Il blog di Blia.it

Dialogo di due amici sull'intelligenza artificiale

Paolo: Ciao Mario, come va? Ci si rivede finalmente

Mario: Ciao Paolo, tra pandemia, lockdown, confino, smart-working, anzi no, LAD (lavoro a distanza), perché di "smart" c'è ben poco, sono quasi due anni che non ci vediamo al bar

Paolo: Ti ricordi di cosa abbiamo discusso l'ultima volta?

Mario: Come no. Mi ha fatto una testa così con domande su Bitcoin/Blockchain, ehehehe

Paolo: No, basta con quelle cose. Se davvero sarà una "rivoluzione" riguarderà le prossime generazioni

Mario: OK, e allora cosa ti frulla in testa? Ti sto osservando da un po', ormai ti conosco, dalle tue pause capisco quando hai un dubbio "tecnico/elettronico/informatico"

Paolo: Ah, allora è vero che gli informatici leggete nel pensiero, a forza di "allenare" le reti neurali?

Mario: Mio figlio direbbe: "ma cosa stai a di'?"

Paolo: Sì, qualche anno fa ho letto un articolo, sul sito di Focus dal titolo "La rete neurale che ci legge nel pensiero"

Mario: Ed io lo immaginavo che si trattasse di questo, dell'intelligenza artificiale, è l'argomento di "moda" di questi ultimi tempi

Paolo: Sì, sì, è proprio di intelligenza artificiale che volevo chiederti di parlarmi. Come la scorsa volta, parti da zero e procedi lentamente

Mario: Ci proverò ... Tutto cominciò nel 1956, quando si tenne un convegno al Dartmouth College del New Hampshire, negli Stati Uniti ...

Paolo: No, no, aspetta, ti blocco subito. La "storia" dell'IA l'ho letta, anche la voce su Wikipedia è esauriente sulle tappe

Mario: Ho capito, allora niente storia, niente "personaggi" solo esperienze personali che sicuramente non trovi su siti o libri

Paolo: Sì, cose inedite, ma che mi facciano capire meglio

Mario: OK, allora sgombra la mente da tutto quello che hai letto, dalle distinzioni tra IA generale (o forte) e IA ristretta (o debole) a tutte le sigle, in italiano o in inglese

Paolo: Ma questo lo dici perché per l'IA generale è ancora presto parlarne, è roba, allo stato attuale, da libri e film di fantascienza?

Mario: Ti ricordi quel vecchio slogan pubblicitario: "noi siamo scienza, non fantascienza"

Paolo: E va bene, mi accontenterò, per oggi, della "scienza"

Mario: Se io dico tris, gomoku, scacchi e go, tu cosa mi rispondi?

Paolo: Cos'è, trovo l'intruso? In questo caso il gomoku non so cosa sia

Mario: E' un gioco da tavolo, simile al tris ma con un tabellone più grande e con la differenza che devi allineare cinque pedine, anziché tre

Paolo: Ah, ok, allora sono quattro giochi da tavolo

Mario: E che differenza c'è tra i quattro?

Paolo: Immagino la complessità, la difficoltà nell'apprenderne le regole ...

Mario: E poi?

Paolo: Non saprei

Mario: Varia enormemente la probabilità di avere due partite identiche

Paolo: A ridaglie con la probabilità, come con i bitcoin, di nuovo entra in gioco la probabilità

Mario: Purtroppo sì, è uno di quegli "argomenti" della matematica molto gettonati, e non solo negli ultimi anni, pensa quante formule sulla probabilità hanno studiano i giocatori "scientifici" di roulette, di lotto, di totocalcio, ecc.

Paolo: Stai divagando, come al tuo solito

Mario: Seguimi ... A tris le partite possibili sono 255168

Paolo: Così tante? Sembrava un gioco semplicissimo, in due mosse e un minimo di attenzione e la "patta" è assicurata

Mario: E' semplice e anche una macchina "stupida" come un PC può giocare e vincere (o pareggiare) a tris. Anzi, mi correggo, non una macchina stupida ma programmata in modo semplice. Che, in termini informatici, si dice a "forza bruta"

Paolo: Sono confuso, che significa forza bruta?

