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elegìa, sf. (pl.-gìe) Componimento lirico mesto e doloroso. 
Nella letteratura greca antica, componimento poetico in distici, detti appunto elegiaci (esametro più pentametro). Nata come intonazione di versi nelle feste e banchetti, anche funebri, si diffuse nel Peloponneso durante il VII sec. a. C. Espresse in seguito contenuti patriottici con Archiloco, Tirteo, Callino, etico politici con Solone, Focilide, Senofane, Simonide di Ceo, erotici e malinconici con Mimnermo. Ripresa dai romani, Tibullo, Properzio e Catullo ne fissarono come caratteri distintivi la malinconia, la passionalità e l'erotismo. L'elegia ebbe particolare fortuna nel XVIII sec. in Francia (E. Lebrun, A. Chenier) e in Germania con F. Schiller, W. Goethe e F. Hölderlin. In Italia fu ripresa da Carducci, Pascoli e D'Annunzio. 
Elegia di Madonna Fiammetta Romanzo di G. Boccaccio (1343-1344). 
Elegia per giovani amanti Opera in tre atti di H. W. Henze, libretto di W. H. Auden e Ch. Kallman (Schwetzingen, 1961). 
Elegia scritta in un cimitero campestre Opera di poesia di Th. Gray (1750). 
elegìaco, agg. (pl. m.-ci) 1 Relativo all'elegia. 2 Triste. ~ malinconico. <> gioioso. 
elegiàmbo, sm. Verso asinarteto composto di due triple catalettiche, una dattilica e l'altra giambica. 
Elegie Opera di poesia di Archiloco (VII sec. a. C.). 
Elegie 
Opera di poesia di S. Properzio (29-22 a. C.). 
Elegie 
Opera di poesia di G. de la Vega (XVI sec.). 
Elegie 
Opera di poesia di A. Chénier (postuma 1819). 
Elegie 
Opera di poesia di N. Guillén (1955). 
Elegie duinesi Opera di poesia di R. M. Rilke (1923). 
Elegie per Delia Opera di poesia di A. Tibullo (I sec. a. C.). 
Elegie romane Opera di poesia di J. W. Goethe (1789). 
Elegie romane 
Opera di poesia di J. A. Brodskij (1982). 

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