuttosto ragguardevole per l'uno e per l'altra, fu quasi dimenticata più in fretta di quanto mi colpì.

Sebbene quella disgrazia avesse raffreddato i miei entusiasmi musicali, non trascuravo di studiare sempre il mio Rameau; e a furia di sforzi riuscii finalmente a capirlo, e a tentare qualche piccolo saggio di composizione, il cui successo mi incoraggiò. Il conte di Bellegarde, figlio del marchese d'Entremont, era tornato da Dresda, dopo la morte di re Augusto. A lungo era vissuto a Parigi: gli piaceva immensamente la musica, e s'era appassionato a quella di Rameau. Suo fratello, il conte di Nangis, suonava il violino, la contessa della Tour, loro sorella, cantava un po'. Questo insieme di cose portò in voga la musica a Chambéry, e si organizzò una specie di concerto pubblico, di cui mi si volle affidare inizialmente la direzione. Ma presto s'accorsero che non ne ero all'altezza, e provvidero altrimenti. Non trascuravo di farvi eseguire qualche piccolo pezzo di mia composizione, e fra gli altri una cantata che piacque molto. Non era un pezzo ben fatto, ma era pieno di motivi nuovi e di cose d'effetto che da me non s'aspettavano. Quei signori non poterono credere che, leggendo così male la musica, riuscissi a comporne di passabile, e non dubitarono che mi fossi fatto bello con panni altrui. Per appurarlo, una mattina il signor Nangis venne a trovarmi con una cantata di Clérambault, che aveva trasportato, diceva, per adattarla alla voce, e alla quale occorreva arrangiare un altro accompagnamento perché la trasposizione rendeva impraticabile quello di Clérambault sullo strumento. Risposi che si trattava di un lavoro considerevole, e non poteva eseguirsi sul momento. Credette che cercassi un pretesto e insistette perché facessi almeno l'accompagnamento di un recitativo. Lo feci, dunque, male certamente perché in ogni cosa mi occorre, per far bene, agio e libertà; ma se non altro lo eseguii secondo la regola, e siccome era presente egli non poté dubitare che conoscessi gli elementi della composizione. Così non persi le mie allieve, ma mi raffreddai un po' per la musica, vedendo che si dava un concerto e facevano a meno di me.

Press'a poco in quel tempo, conclusa la pace, l'esercito francese ripassò i monti. Numerosi ufficiali vennero a trovare Mamma, e fra gli altri il conte di Lautrec, colonnello del reggimento d'Orléans, poi plenipotenziario a Ginevra, e infine maresciallo di Francia, al quale ella mi presentò. Da quanto lei gli disse, parve interessarsi molto alla mia persona, e mi promise un'infinità di cose, delle quali non si è ricordato che nell'ultimo anno della sua vita, quando non avevo più bisogno di lui. Il giovane marchese di Sennecterre, il cui padre era allora ambasciatore a Torino, passò nello stesso periodo da Chambéry. Pranzò in casa della signora di Menthon; quel giorno vi pranzavo anch'io. Dopo pranzo si parlò di musica; egli la conosceva benissimo. L'opera Jefte era la novità del momento; ne parlò, la fecero portare. Mi fece fremere proponendomi di eseguire, noi due, quell'opera, e aprendo lo spartito capitò sul celebre brano a due cori:

La Terre, l'enfer, le Ciel même,

tout tremble devant le Seigneur.

Mi disse: «Quante parti volete fare? Io eseguirò queste sei.» Non ero ancora avvezzo a quella petulanza francese; e quantunque avessi a volte compitato qualche spartito, non capivo come lo stesso uomo potesse eseguire simultaneamente sei parti, o anche due. Nulla mi è risultato più penoso, nell'esercizio della musica, quanto saltare con leggerezza da una parte all'altra, e tener d'occhio a un tempo l'intera partitura. Dal modo in cui me la cavai in quell'impresa, il signor di Sennecterre dovette esser tentato di credere che non conoscevo la musica. Forse per verificare quel dubbio, mi propose di notare una canzone che intendeva offrire alla signorina di Menthon. Non potevo esimermene. Cantò la canzone; io scrissi senza neppure fargliela troppo ripetere. Subito la lesse e vide, come infatti era, che l'avevo scritta nel modo più corretto. Aveva notato il mio imbarazzo, e si compiacque di valorizzare quel piccolo successo. Era nondimeno una cosa semplicissima. In fondo, conoscevo perfettamente la musica; non mi mancava che quella prontezza d'occhio che non ebbi mai in nulla, e che nella musica si acquisisce solo con una pratica consumata. Apprezzai comunque la sua onesta premura di cancellare nella mente degli altri, e nella mia, la piccola vergogna che avevo subita e dodici, o quindici anni dopo, incontrandolo in diverse case di Parigi, fui più volte tentato di rammentargli l'episodio, e dimostrargli che ne serbavo il ricordo. Ma dopo quel tempo egli aveva perso la vista: temetti di rinnovare il suo dolore ricordandogli l'uso che aveva saputo farne, e tacqui.

Giungo ora al momento in cui il mio passato comincia a legarsi col presente. Alcune amicizie di quei tempi prolungatesi fino a questi, mi sono divenute preziosissime. Sovente mi hanno fatto rimpiangere la felice oscurità nella quale quanti mi Si dicevano amici lo erano davvero e mi amavano per me stesso, per pura benevolenza, non per la vanità di aver rapporti con un uomo famoso, o per il segreto desiderio di trovare così più occasioni di nuocergli. A questo tempo risale la mia prima conoscenza col mio vecchio amico Gaffecourt, amicizia che mi è sempre rimasta, a dispetto di tutti gli sforzi per strapparmela. Sempre rimasta! No, ahimè. L'ho appena perduta. Ma egli ha cessato di amarmi solo cessando di vivere, e la nostra amicizia non è finita che con lui. Il signor di Gaffecourt era uno degli uomini più amabili che siano esistiti. Era impossibile vederlo senza amarlo; e vivere con lui senza profondamente affezionarsi. Mai vidi in vita mia una fisionomia più aperta, più dolce, pervasa da maggior serenità, che esprimesse maggior sentimento e intelligenza, che ispirasse maggior fiducia. Per quanto riservati si potesse essere, non si poteva, sin dal primo incontro, fare a meno di sentirsi con lui familiari come se lo si conoscesse da vent'anni, ed io che provavo tanta difficoltà a trovarmi a mio agio con volti nuovi, mi ci trovai con lui dal primo istante. Il tono, l'accento, i discorsi, s'accordavano perfettamente con la sua fisionomia. Il suono della voce era netto, pieno, con un bel timbro, una bella voce di basso, sonora e penetrante, che riempiva l'orecchio e risuonava in cuore. Impossibile avere una allegria più costante e più dolce, qualità più spontanee e più semplici, doti più naturali e coltivate con miglior gusto. Aggiungete un cuore amoroso, ma amoroso un po' troppo con tutti, un carattere servizievole con poche preferenze, pronto a servire con zelo gli amici, o piuttosto a farsi amico di chi poteva servire, e capace di fare molto accortamente i propri affari prendendo molto a cuore quelli degli altri. Gaffecourt era figlio di un semplice orologiaio, ed era stato orologiaio anche lui. Ma la sua figura e le sue doti lo chiamavano in un'altra sfera, dove non tardò ad entrare. Fece conoscenza col signor di La Closure, residente di Francia a Ginevra, che gli divenne amico. Gli procurò a Parigi altre conoscenze che gli furono utili, grazie alle quali poté ottenere la fornitura dei sali del Vallese, che gli fruttava ventimila lire l'anno. La sua fortuna, abbastanza buona, si fermò qui quanto agli uomini; ma quanto alle donne, furono una folla: ebbe da scegliere e fece quel che volle. La cosa più rara e più onorevole in lui fu che, avendo relazioni in tutti i ceti, fu dovunque gradito, ricercato da tutti, senza mai essere invidiato né odiato da nessuno, e credo che sia morto senza aver avuto un solo nemico in vita sua. Uomo felice! Tutti gli anni si recava ai bagni di Aix, dove si raduna la buona società delle regioni vicine. Legato con tutta la nobiltà della Savoia, veniva da Aix a Chambéry a trovare il conte di Bellegarde, e suo padre il marchese d'Entremont, in casa del quale Mamma fece, e mi fece fare, conoscenza con lui. La conoscenza, che sembrava non condurre a nulla, e rimase per molti anni interrotta, si rinnovò nell'occasione che dirò e divenne un autentico affetto. È sufficiente ad autorizzarmi a parlare di un amico col quale ho intrattenuto così stretti legami; ma anche se non mi sollecitasse alcun interesse personale alla sua memoria, era un uomo tanto amabile e con un'indole così felice che per l'onore della specie umana, la riterrei sempre degna di tramandarsi. Quest'uomo così attraente aveva purtuttavia i suoi difetti, al pari di chiunque, come si potrà vedere fra breve; ma se non li avesse avuti, sarebbe stato forse meno amabile. Per renderlo attraente quanto poteva esserlo, ci voleva qualcosa da perdonargli.

Un'altra amicizia di quello stesso periodo non si è spenta, e mi alletta ancora con quella speranza di felicità temporale così dura a morire nel cuore dell'uomo. Il signor di Conzié, gentiluomo savoiardo, giovane e amabile allora, ebbe l'ispirazione di imparare la musica, o meglio di conoscere colui che l'insegnava. All'ingegno e all'inclinazione per le buone cognizioni, il signor di Conzié univa una dolcezza di carattere che lo rendeva affabilissimo, e lo ero anch'io moltissimo con le persone in cui la trovavo. L'amicizia fu presto fatta. Il germe della letteratura e della filosofia che cominciava a fermentare nella mia mente e che per sbocciare del tutto non aspettava che un po' di cultura e d'emulazione, le scopriva entrambe in lui. Il signor di Conzié aveva poca disposizione per la musica: per me fu un bene. Le ore di lezione passavano in tutt'altro che nei solfeggi. Facevamo colazione, conversavamo, leggevamo qualche novità, e non una parola di musica. Il carteggio di Voltaire con il principe reale di Prussia faceva scalpore in quel tempo: parlavamo sovente di quei due uomini celebri, uno dei quali, da poco sul trono, si annunciava già quale doveva in breve rivelarsi, e l'altro, tanto esecrato allora quanto oggi ammirato, ci faceva sinceramente compiangere la sventura che pareva perseguitarlo, e che appare così spesso come il retaggio dei grandi ingegni. Il principe di Prussia era stato poco felice nella giovinezza, e Voltaire sembrava nato per non esserlo mai. L'interesse che noi nutrivamo per l'uno e per l'altro, si estendeva a tutto ciò che li riguardava. Nulla di quanto Voltaire scriveva poteva sfuggirci. La passione di quelle letture m'ispirò il desiderio d'imparare a scrivere con eleganza, e di cercare di imitare il bel colorito di quell'autore che mi incantava. Qualche tempo dopo apparvero le Lettere filosofiche. Sebbene non siano certamente la sua opera migliore, fu quella che più mi attrasse verso lo studio, e quel gusto nascente da allora non si spense più.

Ma non era ancora venuto il momento di dedicarmici sul serio. Persisteva in me un umore alquanto mutevole, una smania di andare e venire, che s'era castigata piuttosto che spenta, e che l'andamento usuale di casa Warens alimentava, troppo rumoroso per il mio umore solitario. La folla di sconosciuti che giornalmente vi affluiva da ogni parte e la mia persuasione che quella gente cercasse solo d'ingannarla ciascuno a suo modo, mi rendevano davvero penoso abitarvi. Da quando, succeduto a Claude Anet nella fiducia della padrona, seguivo più da vicino lo stato dei suoi affari, vi scorgevo un progresso verso il peggio che mi atterriva. Cento volte avevo ammonito, pregato, insistito, scongiurato, e sempre invano. Mi ero prostrato ai suoi piedi, le avevo descritto a fosche tinte la catastrofe che la minacciava, l'avevo appassionatamente esortata a ridurre le spese, cominciando da me, e a soffrire un po' ora, mentre era ancora giovane, piuttosto che, seguitando a moltiplicare debiti e creditori, esporsi nella vecchiaia alle loro vessazioni e alla miseria. Sensibile alla sincerità del mio zelo, ella s'inteneriva con me, e mi prometteva le cose più belle del mondo. Arrivava uno scroccone, e immediatamente tutto era dimenticato. Dopo mille prove dell'inutilità delle mie rimostranze, che cosa mi restava da fare se non distogliere gli occhi dal male che non potevo scongiurare? Mi allontanavo dalla casa di cui non potevo custodire la porta; facevo viaggetti a Nyon, a Ginevra, a Lione, che, distraendomi dalla mia pena segreta, ne accrescevano a un tempo il motivo, per via delle mie spese. Posso giurare che avrei sopportato con gioia ogni costrizione, se Mamma si fosse giovata davvero di quel risparmio; ma nella certezza che ciò di cui mi privavo finiva nelle mani di furfanti, abusavo della sua prodigalità per spartire con loro, e come il cane che torna dal macellaio, strappavo il mio boccone dal pezzo che non avevo potuto salvare.

Non mi mancavano pretesti per tutti quei viaggi, e Mamma da sola me ne avrebbe d'altronde forniti in quantità, tante conoscenze, traffici, affari, commissioni da affidare a persona sicura ella aveva dovunque. Lei non chiedeva che di mandarmi in giro, io non chiedevo che di andare; non poteva che sortirne una vita alquanto vagabonda. I viaggi mi consentirono di allacciare buone conoscenze, che mi furono in seguito piacevoli o preziose; fra le altre, a Lione, quella del signor Perrichon, che mi rammarico di non aver coltivato abbastanza, vista la bontà che mi dimostrò; quella del buon Parisot, di cui parlerò a suo tempo; a Grenoble, della signora Deybens e della signora presidentessa di Bardonanche, donna di molto spirito, e che mi sarebbe diventata amica se avessi potuto vederla più spesso; a Ginevra, quella del signor di La Closure, residente di Francia, che mi parlò sovente di mia madre, il cui ricordo, nonostante la morte e il tempo, non s'era cancellato dal suo cuore; quella dei due Barillot: il padre, che mi chiamava nipotino, era di una socievolezza amabilissima, uno degli uomini più degni da me conosciuti. Durante i torbidi della Repubblica, quei due cittadini si schierarono nei due opposti partiti: il figlio in quello della borghesia, il padre in quello dei magistrati, e quando nel 1737 si venne alle armi, trovandomi a Ginevra vidi padre e figlio uscire armati dalla stessa casa, l'uno per salire al Municipio, l'altro per raggiungere il suo quartiere, certi di trovarsi due ore dopo, l'uno di fronte all'altro, nella condizione di sgozzarsi a vicenda. L'atroce spettacolo mi fece un'impressione così profonda che giurai di non immischiarmi mai in nessuna guerra civile, e di non difendere mai, all'interno, la libertà con le armi, né con la mia persona né col mio consenso, se mai fossi rientrato nei miei diritti di cittadino. Rendo testimonianza a me stesso d'aver tenuto fede all'impegno in un'occasione delicata; e si constaterà, almeno penso, che tale moderazione ebbe qualche pregio.

Ma non ero ancora a quel primo fermento di patriottismo che Ginevra in armi suscitò nel mio cuore. Quanto ne fossi lontano, si giudicherà da un episodio gravissimo, a mio carico, che ho dimenticato di collocare al posto suo, e che non deve essere taciuto.

Mio zio Bernard si era trasferito da qualche anno nella Carolina, per costruirvi la città di Charlestown, di cui aveva steso il progetto. Vi morì poco dopo; il mio povero cugino era morto a sua volta al servizio del re di Prussia, e mia zia perdeva così quasi contemporaneamente figlio e marito. Le perdite riaccesero un poco la sua amicizia per il parente più prossimo che le restava, e che ero io. Quando mi recavo a Ginevra, alloggiavo da lei, e mi divertivo a frugare e a sfogliare libri e carte lasciati dallo zio. Vi scopersi una quantità di cose curiose, e certe lettere di cui sicuramente non si sospetterebbe. Mia zia, che badava poco a quelle scartoffie, mi avrebbe lasciato portar via tutto, se avessi voluto. Mi accontentai di due o tre libri postillati di pugno di mio nonno Bernard, il ministro, fra cui le Opere postume di Rohault, in quarto, i cui margini erano gremiti di eccellenti note che mi entusiasmarono della matematica. Il libro è rimasto fra quelli della signora di Warens; ho sempre rimpianto di non averlo conservato. Aggiunsi ai libri cinque o sei memorie manoscritte, e una sola stampata, che era del famoso Micheli Ducret, uomo di grande ingegno, dotto illuminato, ma troppo irrequieto, trattato assai crudelmente dai magistrati di Ginevra, e morto recentemente nella fortezza di Arberg, dov'era imprigionato da lunghi anni per aver partecipato, si diceva, alla cospirazione di Berna.

La memoria era una critica abbastanza giudiziosa del grande e comico piano di fortificazioni che fu in parte eseguito a Ginevra, fra lo spasso della gente del mestiere, che non conosceva lo scopo segreto del Consiglio nell'esecuzione di quella magnifica impresa. Micheli, espulso dalla Camera delle fortificazioni per aver biasimato il piano, aveva reputato, come membro dei Duecento, e anche come cittadino, di poter esprimere la sua opinione più diffusamente, e lo aveva fatto con quella memoria, che ebbe l'imprudenza di stampare, ma non di pubblicare; poiché ne fece tirare solo il numero d'esemplari che inviò ai Duecento, e che furono tutti intercettati alla posta per ordine del Piccolo Consiglio. Trovai la memoria tra le carte di mio zio, con la risposta che egli aveva avuto incarico di redigere, e portai via entrambe. Avevo fatto quel viaggio poco dopo aver lasciato il catasto, e avevo mantenuto qualche rapporto con l'avvocato Coccelli, che ne era il capo. Qualche tempo dopo, il direttore della dogana ebbe la trovata d'invitarmi a battezzargli un figlio, e mi diede per comare la signora Coccelli. Gli onori mi davano alla testa, e fiero di trovarmi fra gli intimi del signor avvocato, cercai di darmi importanza per mostrarmi degno di tanta gloria.

Entrato in quell'ordine di idee, credetti di non poter fare di meglio che mostrargli la memoria a stampa di Micheli, documento veramente raro, per convincerlo che appartenevo a notabili ginevrini al corrente dei segreti di stato. Tuttavia, per una mezza riserva che mi sarebbe difficile spiegare, non gli mostrai la risposta di mio zio a quella memoria, forse perché era manoscritta, mentre al signor avvocato bisognava dare cose stampate. Egli intuì così bene il valore dello scritto da me con dabbenaggine affidatogli, che non potei più né riaverlo né rivederlo, e persuaso dell'inutilità dei miei sforzi, mi feci della cosa un merito e trasformai il furto in dono. Non dubito un solo istante che non abbia sfruttato a dovere, alla Corte di Torino, quel documento, seppure più curioso che utile, e che non si sia dato da fare per ottenere in un modo o nell'altro il rimborso del denaro che avrebbe dovuto costargli l'acquisto. Per fortuna, fra tutte le future evenienze, una delle meno probabili è che un giorno il re di Sardegna assedii Ginevra. Ma poiché la cosa non è del tutto impossibile, dovrò sempre rimproverare alla mia sciocca vanità di aver svelato i maggiori difetti di quella piazza al suo più autentico nemico.

Trascorsi in quel modo due o tre anni, fra musica, magisteri, progetti, viaggi, incessantemente fluttuando dall'una all'altra cosa, cercando di concentrarmi senza sapere su che, e nondimeno gradualmente trascinato verso lo studio; frequentando letterati, ascoltando parlare di letteratura, mettendomi a parlarne qualche volta anch'io, e assimilando piuttosto il gergo libresco che la cognizione dei contenuti. Nei miei viaggi a Ginevra passavo di tanto in tanto a trovare il mio vecchio e buon amico Simon, che fomentava molto la mia nascente ambizione con notizie freschissime della repubblica delle lettere, desunte dal Baillet o dal Colomiès. Vedevo anche spesso a Chambéry un domenicano, professore di fisica, un brav'uomo di monaco, di cui ho dimenticato il nome, e che sovente eseguiva piccole esperienze estremamente divertenti per me. Volli, imitando il suo esempio, fabbricare inchiostro simpatico. A tale scopo, riempita più che a mezzo una bottiglia con calce viva, orpimento e acqua, la tappai ben bene. L'effervescenza iniziò quasi immediatamente violentissima. Corsi alla bottiglia per stapparla, ma non arrivai in tempo: mi saltò in faccia come una bomba. Inghiottii orpimento e calce, per poco non ne morii. Restai accecato più di sei settimane, e imparai così a non impicciarmi di fisica sperimentale senza conoscerne gli elementi.

L'avventura capitò a sproposito per la mia salute, che da qualche tempo andava notevolmente alterandosi. Non so da che cosa dipendesse che pur avendo un torace ben sviluppato e non praticando eccessi di alcun genere, deperivo a vista d'occhio. Ho spalle abbastanza larghe, petto ampio, i miei polmoni devono trovarvi spazio a volontà; eppure avevo il respiro corto, mi sentivo opprimere, sospiravo senza volere, soffrivo di palpitazioni, sputavo sangue; sopravvenne la febbre lenta, dalla quale non guarii mai del tutto. Come si può cadere in questo stato nel fiore degli anni, senza aver nessun organo viziato, senza aver fatto nulla per pregiudicare la propria salute?

La spada consuma la guaina, si dice qualche volta. Ecco la mia storia. Le mie passioni mi hanno fatto vivere e le mie passioni mi hanno ucciso. Si chiederà: «Quali passioni?» Inezie: le cose più puerili al mondo, ma che mi accoravano come se si fosse trattato del possesso di Elena o del trono dell'universo. Innanzitutto le donne. Quando ne ebbi una, i miei sensi furono appagati, ma non mai il mio cuore. Il bisogno d'amore mi divorava pur al colmo del piacere. Avevo una madre tenera, un'amica diletta; ma mi mancava un'amante. Me la figuravo al suo posto; me la creavo in mille modi per dar tregua a me stesso. Se avessi creduto di stringere Mamma tra le mie braccia, quando la abbracciavo, le mie strette non sarebbero state meno vive, ma i miei desideri si sarebbero spenti tutti; avrei singhiozzato di tenerezza, ma non avrei potuto godere. Godere! È per l'uomo questa sorte? Ah, se nella mia esistenza mai avessi gustato una sola volta nella loro pienezza tutte le delizie dell'amore, credo che la mia fragile vita non avrebbe saputo reggere: sarei morto sul fatto.

Bruciavo dunque d'amore senza oggetto: ed è forse così che consuma di più. Ero inquieto, tormentato dal minaccioso andamento degli affari della mia povera Mamma, e della sua imprudente condotta, che inevitabilmente la conduceva verso una prossima e totale rovina. La mia crudele immaginazione, che va sempre incontro alle disgrazie, mi mostrava incessantemente quella rovina in tutta la sua gravità e in tutte le sue conseguenze. Già sin d'ora mi vedevo dalla miseria strappato a forza alla donna cui avevo consacrato la mia vita, e senza poterne godere. Ecco come avevo sempre l'anima agitata. Desideri e timori mi divoravano alternativamente.

La musica era per me un'altra passione, meno focosa, ma non meno struggente per l'ardore che vi votavo, per lo studio caparbio degli oscuri testi di Rameau, per la mia invincibile ostinazione a volermene inzeppare la memoria, che sempre vi si ribellava, per le mie continue rincorse, per le sterminate compilazioni che ammucchiavo, trascorrendo spessissimo a copiare intere notti. E perché fermarmi alle cose abituali, mentre tutte le follie che attraversavano la mia testa incostante, le fugaci passioni di un giorno solo, un viaggio, un concerto, una cena, una passeggiata da fare, un romanzo da leggere, una commedia da vedere, tutto ciò che nei miei piaceri o nei miei affari c'era di più lontano da ogni premeditazione, si trasformava per me in violente passioni che nel loro comico impeto mi infliggevano il più vero tormento? La lettura delle immaginarie sventure di Cléveland condotta con furore e spesso interrotta, mi fece, credo, soffrire più delle mie.

C'era un ginevrino, un certo signor Bagneret, il quale era stato impiegato sotto Pietro il Grande alla corte di Russia, uno degli uomini più volgari e dei pazzi peggiori che abbia mai incontrati, pieno sempre di progetti folli come lui, che faceva piovere milioni come acqua, e al quale gli zeri non costavano nulla. Quest'uomo, venuto a Chambéry per qualche processo al Senato, s'impadronì di Mamma com'era logico, e con i suoi tesori di zeri che generosamente le prodigava, le spillava pezzo a pezzo i suoi miseri scudi. Non mi piaceva affatto, e lo vedeva: con me non è difficile; non c'era bassezza che non usasse per blandirmi. Si mise in mente d'insegnarmi il gioco degli scacchi, che conosceva un po'. Mi ci provai quasi mio malgrado, e dopo aver imparato bene o male le mosse, il mio progresso fu così rapido che avanti la fine della prima seduta gli restituii la torre che mi aveva concesso per cominciare. Non ci volle altro: eccomi fanatico degli scacchi. Compro una scacchiera, compro il Calabrese, mi chiudo nella mia stanza, vi passo giorni e notti a tentare di mandare a memoria tutte le combinazioni, a conficcarmele in testa volente o nolente, a giocare da solo senza tregua e senza fine. Dopo due o tre mesi di questo bel lavoro, e di sforzi inimmaginabili, vado al caffè, magro, giallo e quasi inebetito. Provo, rigioco con Bagneret: mi batte una volta, due volte, venti volte; tante combinazioni si erano ingarbugliate nella mia testa, e la mia immaginazione si era talmente affievolita che davanti a me non vedevo che nebbia. Ogni volta che, con i libri del Philidor o dello Stamma ho voluto esercitarmi a studiare le partite, mi è successa la stessa cosa, e dopo essermi spremuto di fatica mi sono ritrovato più debole di prima. Del resto, che abbia abbandonato gli scacchi o che giocando mi sia rimesso in esercizio, non ho mai fatto un passo rispetto a quella prima partita, e mi sono ritrovato sempre al punto stesso in cui la finii. Potrei esercitarmi migliaia di secoli, conquisterei la restituzione della torre a Bagneret e niente più. «Ecco del tempo speso bene!» direte. E non fu poco. Conclusi quel primo tentativo solo quando non ebbi più la forza di continuare. Quando, uscendo dalla mia stanza, mi facevo vedere, avevo l'aria di un redivivo, e se avessi continuato di quel passo, non sarei rimasto tale a lungo. Si converrà che è difficile, soprattutto nell'ardore della giovinezza, che una testa simile conservi sempre la salute del corpo.

L'alterazione della mia influì sul mio umore, e temperò l'ardore delle mie voglie. Sentendomi illanguidire, divenni più quieto, e persi un poco la smania dei viaggi. Divenuto più sedentario, non la noia mi colse, ma la malinconia; le brume succedettero alle passioni, il mio languore si mutò in tristezza, piangevo e sospiravo per un niente; sentivo la vita sfuggirmi senza averla assaporata, gemevo sullo stato in cui avrei lasciato la povera Mamma, su quello in cui la vedevo prossima a cadere; posso dire che staccarmene e lasciarla in condizioni da far pena era il mio solo rammarico. Alla fine mi ammalai sul serio. Ella mi curò più che una madre un figlio, e questo fece bene anche a lei, distraendola dai progetti e tenendola lontana dai progettisti. Che dolce morte, se fosse venuta allora! Se pur avevo gustato appena i beni della vita, poco ne avevo avvertito i dolori. La mia anima pacifica poteva congedarsi senza l'atroce sentimento dell'ingiustizia umana, che attossica vita e morte. Avevo la consolazione di sopravvivermi nella metà migliore di me stesso: a malapena un morire. Senza le inquietudini che m'angustiavano sul suo destino, sarei morto come avrei potuto addormentarmi, e quelle stesse inquietudini s'accentravano su un oggetto d'amore e di tenerezza che me ne mitigava l'amaro. Le dicevo: «Eccovi depositaria di tutto il mio essere: fate in modo che sia felice.» Due o tre volte, quando stavo peggio, mi capitò di alzarmi la notte, e di trascinarmi fino alla sua stanza per darle, sulla sua condotta, consigli, oso dire ricchi d'esattezza e di buon senso, ma nei quali l'interesse per la sua sorte spiccava sopra tutto. Come se le lagrime fossero il mio nutrimento e la mia medicina, mi fortificavo di quelle versate vicino a lei, con lei, seduto sul suo letto, le sue mani strette nelle mie. Le ore stillavano in quei notturni conversari, e io ne tornavo in condizioni migliori di quando vi ero andato; pago e calmo nelle promesse che mi aveva fatto, nelle speranze che mi aveva dato; sulle quali mi addormentavo con la pace in cuore e la rassegnazione nella Provvidenza. Piaccia a Dio che dopo tanti motivi per odiare la vita, dopo tante tempeste che hanno agitato la mia, e che ormai non me ne fanno che un peso, la morte che deve suggellarla mi sia così poco crudele come sarebbe stata in quel momento.

A forza di cure, di vigilanza e d'incredibili pene, ella mi salvò, ed è certo che lei sola lo poteva. Ho poca fede nella medicina e nei medici, ma ne ho molta in quella dei veri amici; le cose dalle quali dipende la nostra felicità si fanno sempre molto meglio di ogni altra. Se nella vita esiste un sentimento delizioso, fu quello che provammo di vederci restituiti l'uno all'altra. Il nostro vicendevole affetto non s'accrebbe, perché non era possibile; ma assunse un non so che di più intimo, di più commovente, nella sua grande semplicità. Divenivo intieramente opera sua, intieramente suo figlio, e più che se fosse stata la mia vera madre. Cominciammo, senza pensarci, a non separarci più l'uno dall'altra, a mettere in qualche modo la nostra esistenza in comune; e sentendo che reciprocamente ci eravamo non solo necessari, ma bastevoli, ci abituammo a non pensare a nulla che ci fosse estraneo, a limitare assolutamente la nostra felicità e i nostri desideri a quel reciproco possesso, forse unico fra gli uomini, che non era, come ho detto, quello dell'amore, ma un possesso più essenziale, che, senza toccare i sensi, il sesso, l'età, l'aspetto, toccava tutto ciò per cui si è se stessi, e che non si può perdere senza cessare di esserlo.

Da che dipese che quella preziosa crisi non abbia assicurato la felicità al resto dei suoi e dei miei giorni? Non da me, me ne rendo la consolante testimonianza. Né da lei, o almeno dalla sua volontà. Era scritto che in breve l'invincibile natura avrebbe ripreso il suo imperio. Ma quel totale ritorno non avvenne di colpo. Grazie al cielo, vi fu un intermezzo, breve e prezioso intermezzo, che non fini per mia colpa, e di cui non mi rimprovererò di aver profittato male.

Benché guarito dalla mia grave malattia, non avevo riguadagnato il mio vigore. Il mio petto non si era ristabilito, un residuo di febbre perdurava, e mi teneva in languore. Non desideravo più nulla se non di finire i miei giorni vicino a colei che mi era cara, mantenerla nei suoi buoni propositi, farle sentire in che cosa consistesse il vero incanto di un'esistenza felice, rendere tale la sua, per quanto stava in me. Ma vedevo, sentivo anche come, in una casa buia e triste, la continua solitudine della vita a due sarebbe diventata alla fine altrettanto triste. Il rimedio si presentò quasi da sé. Mamma mi aveva ordinato un regime di latte, e voleva che andassi a berlo in campagna. Acconsentii, purché venisse con me. Non ci volle di più per convincerla; restava solo la scelta del luogo. Il giardino del sobborgo non era propriamente in campagna: circondato da case e da altri giardini, non aveva affatto le attrattive di un ritiro campestre. D'altronde, dopo la morte di Anet, avevamo lasciato quel giardino per ragioni economiche, non avendo più a cuore di tenervi le piante, e sotto altri aspetti non rimpiangevamo molto quel ritiro.

Approfittando ora del disgusto per la città che scoprivo in lei, le proposi di abbandonarla del tutto, e di stabilirci in una piacevole solitudine, in qualche casetta abbastanza lontana da sviare gli importuni. Lo avrebbe fatto, e questa scelta, che il suo buon angelo e il mio mi suggerivano, ci avrebbe verosimilmente assicurato giorni felici e tranquilli fino al momento in cui la morte doveva separarci. Ma non eravamo chiamati a questo. Mamma doveva provare tutte le pene dell'indigenza e del malessere, dopo aver trascorso la sua vita nell'abbondanza, per fargliela lasciare con meno rimpianto; e io, per il combinarsi di mali d'ogni genere, dovevo essere un giorno esempio a chiunque osi, ispirato dal solo amore del bene pubblico e della giustizia, dire apertamente la verità agli uomini, forte della sola innocenza, senza puntellarsi con cabale, senza aver fondato partiti per proteggere se stesso.

Una malaugurata paura la trattenne. Non osò lasciare la sua triste casa, per timore d'inimicarsi il proprietario. «Il tuo progetto di ritiro è affascinante,» mi disse, «e mi piace moltissimo; ma in questo eremo si deve pur vivere. Lasciando la mia prigione, rischio di perdere il mio pane, e quando nei boschi non ne avremo più, dovremo pur tornare in città a cercarne. Per aver meno bisogno di venirci, non lasciamola affatto. Paghiamo questa piccola pensione al conte di Saint-Laurent, affinché non mi tolga la mia. Cerchiamo qualche ritiro abbastanza lontano dalla città per vivere in pace, e abbastanza vicino per tornarci ogni volta che sia necessario.» Così si fece. Dopo avere un po' cercato, ci stabilimmo alle Charmettes, una terra del signor di Conzié, alle porte di Chambéry, ma appartata e solitaria come se fosse stata a cento leghe. Fra due poggi piuttosto elevati si apre una piccola valle da nord a sud, in fondo alla quale scorre un ruscello fra ciottoli e alberi. Lungo la valle, a mezza costa, ci sono alcune case sparse, molto attraenti per chiunque ami un asilo un po' selvaggio e appartato. Dopo aver considerato due o tre di quelle case, scegliemmo infine la più graziosa, proprietà di un gentiluomo allora in servizio nell'esercito, il signor Noëray. La casa era comodissima. Sul davanti c'era un giardino a terrazzo, una vigna più in alto, un frutteto più in basso, di fronte un boschetto di castagni, poco distante una fontana; sulla montagna, più su, prati per il pascolo del bestiame; insomma tutto quanto occorreva per la piccola dimora campestre che volevamo organizzare. Per quanto posso ricordare tempi e date, ne prendemmo possesso verso la fine dell'estate 1736. Il primo giorno in cui ci dormimmo ne ero inebbriato. «Mamma,» dissi alla mia diletta amica abbracciandola e inondandola con lagrime di tenerezza e di gioia, «questa è la dimora della felicità e dell'innocenza. Se non le troviamo qui, l'una e l'altra insieme, non possiamo trovarle in nessun luogo.»

LIBRO SESTO

Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus, Hortus ubi et tecto vicinus jugis aquae fons, Et paulum sylvae super his foret...

Non posso aggiungere: anctius atque dii melius facere; ma non importa, non mi occorreva niente di più; non mi occorreva neppure la proprietà, mi bastava goderne: già da tempo ho detto e sentito che proprietario e possessore sono spesso due persone affatto diverse, anche lasciando da parte mariti e amanti.

Comincia qui la breve felicità della mia vita; qui giungono i tranquilli, ma rapidi momenti che mi hanno dato il diritto di affermare che ho vissuto. Momenti preziosi e tanto rimpianti! Ah, ricominciate per me il vostro amabile corso, scorrete più lenti nel mio ricordo, se è possibile, di quanto faceste in realtà nel vostro fugace susseguirvi. Come potrò prolungarne a piacer mio il racconto così toccante e semplice, come ridire sempre le stesse cose, senza annoiare il lettore ripetendole, più di quanto m'annoiassi io stesso nel riprenderle senza posa? Se si trattasse almeno di fatti, azioni, parole, potrei descrivere tutto questo e in qualche modo renderne l'idea; ma come dire ciò che non veniva detto, né fatto, e neppure pensato, ma assaporato, ma sentito, senza che io potessi enunciare altro oggetto della mia felicità che quel sentimento stesso? Mi alzavo col sole, ed ero felice; passeggiavo ed ero felice; vedevo Mamma ed ero felice; me ne staccavo, ed ero felice; percorrevo i boschi, i poggi, erravo per le vallate, leggevo, stavo in ozio; lavoravo in giardino, coglievo frutti, aiutavo in casa, e la felicità mi seguiva ovunque: non era in nessuna cosa per sé, era tutta in me stesso, e non mi poteva lasciare un solo istante.

Nulla di quanto mi è accaduto in quel periodo tanto caro, nulla di ciò che ho fatto, detto e pensato per tutto il tempo che è durato, si è cancellato nella mia mente. I tempi che precedono e che seguono mi ritornano a intervalli; li ricordo in modo ineguale e confuso: ma quello lo rammento per intiero come se ancora durasse. La mia immaginazione, che in gioventù correva sempre avanti ed ora va a ritroso, compensa con quei dolci ricordi la speranza perduta per sempre. Più nulla nell'avvenire vedo che mi tenti; solo i ritorni del passato possono lusingarmi, e questi ritorni così vivi e veri nel tempo di cui parlo mi fanno sovente vivere felice a dispetto delle mie sventure.

Darò di questi ricordi un solo esempio, che consentirà di giudicarne forza e verità. Il primo giorno che andammo a dormire alle Charmettes, Mamma era in portantina e io la seguivo a piedi. La strada sale: lei era alquanto pesante e temeva di stancare troppo i portatori, volle scendere press'a poco a mezza strada e fare il resto a piedi. Camminando, scorge qualcosa d'azzurro nella siepe e mi dice: «Ecco delle pervinche ancora in fiore.» Non avevo mai visto pervinche, non mi chinai a esaminarle, e ho la vista troppo corta per distinguere a terra le piante dalla mia altezza. Vi gettai solo uno sguardo di sfuggita, e quasi trent'anni sono trascorsi senza che io abbia rivisto delle pervinche o vi abbia fatto attenzione. Nel 1764, trovandomi a Cressier col mio amico signor Du Peyron, salivamo un colle in cima al quale si trova un grazioso padiglione che giustamente egli chiama Bellavista. Cominciavo allora a erborizzare un poco. Salendo e scrutando tra i cespugli, lancio un grido di gioia: «Ah! Ecco delle pervinche!», e ce n'erano, infatti. Du Peyron si accorse del mio entusiasmo, ma ne ignorava la causa; l'apprenderà, spero, quando un giorno leggerà queste pagine. Il lettore può giudicare, sull'impressione lasciatami da un così piccolo oggetto, quella prodotta in me da ogni cosa che si riferisca allo stesso periodo.

Tuttavia, l'aria della campagna non mi restituì la salute di prima. Ero già debole, languii di più. Non riuscii a tollerare il latte, e dovetti rinunciarvi. A quei tempi era di moda l'acqua come rimedio universale; mi misi a dieta d'acqua, e con così scarsa misura, che per poco non mi guarì, non dai mali ma dalla vita. Ogni mattina, alzandomi, andavo alla fontana con un gran bicchiere, e ne tracannavo successivamente, passeggiando, l'equivalente di due bottiglie. Abbandonai del tutto il vino ai pasti. L'acqua che bevevo era un po' cruda e difficile da digerire, come la maggioranza delle acque di monte. In breve, tanto feci che in meno di due mesi mi distrussi intieramente lo stomaco, che fin lì avevo avuto eccellente. Non digerendo più, capii che non si poteva più sperare di guarire. In quello stesso periodo mi occorse un incidente così singolare in sé come per le sue conseguenze, che finiranno solo con me.

Una mattina che non stavo peggio del solito, nel rialzare in piedi un tavolino, avvertii in tutto il mio corpo una repentina e quasi inconcepibile rivoluzione. Non saprei paragonarla meglio che a una specie di tempesta che si levò dal mio sangue e invase in un istante tutte le mie membra. Le mie arterie si misero a pulsare con tale violenza che non solo ne avvertivo il battito, ma persino lo udivo, soprattutto quello della carotide. Un gran rumore alle orecchie si unì all'altro, e questo rumore era triplo o piuttosto quadruplo: ovvero un ronzio grave e sordo, un mormorio più chiaro come di acqua che scorre, un sibilo acutissimo e il battito già descritto, di cui potevo agevolmente contare i colpi senza tastarmi il polso né toccarmi il corpo con le mani. Il rumore interno era tale, che mi tolse la finezza d'udito che possedevo, e mi rese non del tutto sordo ma duro d'orecchio, come sono da allora.

Si può immaginare la mia sorpresa e il mio spavento. Mi credetti morto. Mi misi a letto; chiamarono il medico, gli descrissi il mio caso fremendo e giudicandolo senza rimedio. Credo che lo pensasse anche lui, ma fece il suo mestiere. Sgranò una serie di prolisse disquisizioni delle quali non capii una sillaba; quindi, in coerenza alle sue sublimi teorie, iniziò in anima vili la cura sperimentale che gli piacque tentare. Era così penosa, così disgustosa e così poco efficace, che me ne stancai subito; e in capo a qualche settimana, constatando che non stavo né meglio né peggio, lasciai il letto e ripresi la mia vita abituale, con le mie arterie pulsanti e i miei ronzii, che da quel tempo, e cioè da trent'anni, non m'hanno più lasciato un minuto.

Ero stato sino allora un grande dormiglione. La totale privazione di sonno che si aggiunse a tutti quei sintomi, e che li ha costantemente accompagnati sin qui, finì per convincermi che mi restava poco tempo da vivere. Quella persuasione mi tranquillizzò per un certo tempo sull'assillo di guarire. Non potendo prolungare la mia vita, decisi di trarre dal poco che me ne restava il massimo utile possibile; cosa che poteva avvenire grazie a un singolare favore della natura che, in condizioni tanto funeste, mi risparmiava i dolori che sembrava dovessero derivarne. Ero disturbato da quel rumore, ma non ne soffrivo: non era accompagnato da nessun altro fastidio abituale tranne l'insonnia notturna, e in ogni tempo dal respiro affannoso, che non giungeva però all'asma, e faceva sentire i suoi effetti solo quando volevo correre o muovermi con un po' di energia.

L'incidente che doveva uccidere il mio corpo, non uccise che le mie passioni, e benedico ogni giorno il cielo per l'effetto felice che produsse sulla mia anima. Posso ben dire che non cominciai a vivere se non quando mi considerai un uomo morto. Attribuendo il loro vero valore alle cose che stavo per abbandonare, cominciai a dedicarmi a cure più nobili, quasi per anticipare quelle che di lì a poco avrei dovuto compiere, e che sin allora avevo troppo neglette. Avevo spesso travestito la religione a modo mio, ma non ero mai stato del tutto privo di religione. Mi costò meno tornare a questo tema, così triste per tanta gente, ma così dolce per chi se ne fa un motivo di consolazione e di speranza. Mamma si rivelò in quest'occasione molto più utile di tutti i teologi.

Ella, che volgeva ogni cosa in sistema, non aveva mancato di sistemare anche la religione; e il suo sistema era composto di idee disparatissime, alcune sanissime, altre pazzesche, sentimenti propri del suo carattere e pregiudizi dettati dalla sua educazione. In generale, i credenti foggiano Dio a loro immagine; i buoni lo fanno buono, i malvagi malvagio, i bigotti astiosi e biliosi non vedono che l'inferno perché vorrebbero dannare il mondo intiero; le anime amorevoli e dolci non ci credono; e una sorpresa dalla quale stento a riavermi è che il buon Fénelon ne parli nel suo Telemaco come se ci credesse sul serio; ma spero che allora mentisse, giacché, in fin dei conti, per quanto si sia sinceri, occorre ben mentire qualche volta quando si è vescovi. Mamma non mentiva con me; e quell'anima senza fiele, che non sapeva immaginare un Dio vendicativo e sempre in collera, non vedeva che clemenza e misericordia là dove i bigotti vedono solo vendette e punizione. Diceva spesso che non ci sarebbe affatto giustizia in Dio nell'esser giusto verso di noi, perché, non avendoci concesso quanto occorre ad esserlo, equivarrebbe a chiedere più di quanto ha dato. Lo strano era che, pur non credendo all'inferno, non rinunciava a credere nel purgatorio. E ciò perché non sapeva che cosa farsene delle anime dei cattivi, non potendo né dannarle né sistemarle insieme ai buoni finché non fossero divenute tali, e bisogna ammettere che di fatto, in questo e nell'altro mondo, i cattivi risultano sempre di grave imbarazzo.

Altra bizzarria. È evidente che tutta la dottrina del peccato originale e della redenzione resta distrutta da questo sistema, che la base del cristianesimo volgare resta scossa e che il cattolicesimo quanto meno non può sussistere. Eppure Mamma era una buona cattolica, o pretendeva di esserlo, e certamente in buona fede. Le pareva che la Scrittura venisse interpretata troppo alla lettera e con eccessivo vigore. Quanto vi si diceva dei tormenti eterni le sembrava comminatorio o allegorico. La morte di Gesù Cristo le appariva come un esempio di carità veramente divina per insegnare agli uomini ad amare Dio e ad amarsi fra loro. In poche parole, fedele alla religione abbracciata, ne ammetteva sinceramente tutta la professione di fede; ma quando si veniva alla discussione dei singoli articoli, si scopriva che credeva del tutto diversamente dai precetti della Chiesa, pur sottomettendosi sempre ad essa.

Mamma dimostrava su questi argomenti una semplicità di cuore, una franchezza più eloquente d'ogni sofisma, e che metteva spesso in imbarazzo persino il suo confessore, al quale non nascondeva nulla. «Sono buona cattolica,» gli diceva, «desidero restarlo sempre; mi adeguo con tutta la forza della mia anima alle decisioni di Santa Madre Chiesa. Non sono padrona della mia fede, ma sono padrona della mia volontà. La sottometto senza riserva, e voglio credere tutto. Che cosa volete di più?»

Quand'anche non fosse esistita una morale cristiana, credo che l'avrebbe seguita, tanto s'adattava al suo carattere. Faceva tutto ciò che era prescritto; ma l'avrebbe fatto anche se non fosse stato un obbligo. Amava obbedire nelle cose insignificanti, e anche se fosse stato permesso, persino prescritto, di mangiare di grasso, si sarebbe attenuta al magro in accordo spontaneo con Dio, senza il minimo bisogno di prudenza. Ma tutta questa morale era subordinata ai principi del signor di Tavel, o meglio ella pretendeva di non vedervi alcunché di contrario. Sarebbe andata a letto ogni giorno con venti uomini in piena tranquillità di coscienza, e senza nemmeno più scrupolo che desiderio. So come tante bigotte non siano più scrupolose su questo punto; ma la differenza è che costoro sono sedotte dalle loro passioni e lei dai suoi soli sofismi. Nelle conversazioni più commoventi, e oso dire più edificanti, ella fu sopraffatta su questo punto senza cambiare né espressione né tono, senza ritenersi in contraddizione con se stessa. Si sarebbe all'occorrenza persino interrotta, per questo, salvo riprendere con la stessa serenità di prima: tanto era intimamente convinta che tutto ciò si riducesse a una massima di polizia sociale, di cui ogni persona sensata poteva fare l'interpretazione, l'applicazione, l'eccezione, secondo lo spirito della cosa, senza il minimo rischio di offendere Dio. Benché su questo punto non fossi certamente d'accordo con lei, confesso che non osavo contrastarla, vergognandomi della parte poco galante che mi sarebbe toccata. Avrei ben cercato di stabilire la regola per gli altri, tentando di eccettuare me stesso; ma, a parte che il suo temperamento preveniva a sufficienza l'abuso dei suoi principi, so che non era donna da lasciarsi gabbare, e che rivendicare per me l'eccezione significava concedergliela per chiunque le piacesse. Del resto, registro qui occasionalmente tale incoerenza insieme alle altre, sebbene abbia sempre avuto scarso effetto sulla sua condotta, e nessuno a quel tempo: ma ho promesso di esporre fedelmente i suoi principi e intendo mantenere l'impegno. Torno a me.

Trovando in lei tutte le massime di cui avevo bisogno per salvaguardare la mia anima dai terrori della morte e delle sue conseguenze, attingevo con sicurezza a quella sorgente di fiducia. Mi legavo a lei più di quanto avessi mai fatto; avrei voluto trasferire in lei tutta la mia vita che sentivo prossima ad abbandonarmi. Da questo raddoppiarsi del mio affetto per lei, dalla persuasione che mi restava poco tempo da vivere, dalla profonda sicurezza della sorte che mi aspettava, scaturiva uno stato abituale di perfetta calma, e persino sensuale, giacché smorzando tutte le passioni che esasperano i nostri timori e le nostre speranze, mi lasciava godere senza inquietudine e senza turbamento i pochi giorni che mi erano concessi. Una cosa contribuiva a renderli più piacevoli: la premura di alimentare la sua passione per la campagna con tutti gli svaghi che potevo assommarvi. Facendole amare il giardino, il pollaio, i piccioni, le mucche, mi affezionavo anch'io a tutto questo; e quelle piccole occupazioni, che colmavano la mia giornata senza incrinare la mia quiete, mi giovarono, meglio del latte e d'ogni medicina, a conservare la mia povera macchina, e persino a riaggiustarla, per quanto possibile.

La vendemmia, il raccolto della frutta, ci svagarono per il resto dell'anno, e ci legarono sempre più alla vita rustica, fra la brava gente che ci circondava. Vedemmo sopraggiungere l'inverno con grande rincrescimento, e tornammo in città come se fossimo andati in esilio; io soprattutto, che, dubitando di rivedere la primavera, credevo di dare un addio definitivo alle Charmettes. Non le lasciai senza aver baciato la terra e gli alberi, e non senza volgermi più e più volte nell'allontanarmi. Avendo lasciato da tanto tempo le mie allieve e perduto il gusto dei divertimenti e delle compagnie cittadine, non uscivo più, non vedevo più nessuno, tranne Mamma e il signor Salomon, divenuto da poco suo medico e mio; onest'uomo, d'ingegno, cartesiano convinto, che parlava piuttosto bene intorno al sistema del mondo, e i cui conversari piacevoli e istruttivi mi giovarono più di ogni sua ricetta. Non ho mai potuto sopportare l'ottuso e vago artificio delle conversazioni ordinarie; ma le conversazioni utili e solide mi hanno sempre fatto gran piacere, e non me ne sono mai sottratto. Presi molto gusto a quelle del signor Salomon; mi sembrava di anticipare con lui quelle elevate cognizioni che la mia anima avrebbe acquistato appena libera dei suoi ceppi. L'interesse che provavo per lui si estese agli argomenti che trattava, e cominciai a cercare i libri che potessero aiutarmi a capirlo meglio. Quelli che mescolavano la fede alle scienze pratiche mi si addicevano di più; e tali erano particolarmente quelli dell'Oratorio e di Port-Royal. Mi misi a leggerli, o piuttosto a divorarli. Me ne capitò fra le mani uno del padre Lamy, intitolato Conversazioni sulle scienze. Era una specie di introduzione alla conoscenza dei testi che ne trattano. Lo lessi e rilessi cento volte; decisi di farne la mia guida. Mi sentii insomma a poco a poco trascinato, nonostante il mio stato o piuttosto grazie ad esso, con una forza irresistibile, verso lo studio, e pur considerando ogni giorno come l'ultimo della mia vita, studiavo con tutto l'ardore di chi possa vivere sempre. Dicevano che mi facesse male; io credo, invece, che mi fece bene, e non solo all'anima, ma al corpo; giacché quell'applicazione, alla quale mi appassionavo, mi divenne così deliziosa che, dimenticando i miei mali, ne pativo assai meno. È pur vero che nulla mi procurava un sollievo reale; ma, non soffrendo di dolori acuti, mi abituavo a languire, a non dormire, a pensare in luogo d'agire, e infine a considerare il deperimento graduale e lento della mia macchina come un processo inevitabile che la morte sola poteva arrestare.

Quella persuasione non solo mi staccò da tutte le vane cure della vita, ma mi liberò dal fastidio delle medicine alle quali mio malgrado mi avevano fin lì costretto. Salomon, convinto che le sue droghe non potevano salvarmi, me ne risparmiò il disgusto, e si accontentò di alleviare il dolore della mia povera Mamma con qualcuna di quelle inutili ricette che blandiscono la speranza del malato e mantengono il credito del medico. Lasciai il regime stretto; ripresi l'uso del vino e il sistema di vita di un uomo in buona salute, nei limiti delle mie forze, sobrio in tutto ma senza privarmi di nulla. Uscii anche, e ripresi a visitare le mie conoscenze, soprattutto il signor di Conzié, la cui compagnia apprezzavo molto. Insomma, o che mi sembrasse bello imparare fino alla mia ultima ora, o che un residuo di speranza di vivere si nascondesse in fondo al mio cuore, l'attesa della morte, anziché affievolire la passione per lo studio, pareva ravvivarla, e mi affrettavo ad accumulare un pugno di nozioni per l'altro mondo, come se fossi convinto di trovarvi solo quelle che avrei portato con me. Mi affezionai alla bottega di un libraio, certo Bouchard, dove si incontravano alcuni letterati; e poiché si approssimava la primavera che avevo creduto di non vedere, mi rifornii di qualche libro per le Charmettes, ove avessi avuto la fortuna di tornarvi.

Ebbi tale fortuna, e ne approfittai del mio meglio. La gioia con cui vidi i primi germogli è indescrivibile. Rivedere la primavera era per me resuscitare in paradiso. Appena le nevi cominciarono a sciogliersi abbandonammo la nostra prigione e ci trasferimmo in tutta fretta alle Charmettes per godervi le primizie dell'usignolo. Da quel momento non credetti più di morire, ed è davvero singolare come non abbia mai patito gravi malattie in campagna. Vi ho sofferto molto, ma non vi fui mai costretto a letto. Spesso ho detto, sentendomi peggio del solito: «Quando mi vedrete vicino a morire, portatemi all'ombra di una quercia: vi prometto che tornerò sui miei passi.»

Per quanto debole, ripresi le mie funzioni campestri, ma in modo adeguato alle mie forze. Fu un vero dispiacere non poter coltivare il giardino da solo; ma dopo sei colpi di vanga ero senza fiato, grondavo sudore, non ne potevo più. Quando stavo chino, le palpitazioni raddoppiavano, e il sangue mi montava alla testa con tale forza, che dovevo raddrizzarmi in fretta. Costretto a limitarmi a compiti meno faticosi, mi assunsi fra gli altri la cura della colombaia, e mi ci affezionai talmente che vi passavo spesso parecchie ore di seguito senza annoiarmi un momento. Il colombo è timidissimo e difficile da addomesticare. Eppure riuscii ad ispirare ai miei tale confidenza che mi seguivano ovunque, e si lasciavano prendere quando volevo. Non potevo apparire in giardino o in cortile senza averne all'istante due o tre sulle braccia, sulla testa, e alla fine, nonostante il piacere che vi prendevo, quel corteggio mi divenne così fastidioso che fui costretto a privarli di questa familiarità. Ho sempre provato un gusto singolare nell'addomesticare animali, soprattutto quelli pavidi e selvatici. Mi sembrava affascinante ispirar loro una fiducia che non ho mai tradita. Volevo che mi amassero liberamente.

Ho detto che avevo portato con me alcuni libri; li usai, ma in un modo più adatto ad opprimermi che ad istruirmi. La falsa idea che m'ero fatta delle cose mi persuadeva che per leggere fruttuosamente un libro occorresse disporre di tutte le cognizioni che esso presuppone, ben lontano dal pensare che sovente l'autore non le possedeva egli stesso, e le attingeva da altri libri a misura del suo bisogno. Con quella folle convinzione, ero a ogni istante bloccato, costretto a correre senza posa da un libro all'altro, e a volte, prima di arrivare alla decima pagina di quello che intendevo studiare, avrei dovuto saccheggiare intiere biblioteche. Eppure, mi ostinai talmente in quel metodo stravagante, che vi persi un tempo infinito, e per poco non mi imbrogliai il cervello al punto da non poter né vedere né sapere più nulla. Per fortuna mi accorsi che imboccavo una strada sbagliata, che mi fuorviava in un immenso labirinto, e ne uscii prima di perdermi del tutto.

Per poco che si abbia una vera inclinazione per le scienze, la prima cosa che si avverte, dedicandovisi, è la connessione che le lega, le porta ad attrarsi, sostenersi, illuminarsi a vicenda, così che l'una non si regge senza l'altra. Benché la mente umana non possa bastare a tutte, e debba privilegiarne sempre una come la fondamentale, se non si ha qualche nozione delle altre, anche in quella scienza si brancola spesso nel buio. Sentii che lo studio da me intrapreso era buono e utile in sé, e che dovevo cambiare solo il metodo. Presa all'inizio l'Enciclopedia, procedetti suddividendola nelle varie branche. Constatai che bisognava fare giusto il contrario: prenderle ognuna per sé e seguirle fino al punto in cui confluivano. Tornai così alla sintesi ordinaria, ma vi tornai da uomo che sa quel che vuole. La meditazione mi surrogava, in questo, la cognizione, e una riflessione del tutto spontanea mi aiutava ad orizzontarmi. Mi fosse toccato vivere o morire, non avevo da perdere tempo. Non saper nulla a quasi venticinque anni, e pretendere di imparare tutto, significa impegnarsi a far fruttare appieno il tempo. Non sapendo a qual punto il destino o la morte potessero arrestare il mio zelo, desideravo per ogni evenienza acquisire idee su tutto, sia per sondare le mie naturali disposizioni che per giudicare da me ciò che più meritava d'esser coltivato.

Trovai nell'esecuzione di questo piano un altro vantaggio al quale non avevo pensato: quello di ben utilizzare molto tempo. Non devo essere nato per lo studio, perché un'applicazione prolungata mi affatica al punto che mi risulta impossibile impegnarmi con forza sul medesimo tema per mezz'ora filata, soprattutto se seguo concetti altrui; giacché mi è capitato a volte di concentrarmi più a lungo sui miei, e anche con discreto successo. Dopo aver seguito per qualche pagina un autore che va letto con applicazione, la mia mente l'abbandona e si perde nelle nuvole. Se mi ostino, mi esaurisco inutilmente; mi prendono abbagli, non vedo più niente. Ma se argomenti diversi si susseguono, anche senza interruzione, l'uno mi riposa dell'altro, e li seguo più agevolmente senza bisogno di pause. Misi a profitto questa osservazione nel mio piano di studi, e li alternai così bene che mi impegnai per tutto il giorno senza mai stancarmi. È vero che le incombenze campestri e domestiche fornivano utili diversivi; ma nel mio crescente fervore trovai presto il modo di ricavarne anche il tempo per lo studio, e per occuparmi insieme di due cose, senza pensare che ciascuna ne scapitava.

In tanti minuti particolari che mi incantavano e con i quali abuso spesso del mio lettore, uso nondimeno una discrezione di cui egli neppure dubiterebbe, se non avessi lo scrupolo d'avvertirlo. Qui, per esempio, ricordo con delizia i diversi tentativi attuati per distribuire il mio tempo in modo da trovarvi insieme svago e utilità nella maggiore misura possibile; e posso dire che quel tempo, in cui vivevo in ritiro e sempre malato, fu quello della mia vita nel quale fui meno ozioso e annoiato. Due o tre mesi trascorsero così, saggiando le tendenze del mio intelletto e godendo, nella più bella stagione dell'anno, e in un luogo ch'essa rendeva incantato, il fascino della vita, di cui intendevo così bene il valore, quello di una compagnia libera quanto dolce, se è lecito chiamare compagnia una così perfetta unione, e quello delle belle conoscenze che mi proponevo di acquistare; giacché per me era come se le avessi già in mio possesso, o piuttosto ancor meglio, perché il piacere di apprendere aveva grande parte nella mia felicità.

Bisogna sorvolare su questi tentativi che erano per me altrettanti godimenti, ma troppo elementari perché si possa spiegarli. Ancora una volta la vera felicità non si descrive, s; prova, e si prova tanto meglio quanto meno si può descrivere, perché non nasce da un insieme di fatti, ma è uno stato permanente. Mi ripeto sovente, ma mi ripeterei ben di più se dicessi la stessa cosa ogni qualvolta mi viene in mente. Quando infine il mio sistema di vita, spesso mutato, ebbe assunto un corso uniforme, ecco press'a poco quale ne fu la distribuzione.

Mi alzavo ogni mattina prima del sole. Salivo, attraverso un vicino frutteto, per un bellissimo sentiero che passava sopra la vigna, e seguivo il crinale fino a Chambéry. Là, mentre passeggiavo, dicevo la mia preghiera, che non consisteva in un vacuo balbettio delle labbra, ma in una sincera elevazione del cuore all'autore di quell'amabile natura le cui bellezze giacevano sotto i miei occhi. Non mi è mai piaciuto pregare in una stanza; mi sembra che i muri e tutte quelle minime opere d'uomini s'interpongano tra Dio e me. Amo contemplarlo nelle sue opere, mentre il mio cuore si eleva a lui. Le mie preghiere erano pure, posso dirlo, e perciò degne d'essere esaudite. Per me, e per la donna dalla quale i miei voti mai si separavano, non chiedevo che una vita innocente e tranquilla, monda dai vizi, dal dolore, dai penosi bisogni, la morte dei giusti e la loro sorte futura. Del resto, quell'atto consisteva più in contemplazioni e in ammirazioni che in richieste, e sapevo come presso il dispensatore dei veri beni il modo migliore per ottenere quelli che ci sono necessari non sia tanto chiederli quanto meritarli. Tornavo, prolungando la passeggiata in un giro piuttosto vasto, assorto ad osservare con attenzione e voluttà gli oggetti campestri che mi circondavano, i soli di cui occhi e cuore non si saziano mai. Guardavo da lontano se era chiaro in camera di Mamma: quando vedevo aperte le sue imposte, trasalivo di gioia e vi correvo. Se erano chiuse, andavo in giardino, aspettando che si svegliasse, divertendomi a ripassare quanto avevo imparato il giorno avanti, o a fare il giardiniere. Le imposte si aprivano, andavo ad abbracciarla nel suo letto, spesso mezzo addormentata ancora, e quell'abbraccio, puro quanto tenero, traeva dalla sua stessa innocenza un incanto che al piacere dei sensi non si unisce mai.

Di solito facevamo colazione con caffellatte. Era il momento della giornata in cui eravamo più tranquilli, e si conversava più a nostro agio. Quelle sedute, usualmente lunghe, mi hanno lasciato un vivo gusto per le colazioni, e preferisco infinitamente l'uso dell'Inghilterra o della Svizzera, dove la colazione è un pasto vero e proprio che riunisce tutti, a quello della Francia, dove ciascuno fa colazione da solo nella propria stanza, o più sovente la salta del tutto. Dopo un'ora o due di conversari, andavo ai miei libri fino all'ora di pranzo. Cominciavo con qualche libro di filosofia, come la Logica di Port-Royal, il Saggio di Locke, Malebranche, Leibnitz, Descartes, ecc. Scoprii ben presto che tutti quegli autori erano fra loro in contraddizione pressocché perpetua, e formulai il progetto chimerico di metterli d'accordo, che mi costò molta fatica e mi fece perdere molto tempo. La testa mi si confondeva e non avanzavo di un passo. Infine, rinunciando anche a questo metodo, ne adottai uno infinitamente più efficace, e al quale attribuisco tutti i progressi che posso aver fatto, nonostante il mio difetto di capacità; poiché è certo che ne ebbi sempre pochissima per lo studio. Leggendo ciascun autore, mi imposi la norma di adottare e seguire tutte le sue idee senza intromettervi le mie né quelle di un altro, e senza mai polemizzare con lui. Mi dissi: «Cominciamo col farci una scorta di idee, vere o false, ma chiare, in attesa che la mia testa ne sia abbastanza fornita da poterle confrontare e scegliere.» Il metodo non è privo di inconvenienti, lo so, ma è servito allo scopo di istruirmi. Dopo alcuni anni trascorsi a non pensare esattamente che secondo sistemi altrui, mi sono trovato a disposizione, senza riflettere, per così dire, e quasi senza ragionare, un fondo di cognizioni abbastanza vasto da rendermi autonomo e in grado di pensare senza il soccorso altrui. Allora, quando viaggi ed affari mi hanno sottratto i mezzi di consultare i libri, mi sono divertito a ripensare e comparare quanto avevo letto, a pesare ogni cosa alla bilancia della ragione, e talvolta a giudicare i miei maestri. Pur avendo iniziato tardi a esercitare la mia facoltà di giudizio, non m'è parso che avesse perduto il suo vigore; e quando pubblicai le mie proprie idee, non mi si è accusato di essere un servile discepolo e di giurare in verba magistri.

Di là passavo alla geometria elementare, giacché non sono mai andato oltre, ostinandomi nel voler vincere la mia scarsa memoria a forza di tornare cento volte sui miei passi e di ricominciare senza posa il cammino. Non apprezzai quella di Euclide, che cerca il concatenarsi delle dimostrazioni piuttosto che il connettersi dei concetti; preferii la geometria di padre Lami, che divenne da allora uno dei miei autori favoriti, e le cui opere rileggo ancora con piacere. Poi veniva l'algebra, e sempre padre Lami scelsi come guida. Quando fui abbastanza avanti, usai la Scienza del calcolo del padre Reyneau, quindi la sua Analisi dimostrata, che sfiorai soltanto. Non sono mai andato tanto oltre da intender bene l'applicazione dell'algebra alla geometria. Non mi piaceva affatto questo modo di procedere senza vedere ciò che si fa, e mi sembrava che risolvere un problema di geometria con le equazioni fosse come suonare un motivo girando una manovella. La prima volta che trovai mediante il calcolo che il quadrato di un binomio è composto dal quadrato di ciascuna delle sue parti e del doppio prodotto dell'una per l'altra, malgrado l'esattezza della mia moltiplicazione non volli credere a niente finché non ebbi eseguita la figura. Non che mi mancasse un gusto spiccato per l'algebra, non considerandone che la quantità astratta; ma applicata alla spazialità volevo vedere l'operazione tradotta in linee, altrimenti non ci capivo più nulla.

E dopo l'algebra, veniva il latino. Era il più penoso dei miei studi, dove mai feci grandi passi avanti. Mi attenni dapprima al metodo latino di Port-Royal, ma senza frutto. Quei versi ostrogoti mi facevano star male, e non riuscivano a entrarmi nell'orecchio. Mi smarrivo in quella foresta di regole, e come imparavo l'ultima dimenticavo tutte le precedenti. Uno studio di parole non è il più adatto a un uomo privo di memoria, e proprio per obbligare la mia memoria ad acquistare capacità mi ostinavo in quello studio. Dovetti infine abbandonarlo. Afferravo abbastanza la costruzione per riuscire a leggere un autore facile, con l'aiuto del dizionario. Seguii questa via e mi trovai bene. Mi applicai alla traduzione, non per iscritto, ma a mente, e mi limitai a questa. A forza di tempo e di esercizio, sono arrivato a leggere abbastanza correntemente gli scrittori latini, mai però a parlare né a scrivere in quella lingua; cosa che mi ha messo sovente in difficoltà, quando mi trovai, non so come arruolato fra i letterati. Un aitro inconveniente, conseguenza di questo metodo di studio, è che non ho mai imparato la prosodia, e meno ancora le regole di versificazione. Desiderando tuttavia di gustare l'armonia della lingua in versi e in prosa, ho fatto sforzi notevoli per riuscirci; ma sono convinto che è quasi impossibile senza un maestro. Avendo imparato la composizione del più facile dei versi, che è l'esametro, ebbi la costanza di scandire quasi tutto Virgilio, e di annotare i piedi e la quantità; poi, quando ero in dubbio se una sillaba era lunga o breve, andavo a consultare il mio Virgilio. Si intende che ciò mi induceva in errori frequentissimi, per via delle alterazioni consentite dalla regola di versificazione. Ma se c'è vantaggio a studiare da soli, ci sono anche gravi inconvenienti, e soprattutto una fatica incredibile. Lo so meglio di chiunque altro.