Mario: Che prova tutte le strade, un po' come quando entri in un labirinto e cerchi la via d'uscita. Vai avanti finché non sbatti in un muro, perché quello è un vicolo cieco, e allora torni indietro e provi un'altra strada

Paolo: Ho capito, quindi 255168 sono tutti i possibili percorsi del labirinto

Mario: Già, e per un computer moderno quel numero è ridicolo, impiega una frazione infinitesimale di secondo a percorrerle. Ma passando verso gli altri giochi le cose si complicano

Paolo: Per gli "umani"?

Mario: Sì, ma anche per le macchine. Le partite possibili a scacchi sono tantissime. Claude Shannon, uno di quelli presenti al convegno che dette il via all'IA, nel 1950, scrisse un articolo "Programming a Computer for Playing Chess" in cui stimò un valore di 10 elevato a 120 di possibili partite. Dimostrando, in questo modo, quanto fosse impraticabile la "forza bruta" nell'affrontare un problema scacchistico. Occorreva una via alternativa. Senza andare molto nel dettaglio ti dico che i matematici, gli informatici, hanno pensato e realizzato degli algoritmi, dei metodi, per ovviare al problema del numero delle alternative teoricamente possibili, e uno dei sistemi è stato quello di dare un punteggio ad ogni mossa, escludendo, in un colpo solo tutte le strade, i percorsi, che partivano già con un punteggio basso. Mi rendo conto che spiegarlo in poche parole non è semplice, se ti va di approfondire puoi partire dall'algoritmo Minimax

Paolo: Una cosa ho capito, che è una questione prettamente matematica

Mario: Beh, sì. Pensa che anch'io, negli anni, mi sono divertito nel creare semplici giochi in cui il giocatore "sfida" il computer in un gioco da tavolo. Una via di mezzo tra il tris e gli scacchi.

Paolo: Ma dai, e ci posso giocare?

Mario: Come, no. Il Gomoku è qui: blia.it/giochi/gomoku/, ma nella sezione "Giochi" del sito ce ne sono tanti altri

Paolo: Prima che vai avanti, hai nominato il termine 'algoritmo', ma me lo spieghi, in parole semplici cos'è un algoritmo?

Mario: Mettiamo che tu dici a tuo figlio: "Vai a riempire, per favore, cinque bottiglie d'acqua alla fontana qui sotto?"

Paolo: Ah, ma sei partito proprio da lontano, da quando l'acqua si prendeva fuori dalle fontanelle, ok, scusa l'interruzione, vai pure avanti

Mario: Tuo figlio ha diverse modalità per ottemperare al suo compito, più o meno efficienti.
1) prendere una bottiglia vuota da due litri, andarla a riempire, tornare a casa e prenderne un'altra, così via fino all quinta;
2) mettere cinque bottiglie in un contenitore porta-bottiglie e andarle a riempire; 3) prendere un bidone da dieci litri e, dopo averlo riempito, tornare a casa e travasarlo nelle cinque bottiglie.
Quale è, secondo te, il procedimento migliore?

Paolo: Non sicuramente il primo, direi il secondo o il terzo, entrambi hanno pro e contro

Mario: Esatto, e nel secondo caso abbiamo bisogno di sapere se la fontanella ha un rubinetto o no, perché nel primo caso dobbiamo considerare anche il tempo per chiudere e riaprire il rubinetto ad ogni bottiglia

Paolo: Non vogliamo certo sprecare acqua

Mario: Già. Questi procedimenti sono tre 'algoritmi', in cui il primo è quello meno efficiente. Gli algoritmi, nella programmazione informatica, funzionano esattamente così.

Paolo: Tornando all'IA?

Mario: Per farla breve la prima fase dell'intelligenza artificiale è terminata nel momento in cui un calcolatore progettato appositamente per giocare a scacchi è riuscito a battere il campione mondiale. Siamo a maggio del 1997, il campione è Garry Kasparov.

Paolo: E questo computer ha usato metodi particolari, è stato programmato in modo diverso dagli altri, era più "intelligente"?

Mario: Assolutamente no, era sicuramente più potente, nel senso che poteva fare più calcoli, provare più strade, "testare" più mosse e per ognuna "calcolarne" il punteggio dopo svariate mosse, ma pur sempre un "calcolatore" rimaneva

Paolo: E la seconda fase dell'intelligenza artificiale? C'entra qualcosa Internet?

Mario: Sì, ma prima qualche altra cosetta avvenuta negli anni Novanta

Paolo: I terribili anni Novanta, con le sue guerre (Golfo Persico, Jugoslavia, ecc.), le sue stragi di mafia (Capaci, via d'Amelio, ecc.), gli omicidi (Libero Grassi, Beppe Alfano, padre Puglisi, don Diana), la strage del Cermis, l'alluvione di Sarno

Mario: Già, ma anche gli anni di Linux, del software libero, ovviamente di Internet e comunque dell'esplosione del computer. La moda cyberpunk che arrivò al grande pubblico grazie ai romanzi di W.Gibson o a film quali "il tagliaerbe" (1992) o Strange Days (1995) permise l'entrata in scena (per la verità subito uscita) della realtà virtuale. Se gli anni Ottanta (informaticamente parlando) sono stati gli anni degli "home computer" il decennio successivo è stato quello del Personal Computer. I PC prendono piede in ufficio e a casa, si dotano di "periferiche", stampanti, lettori di floppy disk, scanner e ... schede audio. E proprio da queste voglio parlarti.

Paolo: Le mitiche Sound Blaster, forse in soffitta ne ho ancora qualcuna, mi ricordo che con il modello "Wave Blaster" il PC si trasformava in un ottimo "sintetizzatore"

Mario: Gli sviluppatori, i ricercatori, gli smanettoni si interessavano sempre più all'audio e qualcuno cominciò a pensare ad PC come ad una sorta di dattilografo automatico

Paolo: Gli assistenti virtuali ante litteram

Mario: Sì, ma non fu semplice. La voce, il parlato, non è il suono di uno strumento. Le onde elettromagnetiche prodotte dalla voce non sono per niente regolari e "facili" da tramutare in testi

Paolo: E infatti bisognerà aspettare la Apple con Siri

Mario: Tu lo sai qual è la grande differenza di Siri con le applicazioni precedenti di "controllo vocale"?

Paolo: Immagino sia il fatto che per usare Siri occorra una connessione Internet

Mario: Bravo. E con dispositivi con chip sempre più veloci e miniaturizzati e la connessione alla rete sempre attiva siamo entrati nella seconda fase dell'IA

Paolo: No Internet, No IA

Mario: Questo con l'audio, con il video è successa una cosa simile anche se molto, molto più complessa

Paolo: Non mi dire che è tutta "colpa" delle webcam?

Mario: Sicuramente la pervasività delle minuscole videocamere ha aiutato, ma, ancor più che con l'audio, per permettere ad una "macchina" di guardarsi attorno e agire di conseguenza (vedi Google Car), occorre una potenza di calcolo che allo stato attuale pochi dispositivi "personali" hanno

Paolo: E anche qui, senza i "potenti mezzi" situati chissà dove, di Google, la loro "car" è un ammasso di ferraglia

Mario: Quindi, riepiloghiamo, i vari dispositivi, smartphone, Google Home, Alexa, sono solo dei "ricetrasmettitori", ricevono l'audio dal microfono, il video dalle videocamere e lo trasmettono ai server che lo "processano", cioé lo trasformano in testo o immagine semplificata e, con una serie di elaborazioni, di cui di parlerò le prossime volte, eseguono delle operazioni. Nel caso degli assistenti virtuali ti chiamano al telefono un contatto o ti rispondono ad una domanda di storia

Paolo: E nel caso della Google Car, guidano un'autovettura ...