Prima di mezzogiorno lasciavo i miei libri, e se il pranzo non era pronto, andavo a trovare i miei amici piccioni, o a lavorare nell'orto aspettandone l'ora.

Quando mi sentivo chiamare, correvo felicissimo e provvisto di un grande appetito; infatti, altra cosa degna di nota, per quanto malato io possa essere, l'appetito non mi viene mai meno. Pranzavamo assai piacevolmente, discorrendo delle nostre faccende, e aspettando che Mamma potesse mangiare. Due o tre volte la settimana, quando il tempo era bello, andavamo dietro casa a prendere il caffè in un padiglione fresco e frondoso, che avevo ornato di luppolo e che ci procurava grande ristoro durante il caldo; passavamo là un'oretta a curare i nostri legumi, i nostri fiori, discorrendo del nostro modo di vivere, e meglio gustandone così la dolcezza. Avevo un'altra famigliola in fondo al giardino: le api. Non mancavo mai, e con me spesso Mamma, di render loro visita; mi appassionavo molto al loro lavoro, e mi divertivo infinitamente a vederle tornare dalle scorrerie con le zampette a volte così cariche che stentavano a muoversi. I primi giorni la curiosità mi rese indiscreto, ed esse mi punsero due o tre volte; ma poi stringemmo una conoscenza così buona che per quanto mi avvicinassi, mi lasciavano fare, e per quanto colme fossero le arnie pronte a lanciare i loro sciami, ne venivo qualche volta attorniato, ne avevo sulle mani, sul viso, senza che mai nessuna mi pungesse. Tutti gli animali diffidano dell'uomo, e non a torto: ma una volta sicuri che non si ha l'intenzione di nuocere, la loro fiducia diviene così assoluta che occorre essere peggio d'un barbaro per abusarne.

Tornavo ai miei libri: ma le mie occupazioni pomeridiane meritavano il nome di ricreazione e di svago piuttosto che di lavoro e di studio. Non ho mai potuto sopportare l'applicazione a tavolino dopo il pranzo, e in generale ogni fatica mi costa nelle ore calde del giorno. Mi dedicavo dunque, ma senza impegno e quasi senza regola, a leggere senza studiare. Le materie che seguivo più esattamente erano la storia e la geografia, e siccome non richiedevano nessuno sforzo mentale, vi compii i progressi che la mia scarsa memoria mi consentiva. Volli studiare padre Pétau, e mi immersi nelle tenebre della cronologia; ma mi disgustai della parte critica, che non ha né fondo né riva, e preferii appassionarmi all'esatta misura dei tempi e al cammino dei corpi celesti. Avrei preso piacere anche all'astronomia, se avessi avuto gli strumenti adatti, ma dovetti accontentarmi di scarsi elementi tratti dai libri, e di alcune rudimentali osservazioni celesti fatte con un cannocchiale tanto per conoscere la situazione generale del cielo, poiché la mia vista corta non mi consentiva di distinguere, a occhio nudo, abbastanza nitidamente gli astri. Rammento a questo proposito un'avventura il cui ricordo m'ha spesso fatto ridere. Avevo comprato un planisfero celeste per studiare le costellazioni. Lo avevo sistemato su un telaio, e nelle notti di sereno, montavo il telaio in giardino su quattro picchetti alti quanto me, il planisfero volto verso il basso, e per illuminarlo senza che il vento spegnesse la candela, la fissai dentro un secchio posato a terra fra i quattro picchetti; poi, guardando alternativamente il planisfero a occhio nudo e gli astri col cannocchiale, mi esercitavo a riconoscere le stelle e a individuare le costellazioni. Credo di aver spiegato che il giardino del signor Noëray era a terrazza; dalla strada vedevano quanto vi si faceva. Una sera, alcuni contadini che passavano ad ora tarda, mi scorsero in un grottesco abbigliamento assorto nella mia operazione. Il chiarore irradiato sul planisfero, e di cui non vedevano la fonte perché i bordi del secchio nascondevano la fiamma, quei quattro pioli, quel gran foglio di carta scarabocchiato di figure, quella cornice, e il movimento della lente che vedevano errare senza posa, conferivano a quello spettacolo un'atmosfera di stregoneria che li atterrì. Il mio abbigliamento non era il più adatto a rassicurarli: un cappellaccio spiovente sopra il mio berretto, un farsetto imbottito di Mamma, che lei mi aveva costretto a indossare, offrivano ai loro occhi l'immagine di un vero stregone, e siccome era circa mezzanotte, non ebbero dubbi che quelli non fossero i preliminari di un sabba. Poco curiosi di vedere dell'altro, fuggirono spaventatissimi, svegliarono i vicini per raccontare la loro visione, e la storia circolò a tal punto che sin dal mattino seguente non ci fu nei dintorni chi ignorasse che in casa del signor Noëray si celebravano sabba. Non so quali conseguenze avrebbe finito col produrre quella voce se uno dei contadini, testimone dei miei esorcismi, non li avesse il giorno stesso denunciati a due gesuiti che ci frequentavano, e che pur ignorando di che si trattasse, li rassicurarono per provvisione. Ci raccontarono tutta la storia, io ne chiarii le cause, e se ne rise insieme a sazietà. Tuttavia si decise, a scanso di recidiva, che d'ora innanzi avrei esplorato le stelle senza lume, e che avrei consultato il planisfero in casa. Chi ha letto, nelle Lettere dalla montagna, la mia magia di Venezia, troverà, ne son certo, che avevo una vocazione irresistibile per il mestiere di stregone.

Tale era la mia vita alle Charmettes, quando non ero occupato in nessuna incombenza campestre; perché queste ottenevano sempre la preferenza, e se non eccedevano le mie forze, lavoravo come un contadino, ma è anche vero che la mia estrema debolezza non mi lasciava allora in questo campo che il merito della buona volontà. D'altronde, volevo darmi insieme a due lavori, e perciò non riuscivo bene in nessuno. Mi ero messo in mente di procurarmi a forza un po' di memoria; mi incaponivo a voler imparare molto a memoria. Perciò portavo sempre con me qualche libro, che studiavo e ripassavo, con fatica incredibile, pur seguitando a lavorare. Non so come l'accanimento in quegli sforzi vani e continui non mi abbia infine istupidito. Devo aver imparato, e ricominciato da capo a imparare, almeno venti volte le egloghe di Virgilio, di cui non ricordo una sillaba. Ho perso o scompagnato una quantità di libri, per l'abitudine di portarne con me dappertutto, alla colombaia, nell'orto, nel frutteto, nella vigna. Occupato in altre faccende, posavo il mio libro ai piedi di un albero o sulla siepe; dovunque dimenticavo di riprenderlo, e spesso, dopo quindici giorni, lo ritrovavo fradicio o rosicchiato dalle formiche e dalle lumache. Questa smania di imparare divenne una mania che mi ridusse come inebetito, tutto assorto com'ero a farfugliare senza tregua qualche cosa tra i denti.

Gli scritti di Port-Royal e dell'Oratorio, essendo quelli che leggevo più di frequente, mi avevano reso mezzo giansenista, e nonostante tutta la mia fiducia, la loro dura teologia a volte mi sgomentava. Il terrore dell'inferno, che sino allora avevo temuto assai poco, turbava a grado a grado la mia sicurezza, e se Mamma non m'avesse tranquillizzato l'animo, quella dottrina spaventosa avrebbe finito per sconvolgermi. Il mio confessore, che era anche il suo, contribuiva per la sua parte a mantenermi in buon equilibrio. Era il padre Hemet, gesuita, saggio e buon vecchio di cui sempre venererò la memoria. Benché gesuita, aveva la semplicità di un fanciullo, e la sua morale, mite più che rilassata, era giusto quanto mi occorreva per bilanciare le tristi impressioni del giansenismo. Quel buon uomo e il suo compagno, il padre Coppier, venivano a trovarci spesso alle Charmettes, benché la strada fosse aspra e alquanto lunga per uomini della loro età. Le loro visite mi facevano un gran bene: voglia Iddio ricompensarne le loro anime, essendo allora entrambi troppo avanti negli anni perché possa presumerli tuttora in vita. Anch'io andavo a trovarli a Chambéry, mi familiarizzavo a poco a poco con la loro casa, disponevo della loro biblioteca a mio piacimento; il ricordo di quei tempi felici si connette a quello dei Gesuiti tanto da farmi amare l'uno in virtù dell'altro, e sebbene la loro dottrina mi sia sempre apparsa pericolosa, non ho mai potuto trovare la forza di odiarli sinceramente.

Mi piacerebbe sapere se nel cuore degli altri uomini hanno talvolta luogo puerilità simili a quelle che accadono a volte nel mio. Nel pieno dei miei studi e d'una vita quanto è possibile innocente, e nonostante tutto ciò che mi si era potuto dire, la paura dell'inferno mi turbava ancora. Sovente mi chiedevo: «In che stato mi trovo? Se morissi in questo istante, sarei dannato?» Secondo i miei giansenisti, la cosa era fuori dubbio, ma alla mia coscienza pareva di no. Sempre timoroso e ondeggiante in tale crudele incertezza ricorrevo, per uscirne, ai più ridicoli espedienti, per i quali non esiterei a far rinchiudere un uomo, se gli vedessi fare altrettanto. Un giorno, meditando su quel malinconico tema, mi esercitavo macchinalmente a lanciar pietre contro i tronchi degli alberi, e con la mia usuale destrezza, ossia senza coglierne quasi nessuno. Nel bel mezzo del prestigioso esercizio, mi venne in mente di interpretarlo come una specie di pronostico per calmare la mia inquietudine. Mi dissi: «Ora lancio questa pietra contro l'albero che mi sta di fronte; se lo colgo, significa salvezza; altrimenti, dannazione.» Così dicendo lancio la mia pietra con mano malferma e con un tremendo batticuore, ma così felicemente che essa colpisce l'albero esattamente nel mezzo; cosa in verità non molto difficile, giacché avevo avuto cura di sceglierlo alquanto grosso e vicino. Da allora, non dubitai più della mia salvezza. Non so, nel rammentare l'episodio, se dovrei piangere o ridere di me. Voialtri, grandi uomini che certamente ridete, felicitatevi con voi stessi; ma non insultate la mia miseria, poiché vi giuro che la sento benissimo.

D'altronde, quei turbamenti, quelle inquietudini forse inseparabili dalla devozione, non erano uno stato permanente. Di solito, ero piuttosto tranquillo, e l'impressione prodotta su di me dall'idea di una morte prossima era meno di tristezza che di un quieto languore, il quale aveva persino le sue dolcezze. Ho ritrovato da poco, tra le mie vecchie carte, una specie di esortazione che rivolgevo a me stesso, nella quale mi rallegravo di morire all'età in cui si trova in sé sufficiente coraggio per affrontare la morte, e senza aver sofferto, durante la mia vita, grandi mali, né nel corpo né nello spirito. Quanta ragione avevo! Un presentimento mi faceva temere di vivere per soffrire. Sembrava che prevedessi la sorte che mi attendeva nei giorni della vecchiaia. Non fui mai tanto vicino alla saggezza come durante quell'epoca felice. Senza grandi rimorsi sul passato, libero da preoccupazioni sul futuro, il sentimento che dominava costantemente la mia anima era di godere il presente. I devoti hanno in genere una piccola sensualità vivissima che permette loro di assaporare con delizia gli innocenti piaceri consentiti. I mondani gliene fanno una colpa, non so perché, o piuttosto lo so bene: invidiano agli altri la gioia dei piaceri semplici, dei quali hanno smarrito il gusto. Io l'avevo, quel gusto, e trovavo una delizia soddisfarlo in tranquillità di coscienza. Il mio cuore, nuovo ancora, si lanciava in ogni cosa con un piacere fanciullesco, o meglio con la voluttà di un angelo, giacché invero quei godimenti tranquilli hanno la serenità dei piaceri paradisiaci. Pranzi sull'erba, alla Montagnola, cene sotto la pergola, il raccolto delle frutta, la vendemmia, veglie trascorse a stigliare con la nostra gente, tutte queste cose rappresentavano per noi altrettante occasioni di festa, nelle quali Mamma gustava il mio stesso piacere. Passeggiate più solitarie avevano un incanto anche più profondo, perché il cuore si effondeva più libero. Una fra le altre s'incise vivissima nella mia memoria, un giorno di San Luigi, onomastico di Mamma. Partimmo insieme e soli, di buon mattino, dopo la messa che un carmelitano era venuto a celebrare sul far del giorno, nella cappella attigua alla casa. Avevo proposto di percorrere il versante opposto a quello dov'eravamo, e che ancora non avevamo visitato. Avevamo spedito innanzi le nostre provviste, perché la gita sarebbe durata il giorno intiero. Mamma, benché un po' tonda e grassottella, non camminava male: andavamo di collina in collina e di bosco in bosco, qualche volta in pieno sole e spesso all'ombra, riposandoci di quando in quando, e dimenticandoci ore intiere; discorrendo di noi, della nostra unione, della dolcezza della nostra sorte e formulando, per la sua durata, voti che non furono esauditi. Tutto sembrava contribuire alla felicità di quella giornata. Era piovuto da poco; niente polvere, e ruscelli che scorrevano rapidi, un venticello fresco agitava le foglie, l'aria era pura, l'orizzonte senza nuvole, la serenità regnava in cielo e nei nostri cuori. Consumammo il nostro pranzo in casa di un contadino, spartendolo con la sua famiglia, che ci benediceva di tutto cuore. Quei poveri Savoiardi sono così brava gente! Dopo pranzo raggiungemmo l'ombra sotto grandi alberi, dove, mentre ammucchiavo pezzetti di legno secco per preparare il caffè, Mamma si divertiva a coglier erbe nella macchia, e sui fiori del mazzolino che, cammin facendo, avevo raccolto per lei, mi fece osservare mille cose curiose della loro struttura che mi divertirono molto, e che dovevano ispirarmi un certo gusto per la botanica; ma non era ancora il momento, ero distratto da troppi altri studi. Un'idea che balenò improvvisa mi distolse da fiori e piante. Lo stato d'animo nel quale mi trovavo, quanto avevamo detto e fatto quel giorno, tutte le cose che mi avevano colpito, mi richiamarono quella specie di sogno che da sveglio avevo avuto ad Annecy sette o otto anni prima, e che ho narrato a suo luogo. I riferimenti apparivano così sorprendenti che, pensandovi, ne fui commosso fino alle lagrime. In uno slancio di tenerezza abbracciai quella cara amica: «Mamma, Mamma,» le dissi appassionatamente, «questo giorno mi è stato promesso da molto tempo, e non vedo nulla più oltre. La mia felicità, grazie a voi, è al colmo: possa non aver mai declino! Possa durare finché ne conserverò il piacere! Finirà solo con me.»

Così trascorsero i miei giorni felici, tanto più felici in quanto, nulla scorgendo che dovesse turbarmi, non prevedevo in realtà la loro fine disgiunta dalla mia. Non che la fonte delle mie preoccupazioni fosse del tutto inaridita; ma la vedevo prendere un corso diverso che orientavo del mio meglio verso oggetti utili, affinché portasse con sé il suo rimedio. Mamma amava istintivamente la campagna, e la predilezione non s'intiepidiva con me. A poco a poco assunse quella delle cure campestri; amava valorizzare le terre, e aveva sull'argomento cognizioni che applicava con piacere. Non soddisfatta della terra annessa alla casa, affittava ora un campo, ora un prato. Alla fine, trasferendo la sua indole intraprendente nelle attività agricole, anziché restarsene in casa oziosa, si avviava a diventare ben presto un'importante fattoressa. Non mi piaceva troppo vederla ampliarsi a quel modo, e mi opponevo per quanto potevo, nella convinzione che sarebbe stata sempre ingannata, e che il suo carattere liberale e prodigo avrebbe spinto la spesa sempre al di là del prodotto. Mi consolavo tuttavia pensando che quel prodotto almeno non sarebbe stato nullo, e l'avrebbe aiutata a vivere. Di tutte le imprese che avrebbe potuto tentare, quella mi pareva la meno rovinosa, e senza ravvisarvi come lei una fonte di guadagno, vi vedevo un'occupazione continua, che l'avrebbe preservata dai cattivi affari e dagli scrocconi. In tale convinzione, desideravo ardentemente recuperare forze e salute quante me ne occorrevano per attendere ai suoi affari, per fare il sorvegliante dei suoi lavoranti o il suo primo lavorante, e naturalmente l'esercizio cui tutto ciò mi costringeva, strappandomi spesso ai miei libri, e distraendomi dal mio stato, doveva renderlo migliore.

L'inverno successivo, Barillot, tornando dall'Italia, mi portò alcuni libri, fra i quali il Bontempi e la Cartella per musica del padre Banchieri che mi dettero un certo gusto per la storia della musica e per le ricerche teoriche di questa bell'arte. Barillot restò qualche tempo con noi, e siccome da parecchi mesi ero maggiorenne, si convenne che in primavera mi sarei recato a Ginevra per reclamarvi l'eredità di mia madre, o almeno la parte che mi spettava, in attesa di conoscere la sorte toccata a mio fratello. Tutto fu eseguito come fu deciso. Andai a Ginevra, mio padre ci venne a sua volta. Da molto vi tornava senza che lo molestassero, benché non avesse mai fatto abrogare la sua condanna; ma siccome lo stimavano per il suo coraggio e lo rispettavano per la sua probità, finsero d'aver dimenticato il suo caso, e i magistrati, intenti al gran progetto che esplose di lì a poco, non volevano intimorire anzitempo la borghesia, ricordandole fuor di proposito la loro antica parzialità.

Temevo che mi creassero difficoltà a causa della mia conversione religiosa; non ne fu fatta alcuna. A questo riguardo a Ginevra le leggi sono meno dure che a Berna, dove chiunque cambi religione perde non solo il suo stato, ma anche i suoi beni. I miei non mi vennero dunque contestati, ma si trovarono, non so come, ridotti a ben poco. Quantunque la morte di mio fratello fosse pressocché certa, mancavano le prove giuridiche. Ero privo di titoli sufficienti per reclamare la sua parte, e la lasciai senza rammarico per aiutare mio padre a tirare avanti, aiuto di cui godette finché visse. Espletate le formalità legali e ricevuto il mio denaro, ne spesi una parte in libri e volai a deporre il resto ai piedi di Mamma. Durante il viaggio, mi batteva il cuore di gioia, e il momento in cui affidai quel denaro alle sue mani fu mille volte più dolce di quello in cui era entrato nelle mie. Lo accolse con quella semplicità delle anime belle, che facendo tali cose senza sforzo, le osservano senza ammirazione. Il denaro fu impiegato quasi tutto per me, con identica semplicità. Non sarebbe accaduto altrimenti se le fosse venuto da un'altra fonte.

Tuttavia, la mia salute non si ristabiliva ancora; deperivo anzi a vista d'occhio, ero pallido come un morto e magro come uno scheletro: le arterie mi pulsavano terribilmente, le palpitazioni infittivano, l'oppressione non mi dava requie e la debolezza, alla fine, divenne tale che stentavo a muovermi. Non potevo affrettare il passo senza sentirmi soffocare, chinarmi senza soffrire vertigini, né sollevare il più lieve fardello; mi vedevo ridotto all'inazione più penosa, per un uomo irrequieto come me. Certo a tutto questo si mescolavano molti vapori. I vapori sono le malattie delle persone felici; era la mia: le lacrime spesso versate senza motivo, gli spaventi improvvisi per un fruscìo d'uccelletto o di foglia, gli sbalzi d'umore nella calma della vita più dolce, tutto ciò connotava quella noia del benessere che, per così dire, imbizzarrisce la sensibilità. Così poco siamo fatti per essere quaggiù felici, che inevitabilmente l'anima o il corpo devono soffrire, quando a soffrire non sono entrambi, e le buone condizioni dell'uno costano quasi sempre la pena dell'altra. Giusto quando avrei potuto deliziosamente godermi la vita, la mia macchina in decadenza me lo vietava, senza che si potesse dire dove la causa del male s'annidasse realmente. In seguito, nonostante il declino degli anni e il manifestarsi di mali realissimi e gravissimi, il mio corpo sembra aver ripreso forza per meglio avvertire le mie sciagure, e mentre ora scrivo queste pagine, infermo e quasi sessantenne, prostrato da dolori d'ogni specie, mi sento, per soffrire, più vigore e più vita di quanto non ne avessi per godere nel fiore degli anni e in seno alla felicità meno illusoria.

Per compir l'opera, avendo incluso nelle mie letture un po' di fisiologia, mi ero messo a studiare anatomia, e passando in rassegna la moltitudine e il moto dei pezzi che componevano la mia macchina, mi aspettavo di sentirmi sconquassare venti volte al giorno: anziché stupirmi d'essere moribondo, mi meravigliavo di sopravvivere, e non leggevo descrizione di malattia senza convincermi che fosse la mia. Sono sicuro che se non fossi stato malato, lo sarei diventato a causa di quello studio fatale. Scoprendo in ogni malattia i sintomi della mia, credevo di averle tutte, e per giunta ne contrassi una ancor più crudele, cui credevo d'esser sfuggito: la smania di guarire. È difficile evitarla, quando ci si mette a leggere libri di medicina. A forza di cercare, riflettere, confrontare, raggiunsi la convinzione che la base del mio male fosse un polipo al cuore, e lo stesso Salomon parve colpito da quest'idea. Ragionevolmente, dovevo muovere da questa opinione per riconfermarmi nella risoluzione precedente. Non fu così. Tesi ogni risorsa della mia mente al fine di trovare come si guarisce da un polipo al cuore, risoluto a intraprendere quella meravigliosa cura. In un viaggio che Anet aveva fatto a Montpellier, per visitarvi l'orto botanico e il suo dimostratore, signor Sauvages, gli avevano detto che il signor Fizes aveva guarito un polipo simile. Mamma se ne ricordò e me ne parlò. Non occorse altro per ispirarmi il desiderio di recarmi a consultare il signor Fizes. La speranza di guarire mi fece ritrovare coraggio e forze per affrontare il viaggio. Il denaro venuto da Ginevra ne fornì i mezzi. Anziché sconsigliarmi, Mamma mi esortò, ed eccomi in viaggio per Montpellier. |[continua]|

|[LIBRO SESTO, 2]|

Non ebbi bisogno di andar tanto lontano per trovare il medico che mi occorreva. Poiché il cavallo mi stancava troppo, avevo noleggiato a Grenoble una sedia di posta. A Moivans, cinque o sei carrozze arrivarono in fila dietro la mia. Era davvero l'avventura delle lettighe. La maggior parte delle carrozze erano il corteo di una sposa novella, la signora di Colombier. Con lei era un'altra donna, la signora di Larnage, meno giovane e bella della Colombier, ma non meno amabile, e che da Romans, dove l'altra si fermava, doveva proseguire fino a Bourg-Saint-Andéol, vicino al Pont-Saint-Esprit. Con la timidezza che mi si conosce, ci si aspetterebbe che la conoscenza con donne così splendide e col loro seguito non avvenisse tanto presto; ma infine, percorrendo la stessa strada, alloggiando negli stessi alberghi e, a meno di non passar da lupo mannaro, costretto a presentarmi alla stessa tavola, bisognava pure che la conoscenza avvenisse. Avvenne, dunque, e anche più in fretta di quanto avrei gradito, poiché tutto quel fracasso mal si addiceva a un ammalato, e soprattutto a un malato del mio carattere. Ma la curiosità rende così insinuanti quelle bricconcelle di donne, che per riuscire a conoscere un uomo, cominciano col fargli girare la testa. Così accadde a me. La signora di Colombier, troppo attorniata dai suoi giovani botoli, non aveva tempo per stuzzicarmi, e non ne valeva d'altronde la pena, poiché stavamo per lasciarci; ma la signora di Larnage, meno assillata, doveva procurarsi qualche provvista per il suo viaggio. Ed eccola al mio arrembaggio, e addio povero Jean-Jacques, o meglio addio febbre, vapori, polipo; tutto accanto a lei svanisce, tranne certe palpitazioni che perdurarono, e di cui ella non intendeva guarirmi. Il cattivo stato della mia salute fu il primo argomento della nostra conoscenza. Si vedeva che ero ammalato, si sapeva che andavo a Montpellier, e palesemente la mia aria e i miei modi non dovevano farmi apparire un dissoluto, perché fu poi chiaro che non s'era sospettato che vi andassi a curarmi di qualche infortunio di Venere. Pur se la condizione d'ammalato non sia per un uomo una buona raccomandazione presso le signore, tuttavia mi rese interessante ai loro occhi. La mattina mandavano a chiedere mie notizie e l'invito a bere la cioccolata con loro; s'informavano come avevo passato la notte. Una volta, secondo il mio lodevole costume di parlare senza pensare, risposi che non lo sapevo. La risposta mi fece credere pazzo; mi esaminarono più attentamente e l'esame non mi nocque. Udii una volta la signora di Colombier dire alla sua amica: «Non ha stoffa d'uomo di mondo, ma è amabile.» La parola mi rassicurò molto e fece sì che lo divenissi realmente.

Prendendo familiarità bisognava parlare di sé, dire di dove si veniva, dove s'andava. La cosa mi imbarazzava, perché intuivo facilmente come, nella buona compagnia e con donne galanti, quel termine di «convertito» mi avrebbe annientato. Non so per quale bizzarria mi venne in mente di passarmi per Inglese, mi presentai come giacobita e tale mi ritennero; mi chiamai Dudding e fui chiamato signor Dudding. A un maledetto marchese di Torignan che si trovava con gli altri, ammalato come me, vecchio per giunta e di pessimo carattere, venne in mente di allacciare conversazione col signor Dudding. Mi parlò di re Giacomo, del pretendente, dell'antica corte di Saint-Germain. Stavo sulle spine: di tutto questo non sapevo che quel poco letto nel libro del conte Hamilton, e nelle gazzette; ma ne feci così buon uso che mi trassi d'impaccio, felice che non avessero pensato d'interrogarmi sulla lingua inglese, di cui non sapevo una parola.

Tutta la compagnia s'era affiatata e vedeva con rammarico il momento di separarsi. Viaggiavamo a passo di lumaca. Una domenica ci trovammo a Saint-Marcellin. La signora di Larnage volle andare a messa, io l'accompagnai: la cosa rischiò di mandare in fumo i miei affari. Mi comportai come sempre. Dal mio contegno modesto e raccolto ella mi giudicò un bigotto, e si fece di me una pessima opinione, come ebbe a confessarmi due giorni dopo. Mi occorse quindi molta galanteria per cancellare la cattiva impressione; o piuttosto la signora di Larnage, da donna esperta e che non disarmava facilmente, volle correre il rischio di tentare qualche approccio, per vedere come me la sarei cavata. Me ne fece tali e tanti che, ben lontano dal presumere a tal punto del mio aspetto, credetti che si prendesse gioco di me. Per questa follia, non ci fu bestialità che non commettessi, ero peggio del marchese del Lascito. La signora di Larnage tenne duro, mi fece tante moine e mi disse cose così tenere che un uomo un po' meno sciocco avrebbe stentato a prendere tutto sul serio. Più ne faceva, più mi confermava nella mia idea, e a peggiorar le cose mi tormentava l'amore che a buon conto mi accendeva sul serio. Dicevo a me, e a lei, sospirando: «Ah, perché tutto questo non è vero! Sarei il più felice degli uomini.» Credo che la mia semplicità di novizio non fece che stimolare il suo capriccio: non volle vederlo smentito.

Avevamo lasciato a Romans la signora di Colombier e il suo seguito. Continuavamo il nostro viaggio, nel modo più piacevole possibile, la signora di Larnage, il marchese di Torignan ed io. Il marchese, pur malato e brontolone, era abbastanza un brav'uomo, ma non era affatto entusiasta di mangiar pane e odor d'arrosto. La signora di Larnage nascondeva così poco la sua predilezione per la mia persona, che egli se ne accorse ancor prima di me; e i suoi maligni sarcasmi avrebbero dovuto darmi almeno la fiducia che non osavo attingere dalle generosità della signora, se, per una bizzarria di cui io solo ero capace, non mi fossi messo in mente che s'erano accordati per farsi gioco di me. Quella stupida idea fini per imbrogliarmi la testa, e mi fece fare la figura del più ottuso personaggio in una situazione in cui il mio cuore, realmente innamorato, mi poteva suggerire una parte abbastanza brillante. Non capisco come la signora di Larnage non si disgustasse dei miei sgarbi, e non mi liquidasse col massimo disprezzo. Ma era una donna di spirito capace di valutare le persone, e capiva perfettamente come nel mio contegno ci fosse più insipienza che tiepidezza.

Riuscì finalmente a farsi capire, e non senza difficoltà. A Valence, eravamo arrivati all'ora di pranzo, e secondo la nostra lodevole abitudine, vi passammo il resto della giornata. Eravamo alloggiati fuori città, al Saint-Jacques; mi ricorderò sempre di quell'albergo, come della camera che la signora di Larnage vi occupava. Dopo pranzo ella volle fare una passeggiata: sapeva che il signor di Torignan non camminava volentieri; era il mezzo per procurarsi un colloquio a tu per tu dal quale era ben decisa a trar profitto, perché non le restava tempo da perdere se voleva goderne. Passeggiavamo intorno alla città, lungo i fossati. Là io ripresi la lunga storia delle mie lagnanze, alle quali lei rispondeva in tono così tenero, premendosi a volte sul cuore il braccio che le davo, che ci voleva tutta la mia stupidità per impedirmi di verificare se parlava sul serio. È impagabile come anch'io mi sentissi straordinariamente turbato. Ho detto quanto fosse amabile: l'amore la rendeva un incanto, le ridava tutto lo splendore della prima giovinezza, e lei giocava le sue moine con tale arte, che avrebbe sedotto l'uomo più agguerrito. Stavo dunque in grande disagio e sempre sul punto di liberarmene; ma il timore di offendere o dispiacere, la paura anche più grande d'essere schernito, fischiato, beffeggiato, di fornire pettegolezzi a tavola e d'esser complimentato per le mie conquiste dallo spietato Torignan, mi trattennero al punto d'essere io stesso indignato della mia stolta vergogna, e di non poterla vincere pur rimproverandomela. Ero alla tortura: avevo già abbandonato i miei discorsi da Céladon, dei quali avvertivo tutto il ridicolo su quella bella strada: non sapendo più quale contegno assumere né che cosa dire, tacevo; avevo l'aria imbronciata, facevo insomma tutto il necessario per attirarmi il trattamento che avevo temuto. Per fortuna, la signora di Larnage prese una decisione più umana. Ruppe bruscamente quel silenzio passandomi un braccio intorno al collo, e in quell'istante la sua bocca si espresse con troppa chiarezza sulla mia per lasciarmi nel mio errore. La crisi non poteva giungere più tempestiva. Divenni amabile. Era tempo. Ella mi aveva donato quella fiducia la cui mancanza mi ha quasi sempre impedito d'esser me stesso. Lo fui in quel momento. Mai i miei occhi, i miei sensi, il mio cuore e la mia bocca furono così eloquenti, mai riparai così appieno i miei torti, e se questa piccola conquista era costata tante premure alla signora di Larnage, ho motivo di credere che non ebbe a rammaricarsene.

Vivessi cent'anni, non smetterei di ricordare con piacere quell'incantevole donna. Dico incantevole, sebbene non fosse né bella né giovane; ma non essendo neppure né brutta né vecchia, nulla nella sua figura impediva al suo spirito e alle sue grazie di produrre tutto il loro effetto. Al contrario delle altre donne, quanto aveva di meno fresco era il viso, e penso che a guastarglielo fosse stato l'uso del rossetto. Aveva i suoi buoni motivi per esser facile, era il mezzo per far valere i suoi pregi. Si poteva vederla senza amarla, non già possederla senza adorarla. E ciò dimostra, mi pare, che non sempre era prodiga dei suoi favori come fu con me. Era stata presa da un entusiasmo troppo improvviso e troppo vivo per meritare scuse, ma nel quale aveva parte il cuore almeno quanto i sensi; e nel tempo breve e delizioso che trascorsi accanto a lei, ebbi modo d'accorgermi, dalle limitazioni forzate che mi imponeva, come, pur sensuale e voluttuosa, le stesse a cuore la mia salute più che i suoi piaceri.

La nostra intesa non sfuggì al marchese di Torignan. Non per questo mi bersagliava meno; mi trattava anzi più che mai come il povero innamorato in impaccio, martire dei vigori della sua dama. Non gli sfuggì mai una parola, un sorriso, uno sguardo, che potesse farmi supporre che avesse intuito il nostro segreto, e l'avrei creduto vittima del nostro inganno, se la signora di Larnage, più perspicace di me, non mi avesse detto che non lo era affatto, ma che era un galantuomo; e infatti non si potrebbe avere intenzioni più oneste, né comportarsi in modo più corretto di quanto egli fece sempre, anche nei miei confronti, salvo le sue facezie specie dopo il mio successo. Me ne attribuiva l'onore, forse, e mi supponeva meno sciocco di quanto ero apparso. S'ingannava, come s'è visto: ma non importa, approfittai del suo errore, ed è vero che, essendo il ridicolo passato a lui, prestavo il fianco di buon cuore, e con alquanta buona grazia, ai suoi epigrammi, e ribattevo a volte, anche abbastanza a tono, tutto fiero di farmi onore agli occhi della signora di Larnage con lo spirito che ella mi aveva trasmesso. Non ero più lo stesso uomo.

Ci trovavamo in un paese e in una stagione di gustose tavolate; ne godevamo dappertutto grazie alle buone cure del signor di Torignan. Avrei fatto a meno, però, che le estendesse alle nostre camere, ma egli mandava avanti il suo lacché per fissarle, e il briccone, per ordine del padrone o di sua iniziativa, lo alloggiava invariabilmente accanto alla signora di Larnage, relegando me all'altro capo della casa. Ma la cosa non mi imbarazzava affatto e i nostri convegni erano anche più piccanti. Quella vita deliziosa durò quattro o cinque giorni, durante i quali mi saziai, m'inebbriai delle più dolci voluttà. Le assaporai vive, pure, senza venature d'amarezza: sono le prime e le sole che abbia gustate così, e posso dire che debbo alla signora di Larnage la sorte di non morire senza aver conosciuto il piacere.

Se quanto provavo per lei non era esattamente amore, era quanto meno un ricambiare con grata tenerezza quello che lei mi dimostrava, era una sensualità così bruciante nel piacere e un'intimità così dolce nei conversari, che della passione aveva tutto l'incanto, senza però il delirio che turba la mente e vieta di saper godere. Non ho provato il vero amore che una sola volta nella mia vita, e non fu con lei. Non l'amavo neppure come avevo amato e amavo la signora di Warens; ma giusto perciò la possedevo cento volte meglio. Con Mamma il mio piacere era sempre turbato da un sentimento di tristezza, da una segreta stretta al cuore che non superavo senza pena; anziché rallegrarmi di possederla, mi rimproveravo di avvilirla. Con la signora di Larnage, al contrario, fiero d'essere uomo e di sentirmi felice, mi abbandonavo ai sensi con gioia, con fiducia: partecipavo agli effetti che producevo sui suoi, ero padrone di me quanto basta per contemplare con vanità pari al piacere il mio trionfo, e per trarne di che raddoppiarlo.

Non ricordo il luogo dove ci lasciò il marchese di Torignan, che era del paese, ma ci trovammo soli prima di arrivare a Montélimar, e di qui la signora di Larnage trasferì la sua cameriera nella mia carrozza, e io passai nella sua, con lei. Posso assicurare che in tal modo la strada non ci annoiava, e faticherei molto a dire come era fatto il paese che attraversavamo. A Montélimar, ella ebbe alcuni affari che la trattennero tre giorni, durante i quali non mi lasciò, tuttavia, che un quarto d'ora, per una visita che le attirò desolanti fastidi e inviti che si guardò bene dall'accettare. Prese a pretesto un'indisposizione che non ci impedì tuttavia di andare ogni giorno a passeggio, noi due soli, nel più bel paese e sotto il più bel cielo del mondo. Oh, quei tre giorni! Ho dovuto rimpiangerli, a volte, e non ne son mai venuti di simili.

Gli amori di viaggio non sono fatti per durare. Dovemmo separarci, e confesso che era tempo, non che fossi sazio e vicino ad esserlo, mi legavo anzi ogni giorno di più; ma, nonostante tutta la discrezione della dama, non mi restava ormai che la buona volontà, e prima di separarci, volli godere di quel resto, cosa che ella sopportò per premunirsi contro le ragazze allegre di Montpellier. Ingannammo i nostri rimpianti con progetti di rivederci. Si decise che, visto come quel regime mi giovasse, me ne sarei servito e sarei andato a passare l'inverno al Bourg-Saint-Andéol, sotto la guida della signora di Larnage. Dovevo trattenermi a Montpellier cinque o sei settimane soltanto, per lasciarle il tempo di preparare le cose in modo da evitare pettegolezzi. Mi fornì ampie istruzioni circa quanto dovevo sapere, su ciò che dovevo dire, su come dovevo comportarmi. Frattanto, dovevamo scriverci. Mi parlò a lungo e seriamente delle cure necessarie alla mia salute; mi esortò a consultare medici valenti e a seguire scrupolosamente ogni loro prescrizione, e s'incaricò, per quanto severe potessero essere le loro ricette, di farmele eseguire nel tempo che avrei trascorso con lei. Credo che parlasse sinceramente, poiché mi amava: me ne offrì mille prove più sicure dei suoi favori. Giudicò dal mio corredo che non nuotassi nell'oro; benché non fosse ricca neppure lei, al momento di separarci volle costringermi a spartire la sua borsa, che portava da Grenoble piuttosto ben fornita, e faticai molto a schermirmi. La lasciai infine col cuore pieno di lei, e lasciandole, mi sembra, un affetto sincero per me.

Terminavo il mio viaggio ripercorrendolo nei ricordi, e per quella volta contentissimo di trovarmi in una comoda carrozza per meditare più a mio agio sui piaceri che avevo gustato e su quelli che m'erano promessi. Non pensavo che al Bourg-Saint-Andéol e all'incantevole vita che là mi aspettava; non vedevo che la signora Larnage e quanto la circondava: il resto dell'universo era niente per me, anche Mamma era dimenticata. Mi dedicavo a combinare nella mia testa tutti i particolari nei quali la signora di Larnage aveva avuto parte, per crearmi in anticipo un'immagine della sua dimora, dei suoi vicini, delle sue compagnie, di tutto il suo modo di vivere. Aveva una figlia, di cui mi aveva parlato spessissimo con materna idolatria. La ragazza aveva quindici anni compiuti; era vivace, affascinante, e d'amabile carattere. Mi aveva promesso che ne sarei stato accolto con dolcezza: non avevo dimenticato la promessa, ed ero curiosissimo di immaginare come la signorina di Larnage avrebbe trattato il buon amico di sua madre. Tali i soggetti del mio fantasticare dal Pont-Saint-Esprit fino a Remoulin. Mi avevano detto di andare a vedere il ponte del Gard; non trascurai di farlo. Dopo una colazione di fichi squisiti, presi una guida e andai a vedere il ponte. Era la prima opera romana che avessi visto. Mi aspettavo di ammirare un monumento degno delle mani che l'avevano costruito. Questa volta l'oggetto superò le mie aspettative, e fu l'unica nella mia vita. Solo i Romani potevano ottenere un effetto simile. L'aspetto di quell'opera semplice e nobile tanto più mi colpì in quanto sorge nel mezzo di un deserto dove silenzio e solitudine rendono più suggestiva l'opera e più profonda l'ammirazione, poiché il preteso ponte altro non è che un acquedotto. Ci si domanda quale forza abbia trascinato quelle gigantesche pietre a tale distanza da ogni cava e abbia riunito le braccia di tante migliaia di uomini in un luogo dove non ne abita alcuno. Percorsi i tre piani di quel superbo edificio, e il rispetto mi impediva quasi l'ardire di calpestarlo. Il rimbombo dei miei passi sotto le immense volte mi dava l'illusione di udire la forte voce di chi le aveva edificate. Mi perdevo come un insetto in questa immensità. Pur facendomi piccolo, avvertivo qualcosa d'indicibile elevarmi l'animo, e mi dicevo sospirando: «Perché non sono nato Romano!» Rimasi là per ore in contemplazione estatica. Me ne tornai assorto e sognante, e quei sogni non favorirono la signora di Larnage. Ella si era pur preoccupata di mettermi in guardia contro le donnine di Montpellier, ma non contro il ponte del Gard. Non si prevede mai tutto.

A Nîmes, andai a visitare l'Anfiteatro. È un'opera anche più grandiosa del ponte del Gard, ma mi fece un'impressione assai minore, o perché la mia ammirazione si fosse esaurita sul primo oggetto, o la collocazione dell'altro, nel cuore di una città, fosse meno adatta ad eccitarla. Quel vasto e superbo circo è attorniato da brutte casupole, e altre casette, più piccole e più brutte, gremiscono l'arena, in modo che l'insieme non produce che un effetto disparato e confuso, dove rimpianto e indignazione soffocano piacere e sorpresa. Ho poi veduto l'Arena di Verona, infinitamente più piccola e meno bella di quella di Nîmes, ma mantenuta e conservata con tutta la decenza e il decoro possibili, e che perciò stesso mi fece un'impressione più profonda e piacevole. I francesi non hanno cura di nulla e non rispettano nessun monumento. Sono tutto fuoco nell'avviare un'impresa, e non sanno né completare né conservare nulla.

Ero talmente cambiato, e la mia sensualità messa in esercizio s'era così ben ridestata, che mi fermai un giorno al Pont de Lunel, per un bel pranzo con la compagnia che vi trovai. Quella trattoria, la più reputata d'Europa, meritava allora la sua fama. I gestori avevano saputo ben sfruttare la sua felice posizione per tenerla rifornita con larghezza e buona scelta. Era davvero curioso trovare, in una casa isolata in mezzo alla campagna, una tavola fornita di pesce di mare e d'acqua dolce, selvaggina squisita, vini finissimi, serviti con le attenzioni e le cure che solo nelle case dei grandi e dei ricchi si trovano, e il tutto per il modico prezzo di trentacinque soldi. Ma il Pont de Lunel non conservò a lungo il suo privilegio, e a forza di abusare della sua reputazione, finì col perderla del tutto.

Avevo dimenticato, durante il mio viaggio, che ero ammalato; me ne ricordai arrivando a Montpellier. I miei vapori erano guariti ma tutti gli altri mali mi restavano, e sebbene l'abitudine mi rendesse meno sensibile ad essi, sarebbero bastati perché chi ne fosse stato colto all'improvviso si ritenesse in punto di morte. Erano infatti meno dolorosi che spaventosi, e facevano soffrire lo spirito più che il corpo, del quale parevano annunciare la distruzione. Di conseguenza, quand'ero distratto da accese passioni, non pensavo più al mio stato; ma siccome non era immaginario, lo avvertivo non appena il sangue si quietava. Pensai dunque seriamente ai consigli della signora di Larnage e allo scopo del mio viaggio. Mi recai a consultare i medici più illustri, soprattutto il signor Fizes, e per colmo di precauzione, mi sistemai in pensione presso un medico. Era un irlandese, certo Fitz-Moris, che ospitava una tavolata piuttosto numerosa di studenti in medicina, e per un malato il soggiorno offriva il vantaggio che il signor Fitz-Moris s'accontentava d'una pensione modesta per il vitto, e non pretendeva nulla dai suoi pensionanti per le sue prestazioni mediche. Si assunse l'incarico delle prescrizioni del signor Fizes, e di vegliare sulla mia salute. Assolse perfettamente al suo compito quanto al regime; non si correva rischio d'indigestione, da lui, e benché non sia troppo sensibile a privazioni di questo genere, i termini di paragone erano così recenti, che non potevo non considerare a volte fra me come il signor di Torignan sapesse provvedere alla tavola assai meglio del signor Fitz-Moris. Nondimeno, poiché non si moriva neppure di fame e tutta quella gioventù era allegrissima, questo modo di vivere mi giovò realmente, e mi impedì di ripiombare nei miei languori. Passavo la mattinata a sorbir droghe, soprattutto non so quali acque, credo quelle di Vals, e a scrivere alla signora di Larnage; giacché il nostro carteggio procedeva attivamente, e Rousseau si incaricava di ritirare le lettere del suo amico Dudding. A mezzogiorno andavo a fare un giretto a La Canourgue, con qualcuno dei nostri giovani commensali, tutti bravi ragazzi; ci si riuniva, si andava a pranzare. Dopo pranzo un affare importante assorbiva la maggior parte di noi fino a sera: andare fuori città a giocarci la merenda in due o tre partite di pallamaglio. Io non giocavo, non ne avevo la forza né l'abilità; ma scommettevo, e seguendo con l'interesse della scommessa i giocatori e le loro palle attraverso sentieri scabri e pietrosi, facevo un piacevole e salutare esercizio che mi si addiceva perfettamente. Si faceva merenda in un'osteria fuori città. Non ho bisogno di dire che erano merende allegre; ma aggiungerò che erano abbastanza decenti, benché le ragazze dell'osteria fossero graziose. Il signor Fitz-Moris, gran giocatore di pallamaglio, era il nostro presidente, e posso dire, malgrado la cattiva reputazione degli studenti, che trovai più morigeratezza e onestà in mezzo a tanta gioventù, di quanto non sarebbe facile trovarne in egual numero di persone adulte. Erano più chiassosi che crapuloni, più allegri che libertini; e io mi adeguo così facilmente a un tenore di vita, quando è spontaneo, che non avrei chiesto di meglio se non di veder quello continuare per sempre. Fra gli studenti, c'erano parecchi irlandesi, con i quali tentavo di imparare qualche parola d'inglese come precauzione per il Bourg-Saint-Andéol, giacché si approssimava il momento di andarvi. La signora di Larnage mi sollecitava ad ogni corriere, e mi preparavo ad obbedirle. Era chiaro che i miei medici, non avendo capito nulla del mio male, mi consideravano un ammalato immaginario e mi trattavano come tale, con le loro erbe orientali, le loro acque, il loro latticello. Al contrario dei teologi, medici e filosofi non ammettono per vero che quanto possono spiegare, e fanno della loro intelligenza la sola misura del possibile. Quei signori non sapevano nulla del mio male, dunque io non ero malato: come infatti supporre che dei dottori non sapessero tutto? Mi resi conto che cercavo solo di distrarmi e di farmi mangiare il mio denaro, e ritenendo che il loro sostituto del Bourg-Saint-Andéol avrebbe fatto bene come loro, ma assai più piacevolmente, decisi di dargli la preferenza e con questa saggia idea lasciai Montpellier.

Partii verso la fine di novembre, dopo sei settimane o due mesi di soggiorno in quella città, dove lasciai una dozzina di luigi senza profitto alcuno né per la mia salute né per la mia istruzione, tranne un corso di anatomia iniziato sotto la guida del signor Fitz-Moris, e che fui costretto ad abbandonare per l'orrendo fetore dei cadaveri che vi disseccavano e che mi fu impossibile sopportare.

Alquanto inquieto nel mio intimo per la decisione presa, vi riflettevo avanzando sempre verso il Pont-Saint-Esprit, che si trovava sulla strada del Bourg-Saint-Andéol come di Chambéry. I ricordi di Mamma, le sue lettere, benché meno frequenti di quelle della signora di Larnage, risvegliavano nel mio cuore i rimorsi che avevo soffocati nel mio primo viaggio. Divennero così vivi sulla via del ritorno che, bilanciando amore con piacere, mi misero in condizione di ascoltare la sola ragione. In primo luogo, nella parte di avventuriero che mi avviavo a riprendere, potevo riuscire con minor fortuna della prima volta; sarebbe bastata, in tutto il Bourg-Saint-Andéol, una sola persona che fosse stata in Inghilterra, che conoscesse gli inglesi o ne sapesse la lingua, per smascherarmi. La famiglia della signora di Larnage poteva mettersi di malumore contro di me e trattarmi con scarsa cortesia. Mi preoccupava anche sua figlia, alla quale mio malgrado pensavo più del necessario: tremavo all'idea di innamorarmene, e questa paura compiva già metà dell'opera. Per ripagare le bontà della madre, avrei dunque tentato di corrompere la figlia, di allacciare con lei la più esecrabile relazione, di insinuare la discordia, il disonore, lo scandalo e l'inferno nella sua casa? L'idea mi fece orrore; presi la fermissima decisione di combattermi e di vincermi se quella disgraziata inclinazione si fosse manifestata. Ma perché espormi a tale battaglia? Quale miserabile condizione vivere con la madre, di cui mi sarei saziato, e ardere per la figlia senza ardire di svelarle il mio cuore! Che necessità mi spingeva in tali condizioni, e ad espormi alle disgrazie, agli affronti, ai rimorsi, per piaceri di cui già in anticipo avevo esaurito il maggior incanto? Infatti il mio capriccio aveva certamente perduto la sua primitiva vivacità; il gusto del piacere persisteva, ma la passione non più. A tutto ciò si mescolavano riflessioni relative alla mia situazione, ai miei doveri, a quella Mamma così buona, così generosa, che, oppressa già dai debiti, lo era anche dai miei folli sperperi, che si rovinava per me, e che io così indegnamente ingannavo. Questo rimprovero divenne così acuto che alla fine ebbe il sopravvento. Avvicinandomi al Saint-Esprit, presi la decisione di saltare la tappa del Bourg-Saint-Andéol, e di tirar dritto. Vi tenni coraggiosamente fede, con qualche sospiro, lo confesso, ma anche con l'interiore soddisfazione, che assaporavo per la prima volta in vita mia, di dirmi: «Merito la mia stima: so preferire il mio dovere al mio piacere.» Ecco il primo vero debito che ebbi con lo studio. Grazie ad esso avevo imparato a riflettere, a discernere. Dopo i principi così puri che da poco avevo adottato, dopo le regole di saggezza e di virtù che mi ero imposte e che mi ero sentito tanto fiero di seguire, la vergogna d'essere così poco coerente a me stesso, di smentire così presto e a tale livello le mie stesse massime, sopraffece la voluttà. Forse nella mia decisione l'orgoglio ebbe tanta parte quanto la virtù; ma se tale orgoglio non è la virtù stessa, ha effetti tanto simili che è perdonabile ingannarsi.

Un vantaggio delle buone azioni è quello di elevare l'anima e di disporla a compierne altre migliori; giacché la debolezza umana è tale che occorre annoverare tra le buone azioni l'astinenza dal male che si è tentati di commettere. Appena presa la mia risoluzione divenni un altro uomo, o meglio ridiventai quello che ero prima, e che quel momento d'ebbrezza aveva fatto scomparire. Colmo di buoni sentimenti e di buoni propositi, continuai il mio viaggio con la buona intenzione di espiare la mia colpa, non pensando ormai che a regolare la mia condotta sulle leggi della virtù, e a consacrarmi senza riserve al servizio della migliore delle madri, a dedicarle una fedeltà pari all'affetto che provavo per lei, e a non ascoltare più altro amore che quello dei miei doveri. Ahimè! La sincerità del mio ritorno al bene sembrava promettermi un destino diverso; ma il mio era scritto e già avviato, e quando il mio cuore, pieno d'amore per le cose buone e oneste, non vedeva più nella vita che innocenza e felicità, giunsi al momento funesto che doveva trascinare con sé la lunga catena delle mie sventure.

La premura di arrivare mi fece viaggiare più in fretta del previsto. Le avevo annunciato da Valence il giorno e l'ora del mio arrivo. Avendo guadagnato mezza giornata sul mio calcolo, trascorsi quelle ore a Chaparillan, per arrivare al momento esatto da me indicato. Desideravo assaporare in tutto il suo incanto il piacere di rivederla. Preferivo differirlo un po' per aggiungervi quello d'essere atteso. Questa precauzione non aveva mai fallito. Avevo sempre visto accogliere il mio arrivo con una specie di festicciola: non mi aspettavo di meno, questa volta, e quelle premure che tanto m'erano care meritavano bene qualche preparativo.

Arrivai dunque esattamente all'ora annunciata. Guardavo da lontano se non la vedevo sulla strada; il cuore mi batteva sempre più a mano a mano che m'avvicinavo. Arrivo trafelato, perché avevo lasciato la carrozza in città; in cortile non vedo nessuno, né sulla porta, né alla finestra: comincio a turbarmi, temo qualche disgrazia. Entro; tutto è tranquillo. Alcuni lavoranti facevano merenda in cucina; per il resto nessun preparativo. La domestica apparve sorpresa di vedermi; ignorava che dovessi arrivare. Salgo, vedo finalmente la diletta Mamma, così teneramente, così vivamente, così puramente amata; di corsa, mi lancio ai suoi piedi. «Ah, eccoti, piccolo,» mi dice abbracciandomi, «hai fatto buon viaggio? Come va?» L'accoglienza mi sgomenta un poco. Le domandai se avesse ricevuto la mia lettera. Mi rispose di sì. «Avrei detto di no,» le dissi, e il chiarimento finisce lì. Un giovane era con lei. Lo conoscevo per averlo già visto in casa prima della partenza; ma sembrava che vi si fosse stabilito, e così era. In breve, trovai il mio posto preso da un altro.

Quel giovane era del cantone di Vaud; suo padre, di nome Wintzenried, era portiere o sedicente capitano del castello di Chillon. Il figlio del signor capitano era garzone parrucchiere, e come tale correva il mondo, quando si presentò alla signora di Warens, che lo accolse bene, come faceva con tutti i viandanti, specie quelli del suo paese. Era un biondino grande e scipito, abbastanza ben fatto, il viso piatto, lo spirito del pari, parlava come il bel Leandro; mescolando tutti i toni, tutti i gusti del suo mestiere con la lunga storia delle sue conquiste; nominava la metà soltanto delle marchese con le quali era andato a letto, pretendendo di non aver mai acconciato i capelli di belle donne senza aver acconciato anche la testa dei loro mariti. Vanesio, sciocco, ignorante, insolente, ma, per il resto, il miglior ragazzo del mondo. Tale fu il sostituto che mi fu dato durante la mia assenza, e il socio che mi fu offerto dopo il mio ritorno.

Oh, se le anime affrancate dai ceppi terreni vedono ancora in seno all'eterna luce quanto accade ai mortali, perdonatemi, ombra cara e rispettabile, se non concedo venia alle vostre colpe più che alle mie, se svelo egualmente ai lettori le une e le altre. Devo, voglio essere veritiero per voi come per me: ci perderete sempre assai meno di me. Ah, quante debolezze il vostro amabile e dolce carattere, la vostra inesauribile bontà di cuore, la vostra franchezza e tutte le vostre virtù possono riscattare, se si possono chiamare debolezze i torti della vostra sola ragione! Aveste difetti e non vizi; la vostra condotta fu reprensibile, ma il vostro cuore fu sempre puro. Si mettano il bene e il male alla bilancia, e si sia giusti: quale altra donna, se la sua vita segreta fosse rivelata come la vostra, oserebbe mai confrontarsi con voi?

Il nuovo venuto s'era mostrato pieno di zelo, diligente preciso in tutte le sue piccole commissioni, che erano sempre in gran numero; era diventato il sorvegliante dei suoi lavoranti. Rumoroso quanto io lo ero poco, si faceva vedere e soprattutto udire all'aratro e insieme ai fienili, al bosco e alla stalla e al pollaio. Solo il giardino trascurava, perché era un lavoro troppo tranquillo e che non produceva chiasso. Il suo massimo piacere era di caricare e trasportare, segare e spaccar legna; lo si vedeva sempre con l'ascia o la zappa in mano; lo si udiva correre, picchiare, gridare a squarciagola. Non so di quanti uomini eseguisse il lavoro, ma faceva sempre rumore per dieci o dodici. Tutto quel baccano si impose alla mia povera Mamma; credette quel giovane un tesoro per i suoi affari. Volendolo legare a sé, impiegò ogni mezzo che ritenne adatto, e non dimenticò certamente quello su cui più contava.

Occorreva conoscere il mio cuore, i suoi più costanti sentimenti, i più veri, quelli soprattutto che mi riportavano a lei in quel momento. Quale improvviso e totale sconvolgimento in tutto il mio essere! Ci si ponga al mio posto per giudicare. Vidi in un momento svanire per sempre tutto il futuro di felicità che mi ero raffigurato. Tutte le dolci idee che accarezzavo così amorosamente disparvero, ed io, che dall'infanzia non sapevo concepire la mia esistenza disgiunta dalla sua, mi vidi per la prima volta solo. Fu un momento terribile: quelli che seguirono furono sempre cupi. Ero giovane ancora, ma quel dolce sentimento di gioia e di speranza che ravviva la giovinezza mi lasciò per sempre. Da quel momento, il mio essere sensibile morì a metà. Non vidi più dinanzi a me che i malinconici resti di una vita insipida, e se qualche volta ancora un'immagine di felicità sfiorò i miei desideri, non era più la felicità che mi era propria; sentivo che ottenendola non sarei stato felice realmente.

Ero così stupido e la mia fiducia così totale, che nonostante il piglio familiare del nuovo venuto, da me giudicato un effetto della facilità di carattere della Mamma, che attraeva a sé tutti, non mi sarei mai sognato di sospettarne la vera causa se lei stessa non me l'avesse svelata; ma si affrettò a farmi quella confessione con una franchezza capace di attizzare la mia collera, se il mio cuore avesse potuto orientarsi in quella direzione; e presentando da parte sua la cosa come del tutto naturale, rimproverandomi la mia trascuratezza nella casa e ascrivendo a mio carico le frequenti assenze, come se lei avesse avuto un temperamento smanioso di colmarne i vuoti. «Ah, Mamma,» le dissi, il cuore stretto dal dolore, «che cosa osate rivelarmi! Quale ricompensa a un affetto come il mio! Mi avete tante volte conservato la vita solo per strapparmi quanto me la rendeva cara? Ne morrò, ma mi rimpiangerete.» Mi rispose, con un tono tranquillo da farmi impazzire, che ero un ragazzo, che di queste cose non si muore; che non avrei perso nulla, che non saremmo stati meno amici, meno intimi in tutti i sensi; che il suo tenero affetto per me non poteva né scemare né finire che con lei. Mi fece capire, in poche parole, che i miei diritti restavano tutti inviolati, e che spartendoli con un altro non ne sarei per questo rimasto privo.

Mai la purezza, la verità, la forza dei miei sentimenti per lei, mai la sincerità, l'onestà della mia anima apparvero ai miei stessi occhi con chiarezza maggiore che in quel momento. Mi precipitai ai suoi piedi, abbracciai le sue ginocchia versando torrenti di lagrime. a No, Mamma,» le dissi con impeto, «vi amo troppo per avvilirvi; il vostro possesso mi è troppo caro per spartirlo. I rimorsi che lo accompagnarono quando l'ottenni si sono accresciuti col mio amore; no, non posso conservarlo allo stesso prezzo. Avrete sempre la mia adorazione, siatene degna: m'è più necessario onorarvi che avervi. Vi cedo a voi, Mamma! All'unione dei nostri cuori sacrifico tutti i miei piaceri. Possa morire mille volte prima di gustarne alcuno che degradi ciò che amo!».

Mantenni tale risoluzione con una costanza degna, oso dire, del sentimento che me l'aveva ispirata. Da quel momento non vidi più quella Mamma tanto cara se non con gli occhi di un vero figlio; e occorre notare che, quantunque la mia decisione non godesse affatto la sua segreta approvazione, come mi sono purtroppo accorto, lei non ricorse mai, per indurmi a desistere, né a discorsi insinuanti, né a carezze, né ad alcuna delle astute civetterie che le donne sanno usare senza esporsi, e che raramente falliscono. Ridotto a cercarmi una sorte indipendente da lei, e non riuscendo nemmeno a immaginarne una, passai presto all'estremo opposto, e la cercai intieramente in lei. Ve la cercai così totalmente che giunsi quasi a dimenticare me stesso. Il desiderio ardente di vederla felice, a qualsiasi costo, assorbiva ogni mia affezione: lei aveva un bel separare la sua dalla mia felicità, la vedevo mia a suo dispetto.

Cominciarono così a germogliare, con le mie sventure, le virtù i cui semi giacevano nel fondo del mio animo, che lo studio aveva coltivate e che non attendevano, per sbocciare, se non il fermento dell'avversità. Il primo frutto di questa così disinteressata disposizione, fu di bandire dal mio cuore ogni sentimento di odio e d'invidia contro chi mi aveva soppiantato. Volli, al contrario, e volli sinceramente, legarmi a quel giovane, formarlo, lavorare alla sua educazione, fargli sentire la sua felicità, renderlo degno di essa, se possibile, e fare per lui in poche parole quanto Anet aveva fatto per me in un'occasione analoga. Ma la parità tra le persone mancava. Pur dotato di maggior dolcezza e cultura, non avevo il sangue freddo e la fermezza di Anet, né la forza di carattere che imponeva rispetto e di cui avrei avuto bisogno per riuscire. Nel giovane trovai ancor meno le qualità che Anet aveva trovato in me: docilità, affetto, riconoscenza, soprattutto il sentimento del bisogno che avevo delle sue attenzioni, e l'ardente desiderio di rendermi utile. Tutto ciò qui mancava. L'uomo che volevo formare non vedeva in me che un pedante importuno solo capace di chiacchiere. Viceversa, ammirava in sé l'uomo che si rendeva importante nella casa, e misurando i servigi che reputava di rendere in base al chiasso che vi faceva, considerava le sue asce e le sue zappe infinitamente più utili di tutti i miei libracci. Sotto un certo aspetto, non aveva torto; ma traeva da questo arie di un ridicolo unico. Con i contadini, si atteggiava a gentiluomo di campagna; ben presto fece altrettanto con me, e infine con la stessa Mamma. Il suo nome di Wintzenried non sembrandogli abbastanza aristocratico, lo lasciò per quello di signor di Courtilles, ed è con questo nome che poi fu conosciuto a Chambéry e nella Moriana, dove si è sposato.

Tanto fece insomma l'illustre personaggio, che in casa egli fu tutto, e io nulla. Siccome, quando avevo la disgrazia di dispiacergli, rimproverava Mamma e non me, il timore di esporla alle sue brutalità mi rendeva docile ad ogni suo desiderio, e ogni volta che spaccava legna, compito che svolgeva con una fierezza senza eguale, bisognava che me ne stessi là, spettatore ozioso e tranquillo, ad ammirare la sua prodezza. Eppure quel ragazzo non era assolutamente cattivo di natura; amava Mamma, poiché non era possibile fare a meno d'amarla; e nemmeno per me nutriva avversione, e quando le pause delle sue furie consentivano di parlargli, ci ascoltava a volte abbastanza docilmente, ammettendo con franchezza d'esser solo uno sciocco: dopo di che non esitava meno a compier nuove sciocchezze. Aveva del resto un'intelligenza così limitata e gusti così triviali, che era difficile fargli intendere ragione, e quasi impossibile stabilire un'armonia con lui. Al possesso di una donna ricca di fascino, aggiunse il dubbio condimento d'una cameriera vecchia, rossa, sdentata, di cui Mamma aveva la pazienza di sopportare il disgustoso servizio, benché la nauseasse. Mi accorsi di questa nuova tresca, e con un empito di estrema indignazione: ma mi accorsi d'altro ancora, che ben più vivamente mi afflisse, e mi piombò in uno scoraggiamento più profondo di quanto m'era mai toccato di patire fin lì; e fu il raffreddamento di Mamma verso di me.

L'astinenza che mi ero imposto e che ella aveva mostrato d'approvare è una di quelle cose che le donne non perdonano, comunque vi reagiscano, meno per la privazione che ad esse ne deriva quanto per l'indifferenza che vi leggono verso il loro possesso. Prendete la donna più sensata, più savia, meno legata ai suoi sensi; il delitto più imperdonabile che possa commettere nei suoi confronti un uomo, di cui del resto ella si cura meno, è quello di poterla godere e di non farne nulla. Occorre che tutto questo non tolleri eccezioni, se una simpatia così naturale e così forte fu alterata in lei da un'astinenza che aveva solo motivi di virtù, d'affetto, e di stima. Da allora cessai di trovare in lei quell'intimità dei cuori che fece sempre il più dolce godimento del mio. Non si sfogava più con me se non quando aveva a lamentarsi del nuovo venuto; ma se filavano di buon accordo, avevo poco posto nelle sue confidenze. Insomma, assumeva a poco a poco un modo d'essere di cui non facevo più parte. La mia presenza le faceva ancora piacere, ma non le era più necessaria, e avrei potuto passare giorni intieri senza vederla, e senza che lei se ne accorgesse.

Insensibilmente mi sentii isolato e solo, in quella casa stessa di cui ero prima l'anima e dove vivevo, per così dire, in due esseri. Mi abituai, a poco a poco, a distaccarmi da quanto vi accadeva, dai suoi stessi abitanti, e per risparmiarmi continue lacerazioni, mi rinchiudevo nei miei libri, oppure andavo a sospirare e a piangere liberamente nel cuore dei boschi. Quella vita mi divenne in breve assolutamente insopportabile. Avvertii come la presenza fisica e l'allontanamento del cuore di una donna già a me tanto cara inasprisse il mio dolore, e come, non vedendola più, me ne sarei sentito meno crudelmente staccato. Divisai di lasciare la sua casa; gliene parlai, e anziché opporsi, lei favorì il progetto. Aveva a Grenoble un'amica, la signora Deybens, il cui marito era amico del signor di Mably, gran prevosto di Lione. Il signor Deybens mi propose l'educazione dei figli del signor di Mably: accettai, e partii per Lione senza né lasciare né quasi avvertire il minimo rammarico per una separazione di cui in passato la sola idea ci avrebbe causato angosce mortali.

Disponevo press'a poco delle cognizioni indispensabili a un precettore, e credevo di averne la capacità. Nell'anno che trascorsi in casa del signor di Mably ebbi tempo di ricredermi. La dolcezza della mia indole mi avrebbe reso adatto a quel mestiere, se la facilità all'ira non vi avesse mischiato le sue burrasche. Sinché tutto andava bene, e vedevo i miei sforzi e le mie cure coronati da successo, e allora non mi risparmiavo, ero un angelo; ma diventavo un demonio appena le cose andavano di traverso. Quando i miei allievi non mi capivano, davo i numeri, e quando palesavano cattiveria, li avrei uccisi: non era il mezzo migliore per renderli saggi e sapienti. Gli allievi erano due, di carattere diversissimo. Uno fra gli otto e i nove anni, chiamato Sainte-Marie, era grazioso di viso, di mente abbastanza aperta, piuttosto vivace, stordito, faceto, maligno, ma di una malignità allegra. Il minore, chiamato Condillac, pareva quasi stupido, perdigiorno, cocciuto come un mulo, e incapace di imparare alcunché. È facile immaginare come, fra questi due soggetti, non mi trovassi in carrozza. Con pazienza e sangue freddo forse sarei potuto riuscire; ma, privo dell'uno e dell'altro, non combinai nulla di buono, e i miei allievi andavano di peste. Non mancavo di assiduità, ma di costanza, soprattutto di prudenza. Non sapevo far uso con loro che di tre strumenti sempre utili e spesso perniciosi con i bambini: il sentimento, il ragionamento, la collera. Ora mi intenerivo, con Sainte-Marie, fino alle lagrime, pretendevo d'intenerire anche lui, come se il ragazzo fosse suscettibile di una vera commozione di cuore; ora mi esaurivo a parlare con lui la lingua della ragione, come se avesse potuto capirmi; e poiché a volte replicava con argomenti sottilissimi, lo credevo realmente ragionevole perché era ragionatore. Il piccolo Condillac era ancora più problematico perché, non comprendendo nulla, non rispondendo nulla, non commuovendosi di nulla, e di una caparbietà a tutta prova, non trionfava mai meglio di me che quando m'aveva messo in furore; allora era lui che faceva il saggio, ed ero io il bambino. Vedevo tutti i miei errori, li sentivo; studiavo l'animo dei miei allievi, li capivo perfettamente, e credo che nemmeno una volta io sia stato vittima delle loro trame. Ma a che mi serviva individuare il male, se non sapevo rimediarvi? Pur comprendendo tutto, non impedivo nulla, non venivo a capo di nulla, e quanto facevo era in tutto e per tutto quel che non bisognava fare.