Mario: Il grosso dell'intelligenza artificiale è questo, riconoscimento, conversione, traduzione, quello che un cervello umano fa continuamente e in una frazione di secondo alla macchina è necessaria un'infinità di calcoli, di "confronti" con "modelli" memorizzati nella propria memoria digitale, ma questi lo vedremo in seguito

Paolo: Ecco appunto, avrei bisogno di qualche esempio perché così come lo presenti per me è tutto molto confuso. La cosa che ho capito, ad esempio, nel caso degli assistenti virtuali è che se provo a chiedere: "Quando è nato Giuseppe Garibaldi?" i "passaggi" sono: 1) il microfono registra la voce; 2) il segnale da analogico viene trasformato in digitale, insomma UNO e ZERO; 3) questa sfilza di 1 e 0 viene inviata a dei server; 4) il server "traduce" il messaggio digitale in messaggio testuale; 5) il testo viene inserito automaticamente in un motore di ricerca; 6) il motore di ricerca trova una risposta su Internet e manda un segnale digitale all'assistente virtuale; 7) quest'ultimo trasforma il segnale digitale in analogico e lo invia all'altoparlante

Mario: Sì, beh, magari un ingegnere elettronico o informatico l'avrebbe detto con altri termini ma il procedimento è più o meno quello. Tieni conto che sei delle sette fasi sono abbastanza banali. La novità degli ultimi dieci anni è solo il punto 4)

Paolo: Allora, l'esempio?

Mario: Che impazienza, un attimo, ci sto pensando, non è facile spiegarlo senza tirare in ballo termini come "reti neurali", "apprendimento automatico", "tensori", "tassonomie", "addestramento di modelli", ecc.

Paolo: No, abbiamo detto niente termini matematici e/o informatici

Mario: OK, allora, dimmi, cosa vedi qui sotto?

Paolo: Un otto leggermente inclinato, oppure, se lo si guarda da un'altra angolazione, il segno dell'infinito

Mario: Bene, in effetti al segno dell'infinito non ci avevo pensato, comunque diciamo che quando si scrive a mano, lettere e numeri non sempre sono perfettamente allineati, dritti e verticali

Paolo: Non me lo dire, a me dicono che ho una scrittura a zampa di gallina

Mario: Ora, mettiamo il caso che un computer debba trasformare questo segno in un 8, tieni conto che per la macchina quell'immagine è solo un mosaico di tessere bianche e nere, ovvero ZERO e UNO, nient'altro

Paolo: 784 tessere

Mario: Come, scusa?

Paolo: Sono 28 in orizzontale e 28 in verticale, quindi 784

Mario: La dimensione 28x28 non è scelta casualmente, guarda l'immagine qui sotto

Paolo: Cos'è?

Mario: E' una parte della base di dati impiegata come insieme di addestramento e di test nel campo dell'apprendimento automatico, dettagli li trovi su Wikipedia e le immagini hanno una dimensione di 28x28 pixel

Paolo: Non mi dire che il computer confronta il disegnino con l'otto con tutte queste immagini?

Mario: Sì, ma non lo fa a partire dalla prima e fino all'ultima (tieni conto che l'interno database dei soli numeri scritti a mano è di 60000 immagini)

Paolo: Non usa la "forza bruta"

Mario: E bravo, hai fatto tesoro di quanto discusso all'inizio, in un certo senso è vero, confrontare pixel per pixel, immagine per immagine, sarebbe stato un metodo estremamente inefficiente, così come provare tutte le possibili mosse giocando a scacchi

Paolo: E qui entrano in gioco tutte quelle "paroline" che mi ha detto prima

Mario: Tu hai svolto il "servizio militare" ?

Paolo: Purtroppo sì, ai miei tempi era obbligatorio

Mario: Ti ricordi il CAR? Centro Addestramento Reclute.

Paolo: Come no, giornate passate a "marciare", un, due, passo, cadenza ...

Mario: Tu ti annoiavi, non riuscivi a capirne l'utilità

Paolo: Già

Mario: Ma le macchine non si annoiano, non protestano

Paolo: Ah, se per questo neanche io potevano protestare, pena la consegna di rigore

Mario: In questo momento, mentre chiacchieriamo, milioni di computer si stanno "addestrando"

Paolo: A marciare? Come nei film dispotici?

Mario: No, ti ricordi la discussioni sul bitcoin, in cui migliaia di macchine "passano il tempo" a risolvere enigmi matematici?

Paolo: Sì, e quindi?

Mario: Gli algoritmi di intelligenza artificiale devono essere addestrati, ad esempio giocano a scacchi tra di loro, un computer simula partite contro se stesso e mette da parte le "mosse migliori" e così quando affronta un "umano" non deve ricominciare daccapo

Paolo: Furbo, e così fa l'intelligentone. Mi faresti qualche altro esempio?

Mario: Beh, vediamo, tu ami viaggiare in auto, vero?

Paolo: Sì, è così

Mario: E se devi andare in una città che non conosci, che fai?

Paolo: Prendo il navigatore satellitare e ...

Mario: No, scusa, cosa avresti fatto, ad esempio ventanni fa, prima dei navigatori, insomma, con mappe e cartine

Paolo: Mi sarei messo con carta, penna, decimetro e al massimo calcolatrice, ad esempio una distanza di 12 cm, in una scala di 1 a 100.000, sono 12 km e poi controllare il tragitto minore, se è una strada statale, un'utostrada, ecc.

Mario: Bene, mettiamo il caso che tu abbia un elenco i cui ci sono tantissimi percorsi differenti fatti da altre persone con relativi orari e chilometri

Paolo: Ah, questo mi faciliterebbe, basterebbe controllare il tragitto più corto o più veloce senza bisogno di calcolare nulla

Mario: Ecco, ci sei arrivato, se tu hai dei "dati", e i computer, i server connessi in rete registrano continuamente dati, con quei dati puoi cercare il percorso migliore, puoi creare, come si dice in termini tecnici un "modello". Nel momento in cui l'utente chiederà il tragitto più corto, il sistema automatizzato non dovrà calcolare nulla ma dovrà semplicemente mostrarti il tragitto che ha precedentemente valutato essere il più corto

Paolo: Insomma dati, dati e ancora dati. Calcolo, calcolo e ancora calcolo statistico sui dati

Mario: Hai detto bene, 'dati', e infatti fino a qualche anno fa la "parola d'ordine" era Big Data

Paolo: Ah, già, vero, Big Data, mi ricordo i giornali "specializzati" e non, a farci una testa così

Mario: Ora ai Big Data ci hanno aggiunto qualche concetto vecchio, rispolverato per l'occasione, pensa che il Percettrone, uno degli algoritmi dell'intelligenza artificiale, è del 1958, sic! E un altro, molto usato ancora oggi, è il "backpropagation" del 1986. L'intelligenza artificiale si è alternata tra periodi di grande entusiamo e altri di disillusione. Tra progressi impressionanti (fondamentalmente gli algoritmi citati prima) e frustranti fallimenti (i cosiddetti AI winter). Il periodo attuale, come avrai ben capito, vista l'abbondanza di dati e il grande entusiamo, anche perché le "reti neurali" così di moda, la cui ricerca si è interrotta spesso nel passato, sembrano destinati a restare ancora per un po', il funzionamento, infatti, è molto semplice, approssimare una funzione non nota, ma di cui si conoscono degli esempi e gli "esempi" non sono altro che i dati.

Paolo: Dati però, concentrati in pochissime Big Tech. E soprattutto saputi maneggiare da pochissime persone, i "data scientist"

Mario: E' la rivincita dei matematici. Tu hai snobbato il calcolo matriciale, i vettori, le derivate, ecc. allo scientifico, e ora peggio per te, eheheh. Comunque, ti faccio vedere una pagina web, anzi faccio provare a te

Paolo: Io veramente ho fatto il classico, sì, dai, mi piacciono le prove "sul campo"

Mario: Vai in questa pagina blia.it/blog/ai/test

Paolo: OK, e dopo?