Non riuscivo meglio con me che con i miei allievi. Ero stato raccomandato dalla signora Deybens alla signora di Mably. L'aveva pregata di formare le mie maniere e di insegnarmi il tono del bel mondo. Ella non trascurò di occuparsene e volle che imparassi a fare gli onori della sua casa; ma lo feci con tale goffaggine, fui così vergognoso, così stupido, che si disgustò e mi piantò lì. La cosa non m'impedì, al mio solito, d'innamorarmi di lei. Feci abbastanza perché lei se ne avvedesse, ma non ardii mai dichiararmi. Ella non si trovò disposta a fare i primi approcci, e ci rimisi occhiatine e sospiri, di cui in breve mi annoiai anch'io, constatando che non approdavano a nulla.

Avevo totalmente perduto, in casa di Mamma, la tendenza alle piccole furfanterie, perché, disponendo di tutto, non avevo nulla da rubare. D'altra parte, gli elevati principi che mi ero prescritto dovevano pormi ormai molto al di sopra di simili bassezze, e certo da allora abitualmente lo fui: ma meno per aver imparato a vincere le tentazioni che per averne estirpato la radice, e avrei una gran paura di rubare come nella mia infanzia se fossi soggetto ai medesimi desideri. Ne ebbi la prova in casa del signor di Mably. Attorniato da cosucce trafugabili che nemmeno guardavo, mi accadde di bramare un certo vinello bianco d'Arbois, piacevolissimo, di cui qualche bicchiere, che ogni tanto bevevo a tavola, mi aveva alquanto ingolosito. Era un tantino torbido; credevo di saper chiarificare il vino, me ne vantai, e mi si affidò quello; lo chiarificai e lo rovinai, ma solo all'aspetto: restò sempre gradevole a bersi, e occasionalmente mi appropriai di tanto in tanto d'alcune bottiglie per berle con comodo nella mia cameretta. Disgraziatamente non sono mai riuscito a bere senza mangiare. Come procurarmi del pane? Mi era impossibile metterne da parte. Farne acquistare dai servi significava tradirmi, e quasi insultare il padrone di casa. Comprarne io stesso, non osai mai. Un signore elegante, la spada al fianco, entrare da un fornaio e comprare un pezzo di pane: era mai possibile? Mi ricordai infine il ripiego di una gran principessa, cui dicevano che ai contadini mancava il pane, e che replicò: «Mangino focaccine.» Comprai focaccine. Ma anche qui, quali acrobazie per riuscirci! Uscito a quell'unico intento, battevo a volte l'intera città, e passavo davanti a trenta pasticcerie prima di entrare in quella appropriata. Bisognava che vi fosse una sola persona nella bottega, e che la sua fisionomia mi attraesse molto perché ardissi varcare la soglia. Ma poi, quando finalmente avevo la mia focaccina, e, ben chiuso in camera mia, andavo a scovare la mia bottiglia nel fondo di un armadio, che deliziose trincatine mi facevo tutto solo, leggendo qualche pagina di romanzo! Infatti leggere mangiando fu sempre la mia passione, in mancanza di un conversare a tu per tu. È il surrogato della compagnia che mi manca. Alterno, divorando, una pagina e un boccone: è come se il mio libro pranzasse in mia compagnia.

Non sono mai stato né dissoluto né crapulone, e non mi sono ubriacato mai in vita mia. Così i miei piccoli furti non erano gran cosa: nondimeno vennero scoperti; le bottiglie mi denunciarono. Finsero di non accorgersene, ma non ebbi più la direzione della cantina. In tutto ciò, il signor di Mably si comportò con prudenza e decoro. Era un perfetto galantuomo che, sotto un contegno duro come il suo mestiere, nascondeva una sincera dolcezza di carattere e una rara bontà di cuore. Era giudizioso, equanime, e, particolare imprevedibile in un ufficiale di gendarmeria, anche umanissimo. Avvertendo la sua indulgenza, mi affezionai di più a lui, e prolungai così il mio soggiorno in casa sua più di quanto avrei fatto altrimenti. Ma alla fine, disgustato di un mestiere al quale ero inadatto e di una situazione penosissima che non aveva per me una sola attrattiva, dopo un anno di prova durante il quale non risparmiai il mio impegno, decisi di lasciare i miei allievi, convintissimo che non sarei mai riuscito a educarli decorosamente. Il signor di Mably se ne rendeva conto quanto me. Pure, credo che non avrebbe mai assunto l'iniziativa di licenziarmi, se non gliene avessi risparmiato la pena; e quell'eccesso di condiscendenza, in un caso del genere, non ha certo la mia approvazione.

Ciò che mi rendeva più intollerabile la mia condizione, era il confronto continuo con quella appena lasciata; era il ricordo delle mie care Charmettes, del mio giardino, dei miei alberi, della mia fontana, del mio frutteto, e soprattutto della donna per cui ero nato, che a tutto questo dava anima. Ripensando a lei, ai nostri piaceri, alla nostra innocente esistenza, mi si stringeva il cuore, mi sentivo soffocare al punto che svaniva il coraggio di tentare qualsiasi cosa. Cento volte mi coglieva la violenta tentazione di partire all'istante, a piedi, per tornare da lei; pur di vederla ancora una volta, sarei stato felice di morire nel momento stesso. Infine non seppi resistere ai ricordi così teneri, che mi richiamavano a lei a qualsiasi costo. Mi dicevo che non ero stato abbastanza paziente, abbastanza comprensivo, abbastanza affettuoso, che potevo ancora vivere felice in un'amicizia dolcissima, riversandovi una dedizione maggiore di prima. Formulo i progetti più belli del mondo, ardo dal desiderio di attuarli. Lascio tutto, rinuncio a tutto, parto, volo, arrivo con tutti gli slanci della mia prima giovinezza, e mi ritrovo ai suoi piedi. Ah, sarei morto di gioia se avessi ritrovato nella sua accoglienza, nelle sue carezze, insomma nel suo cuore, un quarto di quanto altre volte vi trovavo e che ancora io le riportavo.

Atroce illusione delle cose umane! Ella mi accolse sempre col suo eccellente cuore, che non poteva morire se non con lei; ma io venivo a cercare un passato che non esisteva più, e che non poteva rinascere. Dopo esser rimasto mezz'ora appena con lei, sentii che la mia antica felicità era morta per sempre. Mi ritrovai nella stessa desolante situazione che ero stato costretto a fuggire, e senza poter asserire che fosse colpa di qualcuno; poiché in fondo Courtilles non era cattivo, e parve rivedermi più con piacere che con collera. Ma come sopportare d'essere una semplice presenza aggiuntiva, agli occhi della donna per la quale ero stato tutto, e che non poteva cessare d'essere tutto per me? Come vivere da estraneo nella casa dov'ero figlio? La vista degli oggetti testimoni della mia antica felicità mi rendeva più crudele il confronto. Avrei meno sofferto in una casa diversa. Ma vedermi rammentare senza tregua tanti dolci ricordi, inaspriva il tormento della perdita. Consumato da vani rimpianti, immerso nella più cupa malinconia, ripresi l'abitudine di restar solo tranne che all'ora dei pasti. Rinchiuso con i miei libri, vi cercavo distrazioni utili, e sentendo imminente il pericolo che tanto avevo temuto in passato, mi tormentavo di nuovo, cercando dentro di me i mezzi per farvi fronte quando Mamma sarebbe rimasta senza risorse. Avevo disposto le cose, nella sua dimora, in modo che procedessero senza peggiorare; ma dopo di me tutto era mutato. Il suo economo era un dissipatore. Voleva brillare; buon cavallo, bell'equipaggio; gli piaceva mettersi nobilmente in mostra agli occhi dei vicini; si gettava di continuo in imprese di cui non capiva nulla. La pensione sfumava prima di arrivare, i trimestri erano impegnati, le pigioni arretrate e i debiti crescevano. Prevedevo che quella pensione non avrebbe tardato ad essere sequestrata e forse soppressa. Insomma non vedevo che rovina e disastri, e il momento mi sembrava così prossimo che ne avvertivo in anticipo tutti gli orrori.

Il mio caro studiolo era la mia sola distrazione. A forza di cercarvi consolazioni ai tormenti del mio animo, mi venne in mente di cercarvene ai disastri che prevedevo, e ritornando alle mie antiche idee, eccomi costruire nuovi castelli in aria per strappare quella sciagurata Mamma dagli abissi crudeli in cui la vedevo prossima a cadere. Non mi sentivo abbastanza dotto e non mi reputavo dotato d'ingegno sufficiente per brillare nella repubblica delle lettere e arricchirmi per quella via. Una nuova idea balenatami mi ispirò la fiducia che la mediocrità delle mie doti non riusciva a suggerirmi. Non avevo abbandonato la musica smettendo d'insegnarla; ne avevo anzi studiato la teoria abbastanza da considerarmi quanto meno preparato in questo campo. Riflettendo sulla fatica durata per imparare a decifrare le note, e alle difficoltà che ancora incontravo per cantare ad apertura di libro, conclusi che la difficoltà poteva ben dipendere dalla cosa quanto da me, soprattutto sapendo come, in generale, apprendere la musica non sia agevole per nessuno. Esaminando la struttura dei segni, li trovai sovente assai mal concepiti. Già da molto avevo pensato di notare la scala facendo uso di numeri, per evitare d'esser sempre costretto a tracciar linee e divisioni quando dovevo notare la minima arietta. Ero stato fermato dagli ostacoli delle ottave e da quelli delle misure e dei valori. La vecchia idea mi tornò in mente, e, ripensandoci, vidi come quelle difficoltà non fossero insuperabili. Vi meditai con successo, e riuscii a notare con i miei numeri qualsiasi musica nel modo più esatto, e posso dire con la massima semplicità. Da quel momento, ritenni fatta la mia fortuna, e nell'entusiasmo di condividerla con la donna cui tutto dovevo, non pensai che a partire per Parigi, non avendo dubbi che presentando il mio progetto all'Accademia non avrei sollevato una rivoluzione. Da Lione avevo portato un po' di denaro; vendetti i miei libri. In quindici giorni la mia risoluzione fu maturata e messa in atto. Insomma, pieno delle magnifiche idee che me l'avevano ispirata, partii dalla Savoia col mio sistema di musica come in altri tempi ero partito da Torino con la mia fontana di Erone.

Tali sono stati gli errori e le colpe della mia giovinezza. Ne ho narrato la storia con una fedeltà di cui il mio cuore è contento. Se in seguito onorai la mia maturità di qualche virtù, le avrei descritte con la medesima franchezza, ed era quanto mi proponevo. Ma devo fermarmi qui. Il tempo può levare non pochi veli. Se il mio ricordo raggiunge la posterità, forse essa conoscerà un giorno quanto avevo da dire. Si saprà allora perché taccio.

PARTE SECONDA

Questi quaderni zeppi di errori d'ogni genere, e che non ho neppure il tempo di rileggere, bastano per mettere sulla traccia della verità ogni suo amico, e fornirgli i mezzi per assicurarsela con sue proprie informazioni. Sfortunatamente, mi pareva difficile e persino impossibile che sfuggissero alla vigilanza dei miei nemici. Se raggiungono le mani di un uomo onesto, o degli amici del signor di Choiseul, o se pervengono allo stesso signor di Choiseul, non credo l'onore della mia memoria ancora inerme. Ma, o cielo, protettore dell'innocenza, salva queste estreme notizie della mia dalle mani delle signore di Boufflers, di Verdelin, e da quelle dei loro amici. Sottrai almeno a queste due furie la memoria di uno sventurato che tu gli hai abbandonato mentre era vivo.

J.-J. Rousseau

LIBRO SETTIMO

Intus et in cute.

Dopo due anni di silenzio e di pazienza, nonostante le mie decisioni, riprendo la penna. Sospendi, lettore, il tuo giudizio sulle ragioni che mi costringono a farlo. Non potrai giudicarle che dopo avermi letto.

S'è veduta scorrere la mia placida giovinezza in una vita uniforme, abbastanza dolce, senza grandi traversie né grandi prosperità. Questa mediocrità fu in gran parte l'opera della mia natura ardente, ma debole, ancor meno pronta a intraprendere che facile a scoraggiarsi; uscendo a scosse dalla quiete, ma rientrandovi per stanchezza o per gusto, e che riconducendomi sempre, lungi dalle grandi virtù e ancor più dai grandi vizi, alla vita oziosa e tranquilla per la quale mi sentivo nato, non mi ha mai consentito di raggiungere nulla di grande, sia nel bene che nel male.

Che differente quadro dovrò tracciare fra poco! La sorte, che per trent'anni favorì le mie inclinazioni, le avversò per gli altri trenta, e da questa contrapposizione continua fra la mia situazione e le mie inclinazioni, si vedranno scaturire errori enormi, sciagure inaudite, e tutte le virtù, tranne la forza, che possono onorare l'avversità.

Ho scritto la prima parte intieramente a memoria, e devo avervi fatto errori in abbondanza. Costretto a scrivere la seconda parte pure a memoria, ne commetterò probabilmente anche più. I dolci ricordi dei miei begli anni trascorsi con tranquillità pari all'innocenza, mi hanno lasciato mille incantevoli impressioni che instancabilmente amo rievocare. Si vedrà presto quanto diversi siano i ricordi del resto della mia vita. Richiamarli equivale a rinnovarne l'amarezza. Anziché inasprire il fiele della mia situazione con questi tristi rigurgiti, li respingo per quanto mi è possibile, e vi riesco spesso così bene da non saperli ritrovare, quando ne avrei bisogno. Questa facilità di dimenticare i mali è una consolazione che il cielo mi ha concessa fra quelli che la sorte doveva un giorno accumulare sul mio capo. La mia memoria, che mi riporta solamente i ricordi piacevoli, è il contrappeso felice alla mia sgomenta immaginazione, capace soltanto di farmi presagire domani crudeli.

Tutte le carte che avevo raccolte per sopperire alla mia memoria e guidarmi in questa impresa, passate in altre mani, non rientreranno più nelle mie. Non ho che una guida fedele sulla quale possa far conto, ed è la categoria dei sentimenti che hanno contrassegnato l'evolversi del mio essere e, per tale tramite, quella degli eventi che ne furono la causa o l'effetto. Dimentico facilmente le mie sventure; ma non posso dimenticare i miei errori, e ancor meno dimentico i miei buoni sentimenti. Il loro ricordo m'è troppo caro per cancellarsi mai dal mio cuore. Posso incorrere in omissioni nei fatti, in trasposizioni, in errori di date; ma non posso ingannarmi su quanto ho provato, né su quel che i miei sentimenti mi hanno indotto a fare; ed ecco di che cosa soprattutto si tratta. Fine specifico delle mie confessioni è di far conoscere esattamente il mio intimo in tutte le situazioni della mia vita. È la storia della mia anima che ho promesso, e per scriverla fedelmente non ho bisogno di altre memorie; mi basta, come ho fatto sin qui, rientrare dentro di me.

Esiste nondimeno, per grande fortuna, un intervallo di sei o sette anni sui quali dispongo di ragguagli sicuri in una raccolta di lettere trascritte, i cui originali si trovano nelle mani del signor di Peyrou. La raccolta, che si conclude col 1760, comprende tutto il periodo del mio soggiorno all'Ermitage e del mio grave disaccordo con i miei sedicenti amici: epoca memorabile nella mia vita e che fu la fonte primaria di tutte le mie altre sventure. Circa gli originali delle lettere più recenti che ancora possono restarmi, e che sono scarsissime, anziché trascriverle a seguito della raccolta, troppo voluminosa perché possa sperare di sottrarla alla vigilanza dei miei Argo, le riporterò in questo stesso scritto, quando mi parrà che forniscano qualche lume, tanto a mio favore come a mio carico: non temo infatti che il lettore dimentichi mai che scrivo le mie confessioni e possa credere che io intessa la mia apologia; ma non deve neppure aspettarsi che taccia la verità quando parla in mio favore.

Del resto, questa seconda parte non ha in comune con la prima che questa stessa verità, né ha requisiti maggiori se non l'importanza delle cose. A parte ciò, non può che risultarle inferiore in tutto. Scrivevo la prima parte con piacere, con compiacimento, a mio agio, a Wootton, o al castello di Trye; tutti i ricordi che dovevo rievocare erano del pari nuovi piaceri. Vi ritornavo instancabile con rinnovato godimento, e potevo tornire le mie descrizioni senza difficoltà sinché non ne fossi soddisfatto. Oggi, la memoria e la mente indebolite mi rendono pressoché incapace di qualsiasi lavoro; e mi dedico a questo solo per forza e col cuore stretto d'angoscia. Non mi offre che sventure, tradimenti, perfidie, ricordi tetri e strazianti. Vorrei, per quanto al mondo mi è più caro, poter seppellire nella notte dei tempi ciò che devo dire, e, costretto mio malgrado a parlare, sono ridotto di più a nascondermi, a giocare d'astuzia, a tentare d'ingannare, ad avvilirmi in meschinità per le quali sono il meno adatto; i pavimenti sui quali mi trovo hanno occhi, i muri che mi circondano orecchie; attorniato da spie e da sorveglianti malevoli e vigilanti, inquieto e assorto, butto in fretta sulla carta qualche smozzicata parola che a stento ho il tempo di rileggere, meno ancora di correggere. So come, nonostante gli immensi ostacoli che senza tregua mi si accumulano intorno, sempre si tema che la verità sfugga da qualche spiraglio. Come condurmi perché trapeli? Lo tento con scarse speranze di successo. Si giudichi se c'è di che tracciare un quadro piacevole e conferirgli colori attraenti. Avverto, dunque, chi vorrà iniziare la lettura che nulla, proseguendola, potrà garantirlo dalla noia se non il desiderio di coronare la conoscenza di un uomo, e il sincero amore della giustizia e della verità.

Ho lasciato me stesso, nella prima parte, mentre partivo con rincrescimento per Parigi, seppellendo il mio cuore alle Charmettes e costruendo il mio ultimo castello in aria, progettando di riportare un giorno ai piedi di Mamma, restituita a se stessa, i tesori che avrei conquistato, e contando sul mio sistema musicale come su una fortuna assicurata.

Mi trattenni qualche tempo a Lione per vedervi talune conoscenze, procurarmi qualche raccomandazione per Parigi e vendere i miei libri di geometria che avevo portato con me. Tutti mi fecero buona accoglienza. Il signore e la signora di Mably mostrarono di rivedermi con piacere e m'invitarono a pranzo varie volte. Conobbi in casa loro l'abate di Mably, come già era avvenuto con l'abate di Condillac, venuti entrambi a visitare il fratello. L'abate di Mably mi dette alcune lettere per Parigi, fra le altre una per il signor di Fontenelle e una per il conte di Caylus. L'uno e l'altro si rivelarono conoscenze piacevolissime, il primo soprattutto, che fino alla sua morte non ha mai smesso di dimostrarmi amicizia e di fornirmi, nei nostri colloqui, consigli da cui avrei dovuto trarre miglior profitto.

Rividi il signor Bordes, col quale da lungo tempo avevo fatto conoscenza, e che mi aveva usato spesso preziosi e cordialissimi favori e con il più sincero piacere. In questa occasione lo ritrovai sempre uguale. Fu lui che mi aiutò a vendere i miei libri, e mi dette di suo pugno, o mi procuro, buone raccomandazioni per Parigi.

Rividi il signor Intendente, la cui conoscenza dovevo al signor Bordes, e al quale dovetti quella del signor duca di Richelieu, che passò per Lione in quel periodo. Il signor Pallu mi presentò a lui. Il signor di Richelieu mi ricevette bene e mi disse di andare a trovarlo a Parigi, cosa che feci varie volte, senza tuttavia che quell'alta conoscenza, di cui spesso dovrò parlare in seguito, mi sia mai giovata a nulla.

Rividi il musicista David, che mi aveva aiutato nelle strettezze in cui versavo durante uno di quei viaggi precedenti. Mi aveva prestato o donato un berretto e delle calze, che non gli ho mai restituito, e che non mi ha mai richiesto, pur se ci rivedemmo sovente dopo d'allora. Gli ho fatto però in seguito un regalo press'a poco equivalente. Direi di più, se si trattasse di ciò che ho dovuto; ma si tratta di ciò che ho fatto, e disgraziatamente non è la stessa cosa.

Rividi il nobile e generoso Perrichon, e non senza gratificarmi della sua abituale magnificenza; poiché mi fece lo stesso regalo che in passato aveva fatto a Gentil Bernard, pagandomi il posto in diligenza. Rividi il chirurgo Parisot, il migliore e il più benefico degli uomini; rividi la sua cara Godefroi, che egli manteneva da dieci anni, e la cui dolcezza di carattere e la bontà di cuore costituivano press'a poco tutto il merito, ma che non si poteva avvicinare senza interesse né lasciare senza tenerezza, giacché si trovava agli estremi d'una tisi di cui morì poco dopo. Nulla svela meglio le vere inclinazioni di un uomo quanto la qualità dei suoi affetti. Quando s'era vista la dolce Godefroi, si conosceva il buon Parisot.

Restavo debitore di tutte queste brave persone. In seguito, le trascurai tutte, non certo per ingratitudine, ma per quella invincibile pigrizia che me ne ha dato sovente l'apparenza. Mai il sentimento dei loro servigi è uscito dal mio cuore; ma provar loro la mia riconoscenza mi sarebbe costato meno che testimoniargliela assiduamente. La puntualità nella corrispondenza è sempre stata al di sopra delle mie forze; non appena comincio a trascurarla, la vergogna e l'imbarazzo di dover riparare la mia colpa mi inducono ad aggravarla, e non scrivo più del tutto. Ho serbato dunque il silenzio, ed è parso che li avessi dimenticati. Parisot e Perrichon non vi hanno mai dato peso, e li ho sempre trovati eguali; ma si vedrà vent'anni dopo, nel caso del signor Bordes, sino a che punto l'amor proprio di un bello spirito possa spingere la vendetta quando si ritenga trascurato.

Prima di lasciare Lione, non devo dimenticare un'amabile persona che rividi con la massima gioia, e che lasciò nel mio cuore ricordi tenerissimi. È quella signorina Serre di cui parlai nella prima parte, e con la quale avevo rinnovato conoscenza mentre ero in casa del signor di Mably. In questo viaggio, disponendo di maggior libertà, la frequentai più assiduamente; il mio cuore ne venne preso e molto vivamente. Ebbi qualche motivo per pensare che il suo non mi fosse ostile, ma lei mi accordò una fiducia che mi tolse la tentazione di abusarne. Non possedeva nulla, ed io nemmeno; le nostre condizioni erano troppo simili perché potessimo unirci e, nei progetti che mi dominavano, ero ben lontano dal pensiero del matrimonio. Mi disse che un giovane negoziante, certo signor Genève, sembrava intendesse sposarla. Lo vidi uno o due volte in casa di lei; mi parve una brava persona, e tale era ritenuto. Persuaso che con lui sarebbe stata felice, desiderai che lo sposasse, come poi fece, e per non turbare i loro amori innocenti, mi affrettai a partire, formulando per la felicità di quella fanciulla incantevole voti che non vennero esauditi quaggiù se non per un tratto, ahimè, troppo breve, giacché seppi poi che morì dopo due o tre anni di matrimonio. Assorto nei miei teneri rimpianti per tutto il viaggio, sentii e ho spesso sentito anche dopo, ripensandoci, che se i sacrifici fatti al dovere e alle virtù costano cari, se ne è ben ripagati dai dolci ricordi che lasciano in fondo al cuore.

Quanto più nel mio precedente viaggio avevo visto di Parigi l'aspetto più sfavorevole, tanto più questa volta ne colsi l'aspetto più brillante; non però quanto all'alloggio, poiché sull'indicazione fornitami dal signor Bordes mi indirizzai all'albergo Saint-Quentin, nella rue des Cordies, vicino alla Sorbona, brutta strada, brutto albergo, brutta camera, dove nondimeno avevano alloggiato uomini di valore quali Gresset, Bordes, gli abati di Mably e di Condillac, e diversi altri di cui disgraziatamente non trovai più nessuno. Ma vi incontrai un certo signor di Bonnefond, nobilotto zoppo, rissoso, con ubbie di purista, al quale fui debitore della conoscenza col signor Roguin, oggi decano dei miei amici, e per suo tramite, del filosofo Diderot, di cui molto avrò a dire in seguito.

Arrivai a Parigi nell'autunno del 1741, con quindici luigi d'argento spiccioli, la mia commedia Narciso, e il mio progetto musicale quali esclusive risorse; e avendo di conseguenza poco tempo da perdere per trarne partito. Mi affrettai a far valere le mie raccomandazioni. Un giovanotto che arriva a Parigi con un aspetto discreto, e che si presenti con qualche talento, è sempre sicuro d'essere ben accolto. Non feci eccezione, e la cosa mi procurò qualche piacere senza condurmi a nessun progresso. Di tutte le persone cui venni raccomandato, tre soltanto mi furono utili: il signor Damesin, gentiluomo savoiardo, allora scudiere e, credo, favorito della principessa di Carignano; il signor di Boze, segretario dell'Accademia delle Iscrizioni e conservatore delle medaglie del Gabinetto del re; e il padre Castel, gesuita, autore del Clavicembalo oculare. Tutte queste raccomandazioni, tranne quella per il signor Damesin, mi venivano dall'abate di Mably.

Il signor Damesin provvide ai più urgenti bisogni tramite due conoscenze che mi procurò: con il signor di Gasc, presidente à mortier al Parlamento di Bordeaux, e che suonava benissimo il violino; e con l'abate di Léon, che alloggiava allora alla Sorbona, amabilissimo giovane signore, che morì nel fiore degli anni dopo aver brillato brevemente nel mondo col nome di cavaliere di Rohan. Venne a entrambi la fantasia d'imparare composizione. Detti loro qualche mese di lezioni che sostennero un poco la mia languente borsa. L'abate di Léon mi prese in simpatia e mi voleva come suo segretario; ma non era ricco, e non poté offrirmi in tutto che ottocento franchi, da me rifiutati con notevole rincrescimento, ma che non potevano bastarmi per alloggiarmi, nutrirmi e mantenermi.

Il signor di Boze mi accolse benissimo. Amava il sapere, ne disponeva; ma era un po' pedante. La signora di Boze poteva essere sua figlia; era brillante e leziosetta. Pranzavo da loro qualche volta. Non si potrebbe avere un'aria più goffa e più stolida di quella che prendevo di fronte a lei. Il suo contegno disinvolto m'intimidiva e rendeva il mio più comico. Quando mi presentava un piatto, allungavo la mia forchetta per pescare modestamente un bocconcino di quanto ella mi offriva; cosicché restituiva al cameriere il piatto che mi era destinato, invariabilmente voltandosi perché non la vedessi ridere. Non le passava neppure per la mente che la testa di quel campagnolo non rinunciasse a ospitare un minimo di ingegno.

Il signor di Boze mi presentò al signor di Réamur, suo amico, che veniva a pranzo da lui ogni venerdì, giorno di seduta all'Accademia delle Scienze. Gli parlò del mio progetto, e del mio desiderio di sottoporlo all'esame dell'Accademia. Il signor di Réamur s'incaricò della proposta, che venne accolta; il giorno stabilito fui introdotto e presentato dal signor di Réamur, e lo stesso giorno, 22 agosto 1742, ebbi l'onore di leggere all'Accademia la memoria che avevo stilata per l'occasione. Per quanto l'illustre assemblea fosse sicuramente imponentissima, ne fui assai meno intimidito che di fronte alla signora di Boze, e me la cavai decentemente con la mia lettura e le mie risposte. La memoria ebbe successo e mi procurò dei complimenti, che mi sorpresero quanto mi lusingarono, stentando a immaginare che al cospetto di un'Accademia chiunque non ne faccia parte possa riconoscersi senso comune. I commissari che mi assegnarono furono i signori di Mairan, Hellot e di Fouchy: tutti e tre persone di sicuro valore, ma nessuno dei quali conosceva la musica, abbastanza almeno per essere in grado di giudicare il mio progetto.

Durante le mie conversazioni con quei signori, mi convinsi, con certezza pari allo stupore, che se talvolta i sapienti hanno meno pregiudizi degli altri uomini, tengono, in compenso, molto più tenacemente a quelli che hanno. Per quanto deboli, per quanto false fossero la maggioranza delle loro obiezioni, e benché io rispondessi timidamente, lo confesso, e con termini infelici, ma con ragioni perentorie, neppure una volta mi riuscì di farmi intendere e di soddisfarli. Non cessava di sbalordirmi la facilità con la quale, grazie a qualche frase sonora, mi confutavano senza avermi compreso. Riesumarono, non so dove, che un monaco, certo padre Souhaitti, aveva tempo addietro immaginato di notare la gamma con cifre; fu sufficiente per sostenere che il mio sistema non era nuovo; e questo passi, poiché, pur se non avevo mai inteso parlare del padre Souhaitti, e benché il suo modo di scrivere le sette note del canto fermo senza nemmeno pensare alle ottave non meritasse in alcun senso un confronto, sul medesimo piano, con la mia semplice e comoda invenzione per notare agevolmente con cifre ogni musica immaginabile, chiavi, pause, ottave, misure, tempi e valori di note, cose alle quali Souhaitti neppure aveva pensato, era nondimeno esattissimo asserire che, quanto all'elementare espressione delle sette note, ne era stato il primo inventore. Ma, oltre che conferire a questa primitiva invenzione un'importanza che non aveva, non si fermarono lì, e appena pretesero di parlare dei fondamenti del sistema, non fecero più che sragionare. Il vantaggio maggiore del mio era di abolire le trasposizioni e le chiavi, così che il medesimo brano si trovava notato e trasposto a volontà, in qualunque tono si volesse, mediante il supposto cambiamento d'una sola lettera iniziale all'avvio dell'aria. Quei signori avevano sentito dire dagli strimpellatori di Parigi che il metodo di eseguire per trasposizione non valeva nulla. Partirono di là per ribaltare in obiezione insormontabile contro il mio sistema il suo pregio più spiccato, e sentenziarono che la mia notazione era buona per l'esecuzione vocale, e cattiva per la strumentale; anziché decidere, come avrebbero dovuto, che era buona per la vocale, e migliore per la strumentale. In base alla loro relazione, l'Accademia mi accordò un certificato zeppo di bellissimi complimenti, attraverso i quali si capiva, in sostanza, che essa non valutava il mio sistema né nuovo né utile. Non ritenni di dover ornare con un documento del genere l'opera, che avevo intitolata Dissertazione sulla musica moderna, con la quale mi appellai al giudizio del pubblico.

Ebbi modo di osservare in quell'occasione come, anche con una intelligenza limitata, la conoscenza esclusiva, ma profonda, della materia, sia preferibile, per giudicarne correttamente, a tutti i lumi che dà la cultura delle scienze, quando non vi si unisca lo studio particolare dell'argomento in questione. L'unica obiezione fondata che si potesse muovere al mio sistema venne da Rameau. Appena glielo ebbi esposto, ne ravvisò il lato debole. «I vostri segni,» mi disse, «sono ottimi in quanto determinano con semplicità e chiarezza i valori, rappresentano nettamente gli intervalli e mostrano sempre l'intervallo semplice in quello raddoppiato, cose tutte che la nota ordinaria non può fare; ma sono cattivi in quanto esigono un'operazione mentale che non sempre può accompagnarsi con la rapidità dell'esecuzione. La posizione delle nostre note,» precisò, «s'imprime nell'occhio senza il concorso di tale operazione. Se due note, una altissima, l'altra bassissima, sono unite da una serie di note intermedie, vedo alla prima occhiata il progresso dall'una all'altra per gradi concatenati; ma per afferrare col vostro sistema tale sequela devo necessariamente compitare una dopo l'altra tutte le vostre cifre: il colpo d'occhio non serve a nulla.» L'obiezione mi parve inconfutabile, e ne convenni all'istante: pur essendo semplice e convincente, solo una grande pratica dell'arte può suggerirla, e non può sorprendere che non sia venuta in mente a nessun accademico; ma è un fatto che tutti questi sapientoni, che sanno tante cose, siano così poco consapevoli che ognuno dovrebbe farsi giudice solo del suo mestiere.

Le mie frequenti visite ai miei commissari e ad altri accademici mi consentirono di far conoscenza con quanto v'era a Parigi di più notevole nella società letteraria, cosicché la conoscenza si trovò bell'e fatta quando, in seguito, mi vidi di colpo inserito in quel mondo. Per il momento, assorbito nel mio sistema musicale, mi ostinai a voler fare con quello una rivoluzione nell'arte della musica, e conquistarmi così una celebrità che a Parigi, nelle belle arti, non si disgiunge mai dalla ricchezza. Mi rinchiusi nella mia camera, e lavorai due o tre mesi con un ardore inesprimibile a rifondere, in un'opera destinata al pubblico, la memoria presentata all'Accademia. La difficoltà fu di trovare un libraio che volesse incaricarsi del mio manoscritto, considerato che s'imponevano spese per i nuovi caratteri; che i librai non buttano i loro scudi per la gloria dei debuttanti, e che nondimeno mi pareva giusto che la mia opera mi rendesse il pane consumato scrivendola.

Bonnefond mi procurò Quillau padre, che stipulò con me un contratto a mezzo profitto, senza contare il privilegio che pagai da solo. Tanto fece il detto Quillau che ci rimisi il mio privilegio, e non ricavai nemmeno un soldo da quell'edizione, che verosimilmente ebbe scarso mercato, benché l'abate Desfontaines mi avesse promesso di farla andare, e altri giornalisti ne abbiano parlato piuttosto bene.

L'ostacolo maggiore all'adozione del mio sistema era il timore che, se non fosse ammesso, si perdesse il tempo impiegato ad apprenderlo. Obiettavo che la pratica della mia notazione rendeva le idee così chiare, che per imparare la musica con i caratteri ordinari si sarebbe comunque risparmiato tempo cominciando con i miei. Per fornirne la prova con l'esperienza, insegnai gratuitamente la musica a una giovane americana, la signorina Desroulins, che il signor Rongin mi aveva fatto conoscere. In tre mesi essa fu in grado di decifrare sulla mia notazione qualsiasi genere di musica, e persino di cantare ad apertura di libro, meglio di me, tutta quella musica che non fosse eccessivamente ardua. Il successo fu eccezionale, ma rimase ignorato. Un altro ne avrebbe riempito i giornali; ma pur dotato d'un certo talento per scoprire cose utili, non ne ebbi mai per farle valere.

Ecco come la mia fontana di Erone fu di nuovo infranta: ma questa seconda volta avevo trent'anni, e mi trovavo sul lastrico di Parigi, dove di nulla non si campa. La decisione che presi in tali estremi stupirà solo chi non abbia letto bene la prima parte. Uscivo da un periodo di attivismo intenso quanto inutile, avevo bisogno di riprendere fiato. Anziché scivolare nella disperazione, mi abbandonai tranquillamente alla mia pigrizia e ai disegni della Provvidenza, e per darle il tempo di compiere la sua opera, mi misi a mangiare, senza troppo curarmene, gli scarsi luigi ancora rimasti, regolando le spese dei miei noncuranti piaceri senza sopprimerle, andando al caffè solo un giorno su due e a teatro soltanto due volte la settimana. Quanto alle spese per donnine, non ebbi di che mutare, non avendo in vita mia destinato un soldo a questo impiego, tranne una sola occasione, di cui dovrò presto parlare.

La sicurezza, il piacere, la fiducia con cui mi abbandonavo a quella vita indolente e solitaria, che non avevo possibilità di alimentare per tre mesi, è una delle singolarità della mia vita e una delle bizzarrie del mio umore. L'estremo bisogno in cui versavo che si pensasse a me era precisamente quanto mi toglieva il coraggio di mostrarmi, e la necessità di far visite me le rendeva insopportabili, al punto che smisi persino di vedere gli accademici e altri letterati fra i quali già m'ero introdotto. Marivaux, l'abate di Mably, Fontenelle, furono pressoché i soli che seguitai a frequentare occasionalmente. Al primo mostrai anche la mia commedia Narciso. Gli piacque, ed ebbe la compiacenza di ritoccarla. Diderot, più giovane di loro, aveva press'a poco la mia età. Amava la musica; ne conosceva la teoria, ne parlavamo insieme, mi parlava anche dei suoi progetti letterari. Tutto questo strinse in breve fra noi rapporti più intimi, che durarono quindici anni, e che probabilmente durerebbero ancora se per disgrazia, e anche per colpa sua, non mi fossi lanciato nel suo stesso mestiere.

Non si immaginerebbe in che cosa impiegavo quel breve e prezioso intermezzo che ancora mi restava prima di trovarmi costretto a mendicare il mio pane: a studiare a memoria brani di poeti, che avevo imparato cento volte e altrettante dimenticati. Ogni mattina, verso le dieci, andavo a passeggio al Lussemburgo, con un Virgilio o un Rousseau in tasca, e là, sino all'ora di pranzo, rammentavo talvolta un'ode sacra e talvolta una bucolica, senza scoraggiarmi se, ripassando quella del giorno, dimenticavo immancabilmente quella del giorno prima. Mi ricordavo che, dopo la disfatta di Nicia a Siracusa, gli ateniesi prigionieri si guadagnavano la vita recitando i poemi di Omero. Il profitto che trassi da quello spunto erudito per premunirmi contro la miseria, fu di esercitare la mia felice memoria a imparare a mente tutti i poeti.

Avevo un altro non meno solido espediente negli scacchi, ai quali consacravo regolarmente, da Maugis, il pomeriggio dei giorni in cui non andavo a teatro. Conobbi lì il signor di Légal, e con lui un certo Husson, e Philidor e tutti i grandi scacchisti di quel tempo, ma non divenni per ciò più abile. Non dubitavo tuttavia che alla fine sarei divenuto più forte di loro tutti, ed era sufficiente, dal mio punto di vista, per servirmi da risorsa. In qualunque follia mi lanciassi, vi portavo sempre lo stesso modo di ragionare. Mi dicevo: «Chiunque eccella in qualcosa è sempre certo d'essere ricercato. Eccelliamo, dunque, non importa in che; sarò ricercato, le occasioni si presenteranno, e il mio valore farà il resto.» Questa puerilità non era il sofisma della mia ragione, ma della mia indolenza. Sgomento dei grandi e rapidi sforzi che sarebbero occorsi per attivarmi, cercavo di adulare la mia pigrizia, e velavo a me stesso la vergogna con argomenti degni di essa.

Attendevo così tranquillamente l'esaurirsi del mio denaro, e credo che sarei arrivato all'ultimo soldo senza maggiore inquietudine, se il padre Castel, che qualche volta passavo a trovare andando al caffé, non m'avesse strappato al mio letargo. Il padre Castel era folle, ma per il resto un brav'uomo: era costernato di vedermi consumare così, senza far nulla. «Poiché i musicisti,» mi disse, «poiché i dotti non cantano all'unisono con voi, cambiate corda e provate con le donne. Può darsi che riusciate meglio da quel lato. Ho parlato di voi alla signora di Bezonval; andate a farle visita da parte mia. È una brava donna che vedrà con piacere un compaesano di suo figlio e di suo marito. Vedrete in casa sua la signora di Broglie, sua figlia, che è una donna di spirito. La signora Dupin è un'altra cui ho pure parlato di voi: portatele la vostra opera; ella desidera vedervi e vi riceverà bene. A Parigi non si fa nulla se non tramite le donne: sono come curve di cui i saggi sono gli asintoti; vi si avvicinano senza fine, ma non le toccano mai.»

Dopo aver rimandato da un giorno all'altro queste terribili fatiche, presi infine coraggio, e andai a far visita alla signora di Bezonval. Mi accolse con bontà. Essendo entrata nella stanza la signora di Broglie, le disse: «Figlia mia, ecco il signor Rousseau di cui padre Castel ci ha parlato.» La signora di Broglie mi complimentò per la mia opera e, portandomi al suo clavicembalo, mi mostrò che se n'era interessata. Vedendo alla sua pendola che era quasi l'una, volli andarmene. La signora di Bezonval mi disse: «Siete lontano dal vostro quartiere, restate: pranzerete qui.» Non mi feci pregare. Un quarto d'ora dopo capii da qualche parola che il pranzo cui mi invitava era quello della servitù. La signora di Bezonval era un'eccellente donna, ma limitata, e troppo piena della sua illustre nobiltà polacca; non aveva un'idea esatta dei riguardi dovuti alle persone d'ingegno. Ella mi giudicava, in quell'occasione, più dal mio contegno che dal mio abbigliamento, che, pur semplicissimo, era assai decoroso, e non suggeriva affatto l'immagine di un uomo adatto a pranzare con la servitù. Da troppo tempo ne avevo dimenticato la strada per volerla ripercorrere. Senza lasciar trasparire tutto il mio dispetto, dissi alla signora di Bezenval che un affaruccio, che mi tornava in mente, mi richiamava al mio quartiere, e volli andarmene. La signora di Broglie si avvicinò alla madre e le sussurrò all'orecchio qualche paroletta che sortì il suo effetto. La signora di Bezenval si alzò per trattenermi e mi disse: «Conto che vorrete farci l'onore di pranzare con noi.» Reputai che far l'orgoglioso sarebbe equivalso a fare lo sciocco, e restai. D'altronde, la bontà della signora di Broglie m'aveva commosso, e me la rendeva interessante. Fui lietissimo di pranzare con lei e sperai che conoscendomi meglio non avrebbe rimpianto d'avermi procurato quell'onore. Il signor presidente di Lamoignon, grande amico della famiglia, vi pranzò anche lui. Usava, come la signora di Broglie, quel piccolo gergo parigino, tutto parolette, tutto piccole allusioni sottili. Non c'era di che brillare per il povero Jean-Jacques. Ebbi il buon senso di non pretendere di far lo spiritoso malgrado Minerva, e me ne stetti zitto. Fortunato me, se fossi stato sempre così saggio! Non mi troverei nell'abisso in cui sono oggi.

Ero costernato della mia goffaggine, e di non poter giustificare agli occhi della signora di Broglie quanto aveva fatto in mio favore. Dopo pranzo, ricorsi alla mia risorsa abituale. Avevo in tasca un'epistola in versi, scritta per Parisot, durante il mio soggiorno a Lione. Il brano non mancava di calore; ne aggiunsi nel modo di declamarlo e li feci piangere tutti e tre. Fosse vanità, o verità nelle mie interpretazioni, credetti di intuire che gli sguardi della signora di Broglie dicessero alla madre: «Ebbene, mamma, avevo forse torto dicendovi che quest'uomo era più degno di pranzare con voi che con le vostre ancelle?» Fino a quel momento avevo avuto il cuore un po' oppresso; ma dopo essermi così ben vendicato, fui soddisfatto. La signora di Broglie spingendo un po' troppo oltre l'opinione favorevole che s'era fatta di me, ritenne che avrei fatto sensazione a Parigi e sarei divenuto un uomo corteggiatissimo. Per guidare la mia inesperienza, mi regalò le Confessioni del Conte di ***. «Questo libro», mi disse, «è un mentore di cui avrete bisogno nel mondo: farete bene a consultarlo ogni tanto.» Ho conservato per oltre vent'anni quel volume, con gratitudine per la mano da cui mi veniva, ma sorridendo spesso dell'opinione che quella dama sembrava avere dei miei meriti galanti. Da quando ebbi letto l'opera, desiderai l'amicizia dell'autore. La mia propensione mi ispirava ottimamente: è il solo vero amico che io abbia avuto fra i letterati.

Da quel momento osai confidare che la baronessa di Bezenval e la marchesa di Broglie, interessandosi ai miei casi, non mi avrebbero lasciato a lungo senza risorse, e non mi ingannai. Parliamo ora del mio ingresso in casa della signora Dupin, che ebbe più lunghe conseguenze.

La signora Dupin era, come è noto, figlia di Samuel Bernard e della signora Fontaine. Erano tre sorelle, che si potevano chiamare le tre Grazie: la signora della Touche, che fece una scappata in Inghilterra con il duca di Kingston; la signora d'Arty, amante e, molto più, amica, l'unica e sincera amica del principe di Conti, donna del pari adorabile per la dolcezza, per la bontà del suo incantevole carattere come per la piacevolezza del suo spirito e per l'inalterabile gaiezza del suo umore; infine, la signora Dupin, la più bella delle tre, e la sola cui non sia stato mai rimproverato alcun errore di condotta. Ella fu il premio dell'ospitalità del signor Dupin, al quale sua madre la concesse unitamente ad un posto di appaltatore generale e a un'immensa fortuna, quale prova di gratitudine per l'accoglienza che egli le aveva riservata nella sua provincia. Ella era ancora, quando la vidi per la prima volta, una delle più belle donne di Parigi. Mi ricevette durante la sua toletta. Aveva le braccia nude, i capelli sciolti, l'accappatoio in disordine. Un'accoglienza così mi risultava nuovissima; la mia povera testa non resse: mi turbo, mi smarrisco, in un momento eccomi invaghito della signora Dupin.

Il mio turbamento non sembrò nuocermi presso di lei, non se ne avvide neppure. Accolse libro e autore, mi parlò del mio progetto con competenza, cantò, si accompagnò al clavicembalo, mi trattenne a pranzo, mi fece sedere a tavola accanto a lei; non occorreva tanto per rendermi folle, e lo divenni. Mi consentì di venire a trovarla: usai e abusai della concessione. Andavo da lei quasi ogni giorno, pranzavo con lei due o tre volte la settimana. Morivo dal desiderio di parlare: non osavo mai. Ragioni diverse rafforzarono la mia naturale timidozza. L'accesso a una dimora opulenta era una porta aperta alla fortuna; non intendevo, nella mia condizione, rischiare di chiudermela. La signora Dupin, pur gentile com'era, si mostrava seria e fredda: non trovavo nulla nei suoi modi di abbastanza incoraggiante per farmi ardito. La sua casa, splendida a quei tempi come nessun'altra a Parigi, radunava un mondo al quale non mancava che d'essere un po' meno affollato per rappresentare il meglio in ogni campo. Le piaceva vedere tutti i personaggi che risplendevano, i grandi, i letterati, le belle donne. Da lei non s'incontravano che duchi, ambasciatori, cordoni azzurri. La principessa di Rohan, la contessa di Forcalquier, la signora di Mirepoix, la signora di Brignole, milady Hervey, potevano passare per sue amiche. Il signor di Fontenelle, l'abate di Saint-Pierre, l'abate Sallier, il signor di Fourmont, il signor di Bernis, il signor di Buffon, il signor di Voltaire erano della sua cerchia e suoi commensali. Se il suo portamento riservato non attraeva molto i giovani, la sua società, tanto meglio composta, acquistava maggiore imponenza, e il povero Jean-Jacques non poteva illudersi di brillare troppo fra tanto splendore. Non osai dunque parlare; ma, non riuscendo più a tacere, osai scrivere. Lei conservò due giorni la mia lettera senza accennarmene. Il terzo giorno me la restituì, rivolgendomi qualche frase d'esortazione in un tono glaciale che mi freddò. Volli parlare, la parola mi spirò sulle labbra, la mia subitanea passione si estinse con la speranza, e, dopo una dichiarazione tanto solenne, seguitai a vivere con lei come prima, senza più parlarle di nulla, nemmeno con gli occhi.

Credetti dimenticata la mia sciocchezza; mi sbagliai. Il signor di Francueil, figlio del signor Dupin e figliastro della signora, era press'a poco della sua e della mia età. Era intelligente, di bell'aspetto, poteva vantare qualche pretesa; si diceva che ne avesse con lei, forse unicamente perché lei gli aveva procurato una moglie bruttissima, dolcissima, e che viveva con entrambi in perfetta armonia. Il signor di Francueil apprezzava e coltivava le arti. La musica, che conosceva benissimo, fu tra noi un terreno d'intesa. Lo frequentai spesso, mi affezionai a lui: di colpo mi fece capire che la signora Dupin giudicava le mie visite troppo frequenti, e mi pregava di sospenderle. Quel complimento avrebbe potuto apparire coerente quando lei mi aveva restituito la lettera; ma otto o dieci giorni più tardi, e senza altri motivi, cadeva, mi sembra, fuori luogo. La cosa determinava una situazione tanto più bizzarra, in quanto ero bene accetto, dal signore e dalla signora Francueil, come prima. Vi andai però più di rado, e avrei smesso del tutto di andarci se, per un altro capriccio imprevisto, la signora Dupin non mi avesse fatto pregare di accudire, per otto o dieci giorni, a suo figlio, che, cambiando precettore, restava solo in quell'intervallo. Trascorsi quegli otto giorni in un tormento che il piacere d'obbedire alla signora Dupin poteva a stento rendermi sopportabile; perché il povero Chenonceaux aveva sin da allora quella testa balzana che ha minacciato di disonorare la sua famiglia e che l'ha portato a morire nell'isola di Bourbon. Mentre mi occupavo di lui, gli impedii di nuocere a se stesso o agli altri, ecco tutto: e così poco fu una pena da nulla, che non me ne sarei assunto il peso otto giorni di più nemmeno se la signora Dupin mi si fosse concessa quale premio.

Il signor di Francueil mi prendeva in amicizia, lavoravo con lui: iniziammo insieme un corso di chimica da Rouelle. Per riavvicinarmi a lui, lasciai l'albergo Saint - Quentin e alloggiai al gioco della Palla della rue Verdelet, che sbocca nella rue Platrière, dove alloggiava il signor Dupin. Là, in seguito a un'infreddatura trascurata, mi buscai una polmonite di cui per poco non morii. Ho sofferto spesso nella mia giovinezza di queste malattie infiammatorie, pleuriti, e soprattutto tonsilliti, cui ero molto soggetto, delle quali non tengo qui il registro, e che tutte mi hanno fatto vedere la morte abbastanza da vicino per familiarizzarmi con la sua immagine. Durante la mia convalescenza, ebbi il tempo di riflettere sul mio stato, e di deplorare la mia timidezza, la mia debolezza e la mia indolenza che, malgrado il fuoco da cui mi sentivo bruciare, mi lasciava languire nell'ozio dello spirito sempre sulla soglia della miseria. La vigilia del giorno in cui mi ero ammalato, ero andato a un'opera di Royer che si dava allora, e di cui ho dimenticato il titolo. Nonostante il mio favorevole pregiudizio per l'ingegno altrui, che sempre m'ha indotto a diffidare del mio, non potevo esimermi dal giudicare debole quella musica, priva di colore e d'invenzione. Osai dirmi ogni tanto: «Mi sembra che farei meglio io.» Ma l'idea terrificante che avevo della composizione di un'opera, e l'importanza che sentivo attribuire dai personaggi dell'arte a tale impresa, mi respingevano all'istante, e mi facevano arrossire dell'ardire pensarci. D'altro canto, dove trovare qualcuno disposto a scrivermi le parole e preoccuparsi di adattarle a mio piacimento? Quelle idee di musica e d'opera si riaffollarono durante la malattia, e negli accessi della febbre componevo canti, duetti, cori. Sono certo di aver composto due o tre brani di prima intenzione forse degni dell'ammirazione dei maestri se avessero potuto ascoltarne l'esecuzione. Oh, se si potessero registrare i sogni di un febbricitante, quali grandi e sublimi cose si vedrebbero a volte scaturire dal suo delirio!

Le riflessioni sulla musica e sull'opera mi impegnarono anche durante la convalescenza, ma più tranquillamente. A forza di pensarci, e persino mio malgrado, volli mettermi il cuore in pace e tentare di comporre un'opera da solo, parole e musica. Non ero al primissimo tentativo. Avevo composto a Chambéry una tragedia musicale, intitolata Ifi e Anassarete, che avevo avuto il buon senso di consegnare alle fiamme. Ne avevo composta un'altra a Lione intitolata La scoperta del nuovo mondo, che, dopo averla letta al signor Bordes, all'abate di Mably e ad altri, avevo finito per destinare allo stesso uso, sebbene avessi già scritto la musica del prologo e del primo atto, e David mi dicesse, leggendola, che vi erano brani degni del Bononcini.

Questa volta, prima di porre mano all'opera, mi concessi il tempo di meditare il mio piano. Progettai un balletto eroico con tre differenti soggetti in tre atti distinti, ciascuno con un diverso carattere musicale; e prendendo per ogni soggetto gli amori di un poeta, intitolai l'opera Le muse galanti. Il mio primo atto, in genere di musica forte, era il Tasso; il secondo, in genere di musica tenera, Ovidio; e il terzo, intitolato Anacreonte, doveva respirare la gaiezza del ditirambo. Mi dedicai subito al primo atto, e mi lanciai con un ardore che, per la prima volta, mi fece gustare le delizie dell'estro nella composizione. Una sera, sul punto di entrare all'Opera, sentendomi tormentato, dominato dalle mie ispirazioni, ricaccio in tasca il mio denaro, corro a chiudermi nella mia camera, mi metto a letto, dopo aver ben chiuso le imposte per impedire al giorno di penetrarvi, e là, abbandonandomi all'estro poetico e musicale, composi rapidamente nel giro di sette o otto ore la parte migliore del mio atto. Posso dire che i miei amori per la principessa di Ferrara (giacché ero il Tasso in quel momento) e i miei nobili e fieri sentimenti di fronte al suo ingiusto fratello, mi offrirono una notte cento volte più deliziosa di quella che avrei trovata fra le braccia della principessa in persona. Non mi restò al mattino nella testa che una minima parte di quanto avevo creato; ma quel poco, quasi cancellato dalla stanchezza e dal sonno, non mancava di esaltare l'energia dei brani di cui offriva i frammenti.

Per quella volta, non portai più avanti il lavoro, essendone stato distratto da altre faccende. Mentre mi legavo alla famiglia Dupin, la signora di Bezenval e la signora di Broglie, che seguitavo a vedere ogni tanto, non mi avevano dimenticato. Il conte di Montaigu, capitano delle Guardie, era stato nominato ambasciatore a Venezia. Era un ambasciatore alla maniera di Barjac, al quale assiduamente faceva la corte. Suo fratello, il cavaliere di Montaigu, gentiluomo di camera del Delfino, era fra le conoscenze delle due dame e fra quelle dell'abate Alary, dell'Accademia francese, che anch'io vedevo di quando in quando. La signora di Broglie, sapendo che l'ambasciatore cercava un segretario, fece il mio nome. Entrammo in trattative. Chiesi cinquanta luigi di stipendio, cifra assai modesta per un posto dove si è obbligati a ben figurare. Non intese concedermi che cento pistole, con le spese di viaggio a mio carico. La proposta era ridicola. Non potemmo accordarci. Il signor di Francueil, che si sforzava di trattenermi, ebbe la meglio. Rimasi, e il signor di Montaigu partì, accompagnato da un altro segretario, certo Follau, assegnatogli dal ministero degli Esteri. Non appena a Venezia, litigarono. Follau, accortosi di avere a che fare con un pazzo, lo piantò; e il signor di Montaigu, non disponendo che d'un giovane abate di nome Binis, scrivano del segretario, che non era all'altezza di rimpiazzarlo, ricorse a me. Il cavaliere suo fratello, uomo di spirito, mi rigirò così bene, facendomi intendere che esistevano diritti connessi alla carica di segretario, che mi indusse ad accettare i mille franchi. Ebbi venti luigi per il viaggio, e partii.

A Lione mi sarebbe piaciuto molto prendere la strada del Moncenisio per vedere, passando, la mia povera Mamma. Ma discesi il Rodano e dovetti imbarcarmi a Tolone, sia a causa della guerra e per ragioni di economia, sia per prendere un passaporto dal signor di Mirepoix, che allora comandava nella Provenza, e al quale ero indirizzato. Il signor di Montaigu, non potendo fare a meno di me, mi scriveva lettere su lettere, per affrettare il mio viaggio. Lo ritardò un incidente.

Era il tempo della peste di Messina. La flotta inglese vi aveva gettato le ancore e visitò la feluca sulla quale viaggiavo. La cosa ci costrinse, arrivati a Genova dopo una lunga e penosa traversata, a una quarantena di ventun giorni. Concessero ai passeggeri la facoltà di scegliere se trascorrerla a bordo piuttosto che al lazzaretto, dove ci prevennero che non avremmo trovato che le quattro mura, perché non avevano ancora avuto il tempo di arredarlo. Scelsero tutti la feluca. Il caldo insopportabile, lo spazio ristretto, l'impossibilità di passeggiare, gli insetti, mi fecero preferire il lazzaretto, a tutto mio rischio. Fui condotto in un vasto edificio a due piani assolutamente spoglio, dove non trovai né finestra, né letto, né tavolo, né sedia, nemmeno uno sgabello per sedermi, né un fascio di paglia per coricarmi. Mi portarono il mio mantello, il mio sacco da notte, i miei due bauli, chiusero su di me grosse porte con grandi serrature, e lì rimasi, padrone di passeggiare a mio piacimento di stanza in stanza e di piano in piano, dovunque trovando la stessa solitudine e lo stesso squallore.

Malgrado tutto non mi pentii di aver preferito il lazzaretto alla feluca, e, come un nuovo Robinson, mi disposi ad arrangiarmi per i miei ventun giorni come avrei fatto per una intiera vita. Innanzitutto mi divertii a dar la caccia alle pulci che m'ero buscate nella feluca. Quando, a forza di cambiar biancheria e vestiti, mi fui finalmente ripulito, passai all'arredamento della stanza che mi ero scelto. Con abiti e camicie misi insieme un buon materasso, le lenzuola con parecchi asciugamani che cucii, una coperta con la mia veste da camera, un cuscino col mio mantello arrotolato. Con un baule piazzato di piatto mi feci lo sgabello, con l'altro messo di fianco il tavolo. Tirai fuori carta, calamaio, sistemai a biblioteca una dozzina di libri che avevo. Mi arrangiai, in breve, tanto bene che, eccettuate tende e finestre, stavo quasi così comodo in quel lazzaretto assolutamente spoglio come al mio gioco della Palla nella rue Verdelet. I miei pasti venivano serviti con gran pompa; due granatieri, le baionette in canna, li scortavano; la scala era la mia sala da pranzo, il pianerottolo mi fungeva da tavola, lo scalino inferiore da sedia, e quando il mio pranzo era servito, suonavano, ritirandosi, una campanella, per avvertirmi di mettermi a tavola. Fra un pasto e l'altro, quando non leggevo né scrivevo, o non lavoravo al mio arredamento, andavo a passeggiare nel cimitero dei protestanti, che mi serviva da cortile, di dove salivo in una lanterna affacciata sul porto, dalla quale potevo osservare il via vai delle navi. Trascorsi così quattordici giorni, e vi avrei passato l'intiera ventina senza mai annoiarmi se il signor di Jonville, inviato di Francia, al quale feci pervenire una lettera acetata, profumata e strinata, non avesse fatto abbreviare di otto giorni la mia quarantena: andai a trascorrerli in casa sua e trovai migliore, lo confesso, la sua ospitalità del lazzaretto. Mi colmò di gentilezze. Dupont, il suo segretario, era un buon ragazzo, che mi condusse, sia a Genova sia in campagna, in numerose case dove ci si divertiva parecchio, e allacciai con lui un'amicizia e una corrispondenza che intrattenemmo a lungo. Proseguii piacevolmente il mio viaggio attraverso la Lombardia. Visitai Milano, Verona, Brescia, Padova, e finalmente raggiunsi Venezia, atteso con impazienza dal signor ambasciatore.

Trovai mucchi di dispacci, sia della Corte che di altri ambasciatori, di cui egli non era riuscito a leggere i passi cifrati, pur disponendo di tutti i cifrari occorrenti. Non avendo mai lavorato in alcun ufficio, e in vita mia veduto un cifrario di ministro, all'inizio temetti di trovarmi nei guai; ma scopersi che non c'è nulla di più semplice, e in meno di otto giorni decifrai ogni cosa, e non ne valeva assolutamente la pena, perché, a parte che l'ambasciata di Venezia è sempre abbastanza oziosa, non era a un uomo simile che si sarebbe affidato volentieri il minimo negoziato. Si era trovato in difficoltà grosse sino al mio arrivo, non sapendo né dettare né scrivere decentemente. Gli ero molto utile; lo capiva, e mi trattò con riguardo. Un altro motivo ve lo spingeva. Dopo il congedo del signor di Froulay, suo predecessore, la cui testa s'era dissestata, il console di Francia signor Le Blond, era stato incaricato degli affari dell'ambasciata, e dopo l'arrivo del signor di Montaigu, seguitò a condurli sinché questi non fu messo al corrente. Il signor di Montaigu, geloso che un altro gli soffiasse il mestiere, pur essendone egli stesso incapace, prese in odio il console, e appena arrivato io, gli tolse le funzioni di segretario d'ambasciata per affidarle a me. Esse erano inseparabili dal titolo; mi disse di assumerlo. Sinché rimasi presso di lui, non mandò con questo titolo mai altri che me al Senato e al suo conferente; e in fondo era naturalissimo che preferisse avere per segretario d'ambasciata una sua creatura, piuttosto che un console o un comune impiegato nominato dalla Corte.

Tutto ciò rese la mia situazione abbastanza piacevole, e impedì ai suoi gentiluomini, che erano italiani, come ai suoi paggi e alla maggior parte del suo seguito, di contendermi il primato nella casa. Mi giovai con successo dell'autorità che ne derivava per mantenere il suo diritto di extraterritorialità, ossia la franchigia del suo quartiere contro i tentativi più volte compiuti per violarla, e ai quali i suoi ufficiali veneziani non si curavano di opporsi. Ma non tollerai neppure che vi riparassero banditi, pur se sarebbe potuto venirmene qualche profitto, di cui Sua Eccellenza non avrebbe disdegnato la sua quota.

Egli osò reclamarla persino sui diritti di segretariato definiti di a cancelleria». Si era in guerra; nondimeno si seguitava a rilasciare passaporti. Ogni passaporto comportava il versamento di uno zecchino al segretario che lo compilava e lo controfirmava. Tutti i miei predecessori si erano fatti pagare senza eccezioni quello zecchino, tanto dai francesi che dagli stranieri. Io trovai l'uso ingiusto; e, pur non essendo francese, lo abrogai per i francesi; ma esigevo il mio diritto a tutti gli altri con tale rigore, che il marchese Scotti, fratello del favorito della regina di Spagna, avendomi fatto chiedere un passaporto senza inviarmi lo zecchino, ne subì il mio reclamo, audacia che il vendicativo italiano non dimenticò mai. Non appena si seppe della riforma da me introdotta sulla tassa dei passaporti, non si presentarono più a chiederli che turbe di sedicenti francesi, che con abominevoli favelle si dicevano uno provenzale, l'altro piccardo, il terzo borgognone. Siccome ho l'orecchio alquanto fino, non feci l'allocco, e dubito che un solo italiano mi abbia soffiato il mio zecchino e che un solo francese l'abbia mai sborsato. Ebbi la dabbenaggine di riferire al signor di Montaigu, che non sapeva nulla di nulla, quanto avevo fatto. Quella parola a zecchino» gli fece aprire le orecchie, e senza dirmi la sua opinione sulla tassa abrogata a favore dei francesi, pretese che spartissi i conti con lui sulle altre, promettendomi profitti equivalenti. Più indignato da quella bassezza che mosso dal mio personale interesse, respinsi sdegnosamente la sua proposta; egli insisteva e io sbottai: «No, signore,» dissi con tono veemente, «Vostra Eccellenza si tenga quanto le tocca e mi lasci quanto mi spetta. Non le cederò mai un soldo.» Constatando che per quella strada non muoveva un passo, ne imboccò un'altra, e non si peritò di dirmi che, riscuotendo io i profitti della cancelleria, era giusto che ne sostenessi le spese. Non volli cavillare su tale articolo, e da quel momento ho fornito col mio denaro inchiostro, carta, ceralacca, candele, nastri, e persino il sigillo, che feci rifare, senza che egli me ne abbia mai rimborsato un centesimo. La cosa non mi impedì di spartire una piccola parte dei profitti dei passaporti con l'abate di Binis, buon ragazzo, ben lontano dal volere nulla di simile. Se era compiacente con me, io non ero meno onesto con lui, e abbiamo vissuto bene insieme.

Riguardo al mio compito, lo trovai meno arduo di quanto avessi temuto per un uomo privo di esperienza com'ero, al fianco di un ambasciatore che non ne possedeva di più, e la cui ignoranza e cocciutaggine contrariavano per giunta, come se ci provasse gusto, tutto ciò che il buon senso e qualche nozione m'ispiravano di utile per il suo servizio e per quello del re. La sua più ragionevole iniziativa fu di allearsi con il marchese Mari, ambasciatore di Spagna, uomo accorto e sottile, che l'avrebbe menato per il naso solo a volerlo, ma che, data l'unità d'interessi delle due corone, lo consigliava abitualmente piuttosto bene, se l'altro non avesse sprecato i suoi consigli infilandovi sempre qualcosa di suo nell'eseguirli. L'unica cosa che dovessero fare di concerto era di impegnare i veneziani a mantenere la neutralità. Essi non mancavano di protestare la loro fedeltà nell'osservarla mentre rifornivano pubblicamente di munizioni le truppe austriache, e persino di reclute, col pretesto della diserzione. Il signor di Montaigu, che credo volesse piacere alla Repubblica, non mancava però di farmi trasmettere, nonostante le mie rimostranze, assicurazioni in tutti i suoi dispacci che mai essa avrebbe infranto la neutralità. La cocciutaggine e la stupidità di quel pover'uomo mi obbligavano a scrivere e a commettere ogni momento stravaganze delle quali ero pur costretto ad essere l'esecutore, giacché lo pretendeva, ma che a volte mi rendevano il mio mestiere insopportabile, e persino quasi impraticabile. Voleva assolutamente, per esempio, che la maggior parte dei suoi dispacci al re e al ministro fosse in cifra, benché né gli uni né gli altri non contenessero assolutamente nulla che esigesse tanta precauzione. Gli feci presente che, fra il venerdì, quando arrivavano i dispacci della Corte, e il sabato, quando partivano i nostri, non c'era tempo sufficiente per sprecarlo in tante cifre e nell'abbondante corrispondenza di cui ero incaricato per lo stesso corriere. Egli vi scovò un espediente mirabile, e fu di redarre al giovedì la risposta ai dispacci che dovevano arrivare l'indomani. Quell'idea gli parve anche così ben azzeccata, qualsiasi obiezione gli muovessi sull'impossibilità, sull'assurdità di eseguirla, che bisognò adeguarvisi; e per tutto il periodo che trascorsi con lui, dopo aver preso nota di qualche parola gettatami a volo durante la settimana, e di qualche triviale notiziola che andavo schiumando qua e là, munito di questi soli materiali, non mancavo mai il giovedì mattina di portargli la minuta dei dispacci che dovevano partire il sabato, salvo alcune aggiunte o correzioni che io apportavo di volo sulla base di quelli in arrivo il venerdì, e ai quali i nostri servivano da risposta. Egli aveva un altro ticchio alquanto ameno, che conferiva alla sua corrispondenza una comicità difficilmente immaginabile: quello di rinviare ogni notizia alla sua fonte, anziché farle seguire il suo corso. Al signor Amelot riferiva le notizie di Corte, al signor di Maurepas quelle di Parigi, al signor d'Havrincourt quelle della Svezia, al signor di La Chétardie quelle di Pietroburgo, e qualche volta inviava a tutti quelle di sua competenza, e che io acconciavo in termini un po' diversi. Siccome di tutto quanto gli portavo alla firma non scorreva che i dispacci alla Corte e firmava senza leggerli quelli agli altri ambasciatori, ero un po' più libero di aggiustare questi ultimi a modo mio, e cercavo almeno di incrociare le notizie. Ma mi riuscì impossibile dare forma ragionevole ai dispacci essenziali: ben felice quando non lo coglieva l'estro di introdurvi inopinatamente qualche riga di sua produzione, che mi costringeva a ricopiare in tutta fretta il dispaccio adornato di quella nuova impertinenza, alla quale bisognava dar l'onore della cifra, senza di che non l'avrebbe firmata. Venti volte fui tentato, per amore della sua gloria, di cifrare qualcosa di diverso da quanto aveva detto; ma consapevole che nulla poteva autorizzare una simile infedeltà lo lasciavo delirare a suo rischio, soddisfatto di parlargli con franchezza, e di adempiere a mio rischio agli obblighi dovuti.