Mario: Scarica le immagini. Non ti preoccupare, non stiamo violando nessuna privacy, sono persone che non esistono

Paolo: Come non esistono?

Mario: Sono generati da software, vedi thispersondoesnotexist.com

Paolo: Mah, va beh, sembrano così reali. OK salvate le immagini e dopo?

Mario: Vai nella pagina di test e "addestra" l'applicazione. Cioé trascina un'immagine alla volta dentro il riquadro e clicca sul bottone con "Man" o "Woman"

Paolo: Tutte le immagini?

Mario: No, solo le prime quattro, le ultime due usale per testare ("predict") l'applicazione. Se la risposta è corretta vuol dire che l'algoritmo ha funzionato

Paolo: Sì, è vero, ha azzeccato

Mario: L'apprendimento automatico, purtroppo, ha preso la mano a tanti e non ci si è limitati al gioco degli scacchi, alle mappe stradali, alle app giochereccie sugli smartphone, ma ormai riguarda quasi ogni ambito dell'informatica. Con i suoni, con i testi, con le strade, con le immagini, abbiamo visto, si è già a buon punto ma la "sfida" è ora con le immagini in movimento, con i video, capisci bene che sia i dati necessari per il "training" che i video da processare sono di una complessità molto maggiore a quanto trattato nel passato ...

Paolo: E secondo te è un male?

Mario: Le esagerazioni per me lo sono, e anche in questo caso (come con bitcoin/blockchain) si sta esagerando. Milioni di macchine che non fanno assolutamente nulla di utile se non, come hai detto prima, memorizzare qualsiasi cosa e creare "modelli" su queste "cose". Il grande poeta latino Orazio diceva: "Parturient montes, nascetur ridiculus mus". La montagna ha partorito un ridicolo topo, bene, l'informatica attuale, quella degli ultimi 10/15 anni, a fronte di una quantità enorme di macchine in continua elaborazione, di investimenti miliardari, ha prodotto ridicoli topolini.
Ti raccondo una storia: nel 1196 il sultano persiano Malik al Aziz escogitò la sciocca idea di distruggere le piramidi, mobilitò decine di migliaia di lavoratori, zappatori, cavapietre sperperando somme favolose per conseguire un risultato ridicolo. Gli operai cominciarono con la Piramide Rossa, la più piccola delle tre; ogni giorno, con molta fatica, estraevano una o due pietre che, poste in bilico, precipitavano poi nella sabbia sottostante dove venivano raccolte. Dopo otto mesi di lavoro sfibrante, la demolizione fu tralasciata. La piccola piramide da lontano, non sembrava nemmeno scalfita.
Se i computer, le macchine, le GPU (specie quelle impiegate in IA, ML e simili) potessero parlare (possedere davvero un'intelligenza), beh, forse direbbero ai programmatori (i moderni "sultani"): "Ma che lavoro assurdo ci state facendo fare?".

Paolo: Ecco ci risiamo con il tuo luddismo, con la repulsione verso la moderna chincaglieria elettronica, con la tua avversione al progresso, cosa proponi, un'ascesi tecnologica/digitale?

Mario: Mi accontenterei di una forma di "cyberminimalismo", ovvero di limitare individualmente al massimo la nostra dipendenza dal digitale. L'idea che hai del progresso è ottocentesca, ovvero irreversibile, coincidente con il concetto stesso di storia. Ma con le guerre mondiali e la liberazione dell'energia atomica si è cominciato a pensare che il progresso possa essere un regresso, possa condurre alla fine, ad una catastrofe.
Nel 1946, Franco Rasetti, membro del gruppo di fisici passato alla storia come i ragazzi di via Panisperna, scriveva ad Enrico Persico: "Io sono rimasto talmente disgustato delle ultime applicazioni della fisica che penso seriamente a non occuparmi più che di geologia e di biologia. Non solo trovo mostruoso l'uso che si è fatto e si sta facendo delle applicazioni della fisica, ma per di più la situazione attuale rende impossibile rendere a questa scienza quel carattere libero e internazionale che aveva una volta e la rende soltanto un mezzo di oppressione politica e militare. Pare quasi impossibile che persone che una volta consideravo dotate di un senso della dignità umana si prestino a essere lo strumento di queste mostruose degenerazioni."
E ancora, scusa se mi infervoro ma è una questione a cui tengo molto, Bernard Charbonneau: "La bomba atomica solleva il problema del controllo umano della tecnologia. Che mi ascoltino coloro che confondono l’avventura della conoscenza con l’istinto meccanico. Non si tratta di sottomettere la conoscenza, ma di controllare le sue applicazioni pratiche. Nella misura in cui è un’avventura solitaria, la conoscenza è libera; ma nella misura in cui le sue applicazioni pratiche trasformano le condizioni di vita degli uomini, spetta a noi giudicare. Perché se tutti gli uomini non sono competenti a giudicare in questioni di fisica, tutti sono competenti a giudicare come la loro vita sarà sconvolta dalla fisica, e in questo caso non è solo l’interesse della scienza che deve essere preso in considerazione, ma tutti gli interessi umani"

Paolo: Ma non siamo più ai tempi degli esperimenti nucleari sugli atolli, comunque hai finito la digressione? Torniamo sull'argomento

Mario: Guarda che non sono pochi quelli che paragonano l'intelligenza artificiale alla tecnologia nucleare (pochi vantaggi, molti rischi, lo dico io, esattamente il contrario è quello che si lasciano sfuggire i potenti del mondo). OK torniamo al tecnico, non prima di lasciarti il link ad una pagina del filosofo inglese Bertrand Russell pubblicata nel 1967 nel settimanale L'Europeo e di segnalarti che recentemente un amico programmatore (hai visto che non sono il solo?) in una mailing list ha scritto: " Locuzioni altisonanti e fantasiose come "Artificial Intelligence", "Machine Learning" o "Deep Learning" costituiscono arcane formule magiche per impressionare gli sciocchi e materializzare fondi militari e non. Ma se siamo fortunati, fra non molto tempo i nostri nipotini rideranno di queste formule magiche come noi ridiamo degli alchimisti alla ricerca della pietra filosofale"

Paolo: Comunque una cosa ho capito, senza Internet non esiste intelligenza artificiale

Mario: Esatto, a differenza di una volta, quando nel tuo PC potevi ricreare un server (in fondo Linux è nato così, uno studente, Linus Torvalds, che voleva dotare il suo PC di un sistema operativo simile a quello presente nei server, allora Unix), oggi, il tuo dispositivo è solo un "terminale"

Paolo: Come quando c'erano i mainframe

Mario: In un certo senso Internet non è più solo una rete di dispositivi connessi ma è anche un gigantesco mainframe, i suo "processori" sono i server di Google, di Amazon, di Microsoft, di Facebook, di Apple, ecc. I terminali "stupidi" sono i nostri smartphone, i tablet, i computer, e noi i "data-entry"

Paolo: E in tutto questo i dispositivi IOT, gli elettrodomestici "smart" che si collegano alla rete, c'entrano qualcosa?

Mario: Come no. Con il 5G (non crederai che serve alle persone, vero?) la diffusione dei dispositivi 5G crescerà a dismisura. E grazie alle reti 5G, che garantiscono bassa latenza e grande capacità trasmissiva, gli algoritmi di intelligenza artificiale potranno controllare in modo autonomo tutti questi oggetti

Paolo: Ma l'implementazione del 5G non contribuirà alla cosidetta "transizione energetica"?