È quanto sempre feci con una rettitudine, uno zelo e un coraggio che meritavano da parte sua una ricompensa diversa da quella in conclusione ricevuta. Era tempo che io fossi infine quale mi avevano fatto il cielo, dotandomi di una felice natura, l'educazione ricevuta dalla migliore delle donne e quella che mi ero io stesso procurato; e lo fui. Lasciato a me solo, senza amici, senza consigli, senza esperienza, in un paese straniero, al servizio di una nazione straniera, in mezzo a una folla di furfanti che, per interesse personale o per toglier di mezzo lo scandalo del buon esempio mi incitavano a imitarli, anziché seguire la corrente servii bene la Francia, cui nulla dovevo, e ancor meglio l'ambasciatore, com'era giusto, per tutto quanto dipese da me. Irreprensibile in un posto tanto in vista, meritavo, e ottenni, la stima della Repubblica, quella di tutti gli ambasciatori con cui eravamo in corrispondenza, e l'affetto di tutti i francesi residenti a Venezia, non escluso lo stesso console, che sostituivo a malincuore in funzioni che sapevo spettargli, e che mi procuravano più fastidi che piacere. |[continua]|

|[LIBRO SETTIMO, 2]|

Il signor di Montaigu, abbandonandosi senza riserve alla mercé del marchese Mari, che non entrava nel novero dei suoi doveri, li trascurava a tal punto che, senza di me, i francesi che abitavano a Venezia non si sarebbero accorti dell'esistenza di un ambasciatore del loro paese. Insistendo a rimandarli senza volerli ascoltare quando avevano bisogno della sua protezione, egli ne suscitò il disgusto, e non se ne vedeva più uno né al suo seguito né alla sua tavola, dove non li invitò mai. Feci spesso di testa mia quanto egli avrebbe dovuto fare: resi ai francesi che si erano rivolti a lui o a me tutti i servigi in mio potere. In ogni altro paese avrei fatto di più; ma, non potendo incontrare nessun personaggio in carica a causa della mia, ero costretto a ricorrere sovente al console, e questi, risiedendo nel paese dove aveva famiglia, doveva rispettare convenienze che gli impedivano di fare quanto avrebbe voluto. A volte, però, vedendolo cedere senza ardire una parola, mi avventurai in passi azzardati, parecchi dei quali riusciti. Me ne rammento uno il cui ricordo ancora mi fa ridere. Non si immaginerebbe mai che gli amatori di teatro parigini mi siano debitori di Corallina e di sua sorella Camilla: eppure nulla è più vero. Veronese, loro padre, s'era scritturato, con i suoi figli, per la compagnia italiana; e ricevuti duemila franchi per il viaggio, anziché partire, s'era piazzato tranquillo a Venezia nel teatro di San Luca, dove Corallina, pur bambina com'era, attirava molta gente. Il duca di Gesvres, come primo gentiluomo di camera, scrisse all'ambasciatore per reclamare il padre e la figlia. Il signor di Montaigu, passandomi la lettera, mi disse come tutta indicazione: «Date un'occhiata.» Mi recai dal signor Le Blond, pregandolo di parlare al patrizio cui apparteneva il teatro di San Luca, e che era, credo, un Giustiniani, affinché liquidasse Veronese, che era stato ingaggiato al servizio del re. Le Blond, che non si curava troppo della commissione, la condusse male. Giustiniani menò il can per l'aia, e Veronese non fu affatto licenziato. Il fatto mi bruciava. S'era in carnevale. Indossate bautta e maschera mi feci condurre a palazzo Giustiniani. Quanti videro entrare la mia gondola con la livrea dell'ambasciatore rimasero colpiti; Venezia non aveva mai visto nulla di simile. Entro, mi faccio annunciare sotto il nome di «una siora maschera». Non appena introdotto, tolgo la maschera e mi presento. Il senatore impallidisce e resta stupefatto. «Signore,» gli dico in veneziano, «reco a malincuore il disturbo della mia visita a Vostra Eccellenza; ma avete al vostro Teatro di San Luca un uomo di nome Veronese che è ingaggiato al servizio del re, e che vi è stato inutilmente richiesto. Vengo a reclamarlo in nome di Sua Maestà.» La mia breve arringa ebbe il suo effetto. Ero appena uscito che il mio uomo corse a render conto della sua avventura agli Inquisitori di Stato, che gli dettero una lavata di capo. Veronese venne congedato il giorno stesso. Gli feci dire che se non partiva entro otto giorni l'avrei fatto arrestare; e partì.

In un'altra occasione trassi dai pasticci il capitano di una nave mercantile, da me solo, e senza quasi l'aiuto di nessuno. Si chiamava capitano Olivet, di Marsiglia; ho dimenticato il nome della nave. Il suo equipaggio aveva attaccato briga con alcuni Schiavoni al servizio della Repubblica: s'era ricorso a vie di fatto, e la nave era stata posta sotto fermo con tale severità, che nessuno, tranne il solo capitano, vi poteva abbordare o scenderne senza permesso. Egli ricorse all'ambasciatore, che lo spedì a spasso; si rivolse al console, il quale gli disse che, non trattandosi d'una questione commerciale, non poteva immischiarsene; non sapendo più cosa fare, ritornò da me. Feci presente al signor di Montaigu che doveva permettermi di inoltrare al Senato una memoria sull'accaduto; non ricordo se acconsentì e se presentai la memoria; ma ricordo perfettamente come, non approdando a nulla le mie manovre, e perdurando l'embargo, presi una risoluzione che andò a segno. Inserii la relazione della faccenda in un dispaccio destinato al signor di Maurepas, e faticai parecchio a convincere il signor di Montaigu a lasciarla passare. Sapevo che i nostri dispacci, quantunque non ne valesse la pena, a Venezia venivano aperti. Ne avevo la prova negli articoli che ritrovavo parola per parola nella gazzetta: infedeltà di cui invano avevo voluto convincere l'ambasciatore a recriminare. La mia mira, riferendo questa vessazione nel dispaccio, era di trar partito dalla curiosità dei Veneziani per intimorirli e obbligarli a liberare la nave; giacché, se fosse occorso attendere per questo la risposta della Corte, il capitano si sarebbe trovato sul lastrico prima che giungesse. Feci di più, mi recai alla nave per interrogare l'equipaggio. Portai con me l'abate Patizel, cancelliere del consolato, che mi seguì a malincuore, tanto tutti quei meschinetti temevano di dispiacere al Senato. Non potendo salire a bordo a causa del divieto, restai nella mia gondola, e lì redassi il mio verbale, interrogando a piena voce e successivamente tutti i membri dell'equipaggio e formulando le mie domande in modo da ottenerne risposte vantaggiose per loro. Volli costringere Patizel a condurre lui stesso interrogatori e verbale, compito in effetti più suo che mio. Non ci fu verso, non disse una parola, e a stento accettò di firmare il verbale dopo di me. Questo passo un po' arrischiato ebbe però un esito felice, e la nave venne liberata assai prima della risposta del ministro. Il capitano volle farmi un regalo. Senza offendermene, gli dissi battendogli la spalla: «capitano Olivet, credi davvero che l'uomo capace di esentare i francesi da un diritto di passaporto che trova già istituito, possa vender loro la protezione del re? , Volle almeno offrirmi un pranzo a bordo, che accettai, e al quale portai il segretario dell'Ambasciata di Spagna, Carrio, uomo intelligente e amabilissimo, che fu poi segretario d'Ambasciata a Parigi e incaricato d'affari, e col quale avevo stretto intima amicizia, sull'esempio dei rispettivi ambasciatori.

Felice se, quando facevo col più perfetto disinteresse tutto il bene che potevo, avevo saputo porre sufficiente ordine e attenzione in tutti quei minuti dettagli da non venire gabbato a servire gli altri a mie spese! Ma nei posti come quello che occupavo, dove i minimi errori non mancano di sortire conseguenze, prestavo tutta la mia attenzione per non commetterne contro il mio servizio; fui sino alla fine di un estremo ordine e d'una perfetta esattezza in tutto ciò che riguardava il mio dovere essenziale. Tranne qualche svista cui una forzata precipitazione m'indusse nel cifrare dispacci, della quale gli impiegati del signor Amelot si lagnarono una volta, né l'ambasciatore né altri ebbero mai a rimproverarmi la minima negligenza in alcuna delle mie funzioni, cosa notevole per un uomo abbastanza negligente e stordito come me; ma difettavo a volte di memoria e di cura nei minuti affari di cui mi occupavo, e l'amore per la giustizia mi ha sempre indotto a sopportarne spontaneamente le conseguenze prima che qualcuno pensasse a lamentarsi. Ne citerò un solo esempio, che si collega alla mia partenza da Venezia, e di cui ho avvertito il contraccolpo in seguito, a Parigi.

Il nostro cuoco, Rousselot, aveva portato dalla Francia una vecchia obbligazione di duecento franchi che un parrucchiere suo amico aveva ricevuto da un nobile veneziano Zanetto Nani, per forniture di parrucche. Rousselot mi portò quel documento, pregandomi di tentare un accomodamento per recuperare qualcosa. Sapevo, e anche lui sapeva, che costume costante dei nobili veneziani è di non pagare mai, tornati in patria, i debiti contratti in paesi stranieri; quando li si vuole costringere spossano in tali lungaggini e spese lo sventurato creditore da nausearlo, e indurlo a rinunciare del tutto o a contentarsi di quasi nulla. Pregai il signor Le Blond di parlare a Zanetto; questi convenne sul documento, non sul pagamento. A forza di discussioni, promise tre zecchini. Quando Le Blond gli portò l'obbligazione, i tre zecchini non erano pronti; bisognò aspettare. Durante questa attesa, sopravvenne la mia lite con l'ambasciatore e il mio esodo dalla sua casa. Lasciai le carte dell'ambasciata nell'ordine più perfetto, ma l'obbligazione di Rousselot era scomparsa. Il signor Le Blond mi giurò di avermela riconsegnata; ne conoscevo troppo la lealtà per dubitarne, ma non mi riuscì di ricordare che cosa fosse avvenuto di quella carta. Siccome Zanetto aveva riconosciuto il debito, pregai il signor Le Blond di tentare la riscossione dei tre zecchini su quietanza, o di costringerlo a firmare un duplicato dell'obbligazione. Zanetto, sapendo che il documento s'era perso, rifiutò entrambe le soluzioni. Offrii a Rousselot i tre zecchini di tasca mia, come risarcimento. Rifiutò, dicendomi che mi sarei accordato a Parigi col creditore, di cui mi fornì l'indirizzo. Il parrucchiere, sapendo quant'era accaduto, pretese la sua obbligazione o l'intera cifra. Che cosa non avrei dato, nella mia indignazione, per ritrovare quella maledetta carta! Pagai i duecento franchi, e questo nelle più gravi strettezze. Ecco come la perdita dell'obbligazione valse al creditore il pagamento dell'intiera somma, mentre se, per sua disgrazia, il documento si fosse ritrovato, difficilmente ne avrebbe tratto i dieci scudi promessi da Sua Eccellenza Zanetto Nani.

L'inclinazione che credetti di scoprirmi per quell'ufficio me lo fece espletare con passione, e a parte la compagnia del mio amico Carrio, quella del virtuoso Altuna, di cui dovrò presto parlare, a parte gli innocentissimi svaghi di piazza San Marco, il teatro, e alcune visite che facevamo quasi sempre insieme, feci dei miei doveri i miei soli piaceri. Benché il mio lavoro non fosse troppo gravoso, soprattutto grazie all'aiuto dell'abate di Binis, siccome la corrispondenza era vastissima e s'era in tempo di guerra, non mancavo d'essere ragionevolmente occupato. Lavoravo ogni giorno buona parte della mattinata, e i giorni di corriere a volte sino a mezzanotte. Dedicavo il resto del tempo allo studio del mestiere che avevo intrapreso, e nel quale confidavo, grazie al successo iniziale, di essere poi più vantaggiosamente impegnato. Non correva sul mio conto, in realtà, che una voce concorde, a cominciare dall'ambasciatore che si compiaceva altamente dei miei servigi, che non se ne lagnò mai, e al quale tutto il furore venne soltanto in seguito, quando, essendomi lamentato invano io stesso, pretesi infine il mio congedo. Gli ambasciatori e i ministri del re, con i quali eravamo in corrispondenza, gli rivolgevano, sui meriti del suo segretario, complimenti che avrebbero dovuto lusingarlo, e che, nella sua mente perfida, produssero un effetto tutto contrario. Ne ricevette uno soprattutto, in una circostanza essenziale, che mai mi perdonò. La cosa merita una spiegazione.

Egli riusciva così poco a scomodarsi, che persino il sabato, giorno di quasi tutti i corrieri, non voleva attendere per uscire che il lavoro fosse ultimato; e spronandomi senza tregua a sbrigare i dispacci del re e dei ministri, li firmava di volo e poi correva non so dove, lasciando la maggior parte delle altre lettere senza firma, e obbligandomi così, quando non si trattava che di notizie, a trasformarle in bollettini; ma quando si trattava di affari connessi al servizio del re, bisognava pure che qualcuno firmasse, e firmavo io. Così feci per una comunicazione importante appena ricevuta dal signor Vincent, incaricato d'affari del re a Vienna. Era al tempo in cui il principe di Lobkowitz marciava su Napoli, e il conte di Gages compì quella memorabile ritirata, la più bella manovra di guerra di tutto il secolo, e di cui l'Europa ha parlato troppo poco. La comunicazione avvertiva che un personaggio, del quale il signor Vincent ci segnalava i connotati, stava partendo da Vienna e doveva passare da Venezia, diretto clandestinamente in Abruzzo con l'incarico di sollevarvi la popolazione all'avvicinarsi degli Austriaci, In assenza del conte di Montaigu, che non si curava di nulla, trasmisi l'informazione al marchese de l'Hopital così tempestivamente che forse è a questo povero Jean-Jacques tanto deriso che la casa di Borbone deve la conservazione del regno di Napoli.

Il marchese de l'Hopital, nel ringraziare il suo collega, com'era giusto, gli parlò del suo segretario e del servigio che questi aveva appena reso alla causa comune. Il conte di Montaigu, che doveva rimproverarsi la propria negligenza in quell'affare, credette di ravvisare nel complimento un rimprovero, e me ne parlò con malumore. Avevo avuto occasione di corrispondere col conte di Castellane, ambasciatore a Costantinopoli, secondo la medesima procedura usata col marchese de l'Hopital, pur in questione di minor peso. Siccome per Costantinopoli non esisteva altro sistema di posta che i corrieri inviati di tanto in tanto dal Senato al suo balì, si dava avviso della partenza dei corrieri all'ambasciatore di Francia, affinché potesse scrivere per quella via al suo collega, se lo riteneva opportuno. L'avviso arrivava di solito con un giorno o due d'anticipo: ma si curavano così poco del signor Montaigu, che si limitavano a mandare al suo ufficio, per la forma, un'ora o due prima della partenza del corriere cosa che più volte mi costrinse a preparare io il dispaccio in sua assenza. Il signor di Castellane, rispondendogli, mi menzionava in termini lusinghieri; altrettanto faceva da Genova il signor di Jonville; ed erano sempre nuovi motivi di risentimento.

Confesso che non mancavo occasione di farmi notare, ma non la cercavo a sproposito; e mi pareva giustissimo, servendo bene, aspirare al naturale premio dei buoni servigi, che è la stima di coloro che sono in grado di apprezzarli e di ricompensarli. Non dirò se la mia precisione nell'esercizio del mio ruolo era da parte dell'ambasciatore un motivo legittimo di lamentela, ma dirò che fu il solo da lui argomentato sino al giorno della nostra separazione.

La sua casa, che egli non aveva mai organizzata convenientemente, si riempiva di canaglie; i Francesi vi erano maltrattati, gli Italiani tendevano a dominarvi; e anche fra essi i buoni servitori, addetti all'ambasciata da lungo tempo, furono tutti indegnamente cacciati, fra gli altri il suo primo gentiluomo, al servizio in passato del conte di Froulay, e che si chiamava, se ben ricordo, conte Peati, o con un nome molto simile. Il secondo gentiluomo scelto dal signor di Montaigu era un bandito di Mantova, certo Domenico Vitali, al quale l'ambasciatore affidò la conduzione della casa, e che, a forza di melliflue blandizie e di basse spilorcerie ottenne la sua fiducia e ne divenne il favorito, con grave pregiudizio delle poche persone dabbene superstiti, e del segretario che era alla loro testa. L'occhio integro di un uomo onesto fa sempre paura ai bricconi. Non sarebbe occorso di più per farmi odiare da costui; ma quell'odio aveva anche un altro motivo, che lo rendeva ben più crudele. Bisogna far luce su tale motivo, affinché mi si possa condannare se ho torto.

L'ambasciatore disponeva, com'era in uso, di un palco in ciascuno dei cinque teatri cittadini. Ogni giorno, a pranzo, indicava il teatro dove la sera intendeva recarsi; io sceglievo dopo di lui, e i gentiluomini disponevano degli altri palchi. Uscendo, prendevo la chiave del palco che avevo scelto. Un giorno, in assenza di Vitali, incaricai il cameriere che mi serviva di portare la mia in una casa che gli indicai. Vitali, anziché mandarmi la chiave, disse che ne aveva disposto lui. Ne fui tanto più indignato in quanto il cameriere mi riferì l'esito della commissione alla presenza di tutti. La sera, Vitali volle dirmi qualche parola di scusa che io non accettai: «Domani, signore» gli dissi, «verrete a presentarmele alla tal ora nella casa dove ho ricevuto l'affronto e davanti alle persone che ne sono state testimoni, o il giorno dopo, qualsiasi cosa accada, vi garantisco che voi o io lasceremo questa casa.» Quel tono risoluto gli si impose. Venne a tempo e luogo a presentarmi pubbliche scuse con una bassezza degna di lui; ma prese con comodo le sue misure, e pur gratificandomi delle più smaccate riverenze, lavorò talmente all'italiana che, non potendo convincere l'ambasciatore a licenziarmi, pose me nella necessità di lasciare l'incarico.

Non era certo un miserabile come lui tipo da conoscermi intimamente; ma conosceva di me quanto bastava ai suoi disegni. Mi sapeva buono e dolce all'eccesso nel tollerare torti involontari, fiero e poco accomodante verso le offese premeditate, amante della decenza e della dignità ove era raccomandabile e non meno esigente per l'onore dovutomi di quanto ero attento a rendere quello che dovevo ad altri. Per questa via tentò e colse la mira di nausearmi. Mise la casa sottosopra; spazzò via quanto avevo cercato di mantenervi di regola, di obbedienza, di pulizia, di ordine. Una casa senza donna ha bisogno di una disciplina un po' severa perché vi regni la modestia inseparabile dalla dignità. Egli trasformò in breve la nostra in un luogo di crapula e di licenza, un ricettacolo di bricconi e di dissoluti. Al posto di quello fatto cacciare, diede a Sua Eccellenza per secondo gentiluomo un altro sfruttatore di donne par suo, tenutario di un bordello pubblico alla Croce di Malta; e questi due furfanti in perfetto accordo erano di un'indecenza pari all'improntitudine. Tranne la sola stanza dell'ambasciatore, che non era neppur quella troppo in ordine, non c'era un angolo nella casa che una persona onesta potesse sopportare.

Siccome Sua Eccellenza non cenava, i gentiluomini ed io avevamo la sera una tavola a parte, dove cenavano anche l'abate di Binis e i paggi. Nella più sordida bettola si è serviti con più pulizia, più decoro, con biancheria meno sudicia, e si mangia meglio. Ci davano una sola candeletta nerissima, piatti di stagno, posate di ferro. Passi ancora quanto si faceva in segreto; ma mi tolsero la mia gondola: unico fra tutti i segretari d'ambasciata, ero obbligato a noleggiarne una, o ad andare a piedi, e non disponevo più di servi in livrea di Sua Eccellenza fuor che quando andavo al Senato. D'altra parte, nulla di quanto accadeva lì dentro veniva ignorato in città. Tutti gli ufficiali dell'ambasciata strillavano come aquile. Domenico, causa esclusiva di tutto, strillava più degli altri, ben sapendo che l'indecenza del trattamento subito feriva me più d'ogni altro. Di tutta la casa io solo evitavo di parlarne in giro, ma mi lagnavo vivamente con l'ambasciatore, e del resto e di lui stesso che, segretamente aizzato dalla sua anima luciferina, mi usava ogni giorno qualche nuovo affronto. Costretto a spendere molto per tenermi al livello dei miei colleghi e del posto che occupavo, non riuscivo a strappare un soldo del mio stipendio, e quando gli domandavo denaro, mi parlava della sua stima e della sua fiducia, come se queste avessero potuto empirmi la borsa e bastare a tutto.

Quei due banditi finirono col far perdere del tutto la testa al loro padrone, che già non l'aveva troppo salda, e lo rovinarono col mercanteggiamento continuo d'affarucci sballati, che gli facevano apparire come colpi gobbi. Gli fecero affittare un palazzo sul Brenta al doppio del suo prezzo, di cui spartirono il profitto col proprietario. Gli appartamenti erano incrostati di mosaici e adorni di colonne e pilastri di splendidi marmi, alla moda del paese. Il signor di Montaigu fece superbamente mascherare il tutto con un rivestimento di abete, per il solo motivo che a Parigi gli appartamenti sono rivestiti così. Per una ragione analoga, unico fra gli ambasciatori di Venezia, tolse la spada ai suoi paggi e il bastone ai servitori. Ecco qual era l'uomo che, forse per il medesimo motivo, mi prese in odio, esclusivamente perché lo servivo fedelmente.

Sopportai pazientemente i suoi sdegni, la sua brutalità, i suoi maltrattamenti, sin tanto che, scorgendovi collera, non credetti di ravvisarvi l'odio: ma da quando riconobbi il disegno delineato di privarmi dell'onore che meritavo per il mio buon servizio, decisi di rinunciarvi. Il primo segno che ebbi della sua mala fede fu in occasione di un pranzo che doveva offrire al duca di Modena e alla sua famiglia, che si trovavano a Venezia, e per il quale mi notificò che non avrei avuto posto alla sua tavola. Gli risposi, offeso, ma senza irritarmi, che avendo l'onore di pranzarvi ogni giorno, se il signor duca di Modena esigeva che me ne astenessi al suo arrivo, spettava alla dignità di Sua Eccellenza e alla mia non consentirvi. «Come!» disse impetuosamente, «il mio segretario, che non è nemmeno gentiluomo, pretende di pranzare con un sovrano, quando i miei gentiluomini non vi pranzano?» «a Sì, signore,» replicai, «il posto di cui Vostra Eccellenza mi ha onorato mi nobilita tanto, sinché lo occupo, che ho persino la precedenza sui vostri gentiluomini, o sedicenti tali, e sono ammesso dove essi non lo possono. Voi non ignorate che, il giorno in cui farete il vostro pubblico ingresso, io sono chiamato dall'etichetta, e da un'usanza immemorabile, a seguirvi in abito da cerimonia e all'onore di pranzare con voi a Palazzo Ducale; e non vedo perché un uomo che può e deve pranzare pubblicamente con il doge e il Senato di Venezia non potrebbe pranzare in privato con il duca di Modena.» Benché l'argomento fosse inconfutabile, l'ambasciatore non si arrese: ma non ebbimo occasione di riaccendere la disputa, non essendo il duca di Modena venuto a pranzo in casa sua.

Da quel momento l'ambasciatore non smise più di contrariarmi, di infliggermi soprusi, sforzandosi di togliermi i piccoli privilegi legati al mio ruolo per trasferirli al suo diletto Vitali; e sono certo che se avesse potuto mandarlo al Senato in mia vece, l'avrebbe fatto. Si serviva ordinariamente dell'abate di Binis per scrivere nel suo studio le sue lettere private: si servì di lui per scrivere al signor di Maurepas una relazione sull'affare del capitano Olivet, nella quale anziché menzionare me che ero stato il solo ad occuparmene, mi tolse persino l'onore del verbale, di cui inviava una copia, per attribuirlo a Patizel, che non aveva neppure fiatato. Intendeva mortificarmi e compiacere il suo favorito; ma non disfarsi di me. Capiva che non gli sarebbe stato tanto facile trovarmi un successore com'era riuscito al signor di Follau, che l'aveva già fatto conoscere. Gli occorreva assolutamente un segretario che sapesse l'italiano, per via delle risposte al Senato; che stilasse tutti i suoi dispacci e governasse tutti i suoi affari, senza che egli si occupasse di nulla; che unisse al merito di servirlo bene la bassezza d'esser compiacente con quei facchini dei suoi signori gentiluomini. Voleva dunque conservarmi e domarmi, tenendomi lontano dal mio paese e dal suo, senza denaro per ritornarvi: ci sarebbe forse riuscito, se avesse agito con moderazione; ma Vitali, che aveva mire diverse, e voleva costringermi a prendere la mia decisione, ne venne a capo. Come mi accorsi che ci rimettevo tutte le mie fatiche, che l'ambasciatore ribaltava in crimini i miei servizi anziché mostrarsene grato, che non avevo più nulla da sperare da lui se non dispiaceri in casa e ingiustizia fuori, e che nel generale discredito in cui era caduto i suoi cattivi uffici potevano nuocermi senza che i buoni potessero giovarmi, presi il mio partito e gli presentai le mie dimissioni, concedendogli il tempo di procurarsi un segretario. Senza dirmi né sì né no, continuò come sempre. Vedendo che niente migliorava e che non curava di cercare nessuno, scrissi a suo fratello, e chiarendogli minutamente le mie ragioni, lo pregai di ottenere le mie dimissioni da Sua Eccellenza, aggiungendo che in un modo o nell'altro mi risultava impossibile restare. Attesi a lungo e non ottenni risposta. Cominciavo a trovarmi in grave imbarazzo, ma l'ambasciatore ricevette finalmente una lettera da suo fratello. Doveva essere vivace, giacché, pur soggetto a collere ferocissime, non gliene vidi mai una simile. Dopo torrenti di ingiurie abominevoli, non sapendo più cosa dire, mi accusò di aver venduto i suoi cifrari. Mi misi a ridere e gli chiesi in tono sarcastico se credeva che in tutta Venezia esistesse un uomo tanto sciocco da spendervi uno scudo. La risposta lo fece schiumare di rabbia. Fece l'atto di chiamare i suoi servi per farmi, disse, buttare dalla finestra. Fin lì ero stato calmissimo; ma a quella minaccia collera e indignazione mi travolsero a mia volta. Mi precipitai verso la porta; e dopo aver tirato un chiavistello che la chiudeva all'interno: «No, signor conte,» gli dissi tornando verso di lui con passo pesante, «i vostri servi non s'impicceranno di questa faccenda, rassegnatevi a che si decida fra noi due.» Il mio contegno, la mia espressione, lo calmarono all'istante: sorpresa e paura gli si stamparono in viso. Quando lo vidi abbandonare le sue furie, gli diedi il mio addio in due parole; poi, senza aspettare risposta, andai a riaprire la porta, uscii e attraversai lentamente l'anticamera, in mezzo ai suoi servi che, come sempre, si alzarono al mio passaggio e che, suppongo, avrebbero più volentieri dato man forte a me contro di lui che viceversa. Senza risalire in camera mia, discesi tutto di seguito la scalinata e uscii sui due piedi dal palazzo per non tornarvi mai più.

Andai difilato dal signor Le Blond a raccontargli l'avventura. Ne fu poco stupito: conosceva l'uomo. Mi trattenne a pranzo. Quel pranzo, pur improvvisato, fu splendido. Tutti i francesi di prestigio che si trovavano a Venezia ci vennero. L'ambasciatore non vide un cane. Il console riferì il mio caso ai presenti. A quel racconto, non si udì che un grido unanime, e non certo a favore di Sua Eccellenza. Questi non aveva saldato il mio conto, non mi aveva scucito un soldo, e ridotto per tutta risorsa ai pochi luigi che avevo in tasca, mi trovavo nei guai per il mio ritorno. Tutte le borse mi vennero aperte. Presi una ventina di zecchini da quella del signor Le Blond, altrettanti da quella del signor di Saint-Cyr, con il quale, dopo di lui, avevo maggior confidenza; ringraziai tutti gli altri e in attesa di partire andai ad alloggiare in casa del cancelliere del consolato, per ben dimostrare al pubblico che la nazione non era complice delle ingiustizie dell'ambasciatore. Questi, furioso di vedermi festeggiato nella mia disgrazia, mentre lui, pur essendo l'ambasciatore, veniva negletto, perse del tutto la testa, e si comportò come un forsennato. Si abbassò fino a presentare una memoria al Senato per farmi arrestare. Avvertito dall'abate di Binis, decisi di trattenermi quindici giorni ancora, anziché partire due giorni dopo come avevo progettato. La mia condotta era stata vagliata e approvata; ero universalmente stimato. La Signoria non si degnò neppure di rispondere alla stravagante memoria dell'ambasciatore, e tramite il console mi fece sapere che potevo restare a Venezia quanto mi fosse garbato, senza preoccuparmi delle smanie di un folle. Seguitai a vedere i miei amici: andai a congedarmi dal signor ambasciatore di Spagna, il quale mi fece ottima accoglienza, e andai pure dal conte Finocchietti, ministro di Napoli, che non trovai in casa ma al quale scrissi, e che mi rispose con la lettera più cortese. Finalmente partii, senza lasciare, pur in tante strettezze, altri debiti tranne quelli menzionati e una cinquantina di scudi con un mercante di nome Morandi, che Carrio si incaricò di pagare, e che io non gli ho mai reso, pur essendoci riveduti spesso in seguito; ma quanto ai due prestiti di cui ho parlato, li rimborsai con perfetta esattezza non appena mi fu possibile.

Non abbandoniamo Venezia senza una parola sui celebri divertimenti di questa città, o almeno della minima porzione che ne assaporai durante il mio soggiorno. Si è visto quanto poco abbia gustato, nel corso della mia giovinezza, i piaceri di quell'età, o quelli almeno che così si definiscono. Non mutai gusti a Venezia; ma le mie occupazioni, che d'altro canto me l'avrebbero impedito, resero più stimolanti le semplici ricreazioni che mi concedevo. La prima e la più dolce era la compagnia delle persone di valore; i signori Le Blond, di Saint-Cyr, Carrio, Altuna, e un gentiluomo friulano di cui mi duole moltissimo d'aver dimenticato il nome, e non ravvivo senza emozione l'amabile ricordo: di tutti gli uomini che ho conosciuto in vita mia, era quello il cui cuore somigliava di più al mio. Eravamo intimi anche di due o tre inglesi ricchi di spirito e di cultura, come noi appassionati di musica. Tutti questi signori avevano le loro mogli, o amiche, o amanti; queste ultime quasi tutte ragazze d'ingegno, presso le quali si faceva musica o si danzava. Si giocava pure, ma assai poco; i gusti vivaci, le doti intellettuali, il teatro, ci rendevano insipido quello svago. Il gioco non è che la risorsa di chi si annoia. Avevo portato da Parigi il pregiudizio ivi imperante contro la musica italiana; ma dalla natura avevo anche avuto in dono quella sensibilità del gusto contro la quale i pregiudizi si spuntano. Ebbi in breve per quella musica la passione che essa ispira a chi è capace di giudicarla. Ascoltando alcune barcarole, compresi che sino allora non avevo mai sentito cantare, e ben presto mi invaghii talmente dell'opera, che annoiandomi di ciarlare, mangiare e giocare nei palchi quando non avrei desiderato che ascoltare, sfuggivo spesso alla compagnia per andarmene da un'altra parte. Là, tutto solo, chiuso nel mio palco, mi abbandonavo, malgrado la prolissità dello spettacolo, al piacere di goderne a mio agio e sino alla fine. Un giorno, al Teatro di San Crisostomo, mi addormentai, e ben più profondamente di quanto avrei fatto nel mio letto. Le arie chiassose e spumeggianti non valsero a destarmi. Ma chi potrebbe esprimere la deliziosa sensazione che suscitarono in me la dolce armonia e il canto angelico di quella che mi svegliò? Che risveglio, che rapimento, che estasi quando apersi nel medesimo istante occhi e orecchi! Sulle prime, mi credetti in paradiso. Quel brano incantevole, che ancora ricordo e non dimenticherò finché campo, cominciava così:

Conservami la bella

che sì m'accende il cor

Volli avere quel brano: lo ottenni, e l'ho conservato a lungo; ma non era sulla mia carta come nella mia memoria. Erano sì le stesse note, ma non la stessa cosa. Mai quell'aria divina potrà essere eseguita se non nella mia mente, come in realtà lo fu quel giorno che mi svegliò.

Una musica di mio gusto ben superiore a quella delle opere, e che non ha eguali in Italia né altrove, è quella delle scuole. Le scuole sono istituti di carità fondati per educare fanciulle prive di beni, e alle quali poi la Repubblica assegna la dote, per il matrimonio o per il chiostro. Fra i doni che si coltivano nelle fanciulle, la musica è al primo posto. Ogni domenica, nelle chiese di ciascuna di queste quattro scuole, si eseguono durante i vespri dei mottetti a pieno coro e a grande orchestra, composti e diretti dai più eminenti maestri d'Italia, eseguiti in tribune nascoste con grate esclusivamente da fanciulle, la più vecchia delle quali non ha vent'anni. Non conosco nulla di così voluttuoso, di così commovente come quella musica: le ricchezze dell'arte, il gusto squisito dei canti, la bellezza delle voci, l'esattezza dell'esecuzione, tutto in quei deliziosi concerti concorre a suscitare un'impressione non certo in armonia con la santità del luogo, ma di cui dubito che nessun cuore d'uomo sia al riparo. Carrio ed io non disertavamo mai quei vespri ai Mendicanti, e non eravamo i soli. La chiesa era sempre gremita di appassionati: gli stessi cantanti dell'Opera si formavano all'autentico gusto del canto su quegli eccellenti modelli. Ciò che mi angustiava erano quelle maledette grate, che lasciavano filtrare soltanto i suoni, e mi nascondevano gli angeli di cui essi erano degni. Non parlavo d'altro. Un giorno che ne discutevo in casa del signor Le Blond: «Se siete così curioso,» mi disse, «di vedere quelle fanciulle, è facile accontentarvi. Sono uno degli amministratori dell'istituto. Vi inviterò a merenda con loro.» Non gli detti pace sinché non mantenne la promessa. Entrando nella sala dove quelle beltà tanto desiderate erano rinchiuse, provai un fremito d'amore che mai avevo sentito. Il signor Le Blond mi presentò una dopo l'altra quelle celebri cantanti, di cui voce e nome era tutto ciò che conoscevo. «Venite, Sofia»... Era orribile. «Venite, Caterina»... Era guercia. «Venite, Bettina»... Il vaiolo l'aveva sfigurata. Quasi nessuna era immune da qualche rilevante imperfezione. Quel carnefice rideva della mia crudele delusione. Due o tre mi parvero, nondimeno, discrete: erano solo coriste. Mi sentivo costernato. Durante la merenda, le si stuzzicò; esse divennero allegre. La bruttezza non esclude le grazie; gliene scoprii. Mi dicevo: «Non si canta così senz'anima; esse ne hanno.» Alla fine il mio modo di vederle mutò tanto che uscii quasi innamorato di quegli sgorbi. Ardivo appena tornare ai loro vespri. Ebbi di che rassicurarmi. Seguitai a trovare i loro canti deliziosi, e le loro voci trasfiguravano talmente i loro volti che, sinché cantavano, mi ostinavo, a dispetto dei miei occhi, a vederle belle.

La musica in Italia costa così poco che non vale la pena di privarsene quando se ne ha la passione. Noleggiai un clavicembalo, e per un misero scudo avevo in casa mia quattro o cinque concertisti, con i quali una volta la settimana mi esercitavo ad eseguire i brani che più m'erano piaciuti all'Opéra. Feci provare anche alcune sinfonie delle mie Muse galanti. Sia che piacessero realmente, o che mi volessero adulare, il maestro dei balletti di San Giovanni Crisostomo me ne fece richiedere due, che ebbi il piacere di ascoltare nell'esecuzione di quella mirabile orchestra, e che vennero danzate da una piccola Bettina, graziosa e soprattutto amabile fanciulla, mantenuta da uno spagnolo amico nostro chiamato Faguaga, e in casa della quale andammo spesso a passare la sera.

Ma, a proposito di ragazze, non è certo in una città come Venezia che se ne fa astinenza: non avete niente, mi si potrebbe chiedere, da confessare a questo riguardo? Sì, ho qualcosa da dire in effetti, e mi accingo alla confessione con la stessa innocenza dimostrata in ogni altra.

Ho sempre provato un certo disgusto per le donne pubbliche, e a Venezia non avevo altro sotto mano, giacché l'accesso alla maggior parte delle case della città m'era precluso per via del mio impiego. Le figlie del signor Le Blond erano amabilissime, ma difficili da avvicinare, e stimavo troppo il padre e la madre per sognarmi soltanto di desiderarle. Avrei avuto maggior inclinazione per una giovane signorina di Cataneo, figlia dell'agente del re di Prussia: ma Carrio ne era innamorato, e si parlava persino di matrimonio. Egli era agiato, io non possedevo nulla; lui aveva uno stipendio di cento luigi, io di cento pistole; e a parte che non intendevo rivaleggiare con un amico, sapevo come ovunque, e a Venezia specialmente, con una borsa così sguarnita non si può mettersi a fare il galante. Non avevo perduto la funesta abitudine di ingannare i miei bisogni; troppo occupato per avvertire vivamente quelli che il clima accende, vissi circa un anno in quella città savio com'ero stato a Parigi, e ne sono ripartito dopo diciotto mesi senza essermi accostato a donne che due sole volte, nelle singolari circostanze che sto per narrare.

La prima me la procurò l'onesto gentiluomo Vitali, qualche tempo dopo le pubbliche scuse che l'obbligai a chiedermi in forma ufficiale. Si parlava a tavola dei divertimenti di Venezia. Quei signori mi rimproveravano la mia indifferenza per il più pepato di tutti, vantando la gentilezza delle cortigiane di Venezia, e dicendo che non ve n'erano di eguali al mondo. Domenico disse che dovevo conoscere la più amabile; che voleva condurmi da lei e che ne sarei rimasto contento. Mi misi a ridere di questa premurosa offerta; e il conte Piati, uomo già vecchio e venerabile, disse, con una franchezza che da un italiano non mi sarei aspettata, che mi reputava troppo accorto per lasciarmi condurre, dal mio nemico, presso donne di malaffare. Non ne avevo infatti né l'intenzione né la tentazione, e tuttavia, per una di quelle incoerenze che stento io stesso a capire, finii per lasciarmi irretire, contro la mia inclinazione, il mio cuore, la mia ragione, la mia stessa volontà, unicamente per debolezza, per vergogna di mostrare diffidenza, e, come si dice in quel paese, «per non parer troppo coglione». La «Padoana», dalla quale ci recammo, era d'aspetto graziosissimo, persino bella, ma non d'una bellezza di mio gusto. Domenico mi lasciò con lei; feci portare dei sorbetti, la feci cantare, e dopo una mezz'ora volli andarmene, lasciando sulla tavola un ducato; ma costei ebbe il singolare scrupolo di volerselo guadagnare a tutti i costi, ed io la singolare dabbenaggine di toglierle lo scrupolo. Tornai al palazzo talmente persuaso di essermi buscato una pepata, che, per prima cosa mandai a chiamare il chirurgo per chiedergli qualche tisana. Nulla può eguagliare l'angoscia che mi dominò per tre settimane, senza che nessun malessere reale, alcun sintomo concreto la giustificasse. Non potevo concepire che si potesse uscire incolumi dalle braccia della Padoana. Lo stesso chirurgo dovette farsi in quattro per rassicurarmi. Ci riuscì solo convincendomi che ero conformato in modo particolare talché non potevo facilmente contrarre contagi, e sebbene mi sia esposto forse meno d'ogni altro a questa esperienza, il fatto che la mia salute non abbia mai subito infortuni da questo lato, mi conferma che il chirurgo aveva ragione. Questa persuasione tuttavia non mi ha mai reso temerario, e, se davvero godo di quel privilegio naturale, posso dire di non averne abusato.

L'altra mia avventura, quantunque anch'essa con una prostituta, fu tutt'affatto diversa, sia per la sua origine che per i suoi effetti. Ho già detto che il capitano Olivet mi aveva offerto un pranzo a bordo della sua nave, e che vi avevo portato il segretario dell'ambasciata spagnola. Mi aspettavo il saluto col cannone. L'equipaggio ci accolse schierato; ma non una miccia ebbe fuoco, il che mi mortificò alquanto a causa di Carrio, che vidi un po' risentito; e in effetti sulle navi mercantili si concedeva il saluto col cannone a personaggi assai meno qualificati di noi. D'altronde, ritenevo d'essermi meritato qualche distinzione dal capitano. Non potei mascherare il disappunto, perché ciò mi è sempre impossibile; e benché il pranzo fosse eccellente e Olivet ne facesse perfettamente gli onori, sulle prime ero di pessimo umore, mangiavo poco e parlavo ancora meno. Al primo brindisi, almeno, mi aspettavo un applauso: nulla. Carrio, che mi leggeva nell'animo, rideva sentendomi borbottare come un bambino. A un terzo del pranzo vedo avvicinarsi una gondola. «In fede mia, signore,» mi disse il capitano, a in guardia: ecco il nemico.» Gli chiedo che cosa intenda risponde scherzando. La gondola abborda, e ne vedo uscire una giovane donna sfolgorante, vestita con squisita civetteria e scattante, che in tre salti fu nella cabina; e me la trovai seduta accanto prima che m'accorgessi del coperto apparecchiato per lei. Era deliziosa e viva insieme, una brunetta non più che ventenne. Parlava solo italiano; il suo accento bastava a farmi girare la testa. Mangiava, chiacchierava, e d'un tratto mi guarda, mi fissa un istante, poi esclamando: a Vergine santa! Ah, mio caro Bremond, da quanto tempo non ti vedo!» si lancia fra le mie braccia, incolla le sue labbra alle mie, e mi stringe sino a soffocarmi. I suoi grandi occhi neri all'orientale scoccavano nel mio cuore scintille di fuoco; e pur se lo stupore frappose sulle prime qualche diversione, la voluttà mi conquistò fulmineamente, al punto che, malgrado gli spettatori, la bella dovette ben presto frenarmi lei, giacché io ero ebbro o, piuttosto, furioso. Quando mi vide al punto che voleva, moderò le sue carezze, ma non la sua vivacità; e come le piacque di spiegarci la causa vera o falsa di tanta petulanza, ci disse che somigliavo come una goccia d'acqua al signor di Bremond, direttore delle dogane in Toscana; che lei era stata pazza di quel Bremond, che lo era tuttora, che lo aveva lasciato perché era una sciocca, che mi prendeva al posto suo, che voleva amarmi perché così le andava e per la stessa ragione dovevo amarla io finché mi andasse di farlo, e che quando mi avesse piantato avrei portato pazienza come già il suo diletto Bremond. Detto, fatto. Prese possesso di me come un uomo suo, mi affidava i suoi guanti, il suo ventaglio, la sua cintura, la sua cuffia; mi ordinava di andare qua o là, di fare questo o quello, e io obbedivo. Mi disse di licenziare la sua gondola, perché intendeva servirsi della mia, e così feci; mi disse di lasciare il mio posto a tavola e di pregare Carrio di accomodarvisi perché doveva parlargli e così feci. Conversarono a lungo insieme, sottovoce; io lasciai fare. Mi chiamò, tornai. «Senti, Zanetto» mi disse, «non voglio essere amata alla francese, e non ci sarebbe neanche gusto. Al primo accenno di noia, fila; ma non fermarti a mezzo, t'avverto.» Dopo pranzo andammo a visitare la vetreria di Murano. Ella comprò una quantità di gingilli, che ci lasciò pagare senza cerimonie; ma lei stessa prodigò dappertutto mance più consistenti di quanto avessimo speso noi. Dall'indifferenza con cui gettava il suo denaro e ci lasciava buttare il nostro, si capiva che per lei non aveva alcun valore. Pur facendosi pagare, credo, era per vanità più che per avarizia. Si gloriava del prezzo attribuito ai suoi favori.

La sera, l'accompagnammo a casa sua. Mentre si conversava, scorsi due pistole sulla sua toletta. «Ah! Ah!» feci prendendone una, «ecco una scatola da nèi di nuovo genere; potrei saperne l'uso? Vi conosco altre armi ben più efficaci di queste.» Dopo qualche scherzo nel medesimo tono, lei ci disse con un'ingenua fierezza che la rendeva ancor più incantevole: «Quando concedo qualche favore a persone che non amo, faccio loro pagare la noia che m'infliggono. Niente di più giusto: ma se tollero le loro carezze, non voglio tollerare i loro insulti, e non risparmierò il primo che mi offenderà.»

Lasciandola, avevo preso appuntamento per il giorno dopo. Non la feci aspettare. La trovai in vestito di confidenza, una vestaglia più che galante, come si usa nei paesi meridionali, e che non mi divertirò a descrivere, pur se la ricordo fin troppo bene. Dirò soltanto che polsi e scollo erano bordati da un filo di seta adorno di fiocchi rosa, e che mi parvero adatti ad animare bene una bella pelle. Constatai in seguito che era di moda a Venezia, e l'effetto è così incantevole che mi sorprende come questa moda non sia mai passata in Francia. Non immaginavo le voluttà che mi attendevano. Ho parlato della signora di Larnage, negli slanci che il suo ricordo mi riporta ancora; ma com'era vecchia, e brutta, e fredda in confronto alla mia Zulieta! Non tentate di raffigurarvi gli incanti e le grazie di quella fanciulla ammaliatrice, restereste troppo lontani dal vero. Le giovani vergini dei chiostri sono meno fresche, le beltà dei serragli meno vivaci, le urì del paradiso meno sensuali. Mai voluttà più sublime s'offerse al cuore e ai sensi di un mortale. Ah, l'avessi almeno saputa assaporare piena e intiera un solo istante!... La gustai, ma senza incanto. Soffocai ogni delizia, la uccisi come per piacere. No, la natura non mi ha fatto per godere. Ha insinuato nella mia mente malvagia il veleno contro quell'ineffabile felicità di cui ha fatto il mio cuore tanto avido.

Se una circostanza della mia vita dipinge fedelmente la mia natura, è quella che sto per raccontare. La forza con cui mi ricordo in questo momento il fine del mio libro mi farà disprezzare qui la falsa convenienza che mi impedirebbe di perseguirlo. Chiunque siate, voi che volete conoscere un uomo, osate leggere le due o tre pagine che seguono: vi conoscerete a fondo J.-J. Rousseau.

Entrai nella camera di una cortigiana come nel santuario dell'amore e della bellezza; credetti di scorgere la divinità nella sua persona. Non avrei mai creduto che, senza rispetto e senza stima, si potesse provare nulla di simile a quanto ella mi fece sentire. Appena ebbi conosciuto, nelle prime confidenze, il pregio dei suoi incanti e delle sue carezze, per paura di perderne in anticipo il frutto, volli affrettarmi a coglierlo. Di colpo, anziché fiamme che mi divorassero, avvertii un gelo mortale serpeggiare nelle mie vene, le gambe mi tremano, e sul punto di sentirmi male, mi siedo e piango come un bambino.

Chi potrebbe indovinare il motivo delle mie lagrime, e quanto mi passava per la testa in quel momento? Mi dicevo: «Questo oggetto di cui dispongo è il capolavoro della natura e dell'amore; lo spirito, il corpo, tutto vi è perfetto; ella è buona e generosa quanto è amabile e bella. I grandi, i principi, dovrebbero essere suoi schiavi; gli scettri dovrebbero essere ai suoi piedi. Eppure eccola qui, miserabile meretrice, alla mercé di chiunque; il capitano di una nave mercantile ne dispone a suo capriccio; lei corre a gettarsi nelle mie braccia, da me che sa privo di tutto, da me il cui solo merito, che lei non può conoscere, deve essere zero ai suoi occhi. Vi è qualcosa d'inconcepibile. O il mio cuore m'inganna, affascina i miei sensi e mi rende lo zimbello di un'indegna sgualdrina, oppure bisogna che qualche segreta mancanza a me ignota distrugga l'effetto dei suoi incanti e la renda odiosa a chi dovrebbe contendersela.» Mi misi a cercare il difetto con un singolare accanimento, e non mi passò neppure per la mente che un male venereo potesse averne parte. La freschezza delle sue carni, lo splendore dell'incarnato, il candore dei suoi denti, la dolcezza del suo alito, l'aria di nitore soffusa in tutta la sua persona, allontanava così perfettamente da me quel sospetto, che in dubbio ancora sul mio stato dopo la Padoana, mi facevo piuttosto scrupolo di non essere sano abbastanza per lei, e sono convintissimo che in questo la mia fiducia non mi ingannava.

Queste riflessioni, così appropriate, mi agitarono al punto da piangerne. Zulieta, per la quale tutto ciò rappresentava certamente uno spettacolo del tutto nuovo, rimase un momento interdetta. Ma compiuto un giro della stanza e passata dinanzi al suo specchio, ella capì, e i miei occhi le confermarono, che il disgusto non aveva parte in quella crisi. Non le fu difficile guarirmi e cancellare quella piccola vergogna. Ma, nell'istante in cui ero alla soglia dell'estasi su di un seno che sembrava subire per la prima volta la bocca e la mano di un uomo, mi avvedo che una sua mammella è cieca del capezzolo. Mi turbo, guardo meglio, credo di vedere che quella mammella non è uguale all'altra. Eccomi almanaccare nella mia testa come si possa avere una mammella cieca; e persuaso che la cosa si dovesse a qualche rilevante vizio di natura, a forza di girare e rigirare quell'idea, vidi chiaro come il giorno che nella più incantevole persona di cui potessi sognare l'immagine, non tenevo tra le mie braccia che una specie di mostro, il rifiuto della natura, degli uomini e dell'amore. Spinsi la stupidità fino a parlarle di quella mammella monca. Sulle prime prese la cosa sullo scherzo, e nel suo umore pazzerello, disse e fece cose da farmi morire d'amore. Ma serbando un fondo d'inquietudine che non riuscii a nasconderle, la vidi infine arrossire, ricomporsi, alzarsi, e senza una parola rifugiarsi alla finestra. Volli mettermi al suo fianco; lei mi evitò, andò a sedersi su un divano, un momento dopo si alzò, e passeggiando per la stanza e sventagliandosi, con tono freddo e sdegnoso mi disse: «Zanetto, lascia le donne, e studia la matematica.»

Prima di lasciarla, le chiesi un nuovo appuntamento per l'indomani, che lei rimandò al terzo giorno, aggiungendo, con un sorriso ironico, che dovevo aver bisogno di riposo. Trascorsi quel tempo con malessere, il cuore colmo dei suoi incanti e delle sue grazie, avvertendo la mia stravaganza, rimproverandomela, rimpiangendo i momenti così mal vissuti, che sarebbe dipeso solo da me rendere i più dolci della mia vita, attendendo con la più viva impazienza quello di ripararne la perdita, e nondimeno ancora inquieto, malgrado tutto, di conciliare le perfezioni di quell'adorabile fanciulla con l'indegnità del suo stato. Corsi, volai da lei all'ora fissata. Non so se il suo temperamento ardente sarebbe stato più contento di quella visita. Il suo orgoglio almeno sì, e già pregustavo la gioia deliziosa di mostrarle in ogni maniera come sapevo riparare i miei torti. Mi risparmiò tale prova. Il gondoliere che sbarcando inviai da lei mi riferì che era partita il giorno prima per Firenze. Se non avevo sentito tutto il mio amore nel possederla, lo sentii nella sua piena crudeltà perdendola. Il mio insensato rimpianto non mi ha più abbandonato. Per quanto amabile, per quanto incantevole fosse stata ai miei occhi, potevo consolarmi di perderla; ma la cosa di cui, lo confesso, non riuscii mai più a consolarmi è che essa non abbia serbato di me null'altro che un ricordo sprezzante.

Ecco le mie due storie. I diciotto mesi trascorsi a Venezia non mi hanno offerto nulla da narrare oltre un semplice progetto. Carrio era galante. Stanco di andare sempre con ragazze legate ad altri, ebbe la fantasia di averne una per sé; e siccome eravamo inseparabili, mi propose l'accordo, poco raro a Venezia, di averne una insieme. Acconsentii. Si trattava di trovarla sicura. Tanto cercò che finì per scovare una ragazzina di undici o dodici anni, che l'indegna madre cercava di vendere. Andammo insieme a vederla. Le mie viscere fremettero alla vista di quella bambina. Era bionda e dolce come un agnellino: non la si sarebbe detta italiana. A Venezia si vive con pochissimo. Passammo un po' di denaro a sua madre e provvedemmo a mantenere la figlia. Aveva una bella voce: per procurarle da un talento una risorsa, le demmo una spinetta e un maestro di canto. Il tutto costava a ciascuno di noi solo due zecchini al mese; e ce ne risparmiava di più in altre spese, ma poiché occorreva attendere che maturasse, significava seminare assai prima di raccogliere. Pure, soddisfatti di trascorrere da lei le serate, chiacchierando e giocando innocentemente con quella bambina, ci divertimmo più piacevolmente, forse, che se l'avessimo posseduta: tanto è vero che alle donne ci lega meno il vizio che un certo piacere di vivere accanto ad esse. Insensibilmente il mio cuore si affezionava alla piccola Anzoleta, ma di un affetto paterno, nel quale i sensi avevano così scarsa parte, che quanto più cresceva tanto meno mi sarebbe riuscito farceli entrare; e sentivo che avrei avuto orrore ad avvicinare quella fanciulla divenuta nubile come d'un abominevole incesto. Vedevo i sentimenti del buon Carrio assumere, a sua insaputa, lo stesso carattere. Ci preparavamo, senza pensarci, piaceri non meno dolci, ma ben diversi da quelli che avevamo all'inizio progettati; e sono certo che, per bella che potesse diventare quella povera creatura, lontani dall'essere mai i corruttori della sua innocenza, ne saremmo stati i protettori. La mia catastrofe, sopraggiunta poco dopo, non mi concesse il tempo di partecipare a quell'opera buona; e non ho da lodarmi, in questa faccenda, che dell'inclinazione del mio cuore. Torniamo al mio viaggio. |[continua]|

|[LIBRO SETTIMO, 3]|

Il mio primo progetto, lasciando la casa del signor di Montaigu, era di ritirarmi a Ginevra, in attesa che una sorte migliore, eliminando ogni ostacolo, potesse ricongiungermi alla mia povera Mamma; ma il clamore sollevato dalla nostra lite, e la sciocchezza da lui fatta di scriverne alla Corte mi spinsero ad andarvi io stesso, a rendervi conto della mia condotta, e a protestare contro quella di un forsennato. Segnalai da Venezia la mia decisione al signor du Theil, incaricato ad interim degli Affari esteri dopo la morte del signor Amelot. Partii quasi insieme con la mia lettera: presi la strada di Bergamo, Como e Domodossola; attraversai il Sempione. A Sion, il signor di Chaignon, incaricato d'affari di Francia, mi accolse con straordinaria cordialità; a Ginevra, il signor della Closure non fu da meno. Rinnovai la conoscenza col signor di Gauffecourt, presso il quale vantavo alcuni crediti. Ero passato per Nyon senza vedere mio padre, cosa che non mi sarebbe costata troppo, ma non avevo potuto decidermi a presentarmi alla mia matrigna dopo il mio disastro, sicuro che mi avrebbe giudicato senza volermi ascoltare. Il libraio Duvillard, vecchio amico di mio padre, mi rimproverò aspramente quel torto. Gli chiarii i motivi; e per ripararlo senza espormi all'incontro con la matrigna, noleggiai una carrozza e andammo insieme a Nyon, scendendo all'osteria. Duvillard andò a cercare il mio povero padre, che si precipitò ad abbracciarmi. Cenammo insieme, e dopo aver trascorso una serata assai dolce al mio cuore, tornai l'indomani mattina a Ginevra con Duvillard, verso il quale ho sempre serbato gratitudine per il bene che mi fece in quell'occasione.

La mia strada più breve non passava per Lione; ma volli passarvi per verificare una bassa mascalzonata del signor di Montaigu. Mi ero fatto venire a Venezia da Parigi una cassetta contenente un abito ricamato in oro, alcune paia di polsini e sei paia di calze di seta bianca: nulla di più. Su sua stessa proposta feci aggiungere questa cassa, o meglio questa scatola, al suo bagaglio. Nel conto da farmacista che volle appiopparmi a saldo dei miei onorari, e che aveva steso di suo pugno, aveva scritto che la scatola, da lui definita «balla» pesava undici quintali; e me ne aveva addebitato il porto a un prezzo immenso. Grazie alle cure del signor Boy de la Tour, cui ero raccomandato dal signor Roguin, suo zio, si verificò sui registri doganali di Lione e di Marsiglia che la cosiddetta «balla» pesava in tutto quarantacinque libbre, e aveva pagato il porto in ragione di tale peso. Allegai l'estratto autentico al conto del signor di Mantaigu; e munito di questi documenti e di parecchi altri della medesima forza mi diressi a Parigi, molto impaziente di usarli. Durante quei lungo viaggio, ebbi piccole avventure a Como, nel Vallese e altrove. Vidi molte cose, fra le altre le Isole Borromee, che meriterebbero una descrizione. Ma il tempo incalza, le spie mi opprimono; sono costretto a fare in fretta e male un lavoro che richiederebbe la quiete e la tranquillità che mi mancano. Se mai la Provvidenza, volgendo gli occhi su di me, mi procurerà finalmente giorni più calmi, li destino a rielaborare, se posso, quest'opera, o ad aggiungervi almeno un supplemento, di cui avverto che essa ha gran bisogno.

Il chiasso sollevato dalla mia vicenda mi aveva preceduto, e trovai arrivando che negli uffici e nel pubblico tutti erano scandalizzati delle follie dell'ambasciatore. Nondimeno, malgrado l'opinione generale di tutta Venezia, a dispetto delle prove inoppugnabili da me esibite, non riuscii a strappare nessuna giustizia. Lungi dall'ottenere soddisfazione né riparazione, fui anzi abbandonato all'arbitrio dell'ambasciatore per i miei onorari, e questo per la sola ragione che, non essendo francese, non avevo diritto alla protezione nazionale, e si trattava di una questione privata fra costui e me. Tutti convennero con me che ero offeso, ferito, vittima di disgrazia; che l'ambasciatore era uno stravagante, crudele, iniquo, e che l'accaduto lo disonorava per sempre. Macché! Era l'ambasciatore; e io non ero, io, che il segretario. Il buon ordine, o ciò che così viene chiamato, esigeva che non ottenessi alcuna giustizia, e non ne ottenni nessuna. Pensai che a forza di gridare e di trattare pubblicamente quel pazzo come si meritava, mi avrebbero infine invitato a tacere; era quanto aspettavo, ben deciso a non obbedire se non dopo che si fossero pronunciati. Ma non c'era in quel momento un ministro degli Affari esteri. Mi lasciarono abbaiare, mi incoraggiarono persino, mi fecero coro; ma la questione si inchiodò lì, finché io, stanco d'aver sempre ragione e mai giustizia, mi persi di coraggio, e piantai ogni cosa.

L'unica persona che mi accolse male, e dalla quale mi sarei meno aspettato quel torto, fu la signora di Bezenval. Tronfia dei privilegi del rango e della nobiltà, non riuscì mai a ficcarsi in mente che un ambasciatore potesse aver torto di fronte al suo segretario. L'accoglienza che mi riservò fu conforme al suo pregiudizio. Ne fui così irritato che uscendo dalla sua casa le scrissi una delle più energiche e vivaci lettere che abbia forse mai scritto, e non ci tornai mai più. Il padre Castel mi accolse meglio; ma, attraverso l'unzione gesuitica, lo vidi seguire assai pedissequamente una delle grandi massime della Società, che è di immolare sempre i più deboli ai più forti. Il vivo sentimento della giustizia della mia causa e la mia naturale fierezza non mi consentirono di incassare supinamente quella parzialità. Smisi di frequentare il padre Castel, e per conseguenza di andare dai Gesuiti, dove non conoscevo che lui. D'altra parte, lo spirito tirannico e intrigante dei suoi confratelli, così diverso dalla bonomia del buon padre Hemet, m'ispirava tanta repulsione a frequentarli, che da allora non ne ho più visto nessuno, tranne il padre Berthier, che incontrai due o tre volte in casa del signor Dupin, insieme al quale lavorava accanitamente alla confutazione di Montesquieu.

Esauriamo, per non più tornarci, quanto mi resta da dire del signor di Montaigu. Gli avevo detto, nel corso delle nostre dispute, che non gli occorreva tanto un segretario, ma uno scrivano di procuratore. Seguì il consiglio, e mi diede per successore un autentico procuratore, che in meno di un anno gli rubò venti o trentamila lire. Lo cacciò, lo fece imprigionare, cacciò i suoi gentiluomini con clamore e scandalo; si procurò liti dovunque, subì affronti che un servo non incasserebbe, e a forza di pazzie finì per farsi revocare e rispedire a piantare i suoi cavoli. Evidentemente, fra le reprimende che la Corte gli inflisse, non fu dimenticata la sua vertenza con me. Quanto meno, poco dopo il suo rientro a Parigi, mi mandò il suo maggiordomo per saldare il mio conto e versarmi denaro. Ne ero a corto in quel momento; i miei debiti di Venezia, debiti d'onore se mai ce ne furono, mi pesavano sul cuore. Colsi l'opportunità che mi si presentava di saldarli, insieme con l'obbligazione di Zaneto Nani. Accettai quanto mi si volle dare; pagai tutti i miei debiti, e rimasi senza un soldo, come prima, ma liberato da un peso che risultava insopportabile. Non ho più udito parlare, da allora, del signor di Montaigu, se non alla sua morte, che appresi dalla voce pubblica. Dio conceda pace a quel pover'uomo! Era adatto al mestiere di ambasciatore come io, nell'infanzia, a quello di grattacarte. Eppure, era dipeso solo da lui sostenersi onorevolmente con i miei servigi, e farmi rapidamente avanzare nella carriera alla quale il conte di Govone mi aveva destinato nella mia giovinezza, e di cui con i miei soli mezzi mi ero reso capace in età più matura.

La giustizia e l'inutilità delle mie proteste mi lasciarono nell'animo un germe d'indignazione contro le nostre stolide istituzioni civili, dove l'autentico bene pubblico e la vera giustizia vengono costantemente sacrificate a non so quale ordine apparente, in realtà distruttivo di ogni ordine, e che non fa che aggiungere la sanzione della pubblica autorità all'oppressione del debole e all'arbitrio del potente. Due cose impedirono a quel germe di svilupparsi, per il momento, come in seguito ha fatto: la prima, che in quella faccenda si trattava di me stesso, e che l'interesse privato, il quale nulla ha prodotto mai di grande e di nobile, non potrebbe trarre dal mio cuore i supremi slanci che solo l'amore più puro del giusto e del bello può generarvi. L'altro fu il fascino dell'amicizia, che temperava e acquietava la mia collera, con l'ascendente di un sentimento più dolce. Avevo conosciuto a Venezia un biscaglino, amico del mio amico Carrio, e degno di esserlo d'ogni galantuomo. Questo amabile giovane, nato per tutte le vocazioni e per tutte le virtù, era reduce da un viaggio in Italia per acquisire il gusto delle belle arti; e, immaginando di non aver più nulla da imparare, intendeva tornarsene diritto in patria. Gli dissi che le arti non erano che uno svago per un genio come il suo, fatto per coltivare le scienze; e gli consigliai, per acquistarne il gusto, un viaggio e un soggiorno di sei mesi a Parigi. Mi prese in parola e andò a Parigi. Vi si trovava e mi attendeva quando vi giunsi. Il suo alloggio era troppo vasto per lui e me ne offrì la metà, che accettai. Lo trovai nel fervore delle alte conoscenze. Nulla era al di là dei suoi mezzi; divorava e assimilava tutto con una rapidità prodigiosa. Come mi ringraziò di aver procurato quell'alimento al suo spirito, che il bisogno di sapere tormentava senza che lui stesso ne sospettasse! Che tesori di lumi e di virtù trovai in quell'anima forte! Sentii che era l'amico che mi mancava: diventammo intimi. Non avevamo inclinazioni identiche; discutevamo sempre. Ostinati entrambi, non eravamo mai d'accordo su nulla. Eppure, non potevamo staccarci; e pur disputando senza tregua, nessuno dei due avrebbe desiderato che l'altro fosse diverso.

Ignacio Emanuel de Altuna era uno di quei rari uomini che solo la Spagna genera, e che troppo pochi produce per la sua gloria. Non professava le violente passioni nazionali, diffuse nel suo paese. L'idea della vendetta non poteva trovar posto nel suo spirito più che il desiderio nel suo cuore. Era troppo fiero per essere vendicativo, e spesso gli ho sentito dire con marcata freddezza che nessun mortale poteva ferire la sua anima. Era galante senza essere tenero. Giocava con le donne come con graziosi bambini. Si dilettava con le amanti dei suoi amici; ma non gliene ho mai conosciuto una, né alcun desiderio di averne. Le fiamme della virtù, dalle quali il suo cuore era divorato, non consentirono mai di nascere a quelle dei suoi sensi. Dopo i suoi viaggi, si sposò; morì giovane, lasciò dei figli, e sono convinto, come della mia stessa esistenza, che sua moglie fu la prima e la sola che gli abbia fatto conoscere i piaceri dell'amore. Esteriormente, era devoto come uno spagnolo, ma nell'intimo aveva la pietà di un angelo. Tranne me, non ho conosciuto altri che lui di tollerante, da quando sono al mondo. Non chiese mai di nessuno come la pensasse in materia di religione. Che un amico suo fosse ebreo, protestante, mussulmano, bigotto, ateo, poco gli importava, purché fosse un uomo onesto. Ostinato, testardo sulle opinioni più svariate, quando si trattava di religione, o anche di morale, si chiudeva in sé, taceva, o diceva semplicemente: «Non debbo occuparmi che di me.» È incredibile come si possa unire un'animo tanto elevato con una sensibilità al particolare spinta alla minuzia. Spartiva e fissava in anticipo l'impiego della sua giornata in ore, quarti d'ora e minuti, e osservava quella distribuzione con tale scrupolo, che l'ora fosse scoccata mentre leggeva una frase, avrebbe chiuso il libro senza completarla. Di tutte queste misure di tempo, così frazionate, ne dedicava al tale studio, al tal altro, ne dedicava alla riflessione, alla conversazione, alle visite, alla musica, alla pittura; e non c'era piacere, né tentazione, né compiacenza che potesse turbare quell'ordine. Solo un dovere da compiere avrebbe potuto farlo. Quando mi esponeva l'elenco delle sue partizioni, affinché a mia volta le adottassi, cominciavo col ridere e finivo col piangere d'ammirazione. Non infastidiva mai nessuno, né sopportava d'essere infastidito; trattava bruscamente le persone che, per eccesso di cortesia, lo infastidivano. Era impetuoso senza essere scontroso. L'ho visto spesso in collera, mai stizzoso. Nulla era più allegro del suo umore: capiva lo scherzo e gli piaceva scherzare. Vi brillava anche, e aveva il genio dell'epigramma. Quando si animava, era rumoroso e chiassoso nel parlare, la sua voce si udiva di lontano. Ma, mentre gridava, lo si vedeva sorridere, e al colmo dei suoi furori, gli sfuggiva qualche parola scherzosa che faceva ridere tutti. Non aveva il colorito spagnolo, né la flemma. Aveva la pelle bianca, le guance colorite, i capelli d'un castano quasi biondo. Era grande e ben fatto. Il suo corpo fu formato per ospitare la sua anima.

Quell'uomo saggio di cuore come di mente s'intendeva di uomini, e mi fu amico. È la mia unica risposta a chiunque non lo sia. Ci unimmo così intimamente che progettammo di trascorrere insieme i nostri giorni. Sarei dovuto recarmi a Ascoycia, fra qualche anno, per vivere con lui nelle sue terre. Ogni particolare del progetto fu tra noi precisato la vigilia della sua partenza. Non vi mancò che quanto, nei più accurati progetti, non dipende dagli uomini. Gli avvenimenti successivi, i miei disastri, il suo matrimonio, e infine la sua morte, ci separarono per sempre.

Si direbbe che solo i neri complotti dei malvagi vanno a segno; i progetti innocenti dei buoni non trovano quasi mai compimento.

Avendo sperimentato gli inconvenienti della dipendenza, mi ripromisi fermamente di non subirli più. Avendo visto frustrati sul nascere i progetti d'ambizione che l'occasione mi aveva ispirati, nauseato di riprendere la carriera che avevo così brillantemente inaugurata, e dalla quale tuttavia ero stato espulso, decisi di non legarmi più a nessuno, ma di mantenermi indipendente, mettendo a profitto le mie doti, di cui finalmente cominciavo a intuire la misura, e che troppo modestamente avevo valutato fin lì. Ripresi a lavorare alla mia opera, che avevo interrotto per andare a Venezia; e per dedicarmici più liberamente, dopo la partenza di Altuna, ritornai al mio vecchio albergo Saint-Quentin, che, in un quartiere solitario e poco lontano dal Lussemburgo, mi era più comodo, per lavorare a mio agio, della rumorosa rue Saint-Honoré. Mi aspettava là l'unica consolazione reale che il cielo mi abbia concesso di gustare nella mia miseria, e che sola me la rende sopportabile. Non si tratta di una conoscenza passeggera; debbo comunque addentrarmi nei particolari del modo in cui essa ebbe luogo.

Avevamo una nuova ostessa, nativa di Orléans. Costei assunse come cucitrice una ragazza del suo paese, di circa ventidue o ventitré anni, che mangiava con noi, come d'altra parte l'ostessa. La ragazza, di nome Thérèse Le Vasseur, era di buona famiglia; suo padre impiegato della Zecca di Orléans, la madre commerciante. Avevano molti figli. La Zecca di Orléans chiuse, il padre si trovò sul lastrico; la madre, avendo subito dei fallimenti, curò male i suoi affari, lasciò il commercio, e venne a Parigi con marito e figlia, la quale manteneva tutti e tre col proprio lavoro.

La prima volta che vidi comparire quella ragazza a tavola, fui colpito dal suo contegno modesto, e ancor più dal suo sguardo vivo e dolce, che per me non trovò mai eguali. Alla tavola si riunivano, oltre al signor di Bonnefond, parecchi abati irlandesi, guasconi, e altra gente della medesima risma. La nostra ostessa aveva anche lei spazzato ogni ritegno: non c'ero che io, a quella tavola, a parlare e comportarmi decentemente. Qualcuno provocò la piccola, io ne tenni le difese. I bricconi se la presero immediatamente con me. Anche se non avessi avuto una naturale simpatia per quella povera ragazza, la compassione, il contrasto, me l'avrebbero ispirata. Ho sempre amato l'onestà nei modi e nei discorsi, soprattutto con le donne. Divenni apertamente il suo paladino. La vidi sensibile alle mie attenzioni, e i suoi sguardi, animati dalla gratitudine che non osava esprimermi a parole, diventavano anche più intensi.

Era timidissima; io altrettanto. Il legame che questa comune disposizione sembrava contrastare, si formò invece rapidissimo. L'ostessa, che se ne accorse, divenne furibonda, e le sue brutalità stimolarono ancor più i miei progressi con la piccola, la quale non trovando altro appoggio che il mio nella casa, mi vedeva uscire con dispiacere e sospirava il ritorno del suo protettore. L'attrazione dei nostri cuori, il confluire delle nostre inclinazioni ebbero presto il loro esito naturale. Lei ritenne di vedere in me un uomo onesto; e non si ingannò. Io credetti di vedere in lei una ragazza sensibile, semplice e priva di civetteria; non m'ingannai neanch'io. Le dichiarai in anticipo che non l'avrei né abbandonata né sposata mai. L'amore, la stima, la sincerità spontanea, furono i ministri del mio trionfo; e fu perché il suo cuore era tenero e leale che io ottenni senza intraprendenza la felicità.

Il suo timore che mi contrariasse non trovare in lei quanto supponeva che io cercassi, frenò la mia felicità più di qualsiasi altra cosa. La vidi interdetta e confusa prima di arrendersi, volersi capita, e non ardire spiegarsi. Lontano dall'immaginare il vero motivo delle sue angustie, ne sospettai uno del tutto falso e offensivo per i suoi costumi; e credendo che mi volesse avvertire che la mia salute correva qualche rischio, caddi in perplessità che non mi trattennero, ma che per vari giorni avvelenarono la mia felicità. Siccome non riuscivamo a capirci, i nostri colloqui sull'argomento erano una catena di enigmi e di sciarade straordinariamente comici. Ella fu sul punto di reputarmi matto da legare, io di non saper più che cosa pensarne. Ci spiegammo, finalmente: piangendo, lei mi confessò un unico fallo, appena più che bambina, frutto della sua ignoranza e dell'astuzia di un seduttore. Capito il suo problema, lanciai un grido di gioia: «Verginità!» esclamai, «proprio a Parigi, proprio in una ragazza di vent'anni, si dovrebbe cercarla! Ah, mia Thérèse, sono troppo felice di averti savia e sana, e di non trovare in te quel che non cercavo.»

Non avevo cercato sulle prime che un passatempo. Scoprii che ero andato più in là, e che mi ero dato una compagna. Un po' di dimestichezza con quell'eccellente ragazza, un po' di riflessione sul mio stato, mi fecero sentire come, senza preoccuparmi che dei miei piaceri, avevo fatto molto per la mia felicità. In luogo dell'estinta ambizione, mi occorreva un sentimento vivo che colmasse il mio cuore. Mi occorreva, per dir tutto, chi succedesse a Mamma: poiché non dovevo più vivere con lei, mi occorreva una donna che vivesse col suo allievo, e nella quale trovare la semplicità, la docilità di cuore che lei aveva trovato in me. Occorreva che la dolcezza della vita privata e domestica mi compensasse del destino brillante cui rinunciavo. Quando ero assolutamente solo, il mio cuore era vuoto; ma non ne occorreva che uno per colmarlo. La sorte mi aveva strappato, mi aveva alienato, almeno in parte, quello per il quale la natura mi aveva fatto. Da allora ero solo; poiché non ci fu mai per me la misura intermedia fra tutto e nulla. Trovai in Thérèse il supplemento di cui avevo bisogno; grazie a lei vissi felice quanto potevo esserlo secondo il corso degli eventi.

All'inizio volli coltivare la sua mente. Fatica sprecata. La sua intelligenza è quale la natura l'ha prodotta; cultura e principi non vi attecchiscono. Non arrossisco confessando che non ha mai saputo leggere bene, quantunque scriva passabilmente. Quando andai ad alloggiare nella rue Neuve-des-Petits- Champs, avevo di fronte alla mia finestra, sul palazzo Portchartrain, un quadrante d'orologio sul quale per più d'un mese mi sforzai di insegnarle a leggere le ore. Ancora adesso le legge a stento. Non è mai riuscita a ricordare l'ordine dei dodici mesi dell'anno, e non conosce una sola cifra, malgrado tutte le pene che mi son preso per insegnargliele. Non sa né contare il denaro né calcolare il prezzo di alcunché. La parola che le viene parlando alle labbra è spesso l'opposto di quella che vuol dire. Tempo addietro avevo compilato un dizionario delle sue frasi per lo spasso della signora di Lussemburgo, e le sue cantonate sono divenute celebri nelle società dove ho vissuto. Ma questa persona così limitata e, se si vuole, così stupida, è una consigliera eccezionale nelle occasioni cruciali. Spesso, in Svizzera, in Inghilterra, in Francia, nelle catastrofi in cui venni a trovarmi, lei vide cose che io stesso non vedevo; mi diede i consigli migliori sul da farsi; mi trasse da pericoli verso i quali precipitavo ciecamente; e al cospetto di dame del più alto lignaggio, di potenti e di principi, i suoi sentimenti, il suo buon senso, le sue risposte e la sua condotta le valsero la stima universale, e a me, per il suo merito, complimenti di cui sentivo la sincerità.

Al fianco delle persone amate, il sentimento nutre la mente come il cuore, e non si ha bisogno di cercare idee altrove. Vivevo con la mia Thérèse beato come con il genio più splendido dell'universo. Sua madre, fiera d'essere stata un tempo allevata presso la marchesa di Monpipeau, si dava toni di bello spirito, voleva guidare quello della figlia, e guastava, con la sua astuzia, la schiettezza del nostro rapporto. Il fastidio di quest'invadenza mi fece un po' superare la sciocca vergogna di non osare mostrarmi in pubblico con Thérèse, e facevamo, noi due, piccole passeggiate campestri e merende che mi erano deliziose. Vedevo che mi amava sinceramente, e ciò raddoppiava la mia tenerezza. Quella dolce intimità colmava in me ogni vuoto; l'avvenire non mi preoccupava più, o solo come prolungamento del presente: non desideravo che assicurarne la durata.

Quell'affetto mi rese superflua e insipida ogni dissipazione. Non uscivo più che per andare da Thérèse; la sua casa divenne quasi la mia. La vita appartata divenne così proficua per il mio lavoro, che in meno di tre mesi la mia opera fu portata a termine, parole e musica. Restava da fare solo qualche accompagnamento a qualche rifinitura. Questo lavoro da negro mi annoiava terribilmente. Proposi a Philidor d'incaricarsene, concedendogli metà dei profitti. Venne due volte, eseguì qualche riempitivo nell'atto di Ovidio, ma non poté adattarsi a quel lavoro assiduo per un guadagno differito e perdipiù aleatorio. Non tornò più, e feci quanto occorreva da solo.

Finita la mia opera, si trattò di metterla a frutto: era un'altra opera, ben più ardua. A Parigi non si viene a capo di nulla, quando si vive isolati. Pensai di farmi luce tramite il signor de la Poplinière, presso il quale Gauffecourt, di ritorno da Ginevra, mi aveva introdotto. Il signor de la Poplinière era il Mecenate di Rameau: la signora de la Poplinière, la sua umilissima discepola. Rameau faceva, come suol dirsi, la pioggia e il bel tempo in quella casa. Pensando che avrebbe protetto volentieri l'opera di un suo discepolo, volli mostrargli la mia. Rifiutò di vederla, asserendo che non poteva leggere spartiti, e che lo affaticavano troppo. La Poplinière intervenne, dicendo che si poteva fargliela ascoltare, e mi offrì di mettere insieme dei musicisti, per eseguirne dei brani; io non chiedevo di meglio. Rameau acconsentì borbottando, e non smetteva di ripetere che doveva essere ben misera la composizione di un uomo che non era figlio d'arte e che aveva imparato la musica da sé. Mi affrettai a stendere le parti di cinque o sei brani scelti. Mi dettero una dozzina di esecutori e, come cantanti, Albert, Bérard e la signorina Bourbonnois. Sin dall'ouverture, Rameau cominciò a far capire, con le sue lodi sperticate, che non poteva essere farina mia. Non lasciò passare un brano senza dar segni d'impazienza; ma a un'aria di contralto, il cui canto era vigoroso e sonoro e l'accompagnamento vivacissimo, perse le staffe; mi apostrofò con una brutalità che lasciò tutti di stucco, sostenendo che una parte di quanto aveva ascoltato era opera di un uomo consumato nell'arte, e il resto di un ignorante che nemmeno orecchiava la musica; ed è vero che il mio lavoro, ineguale e senza tegola, era talora sublime e talaltra volgarissimo, com'è per forza quello di chiunque si elevi solo mercé qualche lampo di genio, e che la scienza non sorregge affatto. Rameau pretese di vedere in me niente più che un misero plagiario, privo di talento e di gusto. I presenti, e soprattutto la padrona di casa, non furono del medesimo avviso. Il signor di Richelieu, che in quel tempo frequentava assiduamente il signore, e come tutti sanno, la signora de la Poplinière, sentì parlare della mia opera, e volle ascoltarla, meditando di farla eseguire a Corte se ne fosse rimasto soddisfatto. Fu eseguita a pieni cori e grande orchestra, a spese del re, in casa del signor di Bonneval, intendente dei Menus. Francoeur dirigeva l'esecuzione. L'effetto fu sorprendente. Il duca non si stancava di esclamare il suo entusiasmo e d'applaudire, e alla fine di un coro, nell'atto del Tasso, si alzò, venne da me, e stringendomi la mano: «Signor Rousseau,» mi disse, «ecco un'armonia che trascina. Non ho mai udito nulla di più bello: intendo far dare l'opera a Versailles.» La signora de la Poplinière, presente, non aprì bocca. Benché invitato, Rameau non aveva voluto venire. Il giorno dopo, la signora de la Poplinière mi fece alla sua toletta un'accoglienza durissima, ostentò di demolire la mia opera, e mi disse che se pure qualche lustrino avesse a tutta prima abbagliato il signor di Richelieu, se n'era poi ricreduto, e lei mi consigliava di non fare assegnamento sulla mia opera. Il duca giunse poco dopo e mi usò ben altro linguaggio, mi disse cose lusinghiere sulle mie doti, e mi parve sempre disposto a far eseguire la mia opera davanti al re. «C'è solo l'atto del Tasso,» disse, «che non può passare alla Corte. Occorre farne un altro.» Fu quanto bastò per chiudermi in casa, e in capo a tre settimane composi, al posto di quello del Tasso, un nuovo atto il cui soggetto era Esiodo ispirato da una musa. Trovai lo stratagemma per inserire nell'atto nuovo una parte della storia del mio ingegno, e della gelosia di cui Rameau voleva onorarlo. Nella nuova composizione c'era un'elevazione meno titanica e meglio sostenuta di quella del Tasso. La musica era altrettanto nobile e assai meglio scritta, e se gli altri due atti fossero stati al medesimo livello, l'intera opera avrebbe affrontato con successo la rappresentazione: ma mentre terminavo di rifinirla, una nuova impresa sospese l'esecuzione di quella.

L'inverno successivo alla battaglia di Fontenoy, ci fu a Versailles un fuoco di fila di feste, e fra l'altro numerose rappresentazioni di opere al Teatro delle Piccole Scuderie. Vi figurò il dramma di Voltaire intitolato La principessa di Navarra, di cui Rameau aveva scritto la musica, e che era stato cambiato e modificato sotto il titolo di Le feste di Ramiro. Il nuovo soggetto esigeva numerosi ritocchi agli intermezzi dell'originale, sia nel testo che nella musica. Si trattava di trovare qualcuno capace di affrontare questa doppia fatica, poiché Voltaire, allora in Lorena, e Rameau, entrambi impegnati in quel momento all'opera Il tempio della gloria, non potevano occuparsi dell'altra. Il signor di Richelieu pensò a me, mi fece proporre di incaricarmene, e affinché potessi meglio rendermi conto di quanto occorreva fare, mi inviò a parte poema e musica. Innanzitutto non volli toccare le parole senza l'autorizzazione dell'autore; gli scrissi in proposito una lettera correttissima, e persino deferente, com'era doveroso. Ecco la risposta, il cui originale è nell'Incarto A, n. 1.

15 dicembre 1745

Voi unite, signore, due doni che sono sempre stati separati sino ad ora. Ecco già due buone ragioni per me di stimarvi e di desiderare d'amarvi Mi dispiace per voi che usiate questi due doni per un'opera che non ne è troppo degna. Qualche mese fa il duca di Richelieu mi ordinò assolutamente dl comporre in un batter d'occhio un piccolo e mediocre abbozzo di alcune scene insipide e monche, destinate ad aggiungersi a taluni intermezzi per nulla adatti ad esse. Obbedii col massimo scrupolo; composi prestissimo e malissimo. Inviai quel miserabile bozzetto al duca di Richelieu, fidando che non sarebbe servito, o che lo avrei corretto. Per fortuna è nelle mani vostre, ne siete assoluto padrone; io ho completamente perso di vista tutto ciò. Non dubito che voi abbiate corretto tutti gli errori necessariamente sfuggiti in una composizione tanto affrettata di un semplice abbozzo, e che non abbiate sopperito a tutto.

Mi ricordo che, fra le altre balordaggini non è specificato, nelle scene che legano gli intermezzi, come la principessa Granatina passi di colpo da una prigione in un giardino o in un palazzo. Siccome non è un mago che le dà le feste, ma un signore spagnolo, mi pare che nulla possa accadere per incanto. Vi prego, signore, di voler rivedere a fondo quel punto, del quale non mi resta che un'idea confusa. Vedete voi se è necessario che la prigione si schiuda e che la nostra principessa venga fatta passare da quella prigione in un bel palazzo dorato e splendente, preparato per lei So benissimo che tutto questo è davvero miserabile, e che è al di sotto di un essere pensante trasformare tali inezie in una cose seria; ma poiché si tratta alla f ne di dispiacere il meno possibile, occorre introdurre quanta più ragione si può, anche in un cattivo divertimento d'opera.

Mi affido interamente a voi e al signor Ballod, e conto di aver presto l'onore di presentarvi i miei ringraziamenti e di assicurarvi, signore, a qual punto ho quello di essere ecc. ecc.

Non sorprenda la perfetta cortesia di questa lettera, a confronto delle altre lettere semi-insolenti che Voltaire mi scrisse in seguito. Mi riteneva in gran favore presso il signor di Richelieu, e la sua rinomata elasticità cortigiana lo induceva a molti riguardi verso un nuovo venuto, fino a che non avesse conosciuto meglio la misura del suo credito.

Autorizzato dal signor di Voltaire e dispensato da qualsiasi riguardo per Rameau, che cercava solo di nuocermi, mi misi al lavoro, e in due mesi il mio compito fu eseguito. Si limitò, quanto ai versi, a pochissimo. Cercai solo che non si avvertissero discordanze di stile, ed ebbi la presunzione di credere d'esserci riuscito. Il mio lavoro sulla musica fu più lungo e penoso. Oltre a dover approntare numerosi brani d'apparato, fra i quali l'ouverture, tutto il recitativo, di cui ero incaricato, si palesò di una difficoltà estrema, perché occorreva legare, spesso in pochi versi e con modulazioni rapidissime, sinfonie e cori in tonalità assai disparate; ad evitare infatti che Rameau mi accusasse d'aver sfigurato le sue arie, non volli cambiarne o trasportarne alcuna. Il recitativo mi riuscì egregiamente. Era bene accentato, ricco di energia, e soprattutto modulato in modo eccellente. L'idea dei due uomini superiori ai quali si degnavano di associarmi mi aveva elevato il genio, e posso dire che in quel lavoro ingrato e senza gloria, di cui il pubblico non poteva neppure essere informato, mi tenni quasi sempre alla pari dei miei modelli.

La composizione, nello stato in cui l'avevo posta, fu provata al gran Teatro dell'Opéra. Dei tre autori, io solo ero presente. Voltaire non era in città, e Rameau non venne, o si nascose.

Le parole del primo monologo erano alquanto lugubri. Ecco l'esordio:

O mort! Viens terminer les malheurs de ma vie.

S'era reso necessario comporre una musica adeguata. Fu su questo punto che la signora de la Poplinière appuntò la sua critica, accusandomi, con molta acrimonia, di aver composto una musica da funerale. Il signor di Richelieu cominciò giudiziosamente ad informarsi su chi fosse l'autore di quel monologo. Gli presentai il manoscritto che mi aveva inviato, da cui emergeva la prova che era di Voltaire. a In questo caso,» disse, «il torto è solo di Voltaire.» Durante la prova, tutto quel che era mio venne successivamente bocciato dalla signora de la Poplinière e approvato dal signor di Richelieu. Ma avevo infine un avversario troppo potente, e mi venne comunicato che bisognava apportare al mio lavoro parecchie modifiche, sulle quali occorreva interpellare il signor Rameau. Costernato da una simile conclusione, giunta in luogo degli elogi sperati, e che sicuramente meritavo, rincasai con la morte nel cuore. Mi ammalai, spossato dalla fatica e divorato dal dispiacere, e per sei settimane non fui in condizioni di uscire.

Rameau, incaricato dei ritocchi suggeriti dalla signora de la Poplinière, mandò a chiedermi l'ouverture della mia grande opera, per sostituirla a quella da me composta per l'altra. Per fortuna, fiutai la trappola, e gliela ricusai. Siccome mancavano appena cinque o sei giorni alla rappresentazione, Rameau non ebbe tempo di comporne una, e dovette conservare la mia. Era concepita all'italiana, e in uno stile allora nuovissimo in Francia. Nondimeno, fu apprezzata, e dal signor di Valmalette, maestro di casa del re e genero del signor Mussard, mio parente ed amico, seppi che gli appassionati erano stati contentissimi del mio lavoro, e che il pubblico non lo aveva distinto da quello di Rameau. Ma costui, d'accordo con la signora de la Poplinière, prese disposizioni perché non si sapesse nemmeno che vi avevo lavorato. Sui libretti che si distribuiscono agli spettatori, e dove gli autori figurano sempre tutti, non vi fu che il nome di Voltaire, e Rameau preferì sopprimere il proprio che vederlo associato al mio.

Non appena fui in condizioni di uscire, volli recarmi dal signor di Richelieu. Troppo tardi. Era appena partito per Dunkerque, dove doveva assumere il comando della spedizione in Scozia. Al suo ritorno mi dissi, per giustificare la mia pigrizia, che era troppo tardi. Non avendolo più riveduto da allora, ho perduto gli onori meritati dalla mia opera, l'onorario che doveva fruttarmi, e il mio tempo, il mio lavoro, i miei dispiaceri, la mia malattia e il denaro che mi costò, tutto fu a mie spese, senza rendermi un soldo di beneficio, o piuttosto di risarcimento. Mi è tuttavia sempre parso che il signore di Richelieu avesse una naturale benevolenza per me e un'opinione lusinghiera del mio ingegno. Ma la mia sfortuna e la signora de la Poplinière impedirono ogni effetto della sua buona volontà.

Non riuscivo assolutamente a comprendere l'avversione di quella donna, alla quale mi ero sforzato di piacere, e facevo abbastanza regolarmente la mia corte. Gauffecourt me ne chiarì i motivi. «Prima di tutto», mi disse, «la sua amicizia per Rameau, di cui è la patrona in carica, e il quale non può tollerare concorrenti; e inoltre un peccato originale che ai suoi occhi vi condanna, e che non vi perdonerà mai, è che siete ginevrino.» E qui mi spiegò come l'abate Hubert, che era pure ginevrino, e sincero amico del signor de la Poplinière, aveva tentato ogni mezzo per impedirgli di sposare quella donna, che conosceva bene; e che, dopo il matrimonio, lei gli aveva votato un odio implacabile, esteso a tutti i ginevrini. «Benché il signor de la Poplinière,» aggiunse, «provi amicizia per voi, e io lo so, non contate sul suo appoggio. È innamorato della moglie; lei vi odia, è malvagia, è astuta: non approderete mai a nulla in quella casa.» Ne feci tesoro.

Lo stesso Gauffecourt mi rese, press'a poco nel medesimo periodo, un favore di cui avevo grande bisogno. Avevo da poco perduto il mio virtuoso padre all'età di circa sessant'anni. Avvertii tale perdita meno di quanto non mi avrebbe toccato in altri tempi, nei quali le angustie del mio stato mi avessero meno assorbito. Non avevo voluto, lui vivo, reclamare quanto restava dell'eredità di mia madre, e di cui egli godeva la modesta rendita. Dopo la sua morte, non mi feci più scrupoli. Ma la mancanza di prove giuridiche della morte di mio fratello costituiva un ostacolo che Goffecourt si incaricò di rimuovere, e che difatti rimosse grazie ai buoni uffici dell'avvocato Delorme. Siccome di quella piccola risorsa avevo urgente bisogno, e l'esito era incerto, aspettavo la notizia definitiva con la più viva ansietà. Una sera, rincasando, trovai la lettera che doveva contenere la notizia, e l'afferrai per aprirla con un fremito d'impazienza di cui intimamente mi vergognai. «E che,» mi dissi sdegnato, «Jean-Jacques si lascerà soggiogare a tal punto dall'interesse e dalla curiosità?» Rimisi immediatamente la lettera sul mio caminetto. Mi spogliai, mi coricai tranquillamente, dormii meglio del solito, e l'indomani mi alzai piuttosto tardi, senza più pensare alla lettera. Vestendomi, la rividi; l'aprii senza premura, vi trovai una lettera di cambio. Provai tutti insieme vari sentimenti piacevoli, ma posso giurare che il più intenso fu quello d'essermi saputo dominare. Avrei venti esempi simili da citare sulla mia vita, ma ho troppa fretta per poter dire tutto. Inviai una piccola parte di quel denaro alla mia povera Mamma, rimpiangendo, fra le lagrime, il tempo felice in cui avrei deposto tutto ai suoi piedi. Tutte le sue lettere risentivano delle sue strettezze. Mi inviava mucchi di ricette e di segreti con cui pretendeva che facessi la fortuna mia e sua. Già il sentimento della sua miseria le stringeva il cuore e le avviliva la mente. Il poco che le mandai fu preda dei furfanti che l'assediavano. Ella non ne trasse beneficio. Mi disgustò vivamente spartire il mio necessario con quei miserabili, soprattutto dopo l'inutile tentativo che feci per strapparla alle loro grinfie, come sarà narrato tra poco.

Il tempo scorreva e con esso il denaro. Eravamo due, anzi quattro, o per meglio dire eravamo sette o otto. Infatti, sebbene Thérèse fosse di un disinteresse senza eguali, sua madre non era come lei. Non appena si vide un po' risollevata delle mie cure, fece venire a Parigi tutta la sua famiglia per spartirne il frutto. Sorelle, figli, figlie, nipoti, vennero tutti, tranne la figlia maggiore, sposata al direttore delle corriere d'Angers. Tutto quello che facevo per Thérèse, era stornato dalla madre a favore di quegli affamati. Siccome non avevo a che fare con una persona avida, e non ero soggiogato da una folle passione, non mi abbandonavo a follie. Pago di tenere Thérèse con decoro, ma senza lussi, al riparo dalla stretta del bisogno, consentivo che quanto lei guadagnava col suo lavoro andasse interamente a vantaggio della madre, e non mi limitavo a questo. Ma, per una fatalità che mi perseguitava, mentre Mamma era in preda ai suoi scrocconi, Thérèse era in preda alla sua famiglia, e io non potevo da nessuna parte far nulla che giovasse a colei cui l'avevo destinato. Era singolare come l'ultima figlia della signora Le Vasseur, la sola che non avesse ricevuto dote, fosse l'unica a nutrire padre e madre; e dopo essere stata a lungo picchiata dai fratelli, dalle sorelle e persino dalle nipoti, la povera ragazza ne fosse ora spogliata, senza che potesse difendersi dai loro furti meglio che dalle loro percosse. Una sola delle sue nipoti, di nome Goton Leduc, era abbastanza amabile e di carattere dolce, pur se guastata dall'esempio altrui. Vedendole spesso insieme, davo loro i nomi che si davano a vicenda: chiamavo la nipote «nipote mia», e la zia, «zietta mia». Entrambe mi chiamavano «zio». Di qui il nome di «zia», col quale ho continuato a chiamare Thérèse, e che i miei amici ripetevano a volte scherzando.

Si capisce come, in una situazione del genere, non avevo un momento da perdere per tentare Di cavarmi d'impaccio. Ritenendo che il signor di Richelieu m'avesse dimenticato, e non sperando più nulla da parte della Corte, feci qualche tentativo per far rappresentare a Parigi la mia opera; ma incontrai difficoltà che esigevano molto tempo per superarle, e io ero incalzato dal bisogno ogni giorno di più. Mi venne in mente di presentare la mia commediola Narciso al Théatre des Italiens; vi fu accettata, e ottenni gli ingressi gratuiti, che mi fecero molto piacere. Ma fu tutto. Non riuscii mai a far rappresentare il mio lavoro; e stanco di corteggiare commedianti, piantai tutto. Ricorsi infine all'ultimo espediente che mi restava, il solo che avrei dovuto usare. Frequentando la casa della signora de la Poplinière, mi ero allontanato da quella del signor Dupin. Le due signore, benché parenti, non andavano d'accordo, e non si vedevano. Non c'erano relazioni fra le due case, e solo Thieriot frequentava l'una e l'altra. Fu incaricato di ricondurmi dal signor Dupin. Il signor di Francueil seguiva allora studi di storia naturale e di chimica, e teneva un laboratorio. Credo che aspirasse all'Accademia delle Scienze; voleva a tale intento scrivere un libro, e reputava che potessi riuscirgli utile in quel lavoro. La signora Dupin, che da parte sua meditava un altro libro, nutriva su di me progetti press'a poco simili. Essi avrebbero voluto avermi in comune, come una specie di segretario, ed era questo il tema delle prediche di Thieriot. Pretesi innanzitutto che il signor di Francueil avrebbe impiegato il suo ascendente, con quello di Jelyotte, per far provare il mio lavoro all'Opéra; egli acconsentì. Le Muse galanti vennero provate svariate volte prima all'auditorio, poi nel gran Teatro. C'era molta gente, alla prova generale, e molti brani furono applauditissimi. Tuttavia mi resi conto io stesso, durante l'esecuzione malissimo diretta da Rebel, che l'opera non sarebbe passata, e anche che non era in condizioni di essere rappresentata senza profondi mutamenti. Pertanto la ritirai senza dire una parola e senza espormi al rifiuto: ma mi accorsi chiaramente da parecchi indizi che l'opera, anche perfetta, non sarebbe passata. Francueil mi aveva sì promesso di farla provare, ma non di farla accettare. Mantenne fedelmente la sua parola. Ho sempre creduto di intuire in questa e in molte altre occasioni che né lui né la signora Dupin avevano a cuore che io mi procurassi una certa reputazione nel mondo, per timore forse che si supponesse, leggendo i loro libri, che avessero innestato i rami del loro ingegno sul tronco del mio. Eppure, poiché la signora Dupin mi ha sempre attribuito doti assai mediocri, e non mi ha mai utilizzato che per scrivere sotto la sua dettatura, o in ricerche di mera erudizione, il rimprovero, specie nei suoi confronti, sarebbe stato perfettamente ingiusto.

Quest'ultimo insuccesso finì di scoraggiarmi. Abbandonai ogni progetto di successo e di gloria; e, senza più pensare a doti vere o immaginarie che così poco mi fruttavano, consacrai il mio tempo e le mie cure a procurarmi di che vivere, io e la mia Thérèse, come sarebbe garbato a chi s'incaricasse di provvedervi. Mi legai dunque interamente alla signora Dupin e al signor di Francueil. Non me ne venne una grande opulenza; perché, con gli otto o novecento franchi l'anno che ricevetti per i primi due anni, appena riuscivo a soddisfare le mie prime necessità, costretto ad alloggiare nelle vicinanze di casa loro, in camera mobiliata, in un quartiere alquanto caro, e pagando frattanto un altro alloggio all'altro estremo di Parigi, proprio in capo alla rue Saint-Jacques, dove, qualsiasi tempo facesse, andavo a cenare quasi tutte le sere. Ben presto presi l'abitudine, e persino il gusto, delle mie nuove occupazioni. Mi dedicai alla chimica. Ne seguii vari corsi, tenuti dal signor Rouelle, in compagnia del signor Francueil, e ci mettemmo bene o male a imbrattar carta su questa scienza, di cui sì e no possedevamo i rudimenti. Nel 1747, andammo a passare l'autunno in Turenna, nel castello di Chenonceaux, residenza regale sullo Cher, costruita da Enrico II per Diana di Poitiers, di cui si vedono ancor oggi le sigle, e ora proprietà del signor Dupin, appaltatore generale. Ci divertimmo molto in quel luogo piacevole; si mangiava benissimo, e io divenni grasso come un frate. Vi si fece molta musica. Vi composi svariati terzetti per canto, ricchi di un'armonia piuttosto energica, e di cui parlerò forse nel mio supplemento, se mai ne farò uno. Vi si rappresentarono commedie. Ne composi in quindici giorni una in tre atti, intitolata L'impegno temerario, che si troverà fra le mie carte, e che non ha altro merito che un gran brio. Vi composi altre operette, fra le quali una scena in versi, intitolata Il viale di Silvia, dal nome di un viale del parco che costeggiava il Cher, e tutto questo senza interrompere il mio lavoro sulla chimica e quello che eseguivo con la signora Dupin.

Mentre ingrassavo a Chenonceaux, la mia povera Thérèse ingrassava a Parigi in tutt'altro modo, e quando tornai, trovai l'opera che avevo avviato più avanzata di quanto avessi creduto. Vista la mia situazione, ciò mi avrebbe gettato in un estremo imbarazzo, se alcuni compagni non mi avessero indicato l'unico rimedio che poteva trarmi d'impaccio. È un racconto essenziale che non posso fare con troppa semplicità, perché occorrerebbe, commentandolo, scusarmi o accusarmi, e qui intendo evitare l'una e l'altra cosa.

Durante il soggiorno di Altuna a Parigi, anziché mangiare da un trattore, io e lui andavamo abitualmente nelle vicinanze di casa, da una certa signora La Selle, moglie d'un sarto, dove si mangiava alquanto male, ma la cui tavola non era perciò meno ricercata, a causa della buona e sicura compagnia che la frequentava; poiché non vi si accoglievano sconosciuti, e bisognava esservi introdotti da qualcuno dei frequentatori abituali. Il commendatore di Graville, vecchio dissoluto ricco di garbo e di spirito, ma sboccato, vi alloggiava e vi attirava una folle e gaia gioventù di ufficiali delle guardie e moschettieri. Il commendatore di Nonant, paladino di tutte le ragazze dell'Opera, vi portava ogni giorno tutte le notizie di quel postribolo. Il signor du Plessis, tenente colonnello in ritiro, vecchio buono e saggio, Ancelet, ufficiale dei moschettieri, mantenevano un certo ordine tra quei giovanotti. Venivano anche commercianti, finanzieri, fornitori di viveri, ma educati, onesti, e di quelli che nel loro mestiere si distinguevano; il signor di Bessa, il signor di Foreade, e altri i cui nomi ho dimenticato. Vi si incontravano, insomma, persone di riguardo d'ogni condizione, tranne abati e magistrati, che non vi ho visto mai; e si era d'accordo di non portarne. Quella mensa, abbastanza frequentata, era allegrissima senza essere chiassosa, e vi si scherzava molto senza trivialità. Il vecchio commendatore, con tutte le sue storielle grasse nella sostanza, non perdeva mai la sua eleganza alla maniera della vecchia Corte, e mai gli usciva di bocca una battuta che non fosse tanto spiritosa da farsi perdonare da qualsiasi donna. Il suo tono serviva di regola all'intera compagnia: tutti quei giovani raccontavano le loro avventure galanti con una licenza pari alla grazia, e tanto meno mancavano storie di ragazze in quanto la loro fonte era a due passi, perché il viale dove si trovava la casa della signora La Selle era lo stesso su cui dava la bottega della Duchapt, celebre negoziante di mode, che aveva allora graziosissime ragazze con le quali i nostri messeri andavano a conversare prima o dopo pranzo. Mi sarei divertito come gli altri, se fossi stato più ardito. Bastava entrare come loro; non osai mai farlo. Quanto alla signora La Selle, seguitai a pranzarvi spesso anche dopo la partenza di Altuna. Vi imparavo un'infinità di divertentissimi aneddoti, e vi assunsi anche a poco a poco, non i costumi, grazie al cielo, ma le massime che vi dominavano. Galantuomini bistrattati, mariti ingannati, donne sedotte, parti clandestini, erano in quella casa gli argomenti più abituali, e chi popolava meglio l'ospizio dei trovatelli era sempre il più applaudito. La cosa mi sedusse: conformai il mio modo di pensare sul modello che vedevo in auge fra persone amabilissime e in fondo onestissime, e mi dissi: «Poiché questo è l'uso del paese, quando ci si vive, ci si può adeguare.» Ecco l'espediente che cercavo. Lo adottai risoluto senza il minimo scrupolo, e il solo che dovetti vincere fu quello di Thérèse: ebbi tutte le pene del mondo per farle accettare quell'unico modo di salvare il suo onore. Essendo venuta in mio soccorso sua madre, che temeva per di più un nuovo fastidio di marmaglia, ella si lasciò persuadere. Fu scelta una levatrice prudente e sicura, certa signorina Govin, che abitava alla punta Saint-Eustache, per affidarle l'incarico, e venuto il tempo, Thérèse fu portata dalla madre presso la Govin per partorirvi. Andai più volte a trovarla, e le portai una cifra scritta in doppio, su due carte, una delle quali fu messa nelle fasce del neonato, che venne deposto dalla levatrice all'accettazione dell'ospizio dei trovatelli, nella forma consueta. L'anno dopo, stesso inconveniente e medesimo espediente, tranne la cifra che venne trascurata. Nessuna riflessione di più da parte mia, nessuna approvazione di più da parte della madre: obbedì piangendo. Si vedrà in seguito quali vicissitudini questa fatale condotta ha prodotto nel mio modo di pensare, e insieme nel mio destino. Atteniamoci per ora a questo primo periodo. Le sue conseguenze, crudeli quanto impreviste, mi obbligheranno a tornarvi sin troppo.

Risale a quello stesso periodo il momento della mia prima conoscenza con la signora d'Epinay, il cui nome ricorrerà sovente in queste Memorie. Si chiamava signorina d'Esclavelles e aveva sposato da poco il signor d'Epinay, figlio del signor di La Live de Bellegarde, appaltatore generale. Suo marito era musicista, come il signor di Francueil. Anche lei era musicista, e la passione per l'arte allacciò fra i tre personaggi una stretta intimità. Il signor di Francueil mi presentò in casa della signora d'Epinay; vi cenavo qualche volta in sua compagnia. Era una donna amabile, ricca di spirito e d'ingegno: sicuramente un'ottima conoscenza. Ma aveva un'amica, la signorina d'Ette, che aveva fama di perfidia, e che viveva con il cavaliere di Valory, il quale non godeva fama di magnanimo. Credo che i rapporti con costoro non giovassero alla signora d'Epinay, alla quale la natura aveva elargito, insieme con un temperamento esigentissimo, qualità eccellenti per regolarne o riscattarne gli eccessi. Il signor di Francueil le comunicò una parte dell'amicizia che nutriva per me, e mi confessò i suoi legami con lei, dei quali, per questa ragione, non parlerei qui se non fossero divenuti pubblici al punto da non esser nascosti neppure al signor d'Epinay. Il signor di Francueil mi fece anche, su questa signora, confidenze alquanto singolari che lei stessa non mi fece mai, e delle quali non mi credette mai al corrente; poiché su queste non aprii né aprirò mai bocca in vita mia, né con lei né con chicchessia. Tutta quella confidenza da una parte e dall'altra rendeva la mia posizione imbarazzantissima, soprattutto con la signora di Francueil, che mi conosceva abbastanza per non diffidare di me, pur se legato alla sua rivale. Consolavo del mio meglio quella povera donna, alla quale il marito non ricambiava certamente l'amore che lei gli recava. Ascoltavo separatamente quelle tre persone; ne custodivo i segreti con la massima fedeltà, senza che mai nessuno dei tre me ne strappasse uno degli altri due, e senza nascondere a ciascuna delle due donne il mio affetto per la rivale.

La signora di Francueil, che intendeva servirsi di me per svariati scopi, subì dei formali rifiuti; e la signora d'Epinay, avendo una volta inteso incaricarmi di trasmettere una lettera a Francueil, non solo ne ricevette uno eguale, ma di più la dichiarazione nettissima che, se desiderava cacciarmi per sempre dalla sua casa, non aveva che da farmi una seconda proposta del genere. Bisogna rendere giustizia alla signora d'Epinay: anziché dispiacersi per tale contegno, ne riferì a Francueil con elogi, e non mi accolse in seguito meno cordialmente. Così, pur nelle tempestose relazioni fra tre persone che dovevo trattare con riguardo, dalle quali in qualche modo dipendevo, e per le quali provavo dell'affetto, conservai sino all'ultimo la loro amicizia, la loro stima, la loro fiducia, comportandomi con dolcezza e comprensione, ma sempre con rigore e fermezza. Nonostante la mia stupidità e goffaggine, la signora d'Epinay volle ammettermi agli svaghi della Chevrette, castello vicino a Saint-Denis, di proprietà del signor di Bellegarde. C'era un teatro dove si rappresentavano spesso commedie. Mi fu affidata una parte che studiai per sei mesi filati, e che bisognò suggerirmi parola per parola durante la rappresentazione. Dopo quella prova, non mi fu più offerta una parte.

Nel far la conoscenza con la signora d'Epinay, feci anche quella di sua cognata, la signorina di Bellegarde, che divenne ben presto contessa di Houdetot. La vidi per la prima volta alla vigilia delle sue nozze; conversò a lungo con me, con l'incantevole familiarità che le è naturale. La trovai amabilissima; ma ero assai lontano dal prevedere che quella giovane donna avrebbe deciso un giorno il destino della mia vita, e mi avrebbe trascinato, pur innocentissima, nell'abisso in cui oggi mi trovo.

Benché non abbia parlato di Diderot, dopo il mio ritorno da Venezia, né del mio amico Roguin, nondimeno non avevo trascurato né l'uno né l'altro, e m'ero soprattutto legato, vieppiù intimamente, col primo. Egli aveva una Nanette, come io avevo una Thérèse; era fra noi un'affinità in più. Ma la differenza era che la mia Thérèse, pur se bella all'aspetto quanto la sua Nanette, aveva un umore dolce e un carattere amabile, fatti per ispirare affetto a un giovane onesto; mentre l'altra, bisbetica e sguaiata, nulla mostrava agli occhi altrui che potesse riscattare la sua villania. Egli la sposò, nondimeno: fece benissimo, se l'aveva promesso. Quanto a me, che nulla avevo promesso, non mi affrettai ad imitarlo.

Ero divenuto intimo anche dell'abate di Condillac, che nella letteratura era un nessuno al pari di me, ma era nato per diventare quello che è oggi. Fui il primo, forse, ad aver intuito il suo valore, e a stimarlo per quanto vale. Sembrava stesse anche lui volentieri con me; e mentre rinchiuso nella mia stanza, in rue Jean-Saint-Denis, nei pressi dell'Opéra, componevo il mio atto di Esiodo, egli veniva ogni tanto a pranzare con me, a quattr'occhi, portando la sua porzione. Lavorava allora al Saggio sull'origine delle conoscenze umane, che è la sua prima opera. Una volta conclusa, il difficile fu trovare un libraio che accettasse di stamparla. I librai di Parigi sono arroganti e duri per chiunque esordisca, e la metafisica, allora assai poco di moda, non offriva un soggetto troppo attraente. Parlai a Diderot di Condillac e della sua opera: gli feci fare conoscenza. Erano fatti per intendersi, e si intesero. Diderot impegnò il libraio Durant a stampare il manoscritto dell'abate, e quel grande metafisico ricavò dal suo primo libro, e quasi per grazia, cento scudi che forse non avrebbe raccolto senza di me. Siccome abitavamo in quartieri molto lontani uno dall'altro, ci incontravamo tutti e tre una volta la settimana al Palais-Royal, e andavamo a pranzo insieme all'albergo del Panier-Fleuri. Quei pranzetti settimanali dovevano piacere immensamente a Diderot, giacché lui che disertava quasi tutti i suoi appuntamenti, non mancò mai a nessuno di quelli. Formulai là il progetto di un periodico, intitolato Il canzonatore, che dovevamo scrivere, alternandoci, Diderot ed io. Ne abbozzai il primo numero, cosa che mi procurò la conoscenza di d'Alembert, al quale Diderot ne aveva parlato. Eventi imprevisti ci ostacolarono, e il progetto rimase tale.

Quei due autori avevano appena intrapreso il Dizionario Enciclopedico, che all'inizio non doveva essere che una specie di traduzione da Chambers, simile press'a poco a quella del Dizionario di Medicina di James, che Diderot aveva da poco terminata. Egli volle farmi in qualche modo partecipare alla seconda impresa, e mi propose la parte musicale, che accettai ed eseguii in fretta e malissimo, nei tre mesi da lui accordati, come a tutti gli autori che dovevano collaborare a quell'opera; ma fui l'unico ad essere pronto nel termine prescritto. Gli mandai il manoscritto, che avevo fatto ricopiare da un lacchè del signor di Francueil, certo Dupont, il quale aveva una calligrafia bellissima, e al quale pagai dieci scudi di tasca mia, che non mi furono mai rimborsati. Diderot mi aveva promesso, da parte dei librai, una retribuzione di cui non mi ha mai riparlato, né io a lui.

L'impresa dell'Enciclopedia fu interrotta dal suo arresto. I Pensieri filosofici gli avevano attirato qualche fastidio senza conseguenze. Non altrettanto la Lettera sui ciechi, che di reprensibile aveva in tutto qualche frecciata personale, di cui la signora Dupré de Saint-Maur e il signor di Réaumur si risentirono, e per le quali egli venne rinchiuso nel torrione di Vincennes. Nulla potrà mai dipingere le angosce che mi inflisse la sciagura del mio amico. La mia immaginazione funesta, che sempre volge il male in peggio, si sgomentò. Lo credetti prigioniero per il resto della sua vita. Poco mancò che perdessi il lume della ragione. Scrissi alla signora di Pompadour per scongiurarla di farlo liberare, o di ottenere che mi rinchiudessero con lui. La mia lettera non ebbe risposta: era troppo poco ragionevole per essere efficace, e non mi illudo che abbia contribuito a mitigare, qualche tempo dopo, la prigionia del povero Diderot. Ma se fosse durata ancora qualche tempo col medesimo rigore, credo che sarei morto di disperazione ai piedi di quel maledetto torrione. Del resto, se la mia lettera ha prodotto scarsi effetti, non me ne sono neppure vantato troppo, poiché ne ho parlato solo a pochissime persone, e mai allo stesso Diderot.

LIBRO OTTAVO

Ho dovuto fare una pausa alla fine del libro precedente. Con questo inizia, nella sua prima origine, la lunga catena delle mie sventure.

Essendo vissuto in due fra le più splendide case di Parigi, non avevo mancato, nonostante la mia scarsa socievolezza, di farvi alcune conoscenze. In casa della signora Dupin avevo fatto, fra le altre, quella del giovane principe ereditario di Sassonia-Gotha, e del barone di Thun, suo precettore. In casa del signor de la Poplinière avevo conosciuto il signor Seguy, amico del barone di Thun, e noto nel mondo letterario per la sua bella edizione di Rousseau. Il barone ci invitò, il signor Seguy e me, a passare un giorno o due a Fontenay-sous-Bois, dove il principe possedeva una casa. Ci andammo. Passando davanti a Vincennes, provai alla vista del torrione una stretta al cuore di cui il barone notò l'effetto sul mio viso. A cena, il principe parlò della detenzione di Diderot. Il barone, per farmi parlare, accusò il prigioniero d'imprudenza: io ne misi nel modo impetuoso con cui lo difesi. Si perdonò l'eccesso di zelo in quanto ispirato dalla sciagura di un amico, e si parlò d'altro. Erano presenti due Tedeschi, addetti al principe. L'uno, di nome Klupffel, uomo di grande intelligenza, era il suo cappellano, e divenne in seguito, dopo aver soppiantato il barone, suo precettore. L'altro era un giovane chiamato signor Grimm, che gli fungeva da lettore in attesa di trovare un impiego, e il cui abbigliamento trasandato denunciava l'urgente bisogno di trovarlo. Da quella stessa sera, Klupffel ed io avviammo un'intesa che in breve divenne amicizia. Quella con messer Grimm non fu altrettanto rapida. Egli non si faceva avanti in alcun modo, ben lontano da quel tono d'arroganza che la prosperità gli dette in seguito. Il giorno dopo, a pranzo, si parlò di musica: ne parlò da competente. Ebbi un moto di gioia quando seppi che accompagnava al clavicembalo. Dopo pranzo, ci si fece portare della musica. Suonammo tutto il giorno al clavicembalo del principe, e così ebbe inizio quell'amicizia che sulle prime mi fu così dolce, e così funesta infine, e di cui dovrò d'ora innanzi tanto parlare.

Tornando a Parigi, appresi la gradita notizia che Diderot era uscito dal Torrione, e che gli avevano dato per prigione il castello e il parco di Vincennes, sulla sua parola, col permesso di ricevere gli amici. Quanto mi fu duro non poter correre da lui immediatamente! Ma, trattenuto per due o tre giorni in casa della signora Dupin da questioni indispensabili, dopo tre o quattro secoli di impazienza volai nelle braccia del mio amico. Inesprimibile momento! Non era solo. Con lui erano d'Alembert e il tesoriere della SainteChapelle. Entrando, non vidi che lui: un solo balzo, un grido, e strinsi il suo viso al mio, lo avvinsi forte senza parlargli altrimenti che con le mie lacrime e i miei singhiozzi; soffocavo di tenerezza e di gioia. Uscito dalle mie braccia, il suo primo moto fu di rivolgersi all'ecclesiastico e dirgli: «Vedete, signore, quanto i miei amici mi amano.» Tutto immerso nella mia commozione, non badai allora a quel suo modo di trarne vantaggio. Ma ripensandoci poi qualche volta, ho sempre pensato che, nei panni di Diderot, non sarebbe stata quella la prima idea che mi avrebbe colpito.

Lo trovai molto provato dalla prigionia. Il torrione gli aveva fatto un'impressione terribile, e sebbene al castello si trovasse benissimo, padrone di passeggiare in un parco che non è nemmeno cinto da muri, egli aveva bisogno della compagnia degli amici per non abbandonarsi al suo umor nero. Poiché ero certamente quello che più compativa la sua pena, credetti d'essere anche l'amico la cui vista gli sarebbe stata più consolante, e ogni due giorni al massimo, malgrado urgentissimi impegni, andavo, solo o con sua moglie, a passare il pomeriggio con lui.

In quell'anno 1749 l'estate fu torrida. Vincennes dista due leghe da Parigi. Non essendo in condizioni di noleggiare una vettura, alle due dopo mezzogiorno partivo a piedi, quando ero solo, e correvo per arrivare più presto. Gli alberi del viale, sempre sfrondati alla moda del paese, non davano quasi ombra, e spesso, spossato dal caldo e dalla fatica, mi stendevo a terra non potendone più. Mi venne in mente, per moderare il mio passo, di prendere con me qualche libro. Un giorno presi il «Mercure de France» e, scorrendolo mentre camminavo, l'occhio mi cadde su questo quesito proposto dall'Accademia di Digione per il premio dell'anno successivo: «se il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito a corrompere o a purificare i costumi».

Nell'istante in cui lo leggevo, vidi un altro universo e divenni un altr'uomo. Pur serbando un ricordo vivissimo dell'impressione ricevuta, i particolari mi sono sfuggiti da quando li ho riversati in una delle mie quattro lettere al signor di Malesherbes. È una delle stranezze della mia memoria che meritano d'esser descritte. La memoria mi serve solo sino a quando mi affido ad essa: non appena ne trasmetto i contenuti alla carta, mi abbandona; e una volta scritta una cosa, non me ne ricordo assolutamente più. Questa stranezza mi segue persino nella musica. Prima di impararla conoscevo a memoria una quantità di canzoni: appena ho saputo cantare le arie scritte, non ho potuto ricordarne una, e dubito che di quelle che più mi son piaciute possa oggi ridirne interamente una sola.

Il solo ricordo ben distinto di quella circostanza è che arrivando a Vincennes ero in un'agitazione che sfiorava il delirio. Diderot se ne accorse: gliene dissi la ragione, e gli lessi la prosopopea di Fabrizio, scritta a matita sotto una quercia. Egli mi esortò a sviluppare le mie idee, e concorrere al premio. Lo feci, e dal quel momento fui perduto. Tutto il resto della mia esistenza e delle mie sventure fu l'inevitabile conseguenza di quell'attimo di smarrimento.

I miei sentimenti si elevarono, con rapidità inconcepibile, al livello delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni furono soffocate dall'entusiasmo per la verità, per la libertà, per la virtù, e, cosa tra le più sorprendenti, quell'effervescenza durò nel mio cuore per più di quattro o cinque anni, al più alto grado, forse, che essa abbia mai raggiunto nel cuore di alcun altro.

Lavorai a quel discorso in una maniera singolarissima, e che ho quasi sempre seguita nelle altre mie opere. Gli dedicavo le insonnie delle mie notti. Meditavo nel mio letto a occhi chiusi, e volgevo e rivolgevo nella mia testa i periodi con incredibile pena; poi, quando finalmente ne ero soddisfatto, li affidavo alla memoria finché potevo metterli sulla carta: ma il tempo di alzarmi e di vestirmi mi faceva perdere tutto, e quando mi mettevo allo scrittoio non mi tornava quasi nulla di quanto avevo composto. Pensai di prendere come segretaria la signora Le Vasscur. L'avevo alloggiata con la figlia e il marito più vicino a me, ed era lei che, per risparmiarmi un domestico, veniva ogni mattina ad accendermi il fuoco e sbrigare le mie minute faccende. Al suo arrivo, le dettavo dal mio letto il lavoro della notte, e tale pratica, che ho seguito a lungo, mi ha risparmiato una quantità di dimenticanze.

Steso il discorso, lo mostrai a Diderot, che ne fu soddisfatto, e mi suggerì qualche correzione. Tuttavia quest'opera, colma di calore e di forza, manca assolutamente di logica e d'ordine; fra quante sono uscite dalla mia penna, è la più debole di ragionamento e la più povera di ritmo e d'armonia. Ma, qualunque sia il talento con cui si è nati, l'arte di scrivere non s'impara d'acchito.

Feci partire quello scritto senza parlarne ad altri, eccettuato forse Grimm, con il quale, dopo la sua assunzione da parte del conte di Friese, cominciavo a vivere nella più stretta intimità. Aveva un clavicembalo che ci serviva da punto di unione, e al quale passavo insieme a lui ogni momento che mi restava libero, a cantare arie italiane e barcarole senza requie e senza interruzione dalla mattina alla sera, o piuttosto dalla sera alla mattina; e quando non mi si trovava dalla signora Dupin, si era certi di trovarmi dal signor Grimm, o quanto meno in sua compagnia, a passeggio oppure a teatro. Smisi di andare alla Commedia Italiana, dove avevo libero ingresso, ma che lui non apprezzava, per andare con lui, pagando, alla Commedia Francese, di cui era appassionato. Un'attrazione così potente mi univa, insomma, a quel giovane, e ne divenni a tal punto inseparabile, che la povera «zia» era anche lei trascurata, ossia la vedevo meno, giacché nemmeno un momento della mia vita il mio affetto per lei si è affievolito.

L'impossibilità di spartire fra le mie inclinazioni lo scarso tempo libero, rinnovò più vivo che mai il desiderio che avevo da tempo di metter su casa con Thérèse; ma il peso della sua numerosa famiglia, e soprattutto la mancanza di denaro per l'acquisto del mobilio mi avevano fin lì trattenuto. L'occasione di compiere uno sforzo si presentò, e io ne approfittati. Il signor di Francueil e la signora Dupin, rendendosi conto che otto o novecento franchi l'anno non potevano bastarmi, portarono di loro iniziativa il mio onorario annuale a cinquanta luigi, e inoltre la signora Dupin, sapendo che intendevo metter su casa, volle darmi in qualche modo una mano. Con il mobilio che Thérèse già possedeva, mettemmo tutto in comune, e affittato un appartamentino all'albergo di Languedoc, rue di Grenelle-Saint-Honoré, presso bravissima gente, ci sistemammo come potemmo; e vi abbiamo dimorato tranquillamente e piacevolmente sette anni, sino al mio trasloco all'Ermitage.

Il padre di Thérèse era un vecchio brav'uomo, mitissimo, che aveva una paura tremenda di sua moglie, e che perciò le aveva appioppato il soprannome di «Luogotenente criminale», che Grimm, per celia, trasferì poi alla figlia. La signora Le Vasseur non mancava d'intelligenza, ossia di astuzia, si piccava persino di educazione e di arie di gran mondo; ma aveva un'enigmatica piaggeria che me la rendeva insopportabile, suggeriva pessimi consigli alla figlia, tentava di renderla ipocrita nei miei confronti e lusingava separatamente i miei amici, a spese uno dell'altro e alle mie. Per il resto, discreta madre, perché vi trovava il suo tornaconto, nascondendo gli errori della figlia in quanto ne approfittava. Questa donna, che colmavo di attenzioni, di premure, di piccoli doni, e dalla quale mi stava estremamente a cuore farmi amare, era, per l'impossibiltà di riuscirvi, l'unico motivo di pena che avessi nel mio piccolo nido, e del resto posso dire d'aver gustato, in quei sei o sette anni, il più perfetto benessere domestico che la debolezza umana possa concedere. Il cuore della mia Thérèse era quello di un angelo: il nostro affetto cresceva con la nostra intimità, e sentivamo ogni giorno di più quanto eravamo fatti l'uno per l'altra. Se si potessero descrivere i nostri piaceri, farebbero ridere per la loro semplicità. Le nostre passeggiate a tu per tu fuori città, nelle quali elargivo munificamente otto o dieci soldi in qualche bettola. Le nostre cenette sul davanzale della mia finestra, seduti faccia a faccia su due seggioline piazzate sopra un baule che occupava esattamente l'ampiezza del vano. In quel modo, il davanzale ci faceva da tavola, respiravamo l'aria, potevamo vedere i dintorni, i passanti, e, pur al quarto piano, tuffarci nella strada anche mangiando. Chi descriverà, chi capirà gli incanti di quei pasti, composti, per tutta pietanza, di un quarto di grosso pane, qualche ciliegia, un bocconcino di formaggio, e un quartino di vino che si beveva in due? Amicizia, confidenza, intimità, dolcezza d'animo, come deliziosi i vostri condimenti! Restavamo qualche volta così fino a mezzanotte, senza pensarci e non badando all'ora, se la vecchia mamma non ci avesse avvertiti. Ma lasciamo questi particolari che parranno insipidi o ridicoli. L'ho sempre detto e sentito, la vera gioia non si descrive.

Ne provai, press'a poco nello stesso periodo, una più grossolana, l'ultima di questo genere che abbia da rimproverarmi. Ho detto che il ministro Klupffel era amabile: i miei rapporti con lui non erano meno intimi che con Grimm, e divennero altrettanto familiari; ogni tanto mangiavano a casa mia. Quei pasti, più che semplici, erano ravvivati dalle sottili e folli monellerie di Klupffel, e dagli spassosi germanismi di Grimm, che non era ancora diventato purista. La sensualità non presiedeva le nostre piccole orge, ma vi suppliva la gioia, e ci trovavamo così bene insieme che non riuscivamo più a staccarci. Klupffel aveva messo su casa a una ragazzina, che non aveva smesso di concedersi a tutti, giacché egli non poteva mantenerla da solo. Una sera, entrando al caffè, lo incontrammo che ne usciva per andare a cena con lei. Lo prendemmo in giro; egli se ne vendicò galantemente includendoci nel suo invito a cena, e poi canzonandoci a sua volta. Quella povera creatura mi parve di carattere abbastanza buono, molto dolce, e poco adatta al suo mestiere, al quale una strega che viveva con lei la aizzava del suo meglio. Discorsi e vino ci resero euforici al punto da perdere ogni freno. Il buon Klupffel non volle fare gli onori di casa a mezzo, e passammo tutti e tre successivamente nella camera vicina con quella poveretta che non sapeva più se ridere o piangere. Grimm ha sempre asserito di non averla toccata: era dunque per divertirsi a spazientirci che rimase tanto tempo con lei, e se mai si astenne, è poco probabile che fosse per scrupolo, giacché prima di entrare al servizio del conte di Frièse alloggiava in casa di ragazze di malaffare nello stesso quartiere Saint-Roch.

Uscii dalla rue des Moineaux, dove la ragazza abitava, vergognoso come Saint-Preux uscì dalla casa dove l'avevano ubriacato, e riandai proprio alla mia storia quando scrissi la sua. Thérèse s'accorse, da qualche indizio, e soprattutto dalla mia aria confusa, che avevo qualcosa da rimproverarmi; mi alleggerii del peso con una franca e pronta confessione. Feci bene: l'indomani Grimm venne trionfalmente a raccontarle il mio misfatto, caricandone le tinte, e da allora non mancò mai di ravvivarle malignamente il ricordo, cosa tanto più colpevole in quanto, avendolo liberamente e volontariamente ammesso alla mia confidenza, avevo diritto d'aspettarmi da lui che non mi inducesse a pentirmene. Mai ho inteso meglio che in quell'occasione la bontà di cuore della mia Thérèse: rimase infatti più urtata dal contegno di Grimm che offesa dalla mia infedeltà, e non ebbi da lei che rimproveri toccanti e teneri, nei quali mai scorsi la minima traccia di risentimento.

La semplicità d'animo di quell'eccellente ragazza era pari alla bontà del suo cuore: è tutto dire; ma un esempio che mi si presenta merita tuttavia d'essere aggiunto. Le avevo detto che Klupffel era ministro e cappellano del principe di Saxe-Gotha. Un ministro del culto era per lei un uomo tanto eccezionale che, confondendo comicamente le idee più disparate, le saltò in mente di scambiare Klupffel con il papa; e la credetti uscita di senno la prima volta che mi disse, rincasando, che il papa era passato a trovarmi. Le feci spiegare l'equivoco, e nulla mi parve più urgente che correre a raccontare la storia a Grimm e a Klupffel, al quale rimase fra noi il nomignolo di «papa». Alla ragazza della rue des Moineaux prestammo il nome di «papessa Giovanna». Erano risate irrefrenabili, da soffocarne. Chi mi ha fatto dire, in una lettera che si è compiaciuto d'attribuirmi, che in vita mia avevo riso due volte soltanto, non mi ha conosciuto in quell'epoca, né in gioventù, perché sicuramente un'idea del genere non avrebbe potuto sfiorarlo.

L'anno successivo, 1750, mentre non pensavo più al mio Discorso, appresi che aveva riportato il premio a Digione. La notizia risvegliò tutte le idee che me l'avevano ispirato, le animò di nuova forza, e finì col mettere in fermento nel mio cuore il primo lievito di eroismo e di virtù che mio padre, e la mia patria, e Plutarco, vi avevano deposto nella mia infanzia. Non trovai più nulla di grande e di bello se non l'essere libero e virtuoso, superiore alla fortuna e alla pubblica opinione, e il bastare a se stessi. Benché la malriposta vergogna e il timore d'esser deriso mi impedissero all'inizio di modellarmi su quei principi e di rompere bruscamente con le massime del mio secolo, ne ebbi sin da allora l'intenzione risoluta, e tardai a praticarla solo il tempo che occorreva alle contraddizioni per esasperarla e renderla trionfante.

Mentre filosofavo sui doveri dell'uomo, soppraggiunse un avvenimento a farmi, riflettere sui miei. Thérèse rimase incinta per la terza volta. Troppo sincero con me stesso, troppo intimamente fiero per voler smentire i miei principi con la mia condotta, presi ad esaminare il destino dei miei figli, e i miei rapporti con la loro madre, sulla base delle leggi naturali, della giustizia e della ragione, e su quelle della religione pura, santa, eterna come il suo autore, che gli uomini hanno contaminata fingendo di volerla purificare, e di cui non hanno fatto, con le loro formule, che una religione di parole, visto quanto poco costi prescrivere l'impossibile quando ci si dispensa dal perseguirlo.

Se mi ingannai nei miei risultati, nulla è più straordinario della sicurezza d'animo con la quale mi ci abbandonai. Se fossi di quegli uomini malnati, sordi alla dolce voce della natura, nell'intimo dei quali nessun sentimento autentico di giustizia e d'umanità germinò mai, quell'insensibilità sarebbe spiegabilissima. Ma quel calore del cuore, quella sensibilità così viva, quella facilità a crearmi affetti, la forza con cui esse mi soggiogano, gli strazi crudeli quando bisogna spezzarli, quell'innata benevolenza per i miei simili, quell'ardente amore del grande, del vero, del bello, del giusto, quell'orrore del male sotto ogni forma, quell'impossibilità di odiare, di nuocere, e persino di volerlo, l'intenerimento, la viva e dolce emozione che m'ispira tutto ciò che è virtuoso, generoso, amabile: può mai tutto questo conciliarsi nello stesso animo con la depravazione che fa calpestare senza scrupoli il più dolce dei doveri? No, lo sento, e lo dico ben alto: non è possibile. Mai un solo istante nella sua vita Jean-Jacques ha potuto essere un uomo senza sentimenti, senza viscere, un padre snaturato. Posso essermi ingannato, ma non a tal punto indurito. Se esponessi le mie ragioni, direi troppo. Poiché esse hanno potuto sedurmi, potrebbero sedurre molti altri: non intendo esporre i giovani che potrebbero leggermi a lasciarsi fuorviare dallo stesso errore. Mi accontenterò di affermare che esso fu tale, che affidando i miei figli alla pubblica educazione, non potendoli allevare io stesso, destinandoli a diventare operai e contadini piuttosto che avventurieri e cacciatori di doti, credetti di compiere un atto di cittadino e di padre; e mi considerai come un membro della repubblica di Platone. Più d'una volta, da quel tempo, i rimorsi del mio cuore mi hanno insegnato d'essermi illuso; ma lungi dall'aver avuto lo stesso avvertimento per parte della ragione, ho benedetto sovente il cielo di avere in quel modo scongiurato ad essi la sorte del padre loro, e quella che li minacciava quando sarei stato costretto ad abbandonarli. Se li avessi affidati alla signora d'Epinay o alla signora di Luxembourg, che, per amicizia, per generosità, o per altri motivi hanno voluto occuparsene in seguito, sarebbero forse stati più felici, sarebbero almeno stati educati come persone oneste? Non so; ma sono certo che li avrebbero condotti a odiare, forse a tradire, i loro genitori: è cento volte meglio che non li abbiano conosciuti.

Il mio terzo figlio fu dunque affidato all'ospizio dei trovatelli come i primi due, e altrettanto accadde dei due successivi; ne ebbi infatti cinque in tutto. Quella soluzione mi parve così buona, sensata, legittima, che se non me ne vantai apertamente, fu soltanto per riguardo alla madre; ma ne parlai a tutti coloro cui avevo dichiarato i nostri rapporti, ne parlai a Diderot, a Grimm, lo confidai in seguito alla signora d'Epinay, e più tardi ancora alla signora di Luxembourg, e liberamente, francamente, senza alcun obbligo di necessità, e potendo agevolmente nasconderlo a tutti, poiché la Govin era una donna fidata, discretissima, sulla quale potevo perfettamente contare. L'unico fra i miei amici al quale ebbi un certo interesse a confidarmi fu il medico Thierry, che curò la mia povera «zia» in uno dei suoi parti, nel quale si trovò assai male. In poche parole, non feci alcun mistero della mia condotta, non solo perché non seppi mai nascondere nulla ai miei amici, ma perché in realtà non vi scorgevo nulla di male. Tutto sommato, scelsi per i miei figli il meglio, o quanto supposi tale. Avrei voluto, vorrei ancora essere stato allevato e nutrito io stesso come lo furono essi.