Mario: Ma quando mai ... Con l'esplosione del traffico richiesta dal 5G, consumeremo molta più elettricità; produrremo più chip RFID, smartphone, touch screen, antenne, server di computer in data center ancora più grandi. E quindi, avremo bisogno di più metalli rari; verranno aperte nuove miniere dove scaveranno più a fondo, spendendo più energia e inquinando di più intorno ai siti di estrazione

Paolo: Mi tengo i miei elettrodomestici "stupidi"

Mario: Diffida sempre da chi infarcisce i discorsi di blockchain, crittovalute, cloud computing e intelligenza artificiale, tessendone oltremisura le lodi, nella migliore delle ipotesi non sa nemmeno di cosa parla, nella peggiore ti vuole vendere un nuovo prodotto, un nuovo servizio ad un costo superiore a quanto vale.
Kate Crawford, in un'intervista di questi giorni ha detto: "AI is neither artificial nor intelligent. It is made from natural resources and it is people who are performing the tasks to make the systems appear autonomous", ovvero "L'intelligenza artificiale non è né artificiale né intelligente. Usa risorse naturali e persone che svolgono compiti per far apparire autonomi i sistemi". Il nostro entusiasmo collettivo nell'applicare la tecnologia informatica a qualunque aspetto della vita ha ottenuto, come risultato, un'incredibile quantità di tecnologia dal design pessimo. E questa tecnologia così malamente progettata, che interpreta dati in modo erroneo, anziché semplificarla, sta intralciando la nostra vita di tutti i giorni.
C'è un detto: quando hai solo un martello, qualunque cosa ti sembrerà un chiodo. I computer, anzi, gli smartphone sono i nostri martelli. E' tempo di smettere di correre alla cieca verso il futuro digitale e occorre, invece, prendere decisioni migliori, più ponderate, sul quando, sul come e sul perché utilizzare la tecnologia.

Paolo: Insomma, non sarai un neo-luddista, ma un convinto oppositore del tecnosciovinismo, ovvero di quella convinzione che la tecnologia sia sempre la soluzione, di sicuro sì. Un dubbio me lo puoi togliere?

Mario: Dimmi pure

Paolo: All'inizio hai parlato di IA forte e debole

Mario: Vedo che ti è rimasta in mente quella distinzione. Di dico subito che quella forte è la versione hollywoodiana dell'intelligenza artificiale. E' il tipo di IA che anima il robot-cameriere, che diventa senziente e prende il controllo del governo, stile Terminator. All'interno della comunità scientifica l'intelligenza artificiale forte è stata abbandonata negli anni Novanta. Essa viene oggi chiamata Good Old-Fashioned Artificial Intelligence (GOFAI). Quella di cui disponiamo è l'IA debole.

Paolo: Visto che è "debole" allora vuol dire che non dobbiamo preoccuparci più di tanto

Mario: E invece no. Vedi, l'umanità si sta rapidamente dotando di un organo che la spossessa di sé stessa, del suo diritto di decidere, con coscienza e responsabilità, le cose che la riguardano. Sta prendendo forma uno statuto antropologico e ontologico inedito che vede la figura umana sottomessa alle equazioni dei suoi stessi artefatti, con l'obiettivo primario di rispondere a interessi privati e instaurare un'organizzazione della società in funzione di criteri principalmente utilitaristici

Paolo: Ah, se ti sentissero gli startupper visionari, ti darebbero dello scorbutico retrogato, incapace di cogliere il carattere eccezionale e messianico della nostra era

Mario: E' il paradosso del pioniere, che a forza di stare da più tempo avanti agli altri ne riesce a cogliere le criticità, i pericoli, i limiti e passa dal non essere capito perché troppo avanti al non esserlo perché ritenuto non al passo con l'innovazione.
Le "tecnologie di rottura", ovvero la "disrupzione" (forse l'avrai sentita in inglese "disruption"), l'attualizzazione della distruzione creatrice schumpeteriana, annichilendo il tempo umano necessario alla comprensione e alla riflessione, priva gli individui e le società del diritto di valutare i fenomeni e di manifestare o meno il loro assenso e quindi di decidere liberamente del corso delle loro vite.
Se vuoi approfondire l'argomento che abbiamo trattato oggi ti consiglio di dare un'occhiata a questo articolo.

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