Mentre facevo così le mie confidenze, la signora Le Vasseur le faceva altrettanto da parte sua, ma con intenti meno disinteressati. Le avevo introdotte, lei e sua figlia, presso la signora Dupin, la quale, per amicizia nei miei confronti, aveva per loro mille attenzioni. La madre le confidò il segreto della figlia. La signora Dupin, che è buona e generosa, e alla quale l'altra taceva come, malgrado la modestia delle mie risorse, mi preoccupavo di provvedere a tutto, vi provvedeva, da parte sua, con una liberalità che, per ordine della madre, la figlia mi ha sempre nascosto durante il mio soggiorno a Parigi, e che non mi confessò che all'Ermitage, al seguito di molte altre effusioni di cuore. Ignoravo che la signora Dupin, che non me ne fece mai il minimo accenno, fosse così ben istruita; ignoro tuttora se la signora di Chenonceaux, sua nuora, lo fosse altrettanto: ma la signora di Francueil, sua figliastra, lo fù, e non poté tacere. Me ne parlò l'anno dopo, quando avevo già lasciato la loro casa. Ciò mi costrinse a scriverle a questo proposito una lettera che si troverà nelle mie raccolte, e nella quale espongo, delle mie ragioni, quelle che potevo esprimere senza compromettere la signora Le Vasseur e la sua famiglia; giacché le più determinanti venivano di là, e io le tacqui.

Sono sicuro della discrezione della signora Dupin e dell'amicizia della signora di Chenonceaux; lo ero di quella della signora di Francueil, che d'altronde morì molto prima che il mio segreto venisse divulgato. Mai potè esserlo che dalle persone stesse cui l'avevo confidato, e non lo fu, invero, che dopo la mia rottura con esse. Per questo solo fatto, sono giudicate: senza volermi discolpare del biasimo che merito, lo preferisco a quello che merita la loro perfidia. La mia colpa è grande, ma frutto di un errore; ho trascurato i miei doveri, ma la volontà di nuocere non si è insinuata nel mio cuore, e le viscere di padre non saprebbero parlare col massimo vigore per dei figli mai veduti: ma tradire la confidenza dell'amicizia, violare il più sacro di tutti i patti, render pubblici i segreti versati nel nostro seno, disonorare a capriccio l'amico che si è ingannato, e che ci rispetta anche lasciandoci, queste non sono colpe, sono bassezze d'animo e turpitudini.

Ho promesso la mia confessione, non la mia giustificazione; perciò qui mi fermo su questo punto. A me spetta d'esser sincero, al lettore d'essere giusto. Non gli chiederò mai nulla di più.

Il matrimonio del signor di Chenonceaux mi rese anche più gradevole la casa di sua madre, grazie al merito e allo spirito della novella sposa, giovane amabilissima, e che parve distinguermi fra gli scrivani del signor Dupin. Era l'unica figlia della viscontessa di Rochechovart, grande amica del conte di Friese, e, di riflesso, di Grimm, che ne era il fido. Fui io, nondimeno, a presentarlo a sua figlia: ma i loro caratteri non s'accordavano, e il rapporto non ebbe seguito; e Grimm, che sin da allora mirava al sodo, preferì la madre, donna del gran mondo, alla figlia, che voleva amici fidati e adatti alla sua indole, senza immischiarsi in nessun intrigo né cercar credito fra i potenti. La signora Dupin, non trovando nella signora di Chenonceaux tutta la docilità che si aspettava, le rese la casa tristissima, e la signora di Chenonceaux, fiera del proprio merito, forse della propria nascita, preferì rinunciare agli svaghi della società e restare pressocché sola nel suo appartamento, piuttosto che tollerare un giogo per il quale non si sentiva fatta. Quella specie di esilio accrebbe il mio affetto per lei, per quella naturale inclinazione che mi attrae verso gli infelici. Le scoprii un ingegno metafisico e riflessivo, pur se talvolta un po' sofistico. La sua conversazione, che non era per niente di una fanciulla uscita dal convento, era per me affascinantissima. Eppure non aveva vent'anni. Il suo incarnato era di un candore abbagliante; la figura sarebbe stata grande e bella se l'avesse meglio curata; i capelli, di un biondo cinerino e di un'insolita bellezza, mi ricordavano quelli della mia povera Mamma nella sua età bella, e mi turbavano vivamente il cuore. Ma i severi principi che mi ero appena imposti, e che ero risoluto a seguire ad ogni costo, mi difesero da lei e dai suoi incanti. Trascorsi, lungo tutta un'estate, tre o quattro ore al giorno da solo con lei, a insegnarle gravemente l'aritmetica, e ad annoiarla con le mie eterne cifre, senza rivolgerle una sola parola galante o scoccarle un'occhiata. Cinque o sei anni più tardi non sarei stato altrettanto saggio o pazzo; ma era scritto che non dovevo amare di vero amore che una sola volta nella mia vita, e che un'altra, non lei, avrebbe avuto i primi e gli ultimi sospiri del mio cuore.

Da quando vivevo in casa della signora Dupin, mi ero sempre accontentato della mia sorte, senza manifestare desideri di vederla migliorare. L'aumento che insieme col signor di Francueil aveva apportato ai miei onorari, era dipeso unicamente dalla loro iniziativa. Quell'anno, il signor di Francueil, la cui amicizia per me aumentava di giorno in giorno, divisò di sistemarmi un po'più confortevolmente e in una situazione meno precaria. Egli era ricevitore generale delle finanze. Il signor Dudoyer, suo cassiere, era vecchio, ricco, e desiderava ritirarsi. Il signor di Francueil mi offrì quel posto, e per mettermi nella condizione di occuparlo, andai per qualche settimana dal signor Dudoyer a prendere le necessarie istruzioni. Ma, o che avessi scarsa disposizione per quell'impiego o che Dudoyer, il quale mi parve intenzionato a promuoversi un diverso successore, non mi istruisse in buona fede, acquisii lentamente e male le nozioni di cui avevo bisogno, e tutto quel sistema di conti a bella posta ingarbugliati non poté mai entrarmi in testa. Nondimeno, senza aver afferrato le finezze del mestiere, non mancai d'impadronirmi quanto basta dell'andamento corrente per poterlo esercitare speditamente. Cominciai persino ad esplicarne le funzioni; tenevo i registri e la cassa, riscuotevo e versavo denaro, quietanze, e pur avendo per quel mestiere altrettanto scarsa passione che capacità, la maturità degli anni cominciando a rendermi saggio, ero risoluto a vincere la mia ripugnanza per dedicarmi interamente al mio impiego. Per disgrazia, quando incominciavo a impratichirmi, il signor di Francueil fece un breve viaggio, durante il quale restai incaricato della sua cassa, che ammontava allora, tuttavia, a soli venticinque o trentamila franchi. Le angosce, l'inquietudine che mi procurò quel deposito mi persuasero che non ero nato per fare il cassiere, e non dubito che il cattivo sangue fatto durante quell'assenza non abbia contribuito alla malattia in cui caddi dopo il ritorno del conte.

Ho detto nella mia prima parte che ero nato morente. Un vizio di conformazione della vescica mi fece soffrire, durante i miei primi anni, una ritenzione d'urina quasi continua, e mia zia Suzon, che ebbe cura di me, affrontò pene incredibili per tenermi in vita. Eppure, ne venne a capo: la mia robusta costituzione ebbe infine il sopravvento, e la mia salute si rafforzò talmente, durante la mia giovinezza, che tranne la malattia di languore di cui ho narrato la storia, e i frequenti bisogni d'orinare, che il minimo riscaldamento mi rendeva sempre penosi, raggiunsi l'età di trent'anni senza quasi risentire della prima infermità. Ne avvertii i primi riflessi al mio arrivo a Venezia. La fatica del viaggio e i terribili calori che avevo sofferti mi procurarono un bruciore alla vescica e dolori ai reni che si protrassero fino all'inizio dell'inverno. Dopo l'incontro con la «Padoana», mi credetti morto, e non patii il minimo disturbo. Dopo essermi esaurito più di immaginazione che di corpo per la mia Zulieta, stetti meglio che mai. Solo dopo la detenzione di Diderot, il riscaldo contratto nelle mie corse a Vincennes, durante la terribile afa di quell'anno, mi procurò una violenta nefrite, dopo la quale non ho mai recuperato la mia salute primitiva.

Nel momento in cui parlo, essendomi forse un po' strapazzato nell'uggioso lavoro di quella dannata cassa, ebbi una ricaduta peggiore delle altre, e rimasi a letto cinque o sei settimane, nelle condizioni più tristi che si possano immaginare. La signora Dupin mi mandò il celebre Morand, che, nonostante la sua abilità e la delicatezza della sua mano, mi fece soffrire pene incredibili senza mai riuscire a introdurmi la sonda. Mi consigliò di ricorrere a Daran, le cui sonde più flessibili riuscirono infatti a inserirsi; ma, rendendo conto alla signora Dupin del mio stato, Morand dichiarò entro sei mesi avrei cessato di vivere. Quel discorso, giuntomi all'orecchio, mi indusse a riflessioni gravi sul mio stato e sulla stoltezza di sacrificare il riposo e il piacere dei pochi giorni che mi restavano da vivere alla servitù di un impiego per il quale non provavo che disgusto. Come conciliare, d'altronde, i severi principi appena adottati con un mestiere che vi si accordava così poco? E non avrei mostrato una bella sfrontatezza, cassiere di un ricevitore generale delle finanze, a predicare il disinteresse e la povertà? Queste idee fermentarono così bene nella mia testa con la febbre, vi si combinarono con tale forza, che nulla poi poté sradicarle, e durante la convalescenza mi confermai freddamente nelle risoluzioni che avevo prese delirando. Rinunciai per sempre a ogni progetto di ricchezza e di carriera. Risoluto a trascorrere nell'indipendenza e nella povertà il poco tempo che mi restava da vivere, concentrai ogni risorsa del mio animo a spezzare i ceppi dell'opinione pubblica, e a fare con coraggio tutto quanto mi sembrasse bene, senza minimamente preoccuparmi del giudizio degli uomini. Gli ostacoli che ebbi a combattere, e gli sforzi che feci per superarli, sono inauditi. Riuscii per quanto era possibile, e più di quanto io stesso avessi sperato. Se avessi scosso il giogo dell'amicizia quanto quello dell'opinione, avrei raggiunto il mio intento, forse il più grande, o almeno il più utile alla virtù, che mai mortale abbia concepito; ma, mentre calpestavo i giudizi insensati della turba volgare dei sedicenti grandi e dei sedicenti saggi, mi lasciavo soggiogare e condurre come un bambino dai sedicenti amici, i quali, gelosi di vedermi procedere solo lungo una strada nuova, pur simulando di adoperarsi generosamente per la mia felicità, non badarono in realtà che a rennermi ridicolo, e cominciarono col lavorare ad avvilirmi, per giungere poi a diffamarmi. Ad attirarmi la loro gelosia fu meno la mia celebrità letteraria che non la mia riforma personale, di cui segno qui l'epoca: mi avrebbero forse perdonato di brillare nell'arte dello scrivere, ma non poterono perdonarmi di offrire con la mia condotta un esempio che sembrava contrariarli. Ero nato per l'amicizia; il mio carattere aperto e dolce l'alimentava senza sforzo. Sinché vissi ignorato dal pubblico, fui amato da quanti mi conobbero, e non ebbi un solo nemico. Ma non appena fui un nome, non ebbi più amici. Fu una grande sventura; una ancora più grave fu d'essere attorniato da persone che pretendevano a quel nome, e che usarono i diritti ad esso connessi solo per trascinarmi alla rovina. Il seguito di queste Memorie svilupperà l'odiosa trama; qui ne indico solo l'origine: se ne vedrà fra breve il primo nodo.

Nell'indipendenza in cui intendevo vivere, occorreva pur sopravvivere. Escogitai un mezzo semplicissimo: copiar musica un tanto alla pagina. Se qualche occupazione più solida avesse ottenuto il medesimo scopo, l'avrei scelta; ma essendo quell'attività di mio gusto, e la sola che, senza schiavitù personale, potesse assicurarmi il pane quotidiano, l'intrapresi. Persuaso di non aver più bisogno di previdenza, e messa a tacere la vanità, da cassiere di un finanziere mi promossi copista di musica. Credetti di guadagnare molto nel cambio, e me ne sono così poco pentito che solo per necessità ho lasciato quel mestiere, e per riprenderlo non appena potrò. Il successo del mio primo Discorso mi rese più facile realizzare il proposito. Come ebbe riportato il premio, Diderot si incaricò di farlo stampare. Mentre ero malato, mi mandò un biglietto per annunciarmi la pubblicazione e il successo. «Supera,» mi segnalava, «ogni trionfo; non c'è esempio d'un successo simile.» Il favore del pubblico, per nulla manovrato, e per un autore sconosciuto, midette la prima garanzia autentica del mio ingegno, di cui, nonostante l'intima coscienza, avevo sempre fin lì dubitato. Compresi tutto il vantaggio che potevo trarne per la scelta cui mi preparavo, e reputai che un copista di una certa fama letteraria non sarebbe rimasto verosimilmente privo di lavoro.

Appena la mia decisione fu presa e ben confermata, scrissi un biglietto al signor di Francueil per comunicargliela, per ringraziarlo insieme alla signora Dupin di tutte le loro cortesie, e per chiedergli di procurarmi una clientela. Francueil, non comprendendo nulla di quel biglietto, e credendomi ancora nel delirio della febbre, corse da me; ma trovò la mia risoluzione così ferma che non riuscì in alcun modo a scuoterla. Andò a dire alla signora Dupin e a tutti gli altri che ero impazzito. Lasciai dire e seguitai per la mia strada. Iniziai la mia riforma dall'abbigliamento: abbandonai dorature e calze bianche, presi una parrucca tonda, deposi la spada, vendetti l'orologio, dicendomi con gioia incontenibile: «Grazie al cielo, non avrò più bisogno di sapere che ora è.» Il signor di Francueil ebbe la cortesia di attendere abbastanza a lungo prima di disporre della sua cassa. Infine, vista irremovibile la mia decisione, l'affidò al signor Dalibard, già precettore del giovane Chenonceaux, e conosciuto fra i botanici per la sua Flora parisiensis.

Per quanto austera fosse la mia riforma suntuaria, non mi affrettai ad estenderla alla mia biancheria, che era bella e abbondante, residuo del mio corredo di Venezia, e per la quale nutrivo un'attrazione particolare. A forza di farmene un motivo di pulizia, ne avevo fatto un oggetto di lusso, che non mancava di costarmi. Qualcuno mi rese il servigio di liberarmi da tale schiavitù. La vigilia di Natale, mentre le «governatrici» erano ai vespri e io al concerto spirituale, qualcuno forzò la porta di un solaio dov'era stesa tutta la nostra biancheria, dopo il bucato. Rubò ogni cosa, e fra l'altro quarantadue camicie di bellissima tela, che costituivano il fondo della mia biancheria. Da come i vicini descrissero un uomo che era stato visto uscire dal palazzo, portando dei fagotti, a quella stessa ora, Thérèse ed io sospettammo di suo fratello, noto come un pessimo soggetto. La madre respinse con energia quel sospetto; ma tanti indizi lo confermarono che ci restò, quantunque lei se ne offendesse. Non osai approfondire le ricerche, per timore di scoprire più di quanto avrei voluto. Quel fratello non ricomparve più in casa mia, e infine sparì del tutto. Deplorai la sorte di Thérèse e mia di avere una famiglia così eterogenea, e più che mai la spinsi a scuotere un giogo tanto pericoloso. Quell'avventura mi guarì dalla passione della bella biancheria, e in seguito non ne ho avuto che di comunissima, meglio intonata al resto del mio abbigliamento.

Avendo perfezionato così la mia riforma, non pensai più che a renderla solida e durevole, lavorando a estirpare dal mio cuore quanto ancora si legava al giudizio degli uomini, quanto poteva stornarmi, per paura di biasimo, da ciò che fosse buono e ragionevole di per se stesso. Favorita dal clamore suscitato dalla mia opera, la mia scelta produsse altrettanto scalpore, e mi procurò del lavoro; cosicché iniziai il mio mestiere con discreto successo. Svariati motivi, tuttavia, mi impedirono di riuscirvi come avrei potuto fare in altre circostanze. Anzitutto la mia cattiva salute. La crisi appena subita ebbe conseguenze per le quali non stetti più bene come prima; e credo che i medici ai quali mi affidai mi fecero male quanto la malattia. Consultai successivamente Morand, Daran, Helvetius, Malovin, Thierry, i quali, tutti sapientissimi, tutti miei amici, mi curarono ciascuno a suo modo, non mi dettero alcun sollievo, e mi infiacchirono considerevolmente. Più mi assoggettavo alla loro direzione, più diventavo giallo, magro, debole. La mia immaginazione, che essi atterrivano misurando il mio stato dall'effetto dei loro farmaci, non mi prospettava prima della morte che una catena di patimenti, le ritenzioni, la renella, i calcoli. Tutto ciò che allevia gli altri, tisane, bagni, salassi, peggiorava i miei mali. Essendomi accorto che le sonde di Daran, le sole a procurarmi qualche sollievo, e senza le quali credevo di non poter più vivere, non mi procuravano però che un sollievo transitorio, mi misi con grandi spese a fare immense provviste di sonde, per poterle portare tutta la vita, anche quando Daran fosse mancato. Nel corso di otto o dieci anni in cui ne ho usato così spesso, con tutte quelle che mi restano, devo averne comprate per cinquanta luigi. Si capisce che una cura tanto costosa, così dolorosa, così penosa, non mi lasciava lavorare indisturbato, e che un moribondo non profonde il suo impegno nel guadagnarsi il pane quotidiano.

Le occupazioni letterarie costituirono un'altra distrazione non meno dannosa al mio lavoro giornaliero. Appena il mio Discorso fu pubblicato, i difensori delle lettere mi piombarono addosso come d'intesa. Indignato di vedere tanti piccoli Josse, che senza capire neppure il problema volevano sentenziarne da maestri, presi la penna, e ne sistemai alcuni in modo da lasciare a loro il premio delle pubbliche risate. Un certo signor Gautier, di Nancy, il primo che mi cadde sotto la penna, fu duramente malmenato in una lettera a Grimm. Il secondo fu re Stanislao in persona, che non sdegnò di entrare in lizza con me. L'onore da lui resomi mi costrinse a mutar tono per rispondergli; ne adottai uno più grave, ma non meno energico, e senza mancar di rispetto all'autore, bocciai nettamente l'opera. Sapevo che vi aveva posto mano un gesuita, il padre di Menau. Mi affidai al mio fiuto per sceverare quel che era del principe e quel che veniva dal monaco, e attaccando senza complimenti ogni frase gesuitica, rilevai, cammin facendo, un anacronismo che ritenni non potesse venire che dal reverendo. Quella risposta; che, non so perché, fece meno chiasso degli altri miei scritti, è finora un'opera unica nel suo genere. Vi colsi l'occasione che mi era offerta di mostrare al pubblico come un privato cittadino potesse difendere la causa della verità anche contro un sovrano. È difficile assumere un piglio più fiero e più rispettoso a un tempo di quello che usai per rispondergli. Avevo la fortuna di misurarmi con un avversario al quale il mio cuore poteva, senza adulazione, manifestare la stima di cui era pieno; è quanto feci con un certo successo, ma pur sempre con dignità. I miei amici, spaventati per me, già eredevano di vedermi alla Bastiglia. Non ebbi per un solo istante quel timore, e con ragione. Il buon prineipe, dopo aver letto la mia risposta, disse: «Ho avuto quanto meritavo, non mi ci immischio più.» Ricevetti poi da lui svariate prove di stima e di benevolenza, di cui dovrò menzionarne qualcuna, e il mio scritto corse tranquillo la Francia e l'Europa, senza che nessuno vi trovasse alcunché da biasimare.

Ebbi qualche tempo dopo un altro avversario che non mi sarei mai aspettato: quello stesso signor Bordes, di Lione, che dieci anni prima mi aveva dimostrato tanta amicizia e reso parecchi favori. Non lo avevo dimenticato, ma trascurato per pigrizia; e non gli avevo inviato i miei scritti, in mancanza di un'occasione propizia per farglieli avere. Avevo dunque torto, ed egli mi attaccò, lealmente tuttavia, ed io risposi sullo stesso piano. Replicò in un tono più reciso. Ciò provocò la mia risposta conclusiva, dopo la quale non aggiunse parola; ma divenne il mio più acceso nemico, colse il tempo delle mie sventure per comporre contro di me infami libelli, e fece un viaggio fino a Londra solo per nuocermi.

Tutte queste polemiche mi impegnavano molto, con gran perdita di tempo per il mio lavoro di copista, scarso progresso della verità e poco profitto per la mia borsa. Pissot, allora mio libraio, mi dava sempre pochissimo per i miei libri, spesso niente del tutto, e per esempio non ebbi un centesimo del mio primo Discorso, Diderot glielo diede gratuitamente; bisognava aspettare a lungo, e cavargli soldo per soldo il poco ehe mi dava; frattanto il lavoro di copiatura non muoveva un passo. Facevo due mestieri: modo perfetto per far male entrambi.

Essi si contrariavano anche in un altro senso: per i diversi stili di vita ai quali mi obbligavano. Il successo dei miei primi scritti mi aveva messo di moda. Il mestiere che avevo scelto suscitava curiosità; si voleva conoscere quest'uomo bizzarro che non cercava nessuno, e non si curava che di vivere libero e felice a modo suo: ciò bastava perché non potesse farlo. La mia stanza non era mai vuota di persone che, con i più vari pretesti, venivano a rubare il mio tempo. Le donne ricorrevano a mille sotterfugi per avermi a pranzo. Più bistrattavo la gente, più si ostinava. Non potevo respingere tutti. Pur facendomi mille nemici coi miei rifiuti, ero costantemente aggiogato dalla mia compiacenza, e in qualsiasi modo agissi, non avevo un'ora al giorno tutta per me.

Capii allora che non è sempre facile come si immagina essere povero e indipendente. Volevo vivere del mio mestiere, il pubblico non lo voleva. Escogitavano mille mezzucci per risarcirmi del tempo che mi rubavano. Ben presto avrei dovuto mostrarmi come Pulcinella, un tanto a persona. Non conosco schiavitù più umiliante e più crudele di quella. Non vidi altro rimedio che ricusare i doni grandi e piccoli e non ammettere eccezioni per nessuno. Tutto ciò non fece che attirare i donatori, che volevano strappare la gloria di piegare la mia resistenza, e forzarmi ad esser loro obbligato mio malgrado. Chi non mi avrebbe scucito uno scudo se glielo avessi chiesto, non smetteva d'importunarmi con le offerte, e per vendicarsi di vederle respinte, tacciava i miei rifiuti di arroganza e di ostentazione.

Beninteso la decisione da me presa e il sistema di vita che intendevo seguire non potevano piacere alla signora Le Vasscur. Tutto il suo disinteresse non impediva alla figlia di seguire le direttive della madre, e le «governatrici», come le chiamava Gauffecourt, non erano sempre ferme quanto me nei loro rifiuti. Benché mi si nascondessero molte cose, ne vidi abbastanza per convincermi che non vedevo tutto; e ciò mi tormentò, non tanto per l'accusa di connivenza che m'era facile prevedere, quanto per la crudele constatazione di non poter mai essere padrone nella mia casa né di me stesso. Pregavo, scongiuravo, mi adiravo, tutto inutilmente; la madre mi faceva passare per un eterno brontolone, per un burbero. Con i miei amici era un parlottio continuo; tutto era mistero e segreto per me in casa mia, e per non espormi senza requie a tempeste, non osavo più informarmi di quanto vi accadesse. Mi sarebbe occorsa, per strapparmi a tante angustie, una fermezza di cui ero incapace. Sapevo creare, non agire; mi lasciavano dire e tutto andava avanti come prima.

Il perpetuo tira e molla e i fastidi quotidiani ai quali ero esposto, mi resero alla fine sgraditi la mia casa e il soggiorno a Parigi. Quando i miei malanni mi consentivano di uscire, e non mi lasciavo trascinare qua e là dai miei conoscenti, andavo a passeggio per conto mio; meditavo sul mio grande sistema, annotavo qualche abbozzo d'idea in un quadernetto e con una matita che mi seguivano ovunque. Ecco come le impreviste amarezze di un mestiere di mia scelta mi gettarono, per mera diversione, interamente nella letteratura, ed ecco come riversai in tutte le mie prime opere la bile e il malumore che mi spingevano a scriverle.

Un altro fattore vi contribuiva. Lanciato mio malgrado nel mondo senza averne il tono, senza essere in grado di acquisirlo e di potermene assoggettare, decisi di assumerne uno tutto mio che me ne dispensasse. Poiché la mia sciocca e grossolana timidezza, che non riuscivo a superare, si fondava sulla paura di trasgredire alle- convenienze, presi, per rincuorarmi, il partito di calpestarle. Mi feci cinico e caustico per vergogna; ostentai di disprezzare la cortesia che non sapevo praticare. È vero che questa asprezza, coerente ai miei nuovi principi, si nobilitava nel mio animo, vi assumeva l'intrepidozza della virtù, e su questa angusta base, oso dire, essa si sorresse meglio e più a lungo di quanto non si sarebbe dovuto attendere da uno sforzo così opposto alla mia natura. Eppure, malgrado la reputazione di misantropo che il mio aspetto e qualche battuta appropriata mi dettero nel mondo, è certo che, in privato, sostenni sempre male il mio personaggio; che i miei amici e i miei conoscenti menavano quest'orso tanto feroce come un agnello, e che, limitando i miei sarcasmi a verità dure, ma generali, non ho mai saputo dire una parola offensiva a chicchessia.

L'Indovino del villaggio completò l'opera della mia assunzione alla moda, e in breve non vi fu a Parigi uomo più ricercato di me. La storia di quest'opera, che fece epoca, si lega alle amicizie da me intrattenute in quei tempi. È un particolare nel quale debbo addentrarmi, per la comprensione di quanto seguirà.

Avevo un gran numero di conoscenze, ma due soli amici scelti, Diderot e Grimm. Per effetto del mio desiderio di riunire tutto quanto mi è caro ero troppo amico di entrambi perché in breve essi non lo divenissero altrettanto l'uno del l'altro. Li feci conoscere, si convennero, e si unirono anche più strettamente fra loro che con me. Diderot aveva sterminate conoscenze; ma Grimm, straniero e nuovo venuto, aveva bisogno di farne. Non chiesi di meglio che procurargliene. Gli avevo dato Diderot, gli detti Gauffecourt. Lo portai dalla signora di Chenonceaux, dalla signora d'Epinay, dal barone d'Holbach, col quale mi trovavo in rapporti quasi mio malgrado. Tutti i miei amici divennero i suoi, era naturale: ma nessuno dei suoi divenne amico mio, il che era meno naturale. Mentre alloggiava in casa del conte di Friese, Grimm ci invitava spesso là a pranzare; ma non ebbi mai alcun segno d'amicizia o di benevolenza dal conte di Friese, né dal conte di Schomberg, suo parente, intimissimo di Grimm, né da alcune fra le persone, uomini o donne, con le quali questi ebbe rapporti per loro tramite. Possono eccettuare il solo abate Raynal, ' il quale, benché suo amico, si mostrò tale anche con me, e mi offrì all'occorrenza la sua borsa con una generosità poco comune. Ma conoscevo l'abate Raynal molto prima che Grimm lo incontrasse, e gli ero sempre rimasto legato grazie a un gesto pieno di delicatezza e di lealtà che egli mi usò in un'occasione di poco conto, ma che non dimenticai.

L'abate di Raynal è certamente un caldo amico. Ne ebbi la prova press'a poco nel periodo di cui parlo, nei confronti dello stesso Grimm, con il quale era strettamente legato. Grimm, dopo un certo periodo di buona amicizia con la signorina Fel, decise tutto d'un colpo d'innamorarsene perdutamente, e di soppiantare Cahusac. La bella, vantando la propria costanza, mise alla porta il nuovo pretendente. Questi prese la cosa sul tragico, e si mise in testa di volerne morire. Cadde d'un tratto nella più strana malattia di cui forse si sia udito parlare. Passava giorni e notti in un perpetuo letargo, gli occhi spalancati, il polso normale, ma senzaparlare, senza mangiare, senza muoversi, mostrando ogni tanto di udire ma senza mai rispondere, nemmeno con cenni, e del resto senza agitazione, senza dolore, senza febbre, e restando lì come morto. L'abate Raynal ed io ci alternammo nell'assisterlo: l'abate, piu robusto e meglio in forze, vi passava le notti, io i giorni, senza mai lasciarlo solo, e uno non se ne andava prima che l'altro arrivasse. Il conte di Friese, preoccupato, gli portò Senac, il quale, dopo un'accurata visita, disse che non sarebbe accaduto nulla e non prescrisse nulla. L'ansia per il mio amico mi indusse ad osservare attentamente il contegno del medico, e lo vidi sorridere uscendo. Tuttavia l'ammalato restò parecchi giorni immobile, senza sorbire un brodo o prendere nulla tranne le ciliege candite che gli posavo ogni tanto sulla lingua e che lui inghiottiva benissimo. Un bel mattino si alzò, si vestì, e riprese la sua vita di sempre, senza mai più riaccennare, né con me, né ch'io sappia con l'abate Raynal o con altri, a quella singolare letargia o alle cure che gli avevamo prodigato finché era durata.

L'avventura non mancò di far chiasso, e sarebbe stato un evento realmente straordinario che la crudeltà di una ragazza dell'Opéra avesse fatto morire di disperazione un uomo. Quella bella passione mise Grimm alla moda; in breve egli passò per un portento d'amore, d'amicizia, di affetto d'ogni genere. Tale reputazione lo rese ricercato e festeggiato nel gran mondo, e così lo allontanò da me, che non ero mai stato per lui più di un ripiego. Lo vidi pronto a sfuggirmi del tutto, poiché i vivissimi sentimenti che andava ostentando erano quelli che, con meno chiasso, io provavo per lui. Ero ben felice che avesse successo nel mondo, ma non avrei voluto che con ciò dimenticasse il suo amico. Gli dissi un giorno: «Grimm, voi mi trascurate; io ve lo perdono. Quando la prima ebbrezza dei successi clamorosi avrà fatto il suo effetto, e ne avvertirete il vuoto, spero che torniate a me, e mi ritroverete sempre. Per ora, non vi date pena; io vi lascio libero, e vi aspetto.» Mi disse che avevo ragione, si regolò di conseguenza, e si mise così bene a suo agio, che non lo vidi più se non in compagnia degli amici comuni.

Il nostro principale luogo di riunione, prima che Grimm fosse legato alla signora d'Epinay come lo fu in seguito, era la casa del barone d'Holbach. Costui era figlio di un arricchito, che godeva di un patrimonio piuttosto vistoso, di cui faceva nobile uso, accogliendo in casa uomini di lettere e di merito, e in virtù del suo sapere e dei suoi lumi non sfigurava affatto in mezzo ad essi. Intimo di Diderot da lunga data, mi aveva ricercato per suo tramite, anche prima che il mio nome fosse noto. Una ripugnanza naturale m'impedì a lungo di rispondere ai suoi inviti. Un giorno che me ne chiese ragione, gli dissi: «Siete troppo ricco.» Si ostinò, e infine vinse. La mia peggiore disgrazia fu sempre di non saper resistere alle carezze. Mai mi sono trovato bene ad avervi ceduto.

Un'altra conoscenza che divenne amicizia appena ebbi un titolo per aspirarvi, fu quella del signor Duclos. L'avevo incontrato la prima volta parecchi anni prima, alla Chevrette, dalla signora d'Epinay, con la quale era in ottimi rapporti. Non facemmo che pranzare insieme, e ripartì quel giorno stesso. Ma conversammo brevemente dopo pranzo. La signora d'Epinay gli aveva parlato di me e della mia opera Le Muse galanti. Duclos, dotato di doni troppo grandi per non apprezzare chi ne possedeva, si era fatto una buona opinione di me, e mi aveva invitato a casa sua. Malgrado la mia vecchia inclinazione, rafforzata dalla conoscenza, la mia timidozza, la mia pigrizia, mi trattennero finché non ebbi altro passaporto presso di lui che la sua compiacenza; ma incoraggiato dal mio primo successo e dai suoi elogi, che mi vennero riferiti, andai a trovarlo, egli venne da me, e si allacciarono così fra noi dei rapporti che me lo renderanno sempre caro, e ai quali debbo la scoperta, oltre la testimonianza del mio cuore, che la rettitudine e la probità possono qualche volta allearsi con la cultura delle lettere.

Molte altre conoscenze meno solide, che qui non menziono, furono effetto dei miei primi successi, e durarono finché non fu soddisfatta la curiosità. Ero un uomo che, appena visto, non aveva più nulla da mostrare. Tuttavia, una donna che mi ricercò in quel tempo resistette più tenacemented'ogni altra: fu la marchesa di Créqui, nipote del signor Balì di Froulay, ambasciatore di Malta, il cui fratello aveva preceduto il signor di Montaigu all'ambasciata di Venezia, e che ero stato a visitare al mio ritorno da quella città. La signora di Créqui mi scrisse; andai da lei: mi divenne amica. Vi pranzavo ogni tanto; vi incontrai parecchi letterati, e fra gli altri il signor Saurin, autore di Spartaco, di Barnevelt, ecc., divenuto in seguito mio nemico acerrimo, senza che io ne riesca a immaginare altro motivo se non che porto il nome di un uomo che suo padre perseguitò cinicamente.

Come si vede, per un copista che avrebbe dovuto essere assorbito nel suo mestiere dal mattino alla sera, avevo sin troppe distrazioni che non rendevano la mia giornata molto lucrosa, e che mi impedivano di attendere a quanto facevo con la cura necessaria; così sprecavo a cancellare o a raschiare i miei sbagli, o a ricominciare da capo, più della metà del tempo che mi restava. Tanti fastidi mi rendevano Parigi ogni giorno più insopportabile, e mi facevano cercare la campagna con ardore. Andai parecchie volte a trascorrere qualche giorno a Marcoussis, di cui la signora Le Vasseur conosceva il vicario, presso il quale ci sistemavamo tutti in modo che egli non si trovasse a disagio. Grimm ci venne una volta con noi. Il vicario aveva una bella voce, cantava bene, e pur non conoscendo la musica, imparava la sua parte con grande facilità e precisione. Vi passammo il tempo a cantare i miei terzetti di Chenonccaux. Ne composi altri due o tre, su parole che Grimm e il vicario imbastivano bene o male. Non posso impedirmi di rimpiangere quei terzetti composti e cantati in momenti di purissima gioia, e che lasciai a Wootton con tutta la mia musica. La signorina Davenport forse si è già fatta, con essi, i bigodini; ma meritavano d'essere conservati, e per la maggior parte sono d'ottimo contrappunto. Dopo uno di quei piccoli viaggi, in cui avevo il piacere di vedere la «zia» a suo agio, tutta allegra, e mi divertivo tanto anch'io, scrissi al vicario, molto in fretta e molto male, un'epistola in versi che si troverà fra le mie carte.

Avevo più vicino a Parigi un altro rifugio, che mi garbava moltissimo, presso il signor Mussard, mio compatriota, mio parente e mio amico, che si era fatto a Passy un ritiro incantevole, dove ho trascorso momenti veramente sereni. Il signor Mussard era un gioielliere, uomo di buon senso, il quale, dopo aver accumulato nel suo commercio un discreto patrimonio e sposata l'unica figlia al signor di Valmalette, figlio di un agente di cambio, e maestro di casa del re, prese la saggia decisione di abbandonare nell'età avanzata negozio e affari, e di frapporre un intervallo di riposo e di benessere tra i crucci della vita e la morte. Il buon Mussard, vero filosofo pratico, viveva senza preoccupazioni, in una dimora gradevolissima che si era costruita, e in un graziosissimo giardino che aveva piantato con le sue mani. Scavando a conche le terrazze di quel giardino, trovò delle conchiglie fossili, e in tale abbondanza che la sua esaltata immaginazione non vide più che conchiglie nella natura, e alla fine credette davvero che l'universo fosse tutto conchiglie, detriti di conchiglie, e la terra intiera nient'altro che polvere di conchiglie. Sempre assorto in quella fissazione e nelle sue singolari scoperte, si scaldò tanto a tali idee, che esse avrebbero finito per strutturarsi nella sua testa in sistema, ossia in follia, se per buona fortuna della sua ragione, ma per grave sventura dei suoi amici, ai quali era caro e che nella sua casa trovavano il più confortevole asilo, la morte non fosse sopraggiunta a sottrarglielo, con la più strana e crudele malattia. Era un tumore allo stomaco, sempre crescente, che gli impediva di mangiare senza che, per lunghissimo tempo, se ne scoprisse la causa, e che dopo parecchi anni di sofferenze, finì per farlo morire di fame. Non posso ricordare senza una stretta al cuore gli ultimi giorni di quel povero e degno uomo, il quale, ricevendo ancora con tanta gioia Lenieps e me, unici amici che lo spettacolo del male da lui patito nongli allontanò fino alla sua ultima ora; il quale, dico, era ridotto a divorare con gli occhi il pasto che ci faceva servire, senza poter quasi sorbire poche gocce di un tè leggerissimo, che era costretto a rigettare un momento dopo. Ma prima di quei tempi di dolore, quanti ne ho trascorsi accanto a lui di piacevoli, con gli amici selettissimi che si era scelti! Alla loro testa colloco l'abate Prévost, uomo amabilissimo e semplicissimo, il cui cuore infondeva vita ai suoi scritti, degni dell'immortalità, e che nulla aveva nel tratto o nella conversazione del tetro colore che dava alle sue opere; il medico Procope, piccolo Esopo fortunato in amore; Boulanger, celebre autore postumo del Despotismo orientale, e che, credo, estendeva le teorie di Mussard sulla durata del mondo. Fra le donne, la signora Denis, nipote di Voltaire, che non essendo allora più d'una brava donna, non faceva ancora sfoggio di bello spirito; la signora Vanloo, nient'affatto bella, ma affascinante, che cantava come un angelo; la stessa signora di Valmalette, che cantava anche lei e che, pur se magrissima, sarebbe stata assai amabile se ne avesse avuto meno le pretese. Tale era press'a poco la società del signor Mussard, che già di per sé mi avrebbe attratto, se l'intimità con la sua conchigliomania non mi fosse ancor più piaciuta, e posso dire che per più di sei mesi ho lavorato nel suo studio con piacere pari al suo.

Da molto tempo egli pretendeva che per le mie condizioni le acque di Passy mi sarebbero state salutari, e mi esortava ad andare a prenderle in casa sua. Per sottrarmi un po' alla calca urbana alla fine mi arresi, e trascorsi a Passy otto o dieci giorni, che mi giovarono più perché ero in campagna che perché prendevo le acque. Mussard suonava il violoncello, e amava appassionatamente la musica italiana. Una sera, ne parlammo a lungo prima di andare a letto, e specialmente delle opere buffe che avevamo entrambi visto in Italia, e di cui eravamo del pari entusiasti. Quella notte, non riuscendo a dormire, pensai a come si potesse dare in Francia l'idea di un dramma del genere, giacché gli Amori di Radegonda' non vi si avvicinavano nemmeno. Il mattino seguente, passeggiando e bevendo l'acqua, abbozzai alla svelta qualche specie di strofetta e vi adattai le arie che mi vennero in mente componendola. Scribacchiai il tutto in una sorta di padiglione a volta che era in cima al giardino; e all'ora del tè non potei fare a meno di mostrare le arie a Mussard e alla signorina Duvernois, sua governante, che in verità era una buonissima e amabile ragazza. I tre brani che avevo abbozzato erano il primo monologo, Ho perduto il seruitore, l'aria dell'Indovino, L'amor cresce se s'inquieta, e l'ultimo duetto, Per sempre, Colin, ti impegno, ecc. Mi illudevo così poco che valesse la pena di continuare, che, senza gli applausi e gli incoraggiamenti di entrambi, avrei buttato nel fuoco i miei fogli per non pensarci più, come ho fatto tante volte con cose almeno altrettanto buone: ma essi mi eccitarono tanto che in capo a sei giorni il mio dramma fu scritto, tranne alcuni versi, e tutta la mia musica abbozzata, sicché a Parigi non mi restò da fare che un po' di recitativi e tutti i ripieni, e conclusi il tutto con tale rapidità che in tre settimane le mie scene furono copiate e in condizione d'essere rappresentate. Non mancava che il «divertimento», che fu composto molto dopo.

Infiammato dalla composizione di quell'opera, non vedevo l'ora di ascoltarla, e avrei dato tutto al mondo per vederla rappresentare a mio criterio, a porte chiuse, come si dice che una volta Lulli fece eseguire l'Armida solo per sé. Siccome non m'era possibile soddisfare questo piacere se non col pubblico, occorreva necessariamente, per godermi il mio lavoro, farlo accettare all'Opéra. Sfortunatamente, era di un genere del tutto nuovo, al quale le orecchie non erano assuefatte; e, d'altro canto, l'insuccesso delle Muse galanti mi faceva prevedere quello dell'Indovino, se l'avessi presentato col mio nome. Duclos mi trasse d'impaccio, e s'incaricò di far provare l'opera tacendone l'autore. Per non scoprirmi, non andai a quella prova, e i «piccoli violini» che la diressero non seppero essi stessi chi ne fosse l'autore se non dopo che un'acclamazione generale attestò la bontà dell'opera. Quanti l'ascoltarono ne erano talmente entusiasti che, sin dal giorno dopo, non si parlò d'altro in ogni salotto. Il signor de Cury, intendente dei Menus, che aveva assistito alla prova, chiese l'opera per rappresentarla alla Corte. Duclos, che conosceva le mie intenzioni, reputando che sarei stato meno padrone del mio lavoro alla Corte che a Parigi, la rifiutò. Cury la reclamò d'autorità; Duclos tenne fermo, e la disputa fra i due divenne così accesa, che un giorno all'Opéra avrebbero finito per battersi se non li avessero separati. Vollero rivolgersi a me: rimisi ogni decisione al signor Duclos. Bisognò tornare a lui. Si mise di mezzo il duca d'Aumont. Duclos ritenne infine di dover cedere all'autorità, e l'opera fu concessa per essere rappresentata a Fontainebleau. |[continua]|

|[LIBRO OTTAVO, 2]|

La parte alla quale m'ero più dedicato, e dove più mi allontanavo dalla strada ordinaria, era il recitativo Il mio era accentato in maniera del tutto nuova, e procedeva in uno con la parola parlata. Non si osò conservare questa atroce innovazione, si temeva che sobillasse le orecchie del gregge. Consentii che Francueil e Jelyotte componessero un altro recitativo, ma non volli immischiarmene.

Quando tutto fu pronto, e fissato il giorno per la rappresentazione, mi proposero un viaggio a Fontainebleau, per assistere almeno all'ultima prova. Vi andai con la signorina Fel, Grimm, e, credo, l'abate Raynal, in una carrozza della Corte. La prova fu discreta; ne fui più soddisfatto di quanto mi aspettassi. L'orchestra era numerosa, composta dai suonatori dell'Opera e dalla musica del re. Jelyotte faceva la parte di Colin; la signorina Fel, quella di Colette; Cuviller, era l'Indovino; i cori erano dell'Opéra. Ebbi poco da dire: Jelyotte aveva diretto tutto, non volli controllare quanto aveva disposto, e malgrado il mio cipiglio romano, ero vergognoso come uno scolaretto in mezzo a tanta gente.

L'indomani, giorno della rappresentazione, andai a far colazione al caffè del Grand-Commun. C'era molta gente. Si parlava della prova della vigilia e della difficoltà che c'era stata di assistervi. Un ufficiale che era lì disse che vi era entrato facilmente, raccontò a lungo com'era andata, descrisse l'autore, riferì quel che questi aveva fatto e detto; ma ciò che mi sbalordì in quel racconto piuttosto dettagliato, fatto con sicurezza pari alla semplicità, fu che non c'era una sola parola di vero. Mi era chiarissimo che chi parlava con tanta competenza di quella prova non vi aveva messo piede, poiché aveva dinnanzi agli occhi, senza conoscerlo, quell'autore che asseriva di aver visto tanto bene. La cosa più strana in quella scena fu l'effetto che produsse su di me. Quell'uomo aveva una certa età; non aveva affatto né l'aria né il tono fatui o presuntuosi. La fisionomia annunciava un uomo di merito, la croce di San Luigi un vecchio ufficiale. Mi interessava, nonostante la sua imprudenza e mio malgrado; mentre elargiva le sue menzogne io arrossivo, abbassavo gli occhi, stavo sulle spine, cercavo ogni tanto in me stesso se non c'era mezzo di crederlo in errore o buona fede. Alla fine, tremando all'idea che qualcuno mi riconoscesse e lo sbugiardasse, mi affrettai a finire il mio cioccolato senza dir nulla, e abbassando il volto mentre gli passavo davanti, uscii quanto più in fretta possibile, mentre gli astanti discutevano sulla sua relazione. Mi accorsi per strada di esser tutto sudato, e sono certo che se qualcuno mi avesse riconosciuto e chiamato per nome prima che uscissi di là, avrebbe visto in me la vergogna e l'imbarazzo di un colpevole, per il solo sentimento della pena che quel pover'uomo avrebbe sofferto se la sua menzogna si scopriva.

Eccomi in uno dei momenti critici della mia vita in cui è difficile narrare soltanto, giacché è quasi impossibile che il racconto stesso non porti segni di censura o d'apologia. Cercherò nondimeno di riferire come e su quali motivi mi regolai, senza aggiungervi né lode né biasimo.

Ero quel giorno nell'abbigliamento trascurato che avevo abitualmente; barba lunga e parrucca alquanto spettinata. Scambiando quella mancanza di decenza per un atto di coraggio, entrai così conciato nella sala dove di lì a poco dovevano fare il loro ingresso il re, la regina, la famiglia reale e l'intiera Corte. Andai a sistemarmi nel palco dove il signor di Cury mi condusse, e che era il suo. Era un vasto palco sulla sala, di fronte a un palchetto più in alto, dove si accomodò il re con la signora di Pompadour. Attorniato da dame, e unico uomo affacciato al palco, non potevo dubitare che mi avessero collocato là giusto per mettermi in vista. Quando ebbero acceso le luci, vedendomi così vestito in mezzo a persone tutte esageratamente agghindate, cominciai a provare un certo disagio: mi chiesi se ero al posto mio, se ei stavo convenientemente, e mi risposi: «Sì», con un'intrepidozza che forse scaturiva più dall'impossibilità di smentirmi che dalla forza delle mie ragioni. Mi dissi: «Sono al mio posto, perché assisto alla rappresentazione del mio lavoro, perché vi sono invitato, perché non l'ho composto che a questo fine, e perché tutto considerato nessuno più di me ha il diritto di godere il frutto del mio lavoro e del mio ingegno. Mi sono vestito come al solito, né meglio né peggio. Se ricomincio a sottostare all'opinione degli altri in qualche cosa, eccomi in breve sottostare a tutto. Per essere sempre me stesso, non devo arrossire, dovunque mi trovi, d'esser vestito secondo la condizione che ho scelta: il mio aspetto è semplice e trascurato, ma non indecente né sudicio; la barba non lo è di per se stessa, poiché ce la dà la natura, e perché, secondo i tempi e le mode, talvolta è un ornamento. Mi si troverà ridicolo, impertinente; e che m'importa? Devo saper sopportare il ridicolo e il biasimo, purché né l'uno né l'altro siano meritati.» Dopo questo breve soliloquio, mi sentii a tal punto rinfrancato che sarei stato intrepido se ne avessi avuto bisogno. Ma, effetto della presenza del padrone o naturale disposizione dei cuori, non scorsi null'altro che premura e cortesia nella curiosità di cui ero oggetto. Ne fui commosso sino a ricominciare a sentirmi inquieto su me stesso e sull'esito del mio lavoro, temendo di cancellare predisposizioni così favorevoli che sembravano mirar solo ad applaudirmi. Ero armato contro i loro scherni; ma la loro aria carezzevole, nient'affatto prevista, mi soggiogò talmente che tremavo come un bambino quando si cominciò.

Ebbi in breve di che rassicurarmi. L'opera fu malissimo rappresentata quanto agli attori, ma ben cantata ed eseguita quanto a musica. Sin dalla prima scena, che invero è di un'ingenuità commovente, udii elevarsi nei palchi un mormorio di sorpresa e di plauso sino allora inaudito in quel genere di spettacolo. Il crescente fermento divenne presto tale da pervadere l'intiera assemblea, e, per dirla alla Montesquieu, da accrescere il suo effetto col suo stesso effetto. Alla scena dei due sempliciotti, l'effetto fu al colmo. Non si battono le mani, alla presenza del re; ciò consentì di udire tutto: opera e autore ci guadagnarono. Udivo intorno a me un bisbiglio di donne che m'apparivano belle come angeli, e si dicevano sottovoce: a Incantevole! , «Splendido!» «Non un suono che non tocchi il cuore!» Il piacere di offrire tale emozione a tante amabili creature commosse anche me fino alle lacrime, e non riuscii a trattenerle al primo duetto vedendo che non ero il solo a piangere. Tornai per un attimo in me, ricordandomi il concerto del signor Treytorens. La reminiscenza ebbe l'effetto dello schiavo che reggeva la corona sulle teste dei trionfatori; ma fu breve e presto mi abbandonai pienamente e senza più distrarmi al piacere di assaporare la mia gloria. Sono però sicuro che in quel momento la voluttà del sesso c'entrava assai più che la vanità dell'autore; e certamente se là non vi fossero stati che uomini non sarei stato divorato, com'ero senza tregua, dal desiderio di cogliere con le labbra le deliziose lacrime che facevo versare. Ho visto talune rappresentazioni suscitare trasporti vivissimi d'ammirazione, mai però un'ebbrezza così piena così dolce, così commovente, regnare per l'intiero spettacolo, e specie alla Corte, in un giorno di prima rappresentazione. Quanti vi assistettero, devono ricordarsene, perché il suo effetto fu unico.

La sera stessa, il duca d'Aumont mi fece comunicare di trovarmi al castello il giorno dopo verso le undici, e che mi avrebbe presentato al re. Il signor di Cury, latore del messaggio, aggiunse che si parlava di una possibile pensione, e che il re desiderava annunciarmelo personalmente.

Si potrà credere che la notte che seguì una così splendida giornata fu per me una notte d'angoscia e di perplessità? La mia prima idea, dopo quella della presentazione, si concentrò su un frequente bisogno di uscire, che mi aveva fatto molto soffrire la stessa sera dello spettacolo, e che poteva torturarmi l'indomani, quando mi sarei trovato nella galleria o negli appartamenti del re, in mezzo a tanti grandi, attendendo il passaggio di Sua Maestà. Quell'infermità era la causa principale che mi teneva lontano dai circoli e che mi impediva di andarmi a chiudere dalle donne. La sola idea dello stato in cui quel disturbo poteva ridurmi era capace di infliggermelo al punto di star male, a meno di uno scandalo cui avrei preferito la morte. Solo chi conosca quello stato può giudicare il terrore di correrne il rischio.

Mi figuravo poi davanti al re, presentato a Sua Maestà, che si degnava di fermarsi e di rivolgermi la parola. Occorreva a quel punto equilibrio e presenza di spirito, per rispondere. La mia dannata timidezza, che mi turba davanti al più insignificante sconosciuto, mi avrebbe lasciato davanti al re di Francia, o mi avrebbe consentito di azzeccare all'istante le giuste risposte? Desideravo, senza dimettere l'aria e il tono severo da me assunto, mostrarmi sensibile all'onore che mi tributava un così grande monarca. Bisognava avviluppare qualche grande e utile verità in una lode bella e meritata. Per preparare in anticipo una risposta felice, occorreva prevedere esattamente quanto potesse dirmi; ed ero però sicuro di non ritrovare alla sua presenza una sillaba di ciò che avrei meditato. Che cosa sarei diventato in quel momento, e sotto gli occhi dell'intiera Corte, se nel mio turbamento mi fosse sfuggita una delle mie balordaggini abituali? Il pericolo mi allarmò, mi spaventò, mi fece tremare al punto da determinarmi, a qualsiasi costo, a non espormici.

Perdevo, è vero, la pensione che in un certo modo mi era stata offerta; ma mi risparmiavo anche il giogo che mi avrebbe imposto. Addio verità, libertà, coraggio. Come osare, da quel momento, parlare d'indipendenza e di disinteresse? Non dovevo più che adulare o tacere, accettando la pensione: e poi chi mi assicurava che me l'avrebbero pagata? Quanti passi da fare, quanta gente da sollocitare! Mi sarebbe costata più angustie, e ben più spiacevoli, per conservarla che per farne senza. Credetti dunque, rinunziandovi, di prendere una decisione coerentissima ai miei principi, e di sacrificare l'apparenza alla realtà. Comunicai la mia scelta a Grimm, che non oppose parola. Con gli altri presi a pretesto la mia salute, e partii quella stessa mattina.

La mia partenza fece chiasso e fu generalmente biasimata. Le mie ragioni non potevano essere intese da tutti. Accusarmi di stolto orgoglio era assai più sbrigativo, e soddisfaceva meglio la gelosia di chi sentiva in sé che non si sarebbe condotto così. Il giorno dopo, Jelyotte mi scrisse un biglietto in cui mi descrisse minutamente il successo del mio lavoro e l'estrema ammirazione dello stesso re. «Tutto il giorno,» mi segnalava, «Sua Maestà non smette di cantare, con la voce più stonata del suo regno: Ho perduto il servitore; ho perduto il buonumore.» Aggiungeva che, nella stessa quindicina, si doveva dare una seconda rappresentazione dell'Indovino, che avrebbe confermato agli occhi di tutti il pieno successo della prima.

Due giorni dopo, mentre entravo verso le nove di sera in casa della signora d'Epinay, dove mi recavo a cena, mi vidi sbarrare l'accesso da una carrozza a nolo. Qualcuno a bordo mi accennò di salirvi: era Diderot. Mi parlò della pensione con un fuoco che, su un soggetto simile, da un filosofo non mi sarei aspettato. Non mi fece una colpa di non aver voluto essere presentato al re; ma m'imputò come orribile il crimine della mia indifferenza alla pensione. Mi disse che, se ero disinteressato per mio conto, non potevo permettermi di esserlo per conto della signora Le Vasscur e di sua figlia; che dovevo loro l'obbligo di non trascurare alcun mezzo possibile e onesto per procacciargli il pane, e poiché non si poteva dire, dopotutto, che io avessi rifiutato la pensione, sostenne che, visto com'erano disposti ad accordarmela, dovevo sollocitarla e ottenerla, a qualsiasi costo. Pur se toccato dal suo zelo, non riuscii ad apprezzare le sue massime, e ingaggiammo in proposito un violento alterco, il primo che abbia avuto con lui; e non ne abbiamo mai avuto che di questo genere, lui prescrivendomi quanto pretendeva che dovessi fare, ed io difendendomi, perché ritenevo di non doverlo fare.

Era tardi, quando ci lasciammo. Volli portarlo a cena dalla signora d'Epinay, egli rifiutò; e per quanti sforzi il mio desiderio di riunire quanti amo mi abbia fatto compiere in tempi diversi per indurlo a vederla, al punto di condurlo alla sua porta, che egli ci tenne chiusa, si rifiutò sempre di varcarla, non parlando di lei che in termini di assoluto disprezzo. Solo dopo la mia rottura con lei e con lui, fecero amicizia, ed egli cominciò a parlarne in termini onorevoli.

Da quel momento, Diderot e Grimm parvero assumersi il compito di alienarmi le «governatrici», dando loro da intendere che se non campavano meglio, era colpa della mia cattiva volontà, e che con me non avrebbero mai concluso nulla. Cercavano di spingerle ad abbandonarmi, promettendogli una rivendita di sale, un negozio di tabacchi e non so che altro, grazie al credito della signora d'Epinay. Vollero persino coinvolgere Duclos, e d'Holbach, nella loro congiura, ma il primo si rifiutò sempre. Ebbi allora qualche sentore di tale maneggio; ma non lo colsi lucidamente che molto dopo, ed ebbi spesso a deplorare lo zelo cieco e indiscreto dei miei amici, che tentando di ridurmi, malato com'ero, alla più triste solitudine, lavoravano, secondo le loro intenzioni, a rendermi felice con i mezzi più adatti in realtà a rendermi miserabile. Il carnevale seguente, 1753, l'Indovino fu rappresentato a Parigi, ed ebbi il tempo, nell'intervallo, di comporne l'ouverture e il divertimento. Questo divertimento, così com'è stampato, doveva essere in azione da un capo all'altro, e in un soggetto continuato che, a mio avviso, avrebbe fornito quadri piacevolissimi. Ma quando proposi quest'idea all'Opéra, non mi ascoltarono neppure, e bisognò ricucire canti e danze secondo il solito: ne risultò che il divertimento, pur ricco di idee incantevoli che non guastano affatto le scene, riuscì assai mediocre. Tolsi il recitativo di Jelyotte, e vi rimisi il mio come l'avevo scritto all'inizio, e com'è stampato; e quel recitativo, un po'infrancesato, lo confesso, ossia strascicato dagli attori, invece d'urtare qualcuno, non è meno riuscito delle arie, e parve anche al pubblico almeno altrettanto ben fatto. Dedicai la mia opera al signor Duclos, che l'aveva protetta, e dichiarai che sarebbe stata la mia sola dedica. Ne ho tuttavia, col suo consenso, fatta un'altra; ma egli ha dovuto considerarsi anche più onorato dall'eccezione che se non ne avessi fatta nessuna.1

Ho su quell'opera una quantità di aneddoti, sui quali cose più importanti da narrare non mi consentono di dilungarmi. Vi ritornerò forse un giorno nel supplemento. Ma non potrei ometterne uno che può connettersi con quanto seguirà. Esaminavo un giorno nello studio del barone d'Holbach la sua musica; dopo averne scorsa d'ogni genere, mi disse, mostrandomi una raccolta di pezzi per clavicembalo: «Ecco dei pezzi composti espressamente per me; sono pieni di gusto, molto cantabili, nessuno li conosce né li vedrà, tranne io. Dovreste sceglierne qualcuno, per inserirlo nel vostro divertimento.» Avendo la testa piena di spunti per arie e sinfonie, molto più di quante potessi impiegarne, mi curai assai poco delle sue. Tuttavia insistette tanto, che per compiacenza scelsi una pastorale che abbreviai e che misi in trio per l'entrata delle compagne di Colette. Qualche mese dopo, e mentre si rappresentava l'Indovino, entrando un giorno in casa di Grimm, trovai un gruppo di persone attorno al suo clavicembalo, dal quale egli si alzò di scatto al mio arrivo. Gettando macchinalmente un'occhiata sul suo leggio, ci vidi la medesima raccolta del barone d'Holbach, aperta esattamente sul medesimo pezzo che mi aveva sollocitato a prendere, assicurandomi che non sarebbe mai uscito dalle sue mani. Qualche tempo dopo vidi la stessa raccolta aperta anche sul clavicembalo del signor d'Epinay, un giorno che si faceva musica in casa sua. Né Grimm né altri mi fece mai cenno a quell'aria, e io stesso ne parlo solo perché qualche tempo dopo si sparse la voce che non ero l'autore dell'Indovino del villaggio. Siccome non fui mai un grande strimpellatore, sono persuaso che senza il mio Dizionario di musica avrebbero finito per dire che non la conoscevo affatto.

Poco prima che si desse l'Indovino del villaggio era arrivata a Parigi una compagnia dell'opera buffa italiana, che venne fatta cantare al Teatro dell'Opéra, senza prevedere l'effetto che avrebbe prodotto. Quantunque fossero detestabili, e l'orchestra, allora ignorantissima, storpiasse i loro pezzi che era un piacere, gli italiani non mancarono di arrecare all'opera francese un guasto che essa non ha mai potuto riparare. Il confronto fra le due musiche, udite lo stesso giorno, nel medesimo teatro, aprì le orecchie dei francesi. Non ve ne fu una che potesse sopportare lo strascicarsi della propria musica dopo gli accenti vivi e spiccati di quella italiana. Appena i buffonisti avevano finito, tutti se ne andavano. Si fu costretti a invertire l'ordine dello spettacolo, e a mettere i buffonisti alla fine. Davano Egle, Pigmalione, il Silfo; nulla resisteva. Solo l'Indovino del villaggio sostenne il confronto, e piacque anche dopo La serva padrona. Quando composi il mio intermezzo, avevo la mente piena di quelli italiani; furono essi a ispirarmelo, ed ero ben lontano dal prevedere che sarebbero passati in rassegna accanto al mio. Se fossi stato un plagiario, quanti furti si sarebbero allora scoperti, e quanta cura si avrebbe avuta di evidenziarli! Nulla, invece: s'è avuto un bel fare, nella mia musica non è emersa la minima reminiscenza di nessun'altra; e tutti i miei canti, confrontati con i pretesi originali, sono risultati altrettanto nuovi quanto il genere di musica che avevo creato. Si fossero cimentati Mondoville o Rameau a una simile prova, ne sarebbero usciti a brandelli.

I buffonisti procurarono alla musica italiana partigiani accesissimi. Tutta Parigi si divise in due partiti più infiammati che per un affare di stato o di religione. Uno, più potente, più numeroso, composto dai grandi, dai ricchi e dalle donne, sosteneva la musica francese; l'altro, più vivo, più fiero, più entusiasta, era composto di veri intenditori, di gente d'ingegno, di uomini di genio. Il suo piccolo drappello si radunava all'Opéra, sotto il palco della regina. L'altra fazione gremiva tutto il resto della platea e della sala, ma il suo centro focale era sotto il palco del re. Ecco di dove sortirono quei nomi di partiti, allora celebri, di «Angolo del re» e di «Angolo della regina». La disputa, animandosi, produsse dei libelli. L'angolo del re volle scherzare; fu messo alla berlina nel Piccolo Profeta. Volle darsi arie di ragionare; fu schiacciato dalla Lettera sulla musica francese. Quei due scritterelli, uno di Grimm, l'altro mio, sono i soli che sopravvissero alla disputa; tutti gli altri sono sepolti.

Ma il Piccolo Profeta, che mio malgrado si ostinarono lungamente ad attribuirmi, fu preso in burla e non procurò nessun fastidio al suo autore; invece la Lettera sulla musica fu presa sul serio, e sollevò contro di me l'intiera nazione, che si ritenne offesa nella sua musica. La descrizione dell'incredibile effetto di quel libello sarebbe degna della penna di Tacito. Era il tempo della grande diatriba fra Parlamento e clero. Il Parlamento era stato da poco esiliato; il fermento era al colmo, tutto faceva presagire una prossima insurrezione. Apparve il libello, e ogni altra disputa fu dimenticata all'istante; non si pensò che al pericolo della musica francese, e non vi fu sommossa se non contro di me. Fu tale che la nazione non se n'è mai più riavuta. Alla Corte si esitava solo tra la Bastiglia e l'esilio, e l'ordine di cattura stava per partire, se il signor di Voyer non ne avesse sottolineato il ridicolo. Quando si leggerà che quel libello impedì forse una rivoluzione nello stato, si crederà di sognare. Ma è una verità reale, che tutta Parigi può ancora attestare, poiché non sono trascorsi più di quindici anni da quell'episodio ad oggi.

Se non si attentò alla mia libertà, non mi furono tuttavia risparmiati gli oltraggi; la mia stessa vita fu in pericolo. L'orchestra dell'Opéra ordì l'onesta congiura di assassinarmi all'uscita del teatro. Me lo dissero: divenni ancor più assiduo all'Opéra, e solo molto più tardi seppi che il signor Ancelet ufficiale dei moschettieri, che mi era amico, aveva sventato il complotto facendomi scortare a mia insaputa all'uscita dello spettacolo. La città aveva appena ottenuto la direzione dell'Opéra. Il primo atto del capo della municipalità fu quello di farmi togliere l'ingresso gratuito, e nel modo più inurbano possibile, cioè facendomelo rifiutare pubblicamente al mio passaggio; cosicché mi trovai costretto a prendere un biglietto di anfiteatro, per non subire l'affronto di tornarmene indietro. L'ingiustizia era tanto più disgustosa in quanto l'unico prezzo che avevo chiesto per la cessione della mia opera era l'ingresso perpetuo; poiché, pur essendo un diritto di tutti gli autori, e mi spettasse a doppio titolo, non trascurai di stipularlo espressamente alla presenza del signor Duclos. È vero che mi mandarono come miei onorari, tramite il cassiere dell'Opéra, cinquanta luigi che non avevo chiesti; ma, a parte che quei cinquanta luigi non corrispondevano alla somma che mi spettava stando alle regole, il pagamento non aveva nulla a spartire con il diritto d'ingresso, formalmente stipulato, e che ne era del tutto indipendente. Si rivelava in tale procedura un intreccio così complesso di iniquità e di brutalità, che il pubblico, allora al colmo della sua animosità contro di me, non mancò di mostrarsi unanimemente urtato; e taluno che il giorno prima mi aveva insultato, gridava il giorno dopo a piena voce in sala che era vergognoso togliere in quel modo gli ingressi a un autore che se li era ben meritati, e che poteva persino reclamarli per due. Tanto è giusto il proverbio italiano che «ognun ama la giustizia in casa d'altrui».

A questo punto non mi restava che una decisione da prendere: reclamare la restituzione della mia opera, giacché mi si toglieva il compenso convenuto. Scrissi a questo fine al signor d'Argenson, che sovrintendeva al dipartimento dell'Opéra, e unii alla mia lettera una memoria che non ammetteva replica, e che rimase senza risposta e senza effetto al pari della lettera. Il silenzio di quell'uomo ingiusto mi pesò sul cuore e non contribuì ad accrescere la mediocre considerazione che ebbi sempre per il suo carattere e per il suo intelletto. Così il mio lavoro fu trattenuto all'opera, defraudandomi del compenso per il quale l'avevo ceduto. Dal debole al forte, sarebbe furto; dal forte al debole è solo appropriazione di cosa altrui.

Quanto al profitto pecuniario dell'opera, pur fruttandomi solo un quarto di quanto avrebbe reso in altre mani, non mancò di essere ragguardevole quanto bastava per garantirmi svariati anni di sostentamento, e supplire al lavoro di copista che andava sempre alquanto male. Ebbi cento luigi dal re, cinquanta dalla signora di Pompadour per la rappresentazione al castello di Bellevue, nella quale lei stessa interpretò la parte di Colin; cinquanta dall'Opéra, e cinquccento franchi da Pissot per la stampa; cosicché questo lavoro, che mi costò appena cinque o sei settimane di fatica, mi fruttò quasi tanto denaro, nonostante la mia sfortuna e la mia balordaggine, quanto poi me ne rese l'Emilio, che m'era costato vent'anni di meditazioni e tre di lavoro. Ma pagai cara la tranquillità economica in cui mi mise quell'opera, con le infinite amarezze che mi procurò. Fu il germe delle segrete gelosie che esplosero solo molto più tardi. Dopo il suo successo, non notai più né in Grimm, né in Diderot, né in quasi nessuno dei letterati che conoscevo, quella cordialità, quella franchezza, quel piacere di vedermi che avevo creduto fin lì di trovare in loro. Appena comparivo in casa del barone d'Holbach, la conversazione generale si spegneva. Si stringevano in gruppetti, si parlottavano all'orecchio, e io restavo solo senza sapere con chi conversare. Sopportai a lungo l'irritante abbandono, e vedendo che la signora d'Holbach, dolce e amabile donna, mi accoglieva sempre bene, tollerai le villanie di suo marito finché furono tollerabili. Ma un giorno egli mi attaccò senza motivo, senza il minimo pretesto, e con tale brutalità, davanti a Diderot, il quale non fiatò, e davanti a Margency, che mi disse poi spesso d'aver ammirato la mitezza e la moderazione delle mie risposte, che alla fine cacciato da quella casa per il trattamento indegno, ne uscii risoluto a non mettervi più piede. La cosa non mi impedì di parlare sempre onorevolmente di lui e della sua casa; mentre sul mio conto egli non si pronunciava che in termini oltraggiosi, sprezzanti, senza mai designarmi altrimenti che «quel pedantucolo», e senza tuttavia citare un torto, di nessun genere, che io abbia mai usato a lui né a nessuno che gli stesse a cuore. Ecco come finì per confermare le mie predizioni e i miei timori. Quanto a me, ritengo che i suddetti amici mi avrebbero perdonato di scrivere libri, e libri eccellenti, perché questa gloria non gli era estranea; ma che non poterono perdonarmi di aver composto un'opera, né il suo splendido successo, perché nessuno di essi era in grado di affrontare la stessa carriera, né di aspirare agli stessi onori. Solo Duclos, superiore a tale gelosia, sembrò anzi accrescere l'amicizia per me, e mi presentò alla signorina Quinault, 1 presso la quale trovai tante premure, cortesie, affettuosità, quanto ne avevo trovate poche in casa del signor d'Holbach.

Mentre all'Opéra si rappresentava l'lndovino del villaggio, si parlava del suo autore anche alla Comédie française, ma con minor favore. Non avendo potuto, in sette o otto anni, far rappresentare il mio Narciso al Théatre des Italiens, mi ero disgustato di quel teatro, per la cattiva recitazione in francese degli attori, e avrei preferito dare la mia opera alla Comédie francaise piuttosto che a loro. Manifestai il desiderio all'attore La Noue, che avevo conosciuto, e che, com'è noto, era uomo di merito e autore. Narciso gli piacque, s'incaricò di farlo rappresentare anonimo, e mi procurò frattanto l'ingresso libero, che gradii moltissimo, giacché ho sempre preferito il teatro francese agli altri due. Il lavoro fu accolto con applausi, e rappresentato senza nominarne l'autore; ma ho motivo di credere che gli attori e molti altri non lo ignorassero. Le signorine Gaussin e Grandval recitarono le parti di amorose; e pur se l'intelligenza dell'insieme, a mio avviso, mancò, non si poteva definire la rappresentazione del tutto male interpretata. Pure, fui stupito e commosso dall'indulgenza del pubblico, che ebbe la pazienza di ascoltarla tranquillo dall'inizio alla fine, e di sopportarne persino una replica, senza dare il minimo segno d'impazienza. Quanto a me, mi annoiai talmente alla prima, che non resistetti fino all'ultimo, e uscito dal teatro, entrai al Caffè Procopio, dove trovai Boissyi e qualche altro, che probabilmente si erano annoiati quanto me. Là recitai a voce alta il mea culpa, confessandomi umilmente o fieramente autore dell'opera, e parlandone come tutti ne pensavano. Quella pubblica confessione dell'autore d'una cattiva commedia che fa fiasco, fu ammiratissima, e mi parve assai poco penosa. Vi trovai persino un risarcimento d'amor proprio nel coraggio col quale fu fatta, e credo che in quell'occasione vi fu più orgoglio a parlare di quanta sciocca vergogna vi sarebbe stata a tacere. Tuttavia, siccome ero certo che il lavoro, pur se glaciale sulla scena, sosteneva la lettura, lo feci stampare, e nella prefazione, che è uno dei miei buoni scritti, cominciai a mettere in luce i principi un po'più di quanto non avessi ancora fatto. Ebbi presto l'occasione di svilupparli pienamente in un'opera di più vasta importanza; giacché fu, se non sbaglio, in quell'anno 1753 che apparve il programma dell'Accademia di Digione sull'Origine dell'ineguaglianza fra gli uomini. Colpito da quell'enorme problema, mi sorprese che l'Accademia avesse osato proporlo; ma, giacché aveva palesato tanto coraggio, potevo bene assumermi quello di trattarlo, e lo affrontai.

Per meditare a mio agio su quel grande tema, andai in gita per sette o otto giorni a Saint-Germaine, con Thérèse, la nostra padrona di casa, che era una brava donna, e una sua amica. Considero quella gita una delle più piacevoli della mia vita. Il tempo era bellissimo; quelle brave donne si incaricavano delle faccende e della dispensa, Thérèse si divertiva con loro, ed io, senza preoccuparmi di nulla, venivo a rallegrarmi con mio comodo all'ora dei pasti. Tutto il resto del giorno, immerso nella foresta, vi cercavo, vi trovavo l'immagine dei tempi primevi, di cui fieramente tracciavo la storia; facevo man bassa sulle piccole menzogne degli uomini, osavo denudarne la natura, seguire il progresso dei tempi e delle cose che l'hanno sfigurata, e confrontando l'uomo fatto dall'uomo con l'uomo naturale, mostrargli nel suo preteso perfezionamento la vera fonte delle sue miserie. La mia anima, esaltata dalle sublimi contemplazioni, si elevava sino alla Divinità, e di là scorgendo i miei simili seguire, lungo la cieca strada dei loro pregiudizi, quella dei loro errori, delle loro sciagure, dei loro crimini, gridavo loro con una debole voce che non potevano intendere: «Insensati, che senza tregua vi lagnate della natura, sappiate che tutti i vostri mali non vengono che da voi stessi!»

Da tali meditazioni nacque Il discorso sull'ineguaglianza, opera che riscosse il plauso di Diderot più di ogni altro mio scritto, e per la quale i suoi consigli mi furono i più preziosi, ma che in tutta Europa non ebbe che pochi lettori capaci d'intenderla, e nessuno che ne volesse parlare. Era stata scritta per concorrere al premio, dunque la inviai, ma già certo che non l'avrebbe ottenuto, e ben sapendo come i premi accademici non siano istituiti per opere di quella stoffa.

La gita e l'applicazione giovarono al mio umore e alla mia salute. Erano già parecchi anni che, tormentato dalla mia ritenzione, mi ero interamente affidato ai medici, i quali, senza alleviare il mio male, avevano stremato le mie forze e distrutto il mio temperamento. Al ritorno da Saint-Germain, mi ritrovai più vigoroso, e mi sentii molto meglio. Feci tesoro di quell'esperienza, e risoluto a guarire o morire senza medici e senza medicine, dissi loro addio per sempre, e mi misi avivere alla giornata, standomene quieto quando non potevo muovermi, e andando a spasso appena ne trovavo la forza. Le abitudini parigine fra gente di molte pretese mi garbavano così poco; le cabale dei letterati, le loro diatribe vergognose, la loro scarsa buona fede negli scritti, le loro arie tracotanti in società mi erano così odiose, così antipatiche; trovavo così poca dolcezza, apertura di cuore, franchezza, nei rapporti stessi coi miei amici, che, nauseato dalla vita tumultuosa, cominciavo a sospirare ardentemente un soggiorno in campagna, e vedendo che il mio mestiere non mi consentiva di viverci, vi correvo almeno a passare le ore libere. Per vari mesi, subito dopo pranzo, me ne andavo a passeggio da solo al Bois de Boulogne, meditando soggetti di opere, e non rincasavo che la notte.

Gauffecourt, col quale ero allora in stretta amicizia, costretto a recarsi a Ginevra per impegni di lavoro, mi propose di accompagnarlo, e io acconsentii. Non stavo abbastanza bene per privarmi delle cure della «governatrice»: si decise che sarebbe venuta con noi, mentre la madre avrebbe custodito la casa, e disposta ogni cosa, partimmo insieme, tutti e tre, il primo giugno 1754.

Devo considerare questo viaggio come il momento della prima esperienza che, sino all'età di quarantadue anni, quanti allora ne avevo, abbia inferto una ferita profonda a quella istintiva e piena fiducia con la quale ero venuto al mondo, e cui m'ero sempre abbandonato senza riserve e senza inconvenienti. Avevamo una carrozza borghese, che ci portava a brevissime tappe con gli stessi cavalli. Spesso scendevo e camminavo a piedi. Eravamo appena a metà strada, quando Thérèse manifestò la più viva ripugnanza a rimanere sola in carrozza con Gauffecourt; e allorché, nonostante le sue preghiere, volevo scendere, anche lei scendeva e camminava. La sgridai a lungo per quel capriccio, e mi opposi persino con durezza, finché si vide costretta a svelarne la causa. Credetti di sognare, caddi dalle nuvole quando seppi che il mio amico signor di Gauffecourt, sessant'anni suonati, podagroso, impotente, consumato dai piaceri e dalle voluttà, lavorava dalla nostra partenza a corrompere una persona che non era più né bella né giovane, che appartene va al suo amico, e tutto questo con i più bassi mezzi, i più vergognosi, sino a offrirle la sua borsa, sino a tentare di eccitarla con la lettura di un libro abominevole, e con la vista delle figure infami di cui il volume era pieno. Thérèse, indignata, scaraventò una volta il suo sconcio libro dallo sportello, e appresi che il primo giorno, avendomi una violenta emicrania costretto a coricarmi senza cenare, per tutto il tempo in cui erano rimasti soli egli non aveva fatto che reiterate manovre e assalti più degni di un satiro e di un capro che di un onest'uomo, al quale avevo affidato la mia compagna e me stesso. Quale sorpresa! Che stretta al cuore ignota affatto per me! Io, che sino a quel momento avevo creduto l'amicizia inseparabile dai tanti sentimenti amabili e nobili che fanno tutto il suo incanto, per la prima volta nella mia vita mi vedo costretto a legarla allo sdegno, e a privare della mia fiducia e della mia stima un uomo che amo e dal quale mi credo amato! Il disgraziato mi nascondeva la sua turpitudine. Per non esporre Thérèse, mi vidi costretto a nascondergli il mio disprezzo, e a reprimere in fondo al mio cuore i sentimenti che non doveva conoscere. Dolce e santa illusione dell'amicizia! Gauffecourt strappò per primo il suo velo dai miei occhi. Quante mani crudeli gli hanno impedito da allora di ridiscendere!

A Lione lasciai Gauffecourt per prendere la strada della Savoia, non potendomi risolvere a passare di nuovo così vicino a Mamma senza rivederla. La rividi... In quale stato, mio Dio! Quale avvilimento! Che cosa le restava della sua prima virtù? Era la stessa signora di Warens, un tempo così splendida, cui il curato di Pontverre mi aveva indirizzato? Quale strazio provò il mio cuore! Non vidi ormai per lei altra risorsa che cambiar paese. Le ripetei vivamente e invano le preghiere che tante volte le avevo rivolto nelle mie lettere, di venire a vivere quietamente con me, poiché desideravo consacrare i miei giorni e quelli di Thérèse a rendere i suoi felici. Legata alla sua pensione, dalla quale, pur puntualmente versata, da molto tempo non ricavava più nulla, ella non mi ascoltò. Le detti ancora una piccola parte della mia borsa, meno assai di quanto avrei dovuto, meno assai di quanto avrei fatto se non avessi avuto l'assoluta certezza che non ne avrebbe tratto il beneficio di un soldo. Durante il mio soggiorno a Ginevra, ella fece un viaggio nello Chablais, e venne a trovarmi a Grange-Caal. Le mancava il denaro per completare il suo viaggio; non avevo con me quanto le occorreva: glielo mandai un'ora dopo tramite Thérèse. Povera Mamma! Mi si lasci descrivere ancora questo slancio del suo cuore. L'ultimo gioiello che le restava era un anellino. Se lo tolse dal dito per infilarlo in quello di Thérèse, e lei subito lo rimise al suo, baciando quella nobile mano che bagnò con le sue lagrime. Ah, era quello il momento di saldare il mio debito! Bisognava lasciar tutto e seguirla, unirmi a lei fino alla sua ultima ora, e spartire la sua sorte qualsiasi fosse. Non ne feci nulla: distratto da un altro affetto, sentii affievolirsi il mio per lei, mancandomi la speranza di poterglielo render prezioso. Piansi su di lei, e non la seguii. Di tutti i rimorsi che ho provato nella mia vita, ecco il più vivo e più tenace. Meritai per questo i castighi terribili che da allora non hanno cessato di opprimermi: possano espiare la mia ingratitudine! La mia condotta ne fu piena, ma troppo ha straziato il mio cuore perché mai questo cuore sia stato quello di un ingrato.

Prima della mia partenza da Parigi, avevo abbozzato la dedica del mio Discorso sull'ineguaglianza. La completai a Chambéry, e la datai da quel luogo, ritenendo che fosse meglio, a scongiurare qualsiasi cavillo, non datarla né dalla Francia né da Ginevra. Giunto in quest'ultima città, mi abbandonai all'entusiasmo repubblicano che mi ci aveva condotto. L'entusiasmo crebbe per l'accoglienza che vi trovai. Festeggiato, accarezzato da tutti i ceti, mi abbandonai intieramente allo zelo patriottico, e, vergognoso di essere stato escluso dai miei diritti di cittadino a causa della professione di un culto diverso da quello dei miei padri, decisi di riabbracciare apertamente quest'ultimo. Pensavo che, essendo il Vangelo il medesimo per tutti i cristiani, e il fondo del dogma non differendo che nella presunzione di spiegare ciò che non si può capire, in ogni paese spettasse al solo sovrano di statuire il culto e quel dogma inintelligibile, e che per conseguenza fosse dovere del cittadino ammettere il dogma e osservare il culto prescritto dalla legge. La frequentazione degli Enciclopedisti, anziché scuotere la mia fede, l'aveva rafforzata a causa della mia naturale avversione per la diatriba e per i partiti. Lo studio dell'uomo e dell'universo mi aveva mostrato ovunque le cause finali e l'intelligenza che le dirige. La lettura della Bibbia, e specie del Vangelo, alla quale mi applicavo da molti anni, mi aveva indotto a disprezzare le basse e stolte interpretazioni che davano a Gesù Cristo le persone meno degne di capirlo. In poche parole, la filosofia, legandomi all'essenziale della religione, mi aveva staccato da quel groviglio di formulette con cui gli uomini l'hanno offuscata. Giudicando che non vi fossero per un uomo ragionevole, due modi d'essere cristiano, giudicai al tempo stesso che quanto è forma e disciplina sia in ogni paese competenza delle leggi. Da tale principio così sensato, così sociale, così pacifico, e che mi ha attirato tante crudeli persecuzioni, conseguiva che, volendo essere cittadino, dovevo essere protestante, e ritornare al culto stabilito nel mio paese. Così decisi, e mi sottomisi anche alle istruzioni del pastore della parrocchia dove alloggiavo, che era fuori città. Desideravo soltanto non essere obbligato a comparire in Concistoro. Ma l'Editto ecclesiastico su questo punto era formale. Consentirono di derogarvi in mio favore, e fu nominata una commissione di cinque o sei membri per ricevere in privato la mia professione di fede. Sfortunatamente, al ministro Perdriau, uomo amabile e mite, del quale ero amico, venne in mente di dirmi che si rallegravano assai di sentirmi parlare in quella piccola assemblea. L'aspettativa mi atterrì al punto che, dopo aver studiato giorno e notte, per tre settimane, un discorsetto da me preparato, quando si trattò di recitarlo mi turbai tanto da non poter spiccicare parola, e feci in quella conferenza la parte del più tonto scolaro. I commissari parlarono per me; io rispondevo ottusamente «sì» e «no», quindi fui ammesso alla comunione e reintegrato nei miei diritti di «cittadino»: fui iscritto come tale nel ruolo delle guardie, che pagano soltanto i cittadini e i borghesi, e assistetti a un consiglio generale straordinario per ricevere il giuramento del sindaco Mussard. Fui tanto commosso dalle premure che in quell'occasione mi usarono il Concilio e il Concistoro, e dal comportamento gentile e urbano di tutti i magistrati, ministri e cittadini, che sollecitato dal buon De Luc, il quale non mi dava requie, e ancor più dalla mia stessa inclinazione, pensai di tornare a Parigi solo per disfare la mia casa, regolare le mie piccole pendenze, sistemare la signora Le Vasscur e suo marito, o provvedere alla loro esistenza, e ritornare con Thérèse a stabilirmi per il resto dei miei giorni a Ginevra.

Presa quella decisione, posi tregua agli impegni seri per divertirmi con i miei amici sino al giorno della partenza. Dei tanti svaghi, soprattutto mi piacque una gita in battello intorno al lago, con De Luc padre, sua nuora, i suoi due figli e la mia Thérèse. Impiegammo sei giorni in quel giro, col più bel tempo del mondo. Conservai il vivo ricordo dei luoghi che mi avevano incantato all'altra estremità del lago, e che descrissi qualche anno più tardi nella Nuova Eloisa.

Le amicizie più importanti che strinsi a Ginevra, oltre ai De Luc, di cui ho parlato, furono il giovane pastore Vernes, già conosciuto a Parigi, e da cui mi aspettavo più di quanto poi si mostrò; il signor Perdriau, allora pastore di campagna, oggi professore di belle lettere, la cui conversazione colma di dolcezza e di amenità, rimpiangerò sempre, pur se egli s'è creduto in dovere di staccarsi da me; il signor Jalabert, allora professore di fisica, poi consigliere e sindaco, al quale lessi il mio Discorso sull'ineguaglianza (ma non la dedica) e che se ne mostrò entusiasta; il professor Lullin, col quale, fino alla sua morte, rimasi in corrispondenza, e che mi aveva anche incaricato di acquistar libri per la Biblioteca; il professor Vernet, che mi voltò le spalle, come tutti, dopo che gli ebbi dato prova d'affetto e di fiducia che avrebbero dovuto commuoverlo, se un teologo può commuoversi per qualcosa; Chappuis, commesso e successore di Gauffecourt, che volle soppiantare e a sua volta fu in breve soppiantato; Marcet di Mezières, vecchio amico di mio padre, e che si era mostrato anche amico mio, ma che, dopo aver ben meritato dalla patria, essendo divenuto autore drammatico e aspirante al Consiglio dei Duccento, mutò principi e sprofondò nel ridicolo prima di morire. Ma fra tutti, chi mi ispirava le massime aspettative era Moultou, giovane delle più belle speranze per le sue doti, per l'intelligenza piena di fuoco, che ho sempre amato, per quanto la sua condotta nei miei riguardi sia stata spesso ambigua, e intrattenga rapporti coi miei più accaniti nemici, ma che, tuttavia, non posso fare a meno di considerare ancora come destinato ad essere un giorno il difensore della mia memoria e il vendicatore del suo amico.

In mezzo a queste dissipazioni, non persi né il gusto né l'abitudine delle mie solitarie passeggiate, e ne facevo spesso di piuttosto lunghe, sulle rive del lago, durante le quali la mia testa, assuefatta al lavoro, non restava in ozio. Rimuginavo il piano già formato dalle mie Istituzioni politiche, di cui presto dovrò parlare; meditavo una Storia del Vallese, 2un piano di tragedia in prosa, il cui soggetto, che era nientemeno Lucrezia, non mi toglieva la speranza di sgominare i sarcasmi, benché osassi ripresentare in scena quella sventurata, quando non può apparire in nessun teatro francese. Mi esercitavo frattanto su Tacito, e tradussi il primo libro delle sue storie, che si troverà fra le mie carte.

Dopo quattro mesi di soggiorno a Ginevra, tornai nel mese di ottobre a Parigi, evitando di passare da Lione per non ritrovarmi in viaggio con Gauffecourt. Siccome i miei piani non prevedevano di tornare a Ginevra prima della primavera successiva, ripresi durante l'inverno le mie abitudini e occupazioni, la principale delle quali fu di correggere le bozze del mio Discorso sull'Iniguaglianza, che facevo stampare in Olanda dal libraio Rey, da me conosciuto a Ginevra. Poiché l'opera era dedicata alla Repubblica, e la dedica poteva dispiacere al Consiglio, volevo attendere l'effetto che avrebbe prodotto a Ginevra, prima di ritornarvi. L'effetto non mi fu favorevole, e quella dedica, dettatami dal più puro patriottismo, altro non fece che procurarmi nemici nel Consiglio e gelosie fra i borghesi. Il signor Chonet, allora primo sindaco, mi scrisse una lettera cortese ma fredda, che si troverà nelle mie raccolte, Incarto A, n. 3. Da taluni privati fra i quali De Luc eJalabert, ricevetti qualche complimento, e fu tutto: non vidi un solo ginevrino essermi grato dello zelo sincero che traspariva in quell'opera. Tanta indifferenza scandalizzò quanti la notarono. Ricordo che, pranzando un giorno a Clichy, dalla signora Dupin, con Crommelin, residente della Repubblica, e col signor di Miran, questi disse, in piena tavola, che il Consiglio mi doveva un dono e pubblici onori per quell'opera, e che se avesse mancato di farlo, si sarebbe disonorato. Crommelin, un ometto nero e bassamente perfido, non osò replicare in mia presenza, ma fece una smorfia orrenda che mosse al sorriso la signora Dupin. Il solo vantaggio che quell'opera mi procurò, oltre quello d'aver soddisfatto il mio cuore, fu il titolo di «cittadino», che mi venne dato dai miei amici, e poi, sull'esempio di questi, dal pubblico, e che poi ho perduto per averlo troppo ben meritato.

L'insuccesso non mi avrebbe tuttavia distolto dal mio progetto di ritirarmi a Ginevra, se non vi avessero concorso motivi più pressanti sul mio cuore. Il signor d'Epinay, volendo aggiungere un'ala che mancava al castello di Chevrette, faceva spese folli per completarla. Un giorno, essendo andato a visitare quei lavori con la signora d'Epinay, ci spingemmo, nella nostra passeggiata, un quarto di lega più lontano, sino al serbatoio delle acque del parco, ai margini della foresta di Montmorency, e dov'era un grazioso orto con una loggetta assai malandata, che si chiamava l'Ermitage. Quel luogo solitario e piacevolissimo mi aveva colpito, quando lo vidi la prima volta, prima del mio viaggio a Ginevra. Nel mio entusiasmo, m'era sfuggito dalle labbra: «Ah, signora, che deliziosa casetta! Ecco un rifugio fatto apposta per me.» La signora d'Epinay non parve badar troppo al mio discorso; ma in quel secondo viaggio rimasi sbalordito trovando, al posto della vecchia bicocca, una casetta quasi intieramente nuova, ottimamente distribuita, e adattissima a una famiglia di tre persone. La signora d'Epinay aveva fatto eseguire i lavori in silenzio e con pochissima spesa, sottraendo un po' di materiale e qualche operaio da quelli del castello. Nel secondo viaggio, ella mi disse, notando la mia sorpresa: «Caro il mio orso, ecco il vostro rifugio; voi l'avete scelto, l'amicizia ve lo offre. Spero che vi distoglierà dall'idea crudele di staccarvi da me.» Non credo d'esser stato nellla mia vita più vivamente, più deliziosamente commosso: bagnai di lagrime la mano munifica della mia amica, e se non fui vinto in quell'istante stesso, rimasi profondamente scosso. La signora d'Epinay, che non intendeva veder deluse le sue aspettative, si fece così insistente, impiegò tali mezzi, tanta gente per circuirmi, sino a guadagnarsi l'appoggio della signora Le Vasscur e di sua figlia, che infine trionfò sulle mie risoluzioni. Rinunciando al ritorno in patria, decisi, promisi di abitare all'Ermitage; e in attesa che la costruzione fosse asciutta, la signora d'Epinay ne fece preparare i mobili, cosicché tutto fu pronto per entrarvi la primavera seguente.

Un particolare che contribuì molto a determinarmi fu l'insediamento di Voltaire nei dintorni di Ginevra. Intuii che quell'uomo vi avrebbe portato una rivoluzione, che avrei trovato nella mia patria il tono, le arie, i costumi che mi scacciavano da Parigi, che avrei dovuto battermi senza tregua, e che non avrei avuto altra scelta nella mia condotta tranne quella d'essere un insopportabile pedante, o un vile e cattivo cittadino. La lettera che Voltaire mi scrisse a proposito della mia ultima opera mi offrì l'opportunità di insinuare i miei timori nella mia risposta: l'effetto che essa produsse li confermò.1Da allora considerai Ginevra perduta, e non mi ingannai. Avrei dovuto, forse, recarmi ad affrontare l'uragano, se me ne fossi sentita la capacità. Ma che cosa avrei potuto fare, solo, timido, e pessimo oratore, contro un uomo arrogante, opulento, sorretto dal credito dei potenti, di una splendida facondia e già idolo delle donne e dei giovani? Temetti di esporre inutilmente il mio coraggio al pericolo; non ascoltai che la mia natura pacifica, il mio amor di quiete, che, se mi ingannò, ancora oggi sul medesimo articolo mi inganna. Ritirandomi a Ginevra, avrei potuto risparmiarmi gravi sciagure; ma dubito che con tutto il mio ardente patriottico zelo, avrei fatto nulla di grande e di utile per il mio paese.

Tronchin, che, press'a poco nella stessa epoca, andò a stabilirsi a Ginevra, venne qualche tempo dopo a Parigi per farvi il saltimbanco, e ne portò via dei tesori. Al suo arrivo, venne a trovarmi col cavaliere di Jaucourt. La signora d'Epinay desiderava ardentemente di consultarlo in privato, ma non era facile superare la ressa dei clienti. Ella ricorse a me. Convinsi Tronchin a visitarla. Iniziarono così, sotto i miei auspici, dei rapporti che in seguito si strinsero ai miei danni. Tale fu sempre il mio destino: appena ho avvicinato l'uno all'altro due amici che prima frequentavo separatamente, non hanno mai mancato di allearsi contro di me. Sebbene, a causa della congiura che sin da allora i Tronchin ordivano per asservire la loro patria, essi dovessero tutti odiarmi mortalmente, tuttavia il dottore seguitò a lungo a testimoniarmi la sua benevolenza. Dopo il suo ritorno a Ginevra, mi scrisse anche per offrirmi il posto di bibliotecario onorario. Ma la mia decisione era presa, e la profferta non mi sedusse.

Tornai in quel periodo dal signor d'Holbach. L'occasione era stata la morte di sua moglie, avvenuta, come quella della signora di Francueil, durante il mio soggiorno a Ginevra. Diderot, comunicandomela, mi descrisse la profonda afflizione del marito. Il suo dolore commosse il mio cuore. Anch'io rimpiansi vivamente quell'amabile donna. Ne scrissi al signor d'Holbach. Il triste avvenimento mi fece dimenticare ogni suo torto, e quando fui tornato da Ginevra, ed egli stesso rientrò da un viaggio in giro per la Francia fatto per distrarsi in compagnia di Grimm e d'altri amici, andai a trovarlo, e continuai a frequentarlo fino alla mia partenza per l'Ermitage. Quando nella sua cerchia si riseppe che la signora d'Epinay, con la quale egli non aveva ancora rapporti, vi allestiva un alloggio per me, i sarcasmi mi piovvero addosso come la grandine, incentrati sul presupposto che, avido com'ero d'incenso e di svaghi cittadini, non avrei sopportato la solitudine più di quindici giorni. Intimamente conscio di come stavano realmente le cose, lasciai dire, e andai avanti per la mia strada. Il signor d'Holbach non mancò d'essermi utile nel trovare una sistemazione per il vecchio Le Vasscur, che aveva superato gli ottant'anni, e di cui la moglie, che ne lamentava il peso, non smetteva di pregarmi di sbarazzarla. Fu rinchiuso in un ospizio di carità, dove l'età e il dispiacere di vedersi lontano dalla famiglia lo condussero alla tomba quasi appena arrivato. Sua moglie e gli altri figli lo rimpiansero poco. Ma Thérèse, che l'amava teneramente, non ha mai potuto consolarsi della sua perdita, e di aver tollerato che, così vicino alla fine, egli avesse concluso i suoi giorni lontano da lei.

Ebbi press'a poco nello stesso periodo una visita del tutto imprevista, sebbene si trattasse d'una vecchissima conoscenza. Parlo del mio amico Venture, che capitò di sorpresa un bel mattino, quando meno ci pensavo. Un altro uomo era con lui. Come mi parve mutato! Al posto delle grazie di un tempo, non gli scorsi più che un'aria di crapula, che mi vietò ogni effusione. O i miei occhi non erano più gli stessi, o gli stravizi avevano abbrutito il suo animo, o tutto il suo primitivo splendore scaturiva dalla giovinezza, che aveva perduto. Lo vidi quasi con indifferenza, e ci separammo alquanto freddamente. Ma, come se ne fu andato, il ricordo dei nostri antichi legami mi riportò con tale vivezza quello dei miei giovani anni, così dolcemente, così saggiamente consacrato a quella donna angelica che ormai non era mutata meno di lui, i piccoli episodi dei tempi felici, la romanzesca giornata di Touvre, trascorsa con tanta innocenza e gioia fra quelle due fanciulle incantevoli, di cui una mano baciata era stato l'unico favore, e che nondimeno mi aveva lasciato così vivi rimpianti, così commoventi, così duraturi: gli inebrianti deliri di un giovane cuore che avevo allora provato in tutta la loro potenza, e di cui credevo eclissato per sempre il tempo; tante tenere reminiscenze mi fecero versare lagrime sulla mia giovinezza lontana, e sui suoi palpiti per me ormai perduti. Ah, quante ne avrei versate sul loro tardivo e funesto ritorno, se avessi previsto i mali che doveva costarmi!

Prima di lasciare Parigi, ebbi, nel corso dell'inverno precedente il mio ritiro, una soddisfazione carissima al mio cuore, che assaporai in tutta la sua purezza. Palissot, accademico di Nancy, noto per alcuni suoi drammi, ne aveva appena rappresentato uno a Lunéville, alla presenza del re di Polonia. Credette, a quanto pare, d'ingraziarsene il favore raffigurando in quel dramma un uomo che aveva osato, penna alla mano, misurarsi col re. Stanislso, che era generoso e non amava la satira, fu indignato che si ardisse in sua presenza scendere a diatribe personali. Il conte di Tressan scrisse, per ordine del principe, a d'Alembert e a me, per informarmi che l'intenzione di sua Maestà era di espellere dalla sua Accademia il signor Palissot. La mia risposta fu una viva preghiera al signor di Tressan d'intercedere presso il re di Polonia per ottenere la grazia al signor Palissot. La grazia fu accordata e il signor di Tressan comunicandomela a nome del re, aggiunse che l'episodio sarebbe stato iscritto nei registri dell'Accademia. Risposi che tutto ciò equivaleva meno ad accordare una grazia che a perpetuare un castigo. A forza di insistere, ottenni infine che non ne sarebbe fattaalcuna menzione nei registri, e che non sarebbe rimasta pubblica traccia dell'accaduto. Il tutto venne accompagnato, sia da parte del re che del signor di Tressan, da testimonianze di stima e di considerazione di cui fui estremamente lusingato, e in quell'occasione avvertii come la stima degli uomini che ne sono degni essi stessi, produca nell'animo un sentimento ben più dolce e più nobile della mera vanità. Ho trascritto nella mia raccolta le lettere del signor di Tressan con le mie risposte, e si troveranno gli originali nell'Incarto A, nn.9, 10 e 11.

So bene che se mai queste Memorie riusciranno a vedere la luce, io stesso perpetuo qui il ricordo di un episodio di cui volevo cancellare le tracce; ma ne trasmetto ben altri, mio malgrado. Il grande scopo della mia impresa, sempre presente ai miei occhi, l'indispensabile dovere di assolverlo in tutta la sua portata, non mi lasceranno distogliere da più deboli considerazioni che mi allontanerebbero dal mio fine. Nella strana, nell'irripetibile situazione in cui mi trovo, mi devo troppo alla verità per dover nulla di più ad altri. Per conoscermi a fondo, occorre conoscermi in tutti i miei aspetti buoni e cattivi. Le mie confessioni sono necessariamente legate a quelle di molta altra gente: rendo le une e le altre con identica franchezza, per tutto quanto mi concerne, non ritenendo di dovere a chicchessia riguardi maggiori di quanti ne uso a me stesso, pur desiderando di averne assai di più. Intendo essere sempre giusto e veritiero, dire il bene degli altri finché mi sarà possibile, non dirne mai che il male che mi riguarda, e solo in quanto vi sarò costretto. Chi, nello stato in cui mi si è ridotto, ha diritto di esigere di più, da me? Le mie confessioni non sono scritte per essere pubblicate finché io, o altri interessati, si sia in vita. Se fossi padrone del mio destino e di quello del presente scritto, questo non verrebbe alla luce se non molto dopo la mia e la loro scomparsa. Ma gli sforzi che il terrore della verità fa compiere ai miei potenti oppressori per cancellarne le tracce mi obbligano a fare, per conservarla, tutto ciò che mi consentono il più preciso diritto e la più severa giustizia. Se la mia memoria dovesse estinguersi con me, piuttosto che compromettere qualcuno, sopporterei un obbrobrio ingiusto e transitorio senza un sospiro; ma giacché infine il mio nome deve vivere, devo tentare di trasmettere con esso il ricordo dell'uomo sventurato che lo portò, quale realmente fu, e non come iniqui nemici lavorano senza tregua a dipingerlo.

LIBRO NONO

L'impazienza di abitare all'Ermitage non mi consentì di aspettare il ritorno della bella stagione; e, non appena l'alloggio fu pronto, mi affrettai a trasferirmi, con gran schiamazzo della cricca halbachiana, la quale profetizzava a piena voce che non avrei sopportato più di tre mesi di solitudine, e che mi avrebbero visto a breve termine tornare, con mio fulmineo scorno, a vivere come loro a Parigi. Quanto a me, che da quindici anni fuori del mio elemento, mi vedevo prossimo a rientrarvi, non prestavo nemmeno attenzione alla loro malignità. Da quando mi ero lanciato mio malgrado nel mondo, non avevo cessato di rimpiangere le mie care Charmettes, e la dolce esistenza che vi avevo vissuta. Mi sentivo nato per il ritiro e la campagna, mi era impossibile vivere felice altrove. A Venezia, nella tensione dei pubblici affari, nella dignità di una specie di rappresentanza, nell'orgoglio dei progetti di carriera; a Parigi nel vortice della grande società, nella sensualità delle cene, nello splendore degli spettacoli, nei fumi della gloria; sempre i miei boschetti, i miei ruscelli, le mie passeggiate solitarie venivano, col loro ricordo, a distrarmi, a rattristarmi, strappandomi sospiri e desideri. Tutti i lavori ai quali avevo potuto assoggettarmi tutti i progetti d'ambizione che, a tratti, avevano animato il mio zelo, non puntavano ad altra mira che a raggiungere un giorno i felici svaghi campestri cui mi lusingavo, in quel momento, d'essere arrivato. Senza aver toccato l'onesta agiatezza che, sola, avevo creduto potesse condurmici, ritenevo, per la mia particolare situazione, di poterne fare a meno, e di poter raggiungere il medesimo fine per una via affatto contraria. Non avevo un soldo di rendita; ma avevo un nome, doti d'ingegno; ero sobrio, e mi ero liberato dei bisogni più dispendiosi, tutti legati all'opinione del mondo. Inoltre, per quanto pigro, ero laborioso quando volevo esserlo, e la mia pigrizia era meno di un fannullone piuttosto che di un uomo indipendente, al quale piace lavorare solo alla sua ora. Il mio mestiere di copista di musica non era né brillante né lucroso ma era sicuro. Mi si apprezzava, in società, per aver avuto il coraggio di sceglierlo. Potevo contare che il lavoro non mi sarebbe mancato, e poteva bastarmi per vivere lavorando bene. Duemila franchi che mi restavano dei profitti dell'Indovino del villaggio e degli altri miei scritti costituivano una riserva per non trovarmi alle strette, e varie opere già sul telaio mi promettevano, senza taglieggiare i librai, supplementi sufficienti per lavorare a mio agio, senza spremermi, e anche mettendo a profitto gli svaghi delle passeggiate. La mia famigliola, composta di tre persone, tutte utilmente occupate, non imponeva spese eccessive. Insomma, le mie risorse, proporzionate ai miei bisogni e ai miei desideri, potevano ragionevolmente promettermi una vita felice e durevole in quella che la mia inclinazione mi aveva fatto scegliere.

Avrei potuto lanciarmi a fondo nell'attività più lucrosa, e, anziché asservire la mia penna al lavoro di copia, dedicarla intieramente a scritti che, dal volo che avevo preso e che mi sentivo di sostenere, potevano farmi vivere nell'abbondanza, e persino nell'opulenza, per poco che avessi voluto aggiungere maneggi d'autore alla cura di pubblicare buoni libri. Ma sentivo che scrivere per guadagnarmi il pane avrebbe in breve soffocato il mio genio e ucciso il mio talento, che stava meno nella mia penna che nel mio cuore, ed era nato esclusivamente da un modo di pensare elevato e fiero, il solo che potesse nutrirlo. Nulla di vigoroso, nulla di grande può uscire da una penna tutta venalità. Il bisogno, forse l'avidità mi avrebbe costretto a lavorare in fretta più che bene. Se il bisogno di successo non mi avesse tuffato tra gli intrighi, mi avrebbe trascinato a cercare di dire cose gradite alla folla piuttosto che cose utili e vere, e da autore distinto quale potevo essere, non sarei diventato che un imbrattacarte. No, no: ho sempre sentito che la condizione di autore non era, e non poteva essere, illustre e rispettabile se non in quanto evitasse di ridursi a mestiere. 11 troppo arduo pensare nobilmente quando non si pensa che per sopravvivere. Per poter dire, per osar dire grandi verità, non bisogna dipendere dal loro successo. Lanciavo in pubblico i miei libri con la certezza di aver parlato per il bene comune, senza curarmi del resto. Se l'opera veniva respinta, tanto peggio per chi non voleva approfittarne: quanto a me, non avevo bisogno della loro approvazione per vivere. Il mio mestiere poteva nutrirmi, se i miei libri non si vendevano; ed ecco precisamente ciò che li faceva vendere.

Il 9 aprile 1756 lasciai la città per non più abitarvi; poiché non considero abitazione qualche breve soggiorno trascorso in seguito a Parigi, a Londra e in altre città, ma sempre di passaggio o sempre mio malgrado. La signora d'Epinay venne a prenderci tutti e tre con la sua carrozza; il suo fattore venne a caricare il mio ridotto bagaglio, e il giorno stesso m'ero sistemato. Trovai il mio piccolo eremo già a posto e ammobiliato semplicemente, ma con proprietà e persino con gusto. La mano che aveva elargito le sue cure a quell'arredamento lo rendeva ai miei occhi inestimabile, e assaporavo con delizia il piacere d'essere ospite della mia amica, in una casa di mia scelta, costruita da lei espressamente per me.

Benché facesse freddo e ancora ci fosse persino la neve, la terra cominciava a vegetare; si vedevano violette e primule, i germogli degli alberi cominciavano a spuntare, e la notte del mio arrivo venne salutata dal primo canto dell'usignolo, che si fece udire quasi alla mia finestra, in un bosco vicinissimo alla casa. Dopo un sonno leggero, dimenticando al risveglio il mio trapianto, mi credetti ancora in rue Grenelle, quando l'improvviso cinguettio mi fece trasalire, ed esclamai in uno slancio di emozione: «Finalmente i miei voti sono tutti compiuti!» La mia prima cura fu di abbandonarmi all'impressione degli oggetti campestri, dai quali ero circondato. Anziché cominciare a sistemarmi nel mio domicilio, cominciai a familiarizzarmi con le mie passeggiate, e non ci fu sentiero, cespuglio, boschetto, non un recesso intorno alla mia dimora, che non avessi esplorato sin dall'indomani. Più esaminavo quel rifugio incantevole, più lo sentivo fatto per me. Quel luogo solitario piuttosto che selvaggio mi trasportava con la fantasia in capo al mondo. Aveva di quelle commoventi bellezze che non si trovano nei dintorni delle città; e mai, quando vi si fosse tutt'a un tratto trasferiti, ci si sarebbe creduti a quattro leghe da Parigi.

Dopo alcuni giorni dedicati al mio delirio campestre, mi preoccupai di riordinare le mie carte e di regolare le mie occupazioni. Destinai, come sempre avevo fatto, le mie mattine alla copia, e i pomeriggi alla passeggiata, munito del mio quadernetto bianco e della mia matita: non avendo infatti mai saputo scrivere e pensare a mio agio se non sub dio, non ero tentato a mutar metodo, e confidavo che la foresta Montmorency, affacciata quasi alla mia porta, sarebbe stata da allora il mio studio. Avevo avviato vari scritti; li passai in rassegna. Quanto a progetti, tendevo al magnifico; ma nel trambusto della città, sin lì l'esecuzione era avanzata lentamente. Contavo dedicarvi un po' più di diligenza, quando avessi avuto minori distrazioni. Credo di aver abbastanza adempiuto a tale impegno, e per un uomo sovente ammalato, spesso alla Chevrette, a Epinay, a Eaubonne, al castello di Montmorency, spesso assediato in casa sua da fannulloni curiosi, e sempre per metà della giornata assorbito dal lavoro di copista, se si contano e misurano gli scritti da me composti nei sei anni trascorsi sia all'Ermitage che a Montmorency, si converrà, ne sono certo, che se ho perso tempo in quel periodo, quanto meno non è stato nell'ozio.

Delle diverse opere in cantiere, quella che da maggior tempo meditavo, alla quale mi dedicavo con più passione, alla quale avrei desiderato lavorare tutta la mia vita, e che a mio avviso doveva porre il suggello alla mia reputazione, erano le mie Istituzioni politiche. Da tredici o quattordici anni ne avevo concepito la prima idea, quando, a Venezia, avevo avuto qualche occasione di osservare i difetti di quel governo tanto decantato. Da allora le mie vedute si erano molto estese nello studio storico della morale. Avevo constatato come tutto si legasse strettamente con la politica, e come, da qualsiasi lato si affrontasse il problema, nessun popolo sarebbe mai stato altro che quello determinato dalla natura del suo governo; così il grande quesito del miglior governo possibile mi pareva ridursi a questo: «Qual è la natura del governo atto a formare il popolo più virtuoso, più illuminato, più saggio: il migliore, insomma, usando la parola nel suo senso più alto?» M'era parso evidente che la questione si legava intimamente a quest'altra, pur se nelle specifiche disparità: «Qual è il governo che, per sua natura, si mantiene sempre più fedele alla legge? E, di qui, la domanda: che cos'è la legge?» Ne discendeva un concatenarsi d'interrogativi di pari importanza. Intuivo che tutto ciò mi conduceva verso grandi verità, utili alla felicità del genere umano, ma soprattutto a quella della mia patria, dove, nel viaggio appena compiuto, non avevo trovato nozioni di legge e di libertà giuste e chiare quanto avrei desiderato; e avevo ritenuto che quella maniera indiretta di fornirgliele fosse la più opportuna per accattivare l'amor proprio dei suoi membri e per farmi perdonare d'aver potuto guardare, in materia, un po' più lontano di loro.

Sebbene lavorassi a quell'opera già da cinque o sei anni, non era ancora molto avanti. Libri di tale natura esigono meditazione, agio, tranquillità. Di più, lavoravo a quello, come si suol dire, di soppiatto, e non avevo voluto comunicare il mio progetto a nessuno, nemmeno a Diderot. Temevo che apparisse troppo ardito per il secolo e per il paese in cui scrivevo, e che la paura dei miei amici mi ostacolasse l'esecuzione. Ignoravo ancora se sarebbe stata condotta a termine a tempo e in modo da apparire prima della mia morte. Volevo, senza costrizione, poter dare al mio tema tutto ciò che esigeva; certissimo che, non disponendo di talento satirico, e non volendo mai cercare la polemica per se stessa, sarei sempre stato irreprensibile in perfetta equità. Intendevo usare pienamente, senza dubbio, il diritto di pensare, che mi spettava per nascita, ma sempre rispettando il governo sotto il quale dovevo vivere, senza mai disobbedire alle sue leggi, e attentissimo a non violare il diritto delle genti, non volevo rinunciare per paura ai suoi vantaggi.

Confesso inoltre che, straniero e vivendo in Francia, consideravo la mia posizione favorevolissima per osar dire la verità; ben sapendo come, seguitando come mi proponevo a non stampar nulla nello stato senza permesso, non dovessi render conto a nessuno dei miei principi e della loro pubblicazione in qualsiasi altro paese. Sarei stato assai meno libero persino a Ginevra, dove, ovunque i miei libri fossero stampati, il magistrato aveva diritto di sindacarne i contenuti. Tale considerazione aveva sensibilmente contribuito a farmi cedere alle insistenze della signora d'Epinay, e a rinunciare al progetto di stabilirmi a Ginevra. Sentivo, come poi dissi nell'Emilio, che a meno di essere uomo d'intrighi, quando s'intendano consacrare dei libri al vero bene della patria, non bisogna scriverli in seno ad essa.

Ciò che mi induceva a considerare più proficua la mia posizione, era la persuasione che il governo francese, senza forse vedermi straordinariamente di buon occhio, si sarebbe fatto punto d'onore, se non di proteggermi, almeno di lasciarmi in pace. Mi pareva fosse un indirizzo politico semplicissimo e però molto avveduto il farsi un merito di tollerare quanto non si può impedire; giacché se mi avessero bandito dalla Francia, ed era il massimo che il diritto gli concedesse, i miei libri sarebbero stati scritti comunque, e forse con scrupolo minore; mentre, lasciandomi tranquillo, si tratteneva l'autore come cauzione delle sue opere e, di più, si dissipavano pregiudizi profondamente radicati nel resto d'Europa, assicurandosi la reputazione di praticare un rispetto illuminato per il diritto delle genti.

Chi sulla scorta degli eventi giudicherà che la mia fiducia mi ha ingannato, potrebbe a sua volta ingannarsi. Nell'uragano che mi ha sommerso, i miei libri servirono di pretesto; ma era la mia persona che si voleva colpire. Ci si curava ben poco dell'autore, mentre si mirava a rovinare Jean-Jacques, e il male più grande che si sia trovato nei miei scritti era l'onore che essi potevano farmi. Non anticipiamo il futuro. Ignoro se questo mistero, che tale resta per me, si svelerà un giorno agli occhi dei lettori. So soltanto che, se i miei dichiarati principi avessero dovuto scatenare su di me i trattamenti che ho patito, avrei tardato meno a lungo a esserne vittima, poiché, fra tutti i miei scritti, quello in cui tali principi si enunciano con il massimo ardire, per non parlare di temerarietà, era già apparso, aveva prodotto il suo effetto anche prima del mio ritiro all'Ermitage, senza che nessuno si fosse mai sognato, non dico di muovermi querela, ma semplicemente di impedire la pubblicazione dell'opera in Francia, dove era venduta altrettanto pubblicamente che in Olanda. Dopo di allora la Nuova Eloisa circolò con la stessa facilità, oso dire con il medesimo successo, e cosa che appare quasi incredibile, la professione di fede della stessa Eloisa morente è esattamente identica a quella del Vicario savoiardo. Tutto ciò che vi è di ardito nel Contratto sociale era prima nel Discorso sull'ineguaglianza; tutto ciò che vi è di ardito nell'Emilio, era già nella Giulia. Ora, tali arditezze non sollevarono scandalo alcuno contro le due prime opere; dunque non furono esse a scatenarlo contro le ultime.

Un'altra impresa press'a poco dello stesso genere, ma il cui progetto era più recente, mi impegnava più a fondo in quel momento: l'estratto delle opere dell'abate di Saint-Pierre, di cui, trascinato dal filo del mio racconto, non ho potuto parlare sin qui. L'idea mi era stata suggerita, dopo il mio ritorno da Ginevra, dall'abate di Mably, non direttamente ma tramite la signora Dupin, che aveva un certo interesse a farmela adottare. Era infatti una delle tre o quattro graziose signore parigine di cui il vecchio abate di Saint-Pierre era stato il beniamino, e se non le era toccata l'assoluta preferenza, l'aveva quanto meno condivisa con la signora d'Aiguillon. Conservava per la memoria del brav'uomo un rispetto e un affetto che facevano onore a entrambi, e il suo amor proprio sarebbe stato lusingato nel vedere resuscitate, per mano del suo segretario, le opere nate morte del suo amico. Queste ultime non mancavano di temi eccellenti, ma così mal esposti, che la lettura risultava difficile, e sorprende come l'abate di Saint-Pierre, che considerava i propri lettori alla stregua di infanti, li trattasse come adulti quanto alla poca cura che poneva nel farsi intendere. Perciò mi si era proposto quel lavoro, come utile in sé, e come adattissimo a un uomo laborioso quale manovale ma pigro quale autore, che, trovando la pena di pensare eccessivamente faticosa, preferiva, nelle cose di suo gusto, chiarire e sviluppare idee altrui anziché crearne di nuove. D'altronde, non limitandomi alla funzione di traduttore, non mi era vietato di pensare ogni tanto con la mia testa, e potevo conferire al mio lavoro una forma tale da far passare molte importanti verità sotto il mantello dell'abate di Saint-Pierre, ancora più efficacemente che sotto il mio. L'impresa, del resto, non era lieve; si trattava, nientemeno, di leggere, meditare, compendiare ventitré volumi, prolissi, confusi, zeppi di divagazioni, di ripetizioni, di vedute anguste o false, fra le quali bisognava pescarne qualcuna luminosa, bella, e che dava il coraggio di sopportare quel penoso lavoro. L'avrei sovente abbandonato io stesso, se avessi potuto decentemente smentirmi; ma ricevendo i manoscritti dell'abate, che mi furono consegnati da suo nipote, il conte di Saint-Pierre, per sollecitazione di Saint-Lambert, mi ero in certo modo impegnato a farne uso, e bisognava o restituirli, o tentare di trarne partito. Avevo portato con questa intenzione i manoscritti all'Ermitage, ed era il primo lavoro al quale contavo di dedicare la mia nuova libertà.

Ne meditavo un terzo, la cui ispirazione dovevo a certe osservazioni condotte su me stesso, e mi sentivo tanto più ardire d'intraprenderlo in quanto mi sosteneva la speranza di scrivere un libro veramente utile agli uomini, persino uno dei più utili che si potesse offrir loro, quando l'esecuzione avesse degnamente corrisposto al progetto da me tracciato. Si è notato come gli uomini siano, per la maggior parte, nel corso della loro vita, spesso dissimili da sé, e come sembrino trasformarsi in uomini tutt'affatto diversi. Non per accertare un'emergenza tanto ovvia volevo scrivere un libro; avevo una mira più nuova, e anche più importante: cercare le cause di tali variazioni, evidenziando quelle che dipendono da noi, per mostrare come possano essere controllate da noi stessi, al fine di renderci migliori e più padroni della nostra condotta. È senza dubbio più arduo, infatti, per l'uomo onesto, resistere a desideri già perfettamente delineati, che deve vincere, di quanto non sia prevenire, mutare o modificare i medesimi desideri alla loro origine, se è in grado di risalirvi. Un uomo tentato resiste una volta perché è forte, e soccombe un'altra perché è debole; se fosse stato lo stesso di prima, non avrebbe ceduto.

Sondando in me stesso, e ricercando negli altri a quale nodo risalissero le diverse maniere di essere, scoprii che dipendevano in gran parte dall'impressione anteriore degli oggetti esteriori, e che, continuamente modificati dai nostri sensi e dai nostri organi, noi portiamo, senza avvedercene, nelle nostre idee, nei nostri sentimenti, nelle nostre azioni, anche l'effetto di tali modificazioni. Le sorprendenti e numerose osservazioni da me raccolte erano superiori ad ogni disputa, e coi loro fondamenti fisici mi apparivano idonee a fornire un ambiente esterno che, variato secondo le circostanze, poteva porre o mantenere l'animo nella condizione più favorevole alla virtù. Quanti scarti si risparmierebbero alla ragione, a quanti vizi si impedirebbe di nascere se si sapesse forzare l'economia animale a favorire l'ordine morale che essa tanto spesso sconvolge! I climi, le stagioni, i suoni, i colori, il buio, la luce, gli elementi, gli alimenti, il rumore, il silenzio, il moto, la quiete, tutto agisce sulla nostra macchina, e sulla nostra anima; di conseguenza tutto ci offre mille appigli quasi sicuri per governare alla loro origine i sentimenti dai quali ci lasciamo dominare. Tale l'idea fondamentale di cui già avevo tracciato l'abbozzo sulla carta, e da cui speravo un effetto tanto più sicuro per le persone bennate, le quali, amando sinceramente la virtù, diffidano della loro debolezza, che mi pareva facile scrivere un libro piacevole a leggersi quanto lo era scriverlo. Pure, lavorai ben poco a quest'opera, il cui titolo era la Morale sensitiva o il Materialismo del saggio. Distrazioni la cui causa tarderà a chiarirsi m'impedirono di occuparmene; e si conoscerà anche la sorte toccata al mio abbozzo, connessa alla mia molto più di quanto non sembri.

Oltre a tutto ciò, da qualche tempo meditavo un sistema di educazione, su cui la signora di Chenonceaux, atterrita, pensando a suo figlio, da quella impartita a suo marito, mi aveva pregato di riflettere. L'autorità dell'amicizia faceva sì che l'argomento, sebbene in sé meno di mio gusto, mi stesse a cuore più di ogni altro. Così, di tutti i progetti che ho esposto, questo è il solo che condussi a termine. Quanto m'ero proposto lavorandovi, meritava, ritengo, all'autore ben altro destino. Ma non anticipiamo qui, su tale triste soggetto. Sarò costretto a parlarne fin troppo, nel seguito di questo scritto.

Tanti diversi progetti mi offrivano materia di meditazione per le mie passeggiate, poiché, come credo di aver detto, non riesco a meditare se non camminando: appena mi fermo, non penso più, e la mia testa non va che in sincronia coi miei piedi. Avevo avuto però la precauzione di procurarmi anche un lavoro da tavolino per i giorni di pioggia. Era il mio Dizionario di musica, i cui materiali sparsi, mozzi, informi, mi obbligavano a riprendere l'opera quasi da capo. Portavo con me qualche libro che mi serviva a tale scopo; avevo passato due mesi a fare estratti da molti altri prestatimi dalla Biblioteca del re, alcuni dei quali mi consentirono anche di portare all'Ermitage. Ecco le mie provviste per lavorare in casa, quando il tempo non mi permetteva di uscire, e m'annoiavo di copiare. Tale organizzazione mi conveniva così bene che ne trassi profitto tanto all'Ermitage che a Montmorency, e anche successivamente a Motiers, dove completai quel lavoro pur facendone altri, e sempre trovando che cambiar materia è una vera ricreazione.

Seguii abbastanza scrupolosamente, per qualche tempo, la distribuzione che mi ero prescritta, e me ne trovai benissimo; ma quando la bella stagione condusse più di frequente la signora d'Epinay a Epinay o alla Chevrette, mi accorsi che talune cure che dapprima non mi costavano nulla, ma che non avevo calcolato nel mio preventivo, turbavano alquanto gli altri miei progetti. Ho già detto che la signora d'Epinay disponeva d'eccellenti qualità; amava molto i suoi amici, li serviva con molto zelo, e non risparmiava per loro né tempo né premure; e meritava senza dubbio, in compenso, altrettante attenzioni da parte loro. Sin lì avevo adempiuto a quel dovere senza rendermi conto che era tale; ma alla fine compresi che mi ero addossato una catena di cui solo l'amicizia mi impediva di avvertire il peso: avevo aggravato quel peso con la mia ripugnanza per le compagnie numerose. La signora d'Epinay se ne giovò per farmi una proposta che sembrava convenirmi, e che l'avvantaggiava ulteriormente: quella di farmi avvertire ogni volta che fosse sola o press'a poco. Acconsentii, senza intuire a che cosa mi impegnavo Ne conseguì che non le facevo più visita all'ora mia, ma alla sua, e che non ero mai sicuro di poter disporre di me un solo giorno. Il fastidio guastò molto il piacere che fino a quel momento avevo gustato in quelle visite. Scoprii che la libertà da lei tanto promessa non mi era data che alla condizione di non giovarmene mai, e una volta o due che volli resistere, vi furono tanti messaggi, biglietti, allarmi sulla mia salute, che mi fu chiaro come solo la scusa di trovarmi steso a letto poteva dispensarmi dal correre alla sua prima parola. Bisognava sottomettersi a quel giogo; lo feci, e anche abbastanza di buon grado per un nemico tanto accanito della dipendenza, giacché l'affetto sincero che nutrivo per lei mi impediva in gran parte di avvertire il peso del legame che v'era connesso. Ella colmava così, bene o male, i vuoti che l'assenza della sua corte abituale lasciava nei suoi passatempi. Era per lei un succedaneo ben misero, ma valeva pur sempre più di un'assoluta solitudine, che ella non poteva sopportare. Pure, disponeva di che colmarla ben più agevolmente, dopo che aveva deciso di tentare la fortuna letteraria e s'era messa in mente di comporre, per amore o per forza, romanzi, lettere, commedie, racconti, e simili quisquilie. Ma non tanto la divertiva scriverle quanto leggerle; e se le capitava di scribacchiare due o tre pagine di seguito, bisognava che fosse sicura di almeno due o tre benevoli ascoltatori, a compenso dell'immane lavoro. Non avevo affatto l'onore di annoverarmi fra gli eletti, fuorché col favore di qualche altro. Da solo, ero quasi sempre calcolato un niente in ogni cosa; e non solo nella cerchia della signora d'Epinay, ma anche in quella del signor d'Holbach, e ovunque il signor Grimm dettasse legge. Tale nullità mi era comodissima, tranne a quattr'occhi, quando non sapevo che contegno tenere, non osando parlare di letteratura, di cui non spettava a me giudicare, né di galanteria, essendo troppo timido, e temendo più della morte il ridicolo di un vecchio galante, a parte il fatto che un'idea simile non mi venne mai accanto alla signora d'Epinay, e non mi sarebbe forse venuta una sola volta nella mia vita, anche se l'avessi trascorsa intieramente accanto a lei. Non che avessi per la sua persona qualche ripugnanza; al contrario, l'amavo forse troppo come amico per poterla amare come amante. Sentivo piacere nel vederla, nel conversare con lei. La sua conversazione, pur abbastanza piacevole in società, era arida in privato; la mia, che non era di certo più fiorita, non le era di grande aiuto. Vergognoso di un silenzio troppo lungo, mi sforzavo di riprendere il discorso, e per quanto spesso mi stancassi, non mi annoiavo mai. Ero lietissimo di usarle piccole attenzioni, di darle bacetti assolutamente fraterni, che non mi sembravano, da parte sua, più sensuali, ed era tutto. Magrissima, di pelle candida, aveva il petto piatto come la mia mano. Quel solo difetto sarebbe bastato a ghiacciarmi: mai né il mio cuore né i miei sensi hanno saputo vedere una donna in una persona priva di seni, e altri motivi inutili a dirsi mi hanno sempre fatto dimenticare il suo sesso, standole accanto.

Preso così il mio partito su una necessaria sottomissione, mi ci abbandonai senza resistere, e la trovai, almeno nel primo anno, meno onerosa di quanto m'aspettassi. La signora d'Epinay, che d'abitudine trascorreva l'estate quasi intieramente in campagna, quell'anno non vi rimase che una parte, sia perché i suoi impegni la trattenessero più a lungo a Parigi, sia che l'assenza di Grimm le rendesse meno piacevole il soggiorno alla Chevrette. Approfittai degli intervalli che non vi passava, o durante i quali vi aveva molti ospiti, per godere la mia solitudine insieme con la mia buona Thérèse e con sua madre, in modo da apprezzarne a fondo il valore. Quantunque da alcuni anni mi recassi abbastanza di frequente in campagna, non la gustavo quasi, e quei viaggi, fatti sempre con gente di grandi pretese, sempre guastati da fastidi, non facevano che esaltare in me il gusto dei piaceri rustici, di cui non intravvedevo più da vicino l'immagine che per meglio avvertirne la privazione. Ero così disgustato dei salotti, dei getti d'acqua, dei boschetti, delle serre, e dei loro ancor più noiosi ciceroni; ero così esausto di opuscoli, di clavicembali, di partite a ombra, di intreccio d'arazzi, di battute scipite, di smancerie insulse, di narratori meschini e di banchetti sontuosi, che, quando scorgevo con la coda dell'occhio un semplice e misero cespuglio di rovi, una siepe, un granaio, un prato, quando, attraversando un borgo sentivo l'odore d'una buona frittata col cerfoglio, quando udivo di lontano il rustico ritornello d'una canzone di capraie, mandavo al diavolo e il rossetto e il falpalà e l'ambra, e rimpiangendo il desinare della massaia e il vino campagnolo, avrei di tutto cuore strangolato il signor capocuoco e il signor maggiordomo, che mi facevano pranzare all'ora in cui ceno e cenare all'ora in cui dormo; ma soprattutto i signori lacchè che divoravano con gli occhi i miei bocconi e, sotto pena di morire di sete, mi vendevano il vino adulterato dei loro padroni dieci volte più caro di quanto ne avrei pagato uno migliore all'osteria.

Eccomi dunque, finalmente, a casa mia, in un asilo piacevole e solitario, padrone di trascorrervi i miei giorni nella vita indipendente, eguale e tranquilla, per la quale mi sentivo nato. Prima di descrivere l'effetto che questo stato, per me così nuovo, produsse sul mio cuore, conviene ripercorrerne le affezioni segrete, affinché si possa seguir meglio nelle sue cause lo sviluppo di queste nuove modificazioni.

Ho sempre considerato il giorno che mi unì alla mia Thérèse come quello che fissò il mio essere morale. Avevo bisogno di un affetto, giacché quello che doveva colmarmi era stato così crudelmente spezzato. La sete di felicità non si estingue mai nel cuore dell'uomo. Mamma invecchiava e s'avviliva. Avevo la certezza che ella non poteva più essere, quaggiù, felice. Restava da cercare una felicità che mi fosse propria, avendo perduto ogni speranza di spartire la sua. Ondeggiai qualche tempo fra un'idea e l'altra, un progetto e l'altro. Il mio viaggio a Venezia mi avrebbe lanciato nei pubblici affari, se l'uomo con cui m'imbattei avesse avuto un po' di buon senso. Cedo facilmente allo scoramento, specie nelle imprese difficili e di lungo respiro. L'insuccesso di quella mi disgustò d'ogni altra, e considerando, secondo la mia vecchia massima, i traguardi lontani come esche ingannevoli, mi risolsi a vivere d'ora in poi alla giornata, non vedendo più nulla nella vita che mi chiamasse a grandi intraprese.

Proprio allora avvenne l'incontro con Thérèse. Il dolce carattere di quella buona ragazza mi parve così adatto al mio, che mi unii a lei con un affetto a prova di tempo e d'avversità, e che tutto ciò che avrebbe dovuto spezzarlo non ha fatto che accrescere. Si vedrà in seguito la forza di questo affetto, quando scoprirò le piaghe, gli strazi che essa ha inferto al mio cuore al colmo delle mie miserie, senza che, sino al momento in cui scrivo, me ne sia mai sfuggita una sola parola di lamento con nessuno.

Quando si saprà come, dopo aver tentato tutto, tutto sfidato per non separarmene, dopo venticinque anni passati con lei, a dispetto della sorte e degli uomini, abbia finito nella mia vecchiaia per sposarla senza richiesta o sollecito da parte sua, senza impegno o promessa da parte mia, si crederà che un amore folle, avendomi dal primo giorno sconvolto il cervello, non ha fatto che gradualmente condurmi all'estrema stravaganza, e lo si crederà tanto più quando si conosceranno le ragioni particolari e solidissime che dovevano impedirmi di spingermi mai a quel passo. Che penserà dunque il lettore, quando gli dirò, con tutta la sincerità che egli deve ormai riconoscermi, come dal primo momento che la vidi sino ad oggi non ho mai provato per lei la minima scintilla d'amore, non ho mai desiderato di possederla più di quanto abbia desiderato la signora di Warens, e che i bisogni dei miei sensi, soddisfatti con lei, sono stati per me unicamente quelli del sesso, senza aver nulla di proprio all'individuo? Crederà che, conformato diversamente da ogni altro uomo, fui incapace di sentire l'amore, perché non pervadeva i sentimenti che mi univano alle donne a me più care. Pazienza, lettore mio! Si avvicina il momento funesto in cui sarai sin troppo disingannato.

Mi ripeto, si sa, ma è necessario. Il primo dei miei bisogni, il più grande, il più forte, il più inestinguibile, era tutto nel mio cuore; era il bisogno di una compagnia intima, intima quanto più fosse possibile, e soprattutto per ciò mi occorreva una donna anziché un uomo, un'amica piuttosto che un amico. Questo singolare bisogno era tale, che la più stretta unione dei corpi non bastava ancora a soddisfarlo: mi sarebbero occorse due anime in uno stesso corpo, senza di che avvertivo sempre il vuoto. Credetti sul momento di non sentirlo più. Quella giovane, amabile per mille eccellenti qualità, e allora anche per l'aspetto, senz'ombra di artificio né di civetteria, avrebbe in sé sola assorbito la mia esistenza, se avessi potuto assorbire in me la sua, come avevo sperato. Non avevo nulla da temere da parte degli uomini; sono certo d'essere il solo che ella abbia amato veramente, e i suoi sensi tranquilli non le fecero avvertire il desiderio d'altri, anche quando cessai di essere un uomo per lei sotto questo aspetto. Non avevo famiglia; lei ne aveva una, e questa famiglia, in cui tutti i caratteri differivano troppo dal suo, non risultò tale che io potessi farla mia. Fu qui la prima origine della mia infelicità. Che cosa non avrei dato, per diventare un figlio agli occhi di sua madre! Feci di tutto per riuscirvi, ma senza risultato. Ebbi un bel volere tutti i nostri interessi uniti: mi fu impossibile. Se ne pose sempre uno diverso dal mio, contrario al mio, e anche a quello di sua figlia, che già non ne era più separata. Lei e gli altri suoi figli e nipoti divennero altrettante sanguisughe, e il male minore che facessero a Thérèse era di derubarla. La povera ragazza, assuefatta a cedere persino alle nipoti, si lasciava svaligiare e comandare senza aprir bocca; e io vedevo con dolore come, consumando la mia borsa e le mie lezioni, non facessi nulla per lei che potesse giovarle. Tentai di staccarla da sua madre; vi resistette sempre. Rispettai la sua resistenza, e la stimai di più; ma il suo rifiuto non tornò meno a danno suo e mio. Preda di sua madre e dei suoi, appartenne ad essi più che a me, più che a se stessa. La loro avidità le fu meno rovinosa di quanto le furono perniciosi i loro consigli. Infine, se grazie al suo amore per me, e grazie alla sua buona natura, non fu del tutto soggiogata, lo fu almeno quanto bastò per impedire, in gran parte, l'effetto dei buoni principi che mi sforzai di ispirarle; quanto bastò perché, comunque mi adoperassi, seguitassimo pur sempre ad esser due.

Ecco come, in un affetto sincero e reciproco, in cui avevo riposto tutta la tenerezza del mio cuore, il vuoto di questo cuore non fu tuttavia colmato pienamente. I figli, dai quali lo sarebbe stato, vennero, e fu ancor peggio. Tremai, al pensiero di abbandonarli a quella famiglia mal educata per esserne allevati anche peggio. I rischi dell'educazione dei trovatelli erano assai minori. Il motivo della risoluzione da me presa, più forte di quanti annunciati nella mia lettera alla signora di Francueil, fu il solo che non osai palesarle. Preferii non sottrarmi al biasimo di una colpa tanto grave, e risparmiare la famiglia di una persona che amavo. Ma si può giudicare, dai costumi del suo sciagurato fratello, se mai, qualsiasi cosa se ne potesse dire, dovevo esporre i miei figli a ricevere un'educazione simile alla sua.

Non potendo gustare nella sua pienezza l'intima compagnia di cui sentivo il bisogno, cercavo dei supplementi ad essa che non ne colmavano il vuoto, ma che me lo lasciavano meno avvertire. Mancando di un amico che fosse intieramente mio, mi occorrevano amici il cui impulso superasse la mia inerzia: così coltivai e strinsi la mia amicizia con Diderot, con l'abate di Condillac, così ne intrecciai una nuova con Grimm, più stretta ancora, e così infine mi trovai, a causa di quel malaugurato Discorso di cui ho narrato la storia, rilanciato, senza pensarci, nella letteratura, da cui credevo d'essere uscito per sempre.

Il mio esordio mi condusse, per una strada nuova, in un altro mondo intellettuale, di cui non potei guardare senza entusiasmo la semplice e fiera economia. In breve, a forza di occuparmene, non vidi che orrore e pazzia nella dottrina dei nostri saggi, oppressione e miseria nel nostro ordine sociale. Nell'illusione del mio stolto orgoglio, mi credetti nato per dissipare ogni malia dell'inganno: e ritenendo che, per farmi ascoltare, bisognasse sollevare la mia condotta alla coerenza con i miei principi, scelsi quel singolare stile di vita che non mi fu consentito di seguire, del quale i miei pretesi amici non poterono perdonarmi l'esempio, che a tutta prima mi rese ridicolo, e che mi avrebbe infine reso rispettabile, se mi fosse stato possibile perseverarvi.

Fin lì ero stato buono: da allora divenni virtuoso, o almeno inebriato di virtù. L'ebbrezza era sgorgata nella mia mente, ma aveva conquistato il mio cuore. Il più nobile orgoglio vi germinò sui resti della vanità sradicata. Non recitai per nulla: divenni realmente quale apparivo, e per almeno quattro anni, quanto durò in tutta la sua forza questo fervore, nulla di grande e di bello può entrare nel cuore d'un uomo che non mi trovassi capace di albergare, tra il cielo e me. Ecco di dove nacque la mia subitanea eloquenza; ecco di dove sgorgò nei miei primi libri il fuoco veramente celeste che m'incendiava, e del quale per quarant'anni non era sfuggita la minima scintilla, poiché non era ancora acceso.

Ero veramente trasformato; i miei amici, le mie conoscenze, non mi riconoscevano più. Non ero più l'uomo timido, vergognoso piuttosto che modesto, che non osava presentarsi né parlare; che una parola scherzosa sconcertava, uno sguardo di donna faceva arrossire. Audace, fiero, intrepido, portavo ovunque una sicurezza tanto più ferma quanto era semplice e aveva luogo nel mio animo più che nel mio contegno. Il disprezzo che le mie profonde meditazioni mi avevano ispirato verso i costumi, i principi, e i pregiudizi del mio secolo, mi rendeva insensibile agli scherni di quanti li seguivano, e sbaragliavo le loro misere ironie con le mie sentenze, come avrei schiacciato un insetto fra le dita. Quale cambiamento! Tutta Parigi ripeteva gli acri e mordaci sarcasmi del medesimo uomo che, due anni prima e dieci anni dopo, non seppe mai trovare la cosa che aveva da dire, né la parola che doveva usare. Si cerchi nel mondo la condizione più contraria alla mia natura, e si troverà questa. Chi rammenti uno dei brevi momenti della mia vita in cui diventavo un altro e cessavo d'essere me stesso, lo troverà del pari nel tempo di cui parlo: ma anziché durare sei giorni, o sei settimane, la cosa durò circa sei anni, e durerebbe forse tuttora senza le particolari circostanze che vi misero fine, e mi restituirono alla natura, sulla quale avevo preteso di elevarmi.

Il cambiamento iniziò appena lasciato Parigi, dopo che lo spettacolo dei vizi di quella grande città cessò di alimentare l'indignazione che mi aveva ispirato. Come non vidi più gli uomini, smisi di disprezzarli; come non vidi più i malvagi, smisi di detestarli. Il mio cuore, poco portato all'odio, non fece più che deplorare la loro miseria, senza ravvisarne la cattiveria. Questo stato più dolce, ma assai meno sublime, smorzò in breve l'ardente entusiasmo che mi aveva così a lungo infiammato; e senza che nessuno se ne accorgesse, quasi senza accorgermene io stesso, ridivenni pauroso, compiacente, timido, in poche parole lo stesso Jean-Jacques di sempre.

Se tale rivoluzione non avesse fatto che restituirmi a me stesso fermandosi lì, tutto bene: ma per disgrazia si spinse più lontano, e mi trascinò rapidamente all'estremo opposto. Da allora la mia anima alla deriva non ha fatto che incrociare la linea d'equilibrio, e le sue oscillazioni sempre rinnovate non le hanno mai consentito di stabilizzarvisi. Entriamo nei particolari di questa seconda rivoluzione: epoca terribile e fatale di una sorte senza esempi fra i mortali.

Essendo in tre soli nel nostro eremo, la disponibilità di tempo e la solitudine dovevano naturalmente accentuare la nostra intimità. È quanto accadde fra Thérèse e me. Trascorrevamo a tu per tu, all'ombra degli alberi, ore incantevoli, di cui non avevo mai sentito così profondamente la dolcezza. Mi parve che anche lei la assaporasse ancor più che in passato. Mi apriva il suo cuore senza riserve, e mi confidò su sua madre e sulla sua famiglia cose che aveva avuto la forza di tacermi per tanto tempo. L'una e l'altra avevano ricevuto dalla signora Dupin un'infinità di regali destinati a me, ma di cui la vecchia volpe, per non farmi inquietare, si era appropriata per se e per gli altri suoi figli, senza lasciar nulla a Thérèse, e con divieti severissimi di farmene parola, ordine che la poverina aveva eseguito con obbedienza.

Ma più d'ogni altra cosa mi sorprese l'apprendere che oltre ai conciliaboli privati spesso intrattenuti da Diderot e da Grimm con l'una e con l'altra per staccarle da me, e che erano falliti per la resistenza di Thérèse, entrambi avevano avuto da allora frequenti e segreti colloqui con sua madre, senza che essa avesse potuto saper nulla di quanto si ordiva fra loro. Sapeva soltanto che erano corsi regalucci, piccoli andirivieni di cui si tentava di farle mistero, e lei ne ignorava assolutamente il motivo. Quando lasciammo Parigi, la signora Le Vasscur già da tempo aveva l'abitudine di andare a trovare Grimm due o tre volte al mese, e di passare con lui alcune ore in conversari tanto segreti che il domestico di Grimm veniva sempre allontanato.

Ritenni che il motivo non fosse altro che lo stesso progetto nel quale s'era cercato di coinvolgere la figlia, promettendo di procurar loro, tramite la signora d'Epinay, una rivendita di sale o di tabacco, e adescandole in poche parole con la prospettiva del lucro. S'era dato da intendere che, non essendo io in grado di far nulla per esse, non potevo neppure, a causa loro, riuscire a far nulla per me. Siccome non vedevo in tutto ciò che buone intenzioni, non gliene serbavo assolutamente rancore. Solo il mistero mi ripugnava, specie da parte della vecchia, che, perdipiù, diventava ogni giorno più ipocrita e melliflua nei miei confronti: il che non le impediva di rimproverare senza tregua e in segreto sua figlia perché mi amava troppo, mi confidava tutto, non era che una stupida e avrebbe finito per scontarlo.

Quella donna possedeva in grado eccelso l'arte di tirar da un sacco dieci staia, di nascondere all'uno quanto mungeva all'altro, e a me quanto prendeva a tutti. Avrei potuto perdonarle l'avidità, ma non la dissimulazione. Che poteva nascondermi, quando sapeva troppo bene come la mia quasi esclusiva felicità era quella di fare la sua e quella di sua figlia? Quanto avevo fatto per sua figlia, l'avevo fatto per me; ma quanto avevo fatto per lei meritava da parte sua un minimo di gratitudine. Avrebbe dovuto esserne grata almeno alla figlia, e amarmi per amore di lei che mi amava. L'avevo sottratta alla più completa miseria; doveva a me il suo sostentamento, mi doveva tutte le sue conoscenze, dalle quali traeva così buon profitto. Thérèse l'aveva nutrita a lungo col suo lavoro, e la nutriva ora col mio pane. Doveva tutto a questa figlia, per la quale non aveva fatto nulla; e gli altri suoi figli che aveva dotato, per i quali si era rovinata, anziché darle aiuto, ancora divoravano il suo sostentamento e il mio. Mi sembrava che in una situazione del genere ella dovesse considerarmi come il suo unico amico, il suo più sicuro protettore, e, invece di tenermi segreti i miei stessi interessi, invece di complottare contro di me nella mia stessa casa, avrebbe dovuto fedelmente informarmi di tutto quanto potesse interessarmi, quando ne fosse venuta a conoscenza prima di me. Con quale occhio potevo dunque guardare la sua condotta falsa e misteriosa? Cosa pensare, soprattutto, dei sentimenti che si sforzava d'ispirare a sua figlia? Quale mostruosa ingratitudine doveva essere la sua, mentre cercava di ispirargliene!

Tutte queste riflessioni finirono per alienare il mio cuore da quella donna, al punto di non poterla più vedere senza sdegno. Eppure non smisi mai di trattare con rispetto la madre della mia compagna, e di mostrarle in ogni occasione quasi i riguardi e la considerazione di un figlio; ma è pur vero che non mi piaceva intrattenermi a lungo con lei, e non è mio mestiere dissimulare.

Questo fu nondimeno uno dei brevi momenti della mia vita nei quali vidi molto da vicino il volto della felicità, senza poterla afferrare e senza che mi sia sfuggita per colpa mia. Se quella donna avesse avuto un buon carattere, saremmo stati felici tutti e tre sino al termine dei nostri giorni; e solo l'ultimo rimasto a sopravvivere sarebbe stato da compiangere. Vedrete, invece, come andarono le cose, e giudicherete se potevo mutarle.

La signora Le Vasseur, constatando che avevo guadagnato terreno nel cuore della figlia, e che lei ne aveva perduto, si sforzò di recuperarlo, e anziché avvicinarsi a me tramite lei, tentò di alienarmela del tutto. Uno dei mezzi che usò fu di chiamare in aiuto la sua famiglia. Avevo pregato Thérèse di non far venire nessuno all'Ermitage; me lo promise. Li fecero venire durante la mia assenza, senza consultarla; e poi le fecero promettere di non dirmi nulla. Fatto il primo passo, il resto fu facile; quando per una volta si fa a qualcuno che s'ama un segreto di qualcosa, ben presto non ci si fa scrupolo di fargliene su tutto. Appena mi recavo alla Chevrette, l'Ermitage si riempiva di gente che se la godeva piuttosto bene. Una madre esercita sempre un ascendente fortissimo su una figlia di buon carattere; eppure, per quanto si desse da fare, la vecchia non riuscì mai a conquistare Thérèse alle sue mire e impegnarla a far lega contro di me. Quanto a lei, decise senza pentimenti, e vedendo da un lato sua figlia e me, con i quali si poteva vivere ma niente di più; dall'altro Diderot, Grimm, d'Holbach, la signora d'Epinay, che molto promettevano e qualcosa concedevano, stimò che non si potesse mai aver torto nel partito di un'appaltatrice generale e di un barone. Se avessi avuto occhi più acuti, sin da allora avrei visto che mi nutrivo una serpe in seno; ma la mia cieca fiducia, che nulla ancora aveva scosso, era tale che neppure immaginavo come si potesse desiderare di nuocere a qualcuno che si doveva amare, e vedendo ordire attorno a me mille trame, non sapevo lamentarmi che della tirannia di quanti chiamavo miei amici, e che volevano, secondo me, forzarmi ad essere felice a modo loro, piuttosto che secondo il cuor mio.

Pur ricusando l'alleanza con la madre, Thérèse serbò di nuovo il segreto: il suo intento era lodevole, non dirò se fece bene o male. A due donne, se hanno dei segreti, piace confabulare fra loro: ciò le avvicinava, e Thérèse, dividendosi, mi lasciava qualche volta sentire che ero solo, poiché non potevo più considerare come una compagnia il nostro vivere tutti e tre insieme. Sentii allora vivamente come avevo avuto torto, all'inizio dei nostri rapporti, trascurando di approfittare della docilità favoritale dall'amore per arricchirla di capacità e di cognizioni che, mantenendoci più vicini nel nostro ritiro, avrebbero gradevolmente colmato il suo tempo e il mio, senza mai farci avvertire la noia del rapporto a due. Non che fra noi la conversazione languisse, o che ella sembrasse annoiarsi nelle nostre passeggiate; ma, insomma, non avevamo abbastanza idee comuni per farcene una riserva cospicua: non potevamo più parlare senza fine dei nostri progetti, ridotti ormai a quello di godere. Gli oggetti che si presentavano m'ispiravano riflessioni che non erano alla sua portata. Un affetto maturo di dodici anni non aveva più bisogno di parole; ci conoscevamo troppo per aver qualcosa ancora da scoprire. Restava la risorsa dei pettegolezzi, della maldicenza, e delle facezie. Soprattutto nella solitudine si avverte il vantaggio di vivere con qualcuno capace di pensare. Non avevo bisogno di questa risorsa per trovarmi a mio agio con lei; ma ella ne avrebbe avuto bisogno per sentirsi sempre bene con me. Il peggio era che, oltretutto, dovevamo vederci a tu per tu di soppiatto: sua madre, che mi era divenuta importuna, mi obbligava a spiarne l'occasione. Ero in imbarazzo a casa mia, è tutto dire: l'atmosfera dell'amore guastava la buona amicizia. Avevamo rapporti intimi senza vivere nell'intimità.

Appena mi parve di notare che Thérèse cercava a volte dei pretesti per sottrarsi alle passeggiate che le proponevo, smisi di proporgliele, senza volergliene per il fatto che non le piacessero quanto a me. Il piacere non è cosa che dipenda dalla volontà. Ero sicuro del suo cuore, e mi bastava. Finché i miei piaceri erano i suoi, li gustavo con lei: quando non era così, preferivo la sua soddisfazione alla mia.

Ecco come, per metà deluso nella mia aspettativa, conducendo un'esistenza di mio gusto, in una dimora di mia scelta, con una persona che mi era cara, finii tuttavia per sentirmi quasi isolato. Quanto mi mancava m'impediva di gustare ciò che avevo. In fatto di felicità e di godimenti, mi occorreva tutto o nulla. Si vedrà perché questo particolare mi è parso necessario. Ora riprendo il filo del mio racconto.

Credevo di possedere un tesoro nei manoscritti che mi aveva dati il conte di Saint-Pierre. Esaminandoli, mi accorsi che si trattava quasi unicamente della raccolta delle opere stampate di suo zio, annotate e corrette di suo pugno, con alcune altre operette che non avevano visto la luce. Leggendo i suoi scritti di morale, mi confermai nell'idea, suggerita da alcune sue lettere mostratemi dalla signora di Créqui, che egli aveva molto più ingegno di quanto avevo supposto; ma l'esame approfondito delle sue opere politiche non mi rivelò che prospettive superficiali, progetti utili ma impraticabili, a causa dell'idea, cui l'autore non ha saputo mai sfuggire, che gli uomini obbediscano ai loro lumi piuttosto che alle loro passioni. L'altra opinione che nutriva delle cognizioni moderne gli aveva fatto adottare questo falso principio della ragione perfezionata, fondamento di tutti gli istituti da lui proposti, e fonte di tutti i suoi sofismi politici. Quest'uomo raro, onore del suo secolo e della sua specie, il solo forse da che esiste il genere umano che non abbia avuto altra passione se non quella della ragione, non fece tuttavia che procedere da un errore all'altro in tutti i suoi sistemi, per aver preteso di rendere gli uomini simili a sé, anziché prenderli così come sono e come seguiteranno ad essere. Egli ha lavorato solo per esseri immaginari, illudendosi di lavorare per i suoi contemporanei.

Considerato tutto ciò, mi trovai in un certo imbarazzo sulla forma da dare alla mia opera. Perdonare all'autore le sue visoni significava non far nulla di utile; confutarle rigorosamente sarebbe stato disonesto, perché il deposito dei suoi manoscritti, che avevo accettato e anzi richiesto, mi imponeva l'obbligo di trattare onorevolmente l'autore. Presi infine la decisone che mi parve più decente, giudiziosa e utile. Fu di presentare separatamente le idee dell'autore e le mie, e perciò di entrare nelle sue prospettive, chiarirle, estenderle, senza nulla risparmiare per farle risaltare in tutto il loro pregio.

La mia opera doveva dunque comporsi di due parti assolutamente distinte: una, destinata ad esporre nel modo che ho detto i diversi progetti dell'autore; mentre nell'altra, che sarebbe dovuta uscire solo dopo che la prima avesse prodotto i suoi effetti, avrei espresso il mio giudizio su quegli stessi progetti: il che, lo confesso, avrebbe potuto esporli talora al destino del sonetto del Misantropo. In testa all'intiera opera doveva apparire una biografia dell'autore, per la quale avevo raccolto materiali abbastanza buoni, che mi lusingavo di non guastare impiegandoli. Avevo incontrato qualche volta l'abate di Saint-Pierre nella sua vecchiaia, e la venerazione che portavo alla sua memoria mi garantiva che, tutto sommato, il signor conte non sarebbe stato scontento di come avrei trattato il suo parente.

Scrissi il mio saggio su La pace perpetua, il più considerevole ed elaborato fra tutti gli scritti che componevano la raccolta, e prima di abbandonarmi alle mie riflessioni, ebbi il coraggio di leggere assolutamente tutto quanto l'abate aveva scritto su questo bell'argomento, senza mai disgustarmi delle sue prolissità e ripetizioni. Il pubblico conosce quell'estratto, perciò nulla ho da aggiungervi. Quanto al giudizio che ne ho espresso, non é stato stampato, e ignoro se lo sarà mai; ma venne scritto contemporaneamente all'estratto. Passai quindi alla Polisinodia o plaralilà dei consigli, opera scritta sotto il Reggente, per favorire l'amministrazione da lui scelta, e che provocò l'espulsione dell'abate Saint-Pierre dall'Accademia francese, per taluni strali contro l'amministrazione precedente, che accesero le ire della duchessa del Maine e del cardinale di Polignac. Terminai quel lavoro come il precedente, sia il giudizio sia l'estratto: ma mi arrestai lì, senza voler proseguire l'impresa, che non avrei dovuto nemmeno cominciare.

La riflessione che mi convinse a rinunciarvi si presenta spontaneamente, ed è strano che non l'abbia fatta prima. La maggior parte degli scritti dell'abate Saint-Pierre erano o contenevano osservazioni critiche su alcuni aspetti del governo francese, e ve n'erano anche di così libere che era stata per lui una fortuna averle espresse impunemente. Ma negli uffici dei ministri s'era sempre considerato l'abate di Saint-Pierre come una specie di predicatore, piuttosto che un vero politico, e gli si era lasciato dire di tutto a suo talento, giacché si vedeva bene come non l'ascoltasse nessuno. Se fossi riuscito a farlo ascoltare, la cosa sarebbe andata altrimenti. Egli era francese, io no; e arrischiandomi a ripetere le sue critiche, sia pure sotto il suo nome, mi esponevo a farmi chiedere alquanto rudemente, ma non senza motivo, di che cosa mi impicciavo. Per fortuna, prima di spingermi oltre, intuii l'appiglio che avrei offerto contro di me, e mi ritirai in tutta fretta. Sapevo che, vivendo da solo in mezzo agli uomini, e ad uomini tutti più potenti di me, non potevo mai, comunque mi adoprassi, mettermi al riparo dal male che volessero farmi. Una cosa sola dipendeva da me: fare almeno in modo che, qualora lo volessero, non potessero farlo se non ingiustamente. Tale massima, che mi indusse ad abbandonare l'abate di Saint-Pierre, mi fece spesso rinunciare a progetti ben più cari. Quelle persone sempre pronte a trasformare ogni avversità in colpa, sarebbero molto sorprese se conoscessero tutte le cure che mi sono preso in vita mia perché nelle mie sventure non si potesse mai rimproverarmi con verità: «Te le sei cercate.»

Abbandonato quell'impegno, rimasi qualche tempo incerto su quanto gli avrei fatto seguire, e quell'intervallo di inoperosità fu la mia rovina, lasciandomi daccapo alle riflessioni su me stesso, per mancanza di oggetti esteriori che mi distraessero. Non disponevo più di progetti per l'avvenire che potessero stimolare la mia immaginazione; non mi era neppure possibile farne, perché la situazione nella quale mi trovavo era appunto quella in cui si fondevano tutte le mie aspirazioni: non avevo più da coltivarne, e avevo ancora il cuore vuoto. Questa condizione era tanto più crudele quanto meno ne vedevo di preferibili. Avevo unito i miei più teneri affetti in una persona secondo il cuor mio, che me li ricambiava. Vivevo con lei senza disagio e, per così dire, a discrezione Eppure un segreto stringimento di cuore non mi lasciava, né vicino né lontano da lei. Possedendola, sentivo che ancora mi mancava, e la sola idea che io non fossi tutto per lei faceva sì che lei non fosse quasi nulla per me.

Avevo amici dei due sessi ai quali ero legato dalla più pura amicizia, dalla più perfetta stima; contavo sul più sincero contraccambio da parte loro, e non mi era neppure passato per la mente una sola volta in vita mia di dubitare della loro lealtà. Eppure quell'amicizia mi era tormentosa più che dolce, per la loro ostinazione, per la loro stessa ostentazione di contrariare tutti i miei gusti, le mie inclinazioni, la mia maniera di vivere; al punto che mi bastava esprimere il desiderio di una cosa che non interessava altri se non me, e non dipendeva da loro, per vederli tutti di colpo alleati nel costringermi a rinunciarvi. L'ostinazione nel controllarmi in ogni mia fantasia, tanto più ingiusta perché, lungi dal controllare le loro, nemmeno me ne informavo, mi divenne così crudelmente onerosa che alla fine non ricevevo più una loro lettera senza avvertire, aprendola, una certa paura che la lettura giustificava sin troppo. Mi sembrava che, per persone tutte più giovani dei me, e che tutte avrebbero avuto gran bisogno per sé delle lezioni che mi prodigavano, era un trattarmi anche troppo da bambino. «Amatemi,» dicevo loro, «come io vi amo; e per il resto non impicciatevi dei miei affari più di quanto io mi immischi nei vostri: ecco tutto quel che vi chiedo.» Se di queste due cose me ne concessero una, non è stata almeno la seconda.

Avevo una dimora isolata, in una solitudine incantevole; padrone in casa mia, vi potevo vivere a modo mio, senza che nessuno avesse da controllarmi. Ma quell'abitazione mi imponeva doveri dolci da compiere, però indispensabili. Tutta la mia libertà non era che precaria; più asservito che non da ordini, dovevo esserlo dalla mia volontà. Non avevo un solo giorno in cui, alzandomi, potessi dire: a Lo impiegherò come mi piacerà.» Peggio: oltre alla mia dipendenza dalle scelte della signora d'Epinay, ne avevo un'altra ben più importuna: dal pubblico e dai visitatori. La distanza da Parigi non mi risparmiava un afflusso quotidiano di sfaccendati in frotte, i quali, non sapendo che fare del loro tempo, sperperavano il mio senza scrupolo alcuno. Quando meno vi pensavo, ero spietatamente assalito, e di rado ho fatto un bel progetto per la mia giornata senza vedermelo mandato all'aria da qualche sopravvenuto.

In breve, immerso fra i beni che più avevo desiderato, non trovando affatto una gioia pura, ritornavo sovente, di slancio, ai giorni sereni della mia giovinezza, ed esclamavo a volte, sospirando: «Ah, qui non siamo ancora alle Charmette!»

I ricordi dei diversi periodi della mia vita mi condussero a riflettere sul punto cui ero pervenuto, e mi vidi già sul declino dell'età, preda di mali dolorosi, e convinto di approssimarmi alla fine del mio cammino senza aver gustato nella sua pienezza quasi nessuno dei piaceri di cui il mio cuore era assetato, senza aver sprigionato i vivi sentimenti che vi sentivo rinserrati, senza aver assaporato, senza nemmeno aver sfiorato l'inebriante voluttà di cui sentivo, in potenza, gonfio il mio animo e che, in assenza d'oggetto, vi si trovava eternamente compressa, senza poterne esalare che i sospiri.

Com'era possibile che, con un'anima naturalmente espansiva, per la quale vivere era amare, non avessi trovato sino ad ora un amico tutto per me, un amico vero, io che mi sentivo talmente nato per esserlo? Come poteva accadere che, con sensi così infiammabili, con un cuore tutto impregnato d'amore, non avessi almeno una volta arso della sua fiamma per un oggetto determinato? Divorato dal bisogno d'amare, senza mai averlo potuto pienamente soddisfare, mi vedevo toccare le soglie della vecchiaia e morire senza esser vissuto.

Queste riflessioni, malinconiche ma commoventi, mi facevano ripiegare su me stesso con un rimpianto non privo di dolcezza. Mi sembrava che il destino mi dovesse qualcosa che non mi aveva dato. A che pro farmi nascere con doti squisite, per lasciarle sino alla fine inoperose? Il sentimento del mio interno valore, dandomi quello di tale ingiustizia, mi compensava in qualche modo, e mi faceva versare lacrime che mi piaceva lasciar scorrere.

Ero assorto in tali meditazioni nella stagione più bella dell'anno, nel mese di giugno, sotto freschi boschetti, al canto dell'usignolo, al mormorio dei ruscelli. Tutto concorreva a rituffarmi in quella mollezza sin troppo seducente, per la quale ero nato, ma dalla quale il tono duro e severo cui mi aveva portato una lunga effervescenza mi avrebbe dovuto liberare per sempre. Ritornò per disgrazia alla mia mente il pranzo al castello di Thònes, e il mio incontro con le due incantevoli fanciulle, nella stessa stagione e in luoghi press'a poco simili a quelli dove in quel momento mi trovavo. Il ricordo, che l'innocenza cui si univa mi rendeva più dolce ancora, me ne ravvivò altri della medesima natura. Ben presto vidi raccolte attorno a me tutte le creature che nella giovinezza avevano suscitato la mia emozione. La signorina Galley, la signorina di Graffenried, la signorina di Breil, la signora Basile, la signora di Larnage, le mie graziose scolare, e fino la piccante Zulieta, che il mio cuore non può dimenticare. Mi vidi attorniato da un serraglio di urì, dalle mie antiche conoscenze, per le quali la più viva passione non era un sentimento nuovo. Il mio sangue si accende e sfavilla, la testa mi gira, nonostante i miei già grigi capelli, ed ecco il grave cittadino di Ginevra, ecco l'austero Jean-Jacques, prossimo ai quarantacinque anni, ridivenuto di colpo lo stravagante pastorello. L'ebbrezza dalla quale fui colto, pur tanto improvvisa e folle, fu così durevole e forte che, per guarirne, ci volle la crisi imprevista e terribile delle sciagure in cui mi precipitò.

Quell'ebbrezza, comunque si fosse esaltata, non giunse tuttavia a farmi dimenticare la mia età e la mia situazione, sino a illudermi di poter ispirare altro amore, sino a tentare di comunicare infine quel fuoco divorante, ma sterile, del quale, sin dall'infanzia, sentivo invano consumarmi il cuore. Non lo sperai, neppure lo desideravo. Sapevo che il tempo dell'amore era trascorso, avvertivo troppo il ridicolo degli spasimanti attempati per potervi cadere, e non ero uomo da diventare presuntuoso e fiducioso al mio declino, dopo esserlo stato così poco ai miei begli anni. D'altra parte, amico della quiete, avrei temuto le tempeste domestiche, e amavo troppo sinceramente la mia Thérèse per esporla al dolore di vedermi trascinare per altre in passioni più vive di quelle che ella m'ispirava.

Che cosa feci in tale occasione? Già il mio lettore l'ha indovinato, per poco che mi abbia seguito fin qui. L'impossibilità di raggiungere gli esseri reali mi lanciò nel paese delle chimere, e non ravvisando nulla d'esistente degno del mio delirio, lo nutrii di un mondo ideale, che la mia immaginazione creatrice popolò presto di esseri fatti secondo il cuor mio. Mai tale risorsa venne più a proposito, e si rivelò tanto feconda. Nelle mie estasi continue, mi inebriavo ai torrenti dei più deliziosi sentimenti mai penetrati nel cuore di un uomo. Dimenticando completamente la razza umana, mi creai compagnie di creature perfette, celesti per virtù come per beltà, di amici sicuri, teneri, fedeli, come mai ne trovai quaggiù. Presi un tal gusto a librarmi così nell'empireo, fra gli oggetti incantevoli di cui m'ero attorniato, che vi trascorsi ore e giorni senza contarli; e perdendo il ricordo d'ogni altra cosa, appena trangugiato alla svelta un boccone, ardevo di fuggire per raggiungere di corsa i miei boschetti. Quando, pronto a partire per il mondo incantato, vedevo sopraggiungere gli sciagurati mortali che venivano a trattenermi sulla terra, non potevo moderare né celare il mio dispetto, e non più padrone di me, serbavo loro un'accoglienza così brusca che si poteva definire brutale. Ciò non fece che accrescere la mia reputazione di misantropo, a causa di quanto me ne avrebbe meritata l'opposta, se si fosse letto meglio nel mio cuore.

Al colmo della mia più grande esaltazione, fui di colpo tirato per il filo come un cervo volante, e rimesso al posto mio dalla natura, con l'aiuto di un attacco piuttosto acuto del mio male. Impiegai il solo rimedio che mi avesse sollevato, ossia le candelette, e questo mise tregua ai miei angelici amori: perché, a parte che non si è innamorati quando si soffre, la mia immaginazione, che si anima nella campagna e sotto gli alberi, langue e muore in una stanza e sotto le travi di un soffitto. Ho rimpianto sovente che non esistessero driadi; infallibilmente avrei riposto fra di esse il mio affetto.

Nuovi screzi domestici sopravvennero nel medesimo tempo ad accrescere le mie pene. La signora Le Vasscur, facendomi i più bei complimenti del mondo, mi allontanava sua figlia quanto più poteva. Ricevetti lettere dei miei vecchi vicini i quali mi informavano che la brava vecchia aveva contratto a mia insaputa svariati debiti a nome di Thérèse, la quale pur sapendolo non me ne aveva fatto parola. I debiti da saldare mi irritavano assai meno del mistero che me ne avevano ordito. Ah, come poteva colei per cui mai avevo avuto un segreto infliggerne a me? Si può dissimulare qualcosa alle persone che si amano? La cricca holbachiana, che non mi vedeva fare alcun viaggio a Parigi, cominciava a temere davvero che la campagna mi convenisse perfettamente, e che fossi abbastanza folle per rimanerci. Di lì ebbero inizio le manovre con le quali si cercò indirettamente di richiamarmi in città. Diderot, che non desiderava uscire subito allo scoperto, cominciò con l'alienarmi Deleyre, di cui gli avevo procurato la conoscenza, il quale riceveva e mi trasmetteva le impressioni che Diderot voleva dargli, senza che lui, Deleyre, ne afferrasse il vero scopo.

Tutto sembrava concorrere a strapparmi dalla mia dolce e folle fantasticheria. Non ero guarito dalla crisi del mio male, quando ricevetti un esemplare del poema sulla distruzione di Lisbona, che supposi inviato dall'autore. La cosa mi costrinse a scrivergli, parlandogli della sua opera. Lo feci con una lettera che fu stampata molto dopo, senza il mio consenso, come qui verrà in seguito chiarito.

Colpito, nel vedere quel pover'uomo oppresso, per così dire, dall'opulenza e dalla gloria, declamare nondimeno amaramente contro le miserie di questa vita, trovar sempre ovunque il male, formulai l'insensato progetto di farlo rientrare in sé, e di provargli che ovunque è il bene. Voltaire, pur mostrando sempre di credere in Dio, non ha mai invero creduto se non al Diavolo, poiché il suo preteso Iddio non è che un essere perfido, il quale, a suo dire, non ha altro piacere che nuocere. L'assurdità di tale dottrina, che salta agli occhi, è particolarmente rivoltante in un uomo colmato di beni d'ogni sorta, il quale, dal seno della felicità, si sforza di disanimare i suoi simili con l'immagine spaventosa e crudele di tutte le calamità da cui egli è immune. Più di lui autorizzato a contare e pesare i mali della vita umana, ne feci l'equa analisi, e gli provai che di tanti mali, non ve n'è uno di cui la Provvidenza non sia innocente, e che non abbia origine nell'abuso che l'uomo ha fatto delle sue facoltà più che nella natura in sé. Lo trattai, nella lettera, con ogni riguardo, ogni considerazione, ogni attenzione, e posso dire con tutto il rispetto possibile. Eppure, conoscendogli un amor proprio estremamente suscettibile, non inviai la lettera direttamente a lui, ma al dottor Tronchin, suo medico e amico, con pieni poteri di consegnarla o sopprimerla, secondo quanto avesse considerato conveniente. Tronchin consegnò la lettera. Voltaire mi rispose in poche righe che essendo malato e infermiere lui stesso, rimandava a tempi migliori la sua risposta, e non spese una parola sulla questione. Tronchin, inoltrandomi la lettera, ne unì un'altra, in cui manifestava scarsa stima per colui che gliel'aveva affidata. Non ho mai pubblicato e nemmeno mostrato le due lettere, giacché non mi piace ostentare questi piccoli trionfi; ma si trovano in originale nelle mie raccolte (Incarto A, nn. 20 e 21). In seguito Voltaire pubblicò la risposta che mi aveva promesso, ma che non mi aveva inviata. Non è altro che il romanzo Candido, di cui non posso parlare, non avendolo letto.

Tante distrazioni avrebbero dovuto guarirmi radicalmente dai miei fantastici amori, ed era forse un mezzo offertomi dal cielo per prevenirne le funeste conseguenze; ma la mia cattiva stella non cedette, e non appena ripresi a uscire, il mio cuore, la mia testa e i miei piedi ricominciarono a condurmi lungo le stesse piste. Dico le stesse, sotto certi aspetti; perché le mie idee, un po' meno esaltate, restarono questa volta sulla terra, ma con una scelta così squisita di tutto quanto vi si poteva trovare d'amabile in ogni genere, da non essere meno chimerica del mondo immaginario che avevo abbandonato. |[continua]|

|[LIBRO NONO, 2]|

Mi figurai l'amore e l'amicizia, i due idoli del mio cuore, sotto le più inebrianti sembianze. Mi compiacqui di ornarli con tutti gli incanti del sesso che sempre avevo adorato. Immaginai due amiche, piuttosto che due amici, perché se l'esempio è più raro, è anche più seducente. Le dotai di due caratteri analoghi, ma differenti: di due volti non perfetti, ma di mio gusto, animati dalla benevolenza e dalla sensibilità. L'una feci bruna e l'altra bionda, una vivace e l'altra dolce, una savia e l'altra debole, ma di una debolezza così commovente che la virtù sembrava guadagnarne. A una delle due offrii un amante di cui l'altra fu la tenera amica, e anche qualcosa di più; ma non ammisi né rivalità, né screzi, né gelosia, perché ogni sentimento penoso mi costa immaginarlo, e non intendevo offuscare quel quadro ridente con nulla che ne degradasse la natura. Invaghito dei miei due incantevoli modelli, mi identificai con l'amante e l'amico quanto più mi fu possibile; ma lo immaginai amabile e giovane, dandogli per di più le virtù e i difetti che sentivo miei.

Per collocare i miei personaggi in un soggiorno adeguato, passai successivamente in rassegna i luoghi più belli visitati nei miei viaggi, ma non trovai nessun boschetto abbastanza fresco, nessun paesaggio abbastanza commovente da soddisfarmi. Le valli della Tessaglia avrebbero potuto accontentarmi, se le avessi viste; ma la mia immaginazione, stanca di inventare, desiderava qualche luogo reale che potesse servirle da punto d'appoggio, e darmi l'illusione sulla realtà degli abitanti che vi volevo collocare. Pensai a lungo alle Isole Borromee, il cui delizioso aspetto mi aveva entusiasmato; ma vi trovai ornamento e artificio in eccesso per i miei personaggi. Mi occorreva, nondimeno, un lago, e finii per scegliere quello intorno al quale il mio cuore non ha mai cessato di errare. Mi fissai sulla zona delle rive di quel lago dove da molto tempo i miei voti hanno situato la mia residenza, nella felicità immaginaria in cui il destino mi ha confinato. Il luogo natale della mia povera Mamma aveva ancora per me un'attrattiva di predilezione. Il contrasto delle posizioni, la ricchezza e la varietà dei siti, la magnificenza, la maestà dell'insieme che rapisce i sensi, commuove il cuore, eleva l'animo, finirono col determinarmi, e insediai a Vevey i miei giovani pupilli. Ecco quanto immaginai di primo acchito; il resto fu aggiunto solo in seguito.

Mi limitai a lungo a un piano così vago, perché bastava a colmare la mia immaginazione di oggetti gradevoli, e il mio cuore dei sentimenti di cui ama nutrirsi. Quelle finzioni, a forza di ripetersi, presero infine maggior consistenza, e si fissarono nel mio cervello in una forma determinata. Fu allora che la fantasia mi spinse ad esprimere sulla carta alcune delle situazioni che esse mi offrivano, e ricordando tutto ciò che avevo provato nella mia giovinezza, a dare così in certo modo il volo al desiderio d'amore che non avevo potuto soddisfare, e dal quale mi sentivo divorato.

Gettai dapprima sulla carta alcune lettere sparse senza seguito e senza legame, e quando pensai di cucirle insieme, mi trovai spesso in grave imbarazzo. Poco credibile, ma verissimo, è che le due prime parti furono quasi intieramente scritte così, senza alcun piano prestabilito, e persino senza prevedere che un giorno sarei stato tentato di farne un'opera in piena regola. Questo il motivo per cui quelle due parti, montate successivamente con materiali non calibrati per il posto che occupano, appaiono zeppe di riempitivi verbali che non si riscontrano nelle altre.

Al colmo delle mie dolci fantasticherie, ebbi una visita della signora d'Houdetot, la prima che mi avesse fatto in tutta la sua vita, ma che purtroppo non fu l'ultima, come si vedrà qui di seguito. La contessa d'Houdetot era figlia del defunto signor di Bellegarde, appaltatore generale, sorella del signor d'Epinay e dei signori di Lalive e di La Briche, che in seguito sono stati entrambi introduttori degli ambasciatori. Ho già parlato della conoscenza che feci di lei quand'era fanciulla. Dopo il suo matrimonio, l'avevo veduta solo alle feste della Chevrette, in casa della signora d'Epinay, sua cognata. Avendo spesso trascorso parecchi giorni con lei, tanto alla Chevrette come a Epinay, non solo m'era sempre apparsa molto attraente, ma avevo creduto di notare in lei anche una certa benevolenza nei miei confronti. Le piaceva molto passeggiare con me; eravamo entrambi buoni camminatori e la conversazione fra noi non languiva. Pure, non andai mai a trovarla a Parigi, benché me ne avesse pregato e anche sollecitato varie volte. I suoi legami col signor di Saint-Lambert che cominciavo anch'io a frequentare, me la resero ancor più interessante, e proprio per recarmi notizie di quell'amico, allora credo a Mahon, ella venne a trovarmi all'Ermitage.

La visita ebbe un po' l'aria dell'inizio di un romanzo. Ella smarrì la strada. Il suo cocchiere, lasciando il sentiero a gomito, volle attraversare in linea retta dal mulino di Clairvaux all'Ermitage: la carrozza s'impantanò nel fondo del vallone; ella volle scendere e proseguire a piedi. Le sue scarpette furono in breve fradice; ella sprofondava nella mota, i suoi servi patirono le pene dell'inferno a liberarla, e alla fine arrivò all'Ermitage in stivali, colmando l'aria di scoppi di risa, alle quali mescolai le mie vedendola arrivare. Si dovette cambiare da capo a piedi: vi provvide Thérèse, e io la esortai a lasciar da parte la dignità per una colazione rustica che le piacque moltissimo. Era tardi, si trattenne poco; ma la conversazione fu così allegra che ella vi prese gusto e parve propensa a ritornare. Non realizzò il progetto che l'anno dopo; ma, ahimè, quel ritardo non mi risparmiò affatto.

Trascorsi l'autunno in un'occupazione che nessuno sospetterebbe: facendo la guardia alle frutta del signor d'Epinay. L'Ermitage era la riserva d'acqua del parco della Chevrette. C'era un giardino cinto da muri, e ornato di spalliere e di altri alberi, che davano al signor d'Epinay più frutta del suo orto alla Chevrette, benché gliene rubassero i tre quarti. Per non essere un ospite del tutto inutile, mi incaricai della direzione del giardino e della sorveglianza del giardiniere. Andò tutto bene fino alla stagione delle frutta; ma via via che queste maturavano, le vedevo scomparire senza sapere che ne fosse. Il giardiniere mi giurò che se le mangiavano tutte i ghiri. Mossi guerra ai ghiri, ne distrussi molti, e le frutta non smettevano di scomparire. Mi appostai così bene che infine smascherai il gran ghiro proprio nel giardiniere. Abitava a Montmorency, di dove la notte veniva, con la moglie e i figli, a saccheggiare i depositi di frutta nascosta durante il giorno, e che faceva vendere al mercato di Parigi apertamente come se avesse avuto un suo frutteto. Quel miserabile, che colmavo di benefici, del quale Thérèse vestiva i figli e io quasi sfamavo il padre mendicante, ci svaligiava con comodità pari alla sfrontatezza, nessuno di noi tre vigilando abbastanza per mettervi ordine; e in una sola notte riuscì a vuotare la mia cantina, dove l'indomani non trovai più nulla. Sinché parve bersagliare solo me, sopportai tutto; ma volendo render conto delle frutta, mi trovai costretto a denunciare il ladro. La signora d'Epinay mi pregò di pagarlo, di metterlo alla porta e di cercarne un altro; e così feci. Siccome quel gran farabutto ronzava ogni notte attorno all'Ermitage, armato di un grosso bastone ferrato che pareva una clava, e seguito da altri mascalzoni della sua risma, per rassicurare le «governatrici» che quell'uomo atterriva orribilmente, feci dormire il suo successore ogni notte all'Ermitage, e non tranquillizzandole neppure questo, feci chiedere alla signora d'Epinay un fucile che lasciai nella stanza del giardiniere, con l'incarico di servirsene solo in caso di bisogno, qualora si tentasse di forzare la porta o di scalare il giardino, e di sparare solo a salve, esclusivamente per spaventare i ladri. Era certamente la minima precauzione che potesse adottare un uomo ammalato, destinato a trascorrere l'inverno in pieno bosco, solo con due donne impaurite. Alla fine acquistai un cagnolino che facesse da sentinella. Venne in quel tempo a trovarmi Deleyre, gli raccontai il mio caso, e risi con lui del mio apparato militare.

Tornato a Parigi, egli volle a sua volta divertire Diderot, ed ecco come la cricca holbachiana seppe che intendevo sul serio trascorrere l'inverno all'Ermitage. Tanta costanza, che non avevano potuto immaginare, li disorientò, e in attesa di inventare qualche altro maneggio per rendermi sgradevole il soggiorno, staccarono da me, tramite Diderot, lo stesso Deleyre, che, mentre prima aveva trovato le mie precauzioni del tutto naturali, finì per giudicarle incoerenti ai miei principi, e peggio che ridicole, in lettere nelle quali mi tempestava di sarcasmi amari, e abbastanza pungenti per ferirmi se il mio umore fosse stato disposto a raccoglierle. Ma saturo di sentimenti affettuosi e teneri, e non disposto ad accoglierne altri, non vedevo allora nei suoi agri sarcasmi se non il gusto della battuta, e lo giudicavo solo faceto là dove chiunque altro lo avrebbe reputato stravagante.

A forza di vigilanza e di cure, riuscii a custodire così bene il giardino che, pur essendo quasi mancato quell'anno il raccolto delle frutta, il prodotto fu triplo rispetto agli anni precedenti; è anche vero che non mi risparmiai per preservarlo, fino a scortare le spedizioni fatte alle Chevrette e a Epinay, fino a trasportare io stesso dei panieri, e mi ricordo che ne portammo uno così pesante, la «zia» e io, che, prossimi a soccombere sotto il peso, fummo costretti a riposarci ogni dieci passi, e arrivammo in un bagno di sudore.

Quando la cattiva stagione cominciò a rinchiudermi in casa, volli riprendere le mie occupazioni casalinghe: non mi fu possibile. Ovunque non vedevo che le due incantevoli amiche, il loro amico, la loro compagnia, il paese che abitavano, gli oggetti creati o abbelliti per esse dalla mia immaginazione. Non appartenevo più un momento a me stesso, il delirio non mi abbandonava. Dopo molti sforzi vani per scacciare da me tutte quelle finzioni, mi trovai alla fine totalmente sedotto da esse, e non mi occupai d'altro che del tentativo di mettervi un po' d'ordine e qualche nesso, per comporne una specie di romanzo.

Il mio grande imbarazzo era la vergogna di smentire a quel modo me stesso tanto nettamente e apertamente. Dopo i severi principi che avevo così clamorosamente propugnato, dopo le massime austere così energicamente predicate, dopo tante sferzanti invettive contro i libri effeminati soffusi d'amore e mollezze, si poteva immaginare nulla di più inatteso, di più urtante, che vedermi di colpo iscrivermi con la mia stessa mano fra gli autori dei libri che avevo così duramente censurati? Avvertivo l'incoerenza in tutta la sua forza, me la rimproveravo, ne arrossivo, me ne indispettivo: niente di tutto questo valse a ricondurmi alla ragione. Completamente soggiogato, dovetti espormi ad ogni rischio, e risolvermi a sfidare l'opinione altrui, salvo a decidere poi se mi sarei determinato a esibire o no la mia opera: non supponevo infatti ancora che sarei giunto a pubblicarla.

Presa tale decisione, mi butto a capofitto nelle mie fantasticherie, e a forza di girarle e rigirarle nella mia testa, ne formo infine una specie di piano, di cui si è veduta l'esecuzione. Era sicuramente il partito migliore che potessi trarre dalle mie follie: l'amore del bene, che non è mai uscito dal mio cuore, le volse verso oggetti proficui, e dei quali la morale avrebbe potuto giovarsi. I miei quadri voluttuosi avrebbero perduto ogni loro grazia, se il dolce colorito dell'innocenza vi fosse mancato. Una fanciulla debole è un oggetto di pietà, che l'amore può rendere attraente, e che spesso non è meno amabile: ma chi può sopportare senza indignazione lo spettacolo dei costumi alla moda? E che c'è di più ripugnante dell'orgoglio di una donna infedele, che, calpestando apertamente ogni suo dovere, pretende che il marito sia pervaso da riconoscenza per la grazia che ella gli concede di non volersi far sorprendere in flagrante? Gli esseri perfetti non esistono in natura, e le loro lezioni non ci sono sufficientemente vicine.

Ma che una persona giovane, nata con un cuore tenero quanto onesto, si lasci da ragazza vincere dall'amore, e ritrovi, da sposata, le forze per vincerlo a sua volta e ridiventare virtuosa, chiunque vi dica che questo quadro nella sua totalità è scandaloso e non proficuo è un mentitore e un ipocrita; non ascoltatelo.

Oltre a questo fine di costumi e di onestà coniugale, radicalmente connesso all'intiero ordinamento sociale, me ne prefissi uno più segreto di concordia e di pubblica pace; obbiettivo più vasto, forse in sé più importante, almeno nel momento in cui ci si trovava. La tempesta scatenata dall'Enciclopedia, anziché placarsi, era allora al colmo. I due partiti, avventati l'uno contro l'altro con estremo furore, somigliavano piuttosto a lupi inferociti, accaniti a sbranarsi, che non a cristiani e filosofi che intendano illuminarsi a vicenda, convincersi, ricondursi sulla via della verità. Forse non mancavano, all'uno come all'altro, che dei capi animosi, dotati di prestigio, perché la diatriba degenerasse in guerra civile, e Dio sa che cosa avrebbe prodotto una guerra civile di religione, dove l'intolleranza più crudele era in fondo identica da entrambe le parti. Nemico nato d'ogni spirito di parte, avevo detto francamente, agli uni e agli altri, dure verità inascoltate. Escogitai un altro espediente che, nella mia semplicità, mi sembrò mirabile: mitigare il loro odio reciproco distruggendo i loro pregiudizi, mostrando a ciascun partito meriti e virtù dell'altro, degni della pubblica stima e del rispetto d'ogni mortale. Questo disegno poco sensato, che supponeva buona fede negli uomini, e per il quale caddi nell'errore da me rimproverato all'abate di Saint-Pierre, ebbe il successo che meritava: non avvicinò di un passo i partiti, e non li alleò che per infierire su di me. In attesa che l'esperienza mi avesse mostrato la mia follia, mi ci abbandonai, oso dire, con uno zelo degno del motivo che me lo ispirava, e dipinsi i due caratteri di Wolmar e di Giulia con un entusiasmo che mi faceva sperare di riuscire a renderli amabili entrambi e, ciò che più conta, l'uno per mezzo dell'altro.

Soddisfatto di aver abbozzato approssimativamente il mio piano, tornai alle situazioni particolari che avevo delineate; e dalla loro sistemazione uscirono le prime due parti di Giulia, scritte e ricopiate durante quell'inverno con piacere inesprimibile, impiegando la più bella carta dorata, polvere azzurra e d'argento per asciugare la scrittura, nastrini celesti per cucire i miei quaderni, nulla insomma trovando di elegante e di leggiadro abbastanza per le deliziose fanciulle per le quali ero folle come un nuovo Pigmalione. Tutte le sere, accanto al fuoco, leggevo e rileggevo quelle due parti alle «governatrici». La figlia, senza dir nulla, singhiozzava con me di commozione; la madre, che, non trovandovi complimenti, non ne capiva nulla, restava imperterrita e s'accontentava, nei momenti di silenzio, di ripetermi immancabilmente: «Signore, è stupendo.»

La signora d'Epinay, preoccupata di sapermi solo in pieno inverno nel cuore dei boschi, in una casa isolata, mandava spessissimo a chiedere mie notizie. Mai ebbi dimostrazioni così sincere della sua amicizia per me, e mai la mia rispose più vivamente. Avrei torto se, fra tali dimostrazioni, non specificassi che mi mandò il suo ritratto, e che mi chiese istruzioni per avere il mio, dipinto da La Tour, e già esposto al Salon. Non devo omettere neppure un'altra delle sue premure, che sembrerà risibile, ma che si connette alla storia del mio carattere, per l'impressione che suscitò in me. Un giorno di gran gelo, aprendo un pacchetto inviatomi da lei, con alcuni acquisti che si era presa cura di fare per me, vi trovai un sottanino di flanella d'Inghilterra, che lei mi diceva d'aver indossato e di cui desiderava che mi facessi confezionare un panciotto. Il tono del biglietto era squisito, così carezzevole e ingenuo. Quel pensiero più che amichevole mi parve tanto tenero, quasi che ella si fosse spogliata per vestirmi, che nella mia emozione baciai venti volte, piangendo, biglietto e sottanino. Thérèse mi credeva impazzito. È strano come, di tanti segni d'amicizia che la signora d'Epinay mi ha prodigati, nessuno mi abbia mai altrettanto commosso, e anche dopo la nostra rottura, non vi abbia mai ripensato senza intenerirmi. Ho conservato a lungo il suo bigliettino, e lo serberei ancora, se non avesse subito la sorte delle mie altre lettere di quel tempo.

Quantunque le mie ritenzioni mi lasciassero allora poca requie d'inverno, e in buona parte di esso fossi ridotto all'uso delle sonde, quella fu nondimeno, tutto considerato, la stagione che, da quando m'ero sistemato in Francia, trascorsi con maggior dolcezza e tranquillità. Nei quattro o cinque mesi durante i quali il cattivo tempo mi tenne più protetto dagli importuni, assaporai, più di quanto abbia fatto prima e dopo, quella vita indipendente, uniforme e semplice, il cui godimento non faceva che accrescermene il pregio, senz'altra compagnia che quella delle due «governatrici» nella realtà, e delle due cugine nell'immaginazione. Soprattutto allora ebbi ogni giorno di più a felicitarmi del partito che avevo avuto il buon senso di prendere, senza curarmi dei clamori dei miei amici, irritati di vedermi affrancato dalla loro tirannia; e quando seppi dell'attentato commesso da un forsennato, quando Deleyre e la signora d'Epinay mi parlavano nelle loro lettere del fermento e dell'agitazione che regnavano a Parigi, come ringraziavo il cielo per avermi allontanato da tali spettacoli d'orrori e di delitti, i quali non avrebbero fatto che alimentare, esacerbare l'umore bilioso che la visione dei disordini pubblici mi aveva procurato; mentre, non vedendo più attorno al mio rifugio se non ridenti e dolci oggetti, il mio cuore non si abbandonava che a sentimenti amabili. Annoto qui con compiacimento il corso degli ultimi momenti tranquilli che mi siano stati concessi. La primavera che seguì quell'inverno così calmo vide schiudersi il germe delle sciagure che mi restano da descrivere, e nel tessuto delle quali non si troverà più un intervallo simile, in cui abbia avuto l'agio di respirare.

Credo tuttavia di ricordare che, durante quell'intervallo di pace e sino al fondo della mia solitudine, la cricca degli holbachiani mi lasciò del tutto tranquillo. Diderot mi procurò qualche fastidio, e mi sbaglierei di grosso se non fu proprio in quell'inverno che uscì Il figlio naturale, di cui dovrò presto parlare. A parte che, per motivi che poi si vedranno, mi sono restati pochi documenti sicuri di quel periodo, quelli rimasti sono assai imprecisi circa le date. Diderot non datava mai le sue lettere. La signora d'Epinay, la signora d'Houdetot, annotavano sulle loro solo il giorno della settimana, e Deleyre faceva per lo più altrettanto. Quando ho voluto ordinare quelle lettere, mi è toccato supplire, procedendo a casaccio, con date incerte, sulle quali non posso fare assegnamento. Così, non potendo fissare con certezza l'inizio di quegli screzi, preferisco riferire qui in un solo articolo tutto quanto ne posso rammentare.

Il ritorno della primavera aveva raddoppiato il mio tenero delirio, e nei miei slanci erotici avevo composto per le ultime parti della Giulia numerose lettere pervase dell'estasi in cui le scrivevo. Fra le altre, posso citare quelle dell'Eliseo, e della passeggiata sul lago, che, se ben ricordo, si trovano alla fine della quarta parte. Chiunque, leggendo quelle due lettere, non si senta intenerire e struggere il cuore nella dolcezza che me le dettò, chiuda il libro: non è fatto per giudicare le cose del sentimento.

Proprio nello stesso periodo ricevetti dalla signora d'Houdetot una seconda visita imprevista. In assenza del marito, capitano della gendarmeria, e dell'amante, anche lui militare, era venuta a Eaubonne, in mezzo alla vallata di Montmorency, dove aveva preso in affitto una casa alquanto graziosa. Di là appunto fece una nuova puntata all'Ermitage. Questa volta era a cavallo e in tenuta maschile. Pur non amando affatto questo genere di mascherata, fui sedotto dall'aura romanzesca di quella, e questa volta fu l'amore. Poiché fu il primo e l'ultimo di tutta la mia vita, e le conseguenze lo renderanno per sempre memorabile e terribile al mio ricordo, mi si consenta di entrare in qualche particolare sull'argomento.

La signora contessa d'Houdetot si avvicinava alla trentina, e non era affatto bella; il suo viso era segnato dal vaiolo, il suo colorito mancava di finezza, era miope e aveva occhi un po' tondi: ma con tutto ciò aveva l'aria giovane e la sua fisionomia, viva e dolce insieme, era carezzevole. Aveva una foresta di folti capelli neri naturalmente ondulati, che le cadevano fin quasi alle caviglie; la sua taglia era sottile, e in ogni suo movimento metteva a un tempo impaccio e grazia. Era di un'intelligenza spontanea e piacevolissima, in cui allegria spensieratezza e ingenuità si sposavano felicemente: elargiva uscite incantevoli che non ricercava affatto e che a volte le venivano suo malgrado. Possedeva numerosi doni piacevoli, suonava il clavicembalo, danzava bene, componeva versi piuttosto graziosi. Quanto al suo carattere, era angelico: la dolcezza d'animo ne costituiva il fondo, ma, tranne la prudenza e la forza, assommava tutte le virtù. Ella era soprattutto di una sicurezza tale nei rapporti con gli altri, d'una tale fedeltà nell'amicizia, che persino i suoi nemici non avevano bisogno di fingere con lei. Intendo per suoi nemici quelli, o piuttosto quelle, che la odiavano; perché, quanto a lei, non aveva un cuore capace di odiare, e credo che questa affinità contribuì molto alla mia passione per lei. Nelle confidenze della più intima amicizia, non l'ho mai udita parlar male degli assenti, nemmeno di sua cognata. Non poteva né mascherare a nessuno quanto pensava, né reprimere alcuno dei suoi sentimenti, e sono convinto che parlava del suo amante allo stesso marito, come ne parlava ai suoi amici, alle sue conoscenze, e a tutti indistintamente. Quanto prova infine senza smentita la purezza e la sincerità della sua eccellente natura, è che pur soggetta alle più straordinarie distrazioni e alle più vistose sventatezze, gliene sfuggivano spesso di imprudentissime per lei, ma non mai di lesive per altri.

Era stata maritata giovanissima, e suo malgrado, al conte d'Houdetot, uomo di condizione, buon soldato, ma giocatore, rissoso, pochissimo amabile, e che lei non amò mai. Trovò nel signor di Saint-Lambert tutti i meriti del marito, uniti a qualità più piacevoli, ingegno, virtù, talenti. Se si deve perdonare qualcosa ai costumi del secolo, è senza dubbio un affetto che la sua durata purifica, che i suoi effetti onorano, e che non è cementato che da una reciproca stima.

Ella veniva a trovarmi un po' per suo gusto, a quanto credetti di capire, ma molto per compiacere a Saint-Lambert. Egli l'aveva esortata a farlo, e aveva motivi di credere che l'amicizia che iniziava a formarsi tra noi avrebbe reso quell'unione gradita a tutti e tre. Ella sapeva che ero al corrente del loro legame, e poteva parlare di lui senza disagio, era naturale che stesse volentieri con me. Venne; la vidi; ero ebbro d'amore senza oggetto, quell'ebbrezza affascinò i miei occhi, quell'oggetto si fissò in lei; vidi la mia Giulia nella signora d'Houdetot, e in breve non vidi più che la signora d'Houdetot, ma rivestita di tutte le perfezioni di cui avevo appena adornato l'idolo del mio cuore. Per darmi il colpo di grazia, mi parlò di Saint-Lambert da amante appassionata. Forza contagiosa dell'amore! Ascoltandola, sentendomi vicino a lei, ero pervaso da un brivido delizioso, che non avevo provato mai vicino a nessuno. Parlava, e mi sentivo commuovere; credevo di non interessarmi che ai suoi sentimenti, mentre ne concepivo di simili; bevevo a lunghi sorsi alla coppa avvelenata, di cui ancora non avvertivo che la dolcezza. Infine, senza accorgermi e senza che lei se ne rendesse conto, m'ispirò per sé tutto quello che esprimeva per il suo amante. Ahimè, fu troppo tardivo, troppo crudele bruciare di una passione non meno viva che infelice per una donna il cui cuore era colmo di un altro amore.

Nonostante gli straordinari sommovimenti provati accanto a lei, non m'accorsi subito di quanto m'era accaduto: solo dopo la sua partenza, volendo rievocare Giulia, fui colpito di non poter più pensare che alla signora d'Houdetot. Allora mi si aprirono gli occhi; sentii la mia sventura, ne piansi, ma non ne previdi le conseguenze.

Esitai a lungo sul modo di condurmi con lei, come se il vero amore lasciasse spazio sufficiente alla ragione per poter seguire decisioni prese a freddo. Non mi ero ancora deciso, quando ella tornò a prendermi alla sprovvista. Questa volta, avevo capito tutto. La vergogna, compagna del male, mi rendeva muto, tremante, davanti a lei; non osavo aprir bocca né alzare gli occhi, ero preda di un turbamento inesprimibile, che non poteva fare a meno di notare. Presi la decisione di confessarglielo, e di lasciarle indovinare la causa: era come dirla quasi apertamente.

Se fossi stato giovane e amabile, e se in seguito la signora d'Houdetot si fosse mostrata debole, biasimerei qui la sua condotta: ma stando le cose altrimenti, non posso che lodarla e ammirarla. L'atteggiamento che ella assunse era a un tempo quello della generosità e della prudenza. Poteva allontanarsi bruscamente da me e riferirne la causa a Saint-Lambert, che l'aveva egli stesso spinta a vedermi; significava esporre due amici alla rottura, e forse a uno scandalo che ella intendeva evitare. Nutriva per me stima e benevolenza. Ebbe pietà della mia follia; senza lusingarla, la compianse, e cercò di guarirmene. Era ben lieta di conservare al suo amante e a sé un amico che le stava a cuore: di nulla mi parlava con maggior piacere quanto dell'intima e dolce compagnia che potevamo formare fra noi tre, quando fossi divenuto ragionevole; né si accontentava sempre di queste esortazioni amichevoli, non risparmiandomi all'occorrenza i più duri rimproveri, che avevo ben meritati.

Me ne risparmiavo ancor meno io stesso. Appena fui solo, tornai in me; ero più calmo dopo aver parlato: l'amore conosciuto da chi lo ispira diventa più sopportabile. La forza con cui mi rimproveravo il mio avrebbe dovuto guarirmi, se solo fosse stato possibile. Quali potenti motivi non invocai in mio aiuto per soffocarlo! I miei costumi, i miei sentimenti, i miei principi, la vergogna, l'infedeltà, il delitto, l'abuso di un tesoro affidatomi dall'amicizia, il ridicolo, infine, di bruciare alla mia età della passione più stravagante per una persona il cui cuore già impegnato non poteva ricambiarmi in alcun modo, né lasciarmi alcuna speranza: una passione che, per di più, lungi dal guadagnare qualche cosa dalla costanza, diventava ogni giorno più insopportabile.

Chi crederebbe che quest'ultima considerazione, che doveva aggiunger peso a tutte le altre, fu quella che le eluse? Quale scrupolo, pensai, posso farmi di una follia nociva a me solo? Sono forse un giovane cavaliere tanto temibile per la signora d'Houdetot? Non si direbbe, dai miei presuntuosi rimorsi, che la mia galanteria, il mio aspetto, la mia eleganza, stiano per sedurla? Ah, povero Jean-Jacques, ama a piacer tuo, in tranquillità di coscienza, e non aver paura che i tuoi sospiri nuocciano a Saint-Lambert.

Si è visto che mai fui presuntuoso, nemmeno nella mia gioventù. Questo modo di pensare era connaturato al mio intelletto, lusingava la mia passione; bastò perché mi ci abbandonassi senza ritegno, ridendo persino dell'impertinente scrupolo che credevo d'essermi fatto più per vanità che per ragione. Grande lezione per le anime oneste, che il vizio non attacca mai allo scoperto, ma trova il modo di prendere alla sprovvista, mascherandosi sempre con qualche sofisma, e spesso con qualche virtù.

Colpevole senza rimorsi, lo fui presto senza misura, e, di grazia, si vede come la mia passione seguì la traccia della mia natura per trascinarmi infine nell'abisso.

Dapprima assunse un'aria umile per rassicurarmi, e per rendermi intraprendente spinse quell'umiltà fino alla diffidenza. La signora d'Houdetot, senza stancarsi di richiamarmi ai miei doveri, alla ragione, senza lusingare un attimo solo la mia follia, mi trattava per il resto con la massima dolcezza, e prese con me il tono della più tenera amicizia. L'amicizia mi sarebbe bastata, lo affermo, se l'avessi creduta sincera; ma mi sembrava troppo viva per essere vera, non finii per ficcarmi in testa che l'amore, ormai così poco compatibile con la mia età, col mio contegno, mi aveva avvilito agli occhi della signora d'Houdetot; e che la giovane pazzerella voleva solo divertirsi di me e delle mie mature svenevolezze; che le avesse confidate a Saint-Lambert, e che l'indignazione per la mia infedeltà avendo persuaso l'amante alle sue mire, si fossero entrambi accordati per farmi girare del tutto la testa e burlarsi di me? Quella cretineria, che a ventisei anni mi aveva fatto apparire come uno stravagante con la signora di Larnage, a me sconosciuta, mi sarebbe stata perdonabile a quarantacinque, accanto alla signora d'Houdetot, se avessi ignorato che lei e il suo amante erano troppo onesti entrambi per concedersi uno spasso così barbaro.

La signora d'Houdetot seguitava a farmi visite che non tardai a ricambiare. Le piaceva camminare, come a me: facevamo lunghe passeggiate in un paese incantato. Contento di amare e di osare dirlo, mi sarei trovato nella più dolce delle situazioni, se la mia stravaganza non ne avesse distrutto ogni incanto. Ella non capì nulla, a tutta prima dell'ottuso malumore con cui ricevevo le sue carezze: ma il mio cuore, sempre incapace di nascondere nulla di quanto prova, non le lasciò ignorare a lungo i miei sospetti; volle riderne, ma l'espediente non servì; scatti di collera ne sarebbero stati l'effetto: cambiò tono. La sua comprensiva dolcezza fu invincibile; mi rivolse rimproveri che mi toccarono nel profondo, mi manifestò, circa i miei ingiusti timori, inquietudini di cui abusai. Pretesi prove che non si prendesse gioco di me. Intuì che non c'era altro modo di rassicurarmi. Divenni insistente, il passo era delicato. È sorprendente, forse unico, il caso di una donna giunta al punto di mercanteggiare, che se la sia cavata a così buon mercato. Non mi ricusò nulla di quanto l'amicizia più tenera poteva accordare. Non mi accordò nulla che potesse renderla infedele, ed ebbi l'umiliazione di constatare che l'incendio di cui i suoi tenui favori infiammavano i miei sensi non attizzò nei suoi la minima favilla.

Ho detto in qualche luogo che nulla bisogna concedere ai sensi quando si voglia rifiutar loro qualcosa. Per giudicare a qual punto tale massima si rivelò falsa nella vicenda con la signora d'Houdetot, e quanta ragione lei ebbe di contare su se stessa, occorrerà entrare nei particolari dei nostri lunghi e frequenti colloqui a tu per tu, e seguirli in tutta la loro vivacità durante i quattro mesi che passammo insieme, in un'intimità quasi senza esempi tra due amici di sesso diverso, che si trattengono entro i limiti da noi mai varcati. Ah, se tanto avevo tardato a provare il vero amore, quanto cari pagarono il mio cuore e i miei sensi i debiti arretrati! E quali sono dunque gli slanci che si devono provare accanto a una persona amata che ci ama, se persino un amore incorrisposto può ispirarne di simili?

Ma ho torto a dire un amore non corrisposto: in certo modo il mio lo era; era eguale da entrambe le parti, pur non essendo reciproco. Eravamo entrambi ebbri d'amore, lei per il suo amante, io per lei; i nostri sospiri, le nostre deliziose lagrime si confondevano. Teneri confidenti l'uno dell'altra, i nostri sentimenti avevano tali affinità che era impossibile non si mescolassero in qualche cosa; e tuttavia, in mezzo a quella pericolosa ebbrezza, mai ella si smarrì un istante; e io affermo, giuro che se, fuorviato a volte dai miei sensi, ho tentato di renderla infedele, mai l'ho desiderato veramente. La veemenza stessa della mia passione la raffr